martedì 20 maggio 2008

Sliding doors (nella realtà).

Nei film è tutto nero o bianco.
Helen prende il metrò. Helen non prende il metrò.
Ma c'è una terza possibilità.
Le porte scorrevoli le si chiudono addosso, e anche questo cambia in qualche modo il suo destino.
Trauma cranico non commotivo, in regione frontale destra o sinistra.
Gli sviluppi possibili sono molti.
Helen viene portata al pronto soccorso. Qui conosce un medico zoppicante, colpo di fulmine.
Helen viene portata al pronto soccorso. Quel bastardo del fidanzato traditore la raggiunge ma lei non lo riconosce. Ha perso la memoria. Lui la dovrà riconquistare ma chissà se ce la farà...
Helen viene portata a casa, arriva che l'amante se n'è già andata, il giorno dopo sta male e muore. Sensi di colpa eterni per il fidanzato traditore.
Vado avanti?
Ho come la sensazione che ogni volta che facciamo una scelta, le strade possibili non siano due, ma un milione.

domenica 11 maggio 2008

Conversazione tra due sopravvissuti.

Mi sento un po' di troppo e lo confesso: mi vergogno. Mi vergogno per tutte quelle volte che non ho saputo godere dei miei giovani anni, e per tutte le altre che ho pensato a quanto fosse dura. A quanto fosse dura vivere. Annibale ha perso i suoi anni migliori su e giù per l'Europa, lontano da casa per sette anni, rischiando la vita. Ha visto lo sbarco degli alleati e ha sperato che la Carla lo aspettasse. Eppure, sotto quintali di rughe e il peso dei suoi novant'anni, li ricorda come gli anni più belli della sua vita. Sorride, sempre. E' contento. Contento di essere sopravvissuto, di essere arrivato fin qui, contento dei suoi sessant'anni di matrimonio con la Carla, che come lui è ancora viva, contento di riabbracciare Carletto. Carletto, al secolo Sante, mio nonno, ha qualche anno e qualche ruga in meno: durante la guerra lui ha semplicemente aspettato che finisse. Si è nascosto in casa, sperando che nessuno venisse a cercarlo. Oggi abitano nella stessa città, ma sono anni che non si vedono. Io, come i tizi degli aiuti umanitari, ho soltanto messo a disposizione un'auto, per farli incontrare. Che cosa stupida mi sembra, lì in mezzo ai due sopravvissuti al naufragio.

venerdì 25 aprile 2008

Anni 70.

Il bambino cammina per mano alla nonna.
Il bambino va a fare la spesa con la nonna
e la nonna gli compra un panino
bianco caldo, appena sfornato
ed è per questo che i nostri nonni hanno fatto la guerra
per avere una vita normale
e un nipotino a cui comprare il pane
che loro non hanno potuto mangiare.

giovedì 24 aprile 2008

Racconti e biciclette

Un racconto è come andare in bicicletta. Finché si mantiene la velocità è molto facile tenere l'equilibrio, ma se si perde velocità si cade. Un racconto che perde velocità nel finale è un colpo per l'autore e per il lettore.
Julio Cortazar, La esfera de los cuentos 24.05.1983

mercoledì 23 aprile 2008

Piccoli gesti che non si dimenticano.

Suona la campanella, sono le quattro e mezza, è ora di andare a casa, è ora di giocare, finalmente, liberi dai grembiuli, con gli amici quelli veri. I bambini si infilano i giubbottini, si accalcano, corrono, fanno a gara a chi arriva prima al cancello, lei è lenta, lenta a prendere lo zaino, più grande di lei, a metterselo sulle spalle, con i vestiti tutti sbilenchi e il maglioncino allacciato sbagliato. Del resto ha solo sei anni, e anche lui ha solo sei anni, ma se ne accorge, si ferma, la guarda negli occhi e l'aiuta a tirare su la cerniera incastrata. Poi, mano nella mano, escono dall'aula, incuranti della maestra che li guarda a occhi sbarrati e di tutto il mondo intorno.

lunedì 21 aprile 2008

Da una pozzanghera all'altra.

Non mi pento neanche un secondo. Di aver abbandonato un'auto e di avere ora la vita un po' più complicata. Di camminare di più, di respirare la primavera e di bagnarmi l'orlo dei pantaloni, saltellando da una pozzanghera all'altra. Di non avere l'orologio e di guardare quelli rotti sparsi per la città. Parto da casa e sono le nove e dieci. Dopo un chilometro sono le sei e venti. Che importa, a che ora arriverò?

giovedì 17 aprile 2008

La vita comoda

Da oggi la vita è un po' più complicata, un po' meno comoda, certo più tortuosa. Abbiamo venduto una delle due auto. Finisce la libertà onnipotente, e inizia la libertà immaginativa. Useremo di più la bici, useremo di più i piedi e la testa. Annuseremo più fiori e guarderemo le buche delle talpe. Oggi ho rischiato la vita camminando sul ciglio della strada. Ditemi: quanti profumi si perde un bambino andando a scuola in SUV?

martedì 15 aprile 2008

Tentativi.

quadro di Guido Boletti
C'era una volta un cimitero, una strana vecchina e un custode impazzito. C'erano anche quattro amici, musicisti e ballerini, un po' sognatori. Quattro amici e un patto: mettere in scena lo Spettacolo Finale del Tango per tener fede alla promessa fatta a Carlito Gardel. C'era una città di acqua e terra, di cunicoli, labirinti e misteri, trichechi, balene e sirene sudamericane che col loro canto distoglievano i nostri quattro amici dal loro proposito... domani si va a Venezia!

martedì 8 aprile 2008

Dimenticanze.

Dicono che quando non riesci a trovare una cosa, dovresti smettere di cercarla. Io ho già sospeso la ricerca del secondo volume di Anna Karenina, scomparso nel nulla prima ancora di essere iniziato, e del buono per idromassaggio che mi era stato regalato a Natale e che avevo rimandato di mese in mese nell'attesa di averne bisogno. Ne ho stra-bisogno, adesso! Comunque, ho già frugato in ogni angolo, e non c'è speranza, credo sia stato ingoiato dalle fauci delle borse che ogni settimana mangiano i quintali di carta da riciclare. Una mia amica aveva sospeso la ricerca del principe azzurro e puf! le si è materializzato davanti (e sono sull'orlo delle nozze). Ecco, io vivo con questa speranza adesso. Non del principe azzurro, chiaro, ma del ritrovamento del mio buono idromassaggio!
Sono stressata? Mah, forse. Eppure cerco sempre di prendere con filosofia le mie dimenticanze, anche quando ho dormito sola tutta notte in casa, con le chiavi inserite nella serratura (fuori), o quando me ne sono andata da una scuola portandomi via le chiavi dell'aula di informatica. Bel problema, le chiavi. Bel problema, gli ombrelli. Le sciarpe. Gli occhiali. Gli astucci. Le chiavette usb. Ho fatto un test. Il risultato è stato: "avete una memoria poco affidabile che vi rende la vita difficile". Bella scoperta. Forse è solo un po' ingolfata la mia memoria, troppi pensieri. Dovrò formattarla?

lunedì 7 aprile 2008

Breve pensiero delle dodici meno un quarto.

Tutte le sere vado a letto con la sensazione che durante la giornata volevo dire qualcosa e non l'ho detto. Sarà perché forse parlo di più la notte, ma non è piacevole. Ti lascia un senso di attesa e di eterno rinvio che si culla nelle infinite possibilità del dire ma che in questo infinito si scioglie. Il giorno dopo, il pensiero è già svanito. E quello che volevi dire ma non hai detto è perduto per sempre. Non voglio sembrare pessimista. Solo darmi una scrollata da sola. Ogni tanto, svegliarmi. Se ho bisogno di dire, dire subito. E poi tornare a sognare e a masticare i miei pensieri.

sabato 29 marzo 2008

Quella patina che ricopre il passato.


"Devo dire che gli ammiratori possono rivelarsi una forza conservatrice e immobilizzante. Certo è meraviglioso venire acclamato per le cose che fai – sinceramente è la vera ricompensa, perché pensi "ci sono riuscito! non sono da solo!" o qualcosa del genere ti lega in modo positivo alla cultura cui appartieni. Ma d'altro canto, ti senti obbligato a ripeterti, per fare ancora e ancora quelle cose che ci piacevano tanto. Io non ci riesco – non mi diverto a portare avanti progetti che mi sembrano familiari (– e questa non è tanto una questione di nobiltà artistica o di ideali: semplicemente mi annoio tanto), ma allo stesso tempo mi sento in colpa per aver "tradito il mio pubblico" e non aver fatto le cose che penso avrebbero desiderato. Forse è meglio lasciar perdere questo senso di colpa, così evito di trovarmi quelle situazioni che potrebbero generarlo. Il problema è che la gente preferisce quasi sempre quello che facevo qualche anno fa – è sempre così. L'altro problema è che, spesso, la penso così anch'io! Le novità vengono fuori in modo sporadico e incerto, e i risultati non sono immediatamente confrontabili con i lavori passati, brillanti e di successo. Devi ricordare sempre che anche loro hanno avuto un travaglio iniziale, anche se poi hanno avuto un successo da mozzare il fiato. E c'è un altro problema quando pensi al tuo passato – ti dimentichi che ha avuto una genesi e incominci a sentire una specie di inutile reverenza per il tuo io precedente: "Ma come ci sono riuscito? Da dove uscivano queste idee?". Il presente, quello quotidiano e concreto, sembra un po' meno glamour del passato roseo (a parte le ore magiche in cui ti senti in ritmo con l'universo, cose che capitano solo quando ti divincoli dalla tua storia personale)."
Brian Eno

ps. Lo sapevate che Il suono di avvio di Windows 95 è stato composto da Brian Eno?

domenica 16 marzo 2008

Mar adentro


Mare dentro, mare dentro,
senza peso nel fondo,
dove si avvera il sogno:
due volontà che fanno vero
un desiderio nell'incontro.
Un bacio accende la vita con un lampo e un tuono,
il mio corpo cambiato non è più il mio corpo,
è come penetrare al centro dell'universo:
l'abbraccio più infantile, e il più puro dei baci
fino a vederci trasformati in un unico desiderio.
Il tuo sguardo il mio sguardo, come un'eco
che va ripetendo, senza parole: più dentro,
più dentro, fino al di là del tutto, attraverso
il sangue e il midollo.
Però sempre mi sveglio,
e sempre vorrei essere morto,
per continuare a restare con la mia bocca
dentro la rete dei tuoi capelli.
Ramon Sampedro

domenica 10 febbraio 2008

Quanto durerà l'effetto Marylin.

Dopo una settimana di carte, traduzioni, telefonate, messaggini e appuntamenti, l'effetto Marylin ya se fué. Il mio corpo ha già bisogno di cure.

lunedì 4 febbraio 2008

Anche se non mi si vede...

... sono immersa nell'acqua fino ai capelli, sotto sotto dove le bolle ti sbollano la carne, che dopo un po' ti senti una patata lessa, impregnata di vapori e soffioni, e se provano a strizzarti però non esce niente, perché l'acqua adesso è nel mio stomaco, nei miei occhi, nel mio cervello e me la tengo.

venerdì 1 febbraio 2008

Non svegliare il can che dorme

Se il cane dorme, ci sarà un motivo e se lo svegli, anche con dolcezza, il cane si incazza, perché voleva dormire. Quindi anche se hai buone motivazioni per svegliarlo, non farlo. Non è il momento.

venerdì 25 gennaio 2008

Caramello e caramelle.

Caramello, caramelo, caramel: com'è difficile scoprire l'origine delle parole. Pur essendomi affidata a dizionari seri, con l'appoggio preziosissimo della rete, ho ancora qualche dubbio. Unico dato certo (ma per questo non avevo bisogno di dizionari): la parola caramella è legata al caramello (e viceversa) ed entrambe appiccicate allo zucchero (nel latino tardo medievale canna mèllis era la canna di miele, ossia di zucchero). La caramella sarebbe di fatto una grossa pastiglia di zucchero cotto sotto vuoto e aromatizzato, il caramello l'ho già spiegato con esempi pratici (qui).
Ma pare che la parola a noi sia arrivata dallo spagnolo
caramel, poi caramelo: e infatti in spagnolo caramelo indica sia il caramello che la caramella.
C'è poi chi sostiene (la Crusca) che nell'origine della parola sia intervenuto l'arabo con "kora" (piccolo globo) e "mochalla" (cosa dolce): "piccolo globo dolce".
Ma c'è una parola spagnola che, perlomeno in Argentina, usano per indicare la caramella (e che solo a sentirla pronunciare ti fa venire l'acquolina in bocca):
golosina. Secondo me è la più azzeccata di tutte.

giovedì 24 gennaio 2008

Per il caramello bisogna saper aspettare


La prima volta è stata un disastro totale, ma mi mancavano le basi. Pensavo che per fare il caramello bastasse mettere un po' di zucchero sul fuoco. Volevo ricreare quegli spiedini di frutta caramellata che anni fa si vendevano sulle spiagge dell'Adriatico: come risultato ho ottenuto solo dello zucchero raggrumato (che abbiamo mangiato lo stesso, insieme ai chicchi d'uva), e addio ricordi d'infanzia.
Poi, grazie ai consigli dello chef Gusmò, ho capito due cose: che bisogna aggiungere l'acqua (per 100 gr. di zucchero un bicchiere d'acqua fredda) e che bisogna sapere aspettare... aspettare... aspettare. Fuoco alto, e sguardo attento. Vietato mescolare, e vietato allontanarsi. Gurdando lo zucchero bolleggiare, assumo l'espressione del genitore ansioso sulla culla del neonato: il tempo si dilata e mi ritrovo a pensare:
succederà qualcosa? Come ho detto: bisogna saper aspettare. Ed essere pronti a intervenire quando la cremina comincia a diventare marrone: togliere dal fuoco, dare una mescolata col movimento della mano, rimettere sul fuoco e ritogliere, fino a quando non diventa un tutto ben amalgamato. Ma attenzione che si solidifica in fretta e che se lo si lascia troppo sul fuoco, prende un sapore amarognolo di bruciato...

martedì 22 gennaio 2008

Quarantasette.Oggi è morto un bosco.

Oggi è morto un bosco. L'hanno segato via ramo per ramo tronco per tronco finché non è rimasto più niente, e passando dal ponte in bicicletta ti sembra che al paesaggio manchi qualcosa. Come se ci fosse un buco, ma non te ne accorgi subito, perché quel bosco, per te, era qualcosa di normale. Così lo hanno fatto a pezzettini, che finiranno nei camini o nelle stufe. Ma hanno promesso che ne faranno sorgere un altro da un'altra parte. Un po' come ha fatto la strega di Cogne coi suoi bambini: ne ha ucciso uno, e poi ne ha messo al mondo un altro. E ora abbiamo un popolo di profughi delle fiabe che si aggira per la città: Cappuccetto Rosso è stata avvistata in corso Roma, incerta se cambiare look e comprarsi finalmente un bel cappuccio azzurro, come i tempi che corrono, mentre il lupo (dicono) si aggira dalle parti degli ex conventi dei frati olivetani. Il bosco segato via ha avuto l'effetto dell'indulto: fate attenzione alle streghe che girano a piede libero.

domenica 20 gennaio 2008

Atè logo.

I brasileiri son passati a salutare, velocemente, non si sono neanche spogliati. Erano di fretta: casa sottosopra, valigie da finire, aereo in partenza da Malpensa domani mattina presto.
Secondo straziante addio.
Vedevo gli occhioni delle piccole elemosinare minuti, hanno provato a strappare secondi, come fanno tutti i bambini che non vogliono andare a letto, prendendo tempo, togliendosi le scarpe, parlando del più e del meno, di Garfield alla televisione, dei pesci nell'acquario, di cani e padroni. Ma Ieieza e Guidinho sono stati irremovibili (come due bravi genitori). Abbracci, saluti, promesse, bacini.
Il brutto dell'essere adulti è che non puoi metterti a piangere davanti ai bambini, dire che ti mancheranno. A loro passerà in fretta, immersi nei colori dell'estate brasiliana, con il Carnevale alle porte; io ho come la sensazione che questa nebbia padana non farà che aumentare la saudade di questi giorni, giorni senza brezza e senza luna.
Li ho fatti uscire dall'armadio, così com'erano arrivati.

venerdì 18 gennaio 2008

Etcì.

Pagina 497 di Anna Karenina, mi imbatto nella seguente frase "(Svijàzskij) non credeva né allo starnuto né alla morte", in che senso, mi chiedo? Così scopro che la frase fa riferimento a un'antica credenza, cioè che starnutando si potesse morire: lo starnuto era visto come un tentativo dell’anima di fuggire dal corpo (da cui poi è derivata l'usanza di dire "salute!"). Un po' diversi gli starnuti di Ebenezer in Elianto di Benni: se non ricordo male, c'era di mezzo una diavolessa e un'allergia all'innamoramento.

domenica 13 gennaio 2008

Quarantasei. Adamo ed Eva.

A un certo punto mi è parso anche di vederle, le due lumache, una in groppa all'altra, ma ho pensato a un'allucinazione, a una mia perversione mentale... Poi l'acquario si è popolato di una decina di lumachine, o per lo meno, credo che questi siano i sopravvissuti... minuscoli, invisibili all'inizio, ora camminano, e parlano, boccheggiano, speriamo non si incontrino, non so neanche se hanno un sesso o se possono inventarselo al momento, perché come minimo dovrebbero saltar fuori un centinaio di lumache, e allora sarei autorizzata a buttarle in padella. E comunque avevo fatto bene a pensar male.

sabato 12 gennaio 2008

Quarantacinque. Catena di montaggio.

Lo faccio solo perché non ho altra scelta, sia chiaro. Devo pagare col sangue (e non è una metafora... sul mignolo mi si è formata una vescica pustulenta che ha preso a sanguinare) le mie lacune in materia di calendario liturgico, gli anni passati lontano dalla catechesi, dagli oratori e dalle messe pasquali. Lavori forzati (non retribuiti) per la disattenzione di un momento e per la fretta, che è la piaga che affligge il mio lavoro. Altro che Etna, siccità e traffico, Johnny. Altro che mafia.
Comunque poteva capitarmi di peggio. La tipografia mi ricorda i miei diciotto anni, quel luglio passato a racimolare quattro soldi per pagarmi la patente.
E quello che devo fare non è così difficile: piego la scatola, passo la colla, faccio aderire le estremità, metto da parte. Moltiplicato per mille (per circa otto ore). In piedi. Al freddo (è saltato pure il riscaldamento). Col rumore delle macchine nelle orecchie e con il sapore del piombo in bocca. Poi (per altre otto ore), cambio operazione: apro l'agenda, incollo l'etichetta, infilo la rubrica, piego la scatola, infilo l'agenda nella scatola (moltiplicato per millecinquecento). Dopo un po' mi accorgo che le mani vanno da sole; la mia mente è partita verso terre lontane, al caldo, in mezzo al mare. Amen.

venerdì 11 gennaio 2008

Quando le cose cominciano a marcire.


Quando apri il frigo, e senti un odore indefinito, di cose andate a male, e guardi e scruti, e ti sembra che sia tutto a posto, e richiudi il frigo e il giorno dopo o forse due giorni dopo lo riapri e senti lo stesso odore di avariato che è quasi diventato rancido, ma ancora non riesci a capire cosa sia a puzzare, è arrivata l'ora di guardare la data di scadenza dei pochi superstiti ingredienti dei tuoi pasti improvvisati, delle mostarde o dei barattolini di creme e tapenades, annusare il litro di latte che è aperto da almeno una settimana, provare a girare la melanzana che hai comprato per Natale e vedere se per caso ha la muffa sul culo, aprire i tupperware che hai riempito di avanzi di non si sa quando per non si sa quando, smettere di mangiare fuori e ricordare quand'è stata l'ultima volta che hai fatto la spesa. Poi ti siedi, e rispondi a una mail. E aggiungi "liberare frigo" e "fare spesa" all'elenco di cose da fare.

mercoledì 9 gennaio 2008

Quarantaquattro. Le chiavi per uscire.

Ho sempre pensato che per uscire ci volesse una chiave, e che fosse mio compito non perderla o scegliere quella giusta in un mazzo confuso. Ma ho sempre perso mazzi di chiavi e ci metto diversi minuti a trovare quella giusta. Oggi ho passato l'intera giornata insieme all'ampullaria Alicina a cercare la chiave per uscire dall'acquario, per tuffarci nel mondo, inseguire i nostri amici che hanno deciso di volare lontano, dall'altra parte del globo, ma solo quando le luci si sono spente ho scoperto che non esiste chiave che possa aprire le acque: a volte può bastare un pezzo di legno. Ora siamo lì, io e Alicina, in punta di legno, incerte se saltare oppure no.

domenica 6 gennaio 2008

Los Reyes.


Ya vienen los Reyes Magos
Por los arenales
Ya le traen al Niño
Mantilla y pañales
Oro trae Melchor,
Incienso trae Gaspar,
Oro, incienso y mirra
El rey Baltasar.

In Spagna il 6 gennaio è "el dia de los Reyes Magos", "il giorno dei Re Magi": quello che i bambini aspettano tutto l'anno. La Spagna è infatti uno dei pochi Paesi dove ancora i regali si portano per la ricorrenza dell'Epifania.
Melchor, Gaspar y Baltasar arrivano il pomeriggio del 5 gennaio con un grande corteo, la
Cabalgata de los Reyes Magos, che sfila per le vie principali fino a tarda sera: carrozze, cammelli, elefanti, cavalli, carri colmi di doni, giocattoli, caramelle e dolci sogni e un seguito di scudieri e damigelle pronti ad aiutarli, dopo la sfilata per le vie della città, a depositare i doni davanti alle scarpe che ogni bambino ha lasciato nella stanza dove si è allestito il presepe oppure nel salotto.
Per fortuna la piccola Ari quando domani tornerà all'asilo e le chiederanno:
"¿Qué te han traido los Reyes Magos?, avrà qualcosa da rispondere: "delle ciabattone e lo zaino della Pimpa. Non so chi è ma mi sta simpatica".

venerdì 4 gennaio 2008

Quarantatre. Cambiamenti climatici.

Poi è venuta la pioggia, diluvio universale che ha lavato via la neve, ma non solo la neve, tutto quanto, e come a Macondo è continuata per giorni finché non ci siamo ritrovati a sguazzare in un gigante acquario, insieme ai pesci, quelli buoni e quelli cattivi. E ci siamo dovuti abituare a questa nuova vita, ci siamo fatti crescere le branchie, la pelle si è ricoperta di squame e in breve abbiamo dimenticato parole come "camminare", "automobile", "volare", "terra". Solo che io non ero un pesce: ero una ampullaria, cioè una lumachina: lenta e informe. Un po' come nella realtà.

giovedì 3 gennaio 2008

Neige.

"La neve possiede cinque caratteristiche principali.
E' bianca.
Congela la natura e la protegge.
Si trasforma continuamente.
E' sdrucciolevole.
Si muta in acqua."
Maxence Fermine, Neve

mercoledì 2 gennaio 2008

Io non marcio, cammino

Se è vero che la parola italiana "marciapiede" deriva dal francese marchepied allora forse qualcuno ha fatto un errore di traduzione. Primo, perché il verbo marcher più che marciare significa camminare, e allora avremmo dovuto tradurre "camminapiede", o "camminapedone", dal momento che per definizione si tratterebbe della "parte della sede stradale riservata al transito dei pedoni" (e uso volutamente il condizionale perché non è inusuale trovare questo spazio invaso dai vesponi e dai mosconi succhiabenzina) e secondo: ditemi voi se si è mai visto qualcuno marciare su un marciapiede? Marciano i militari, le bande (e di solito lo fanno in mezzo alla carreggiata); i pedoni, sul marciapiede, camminano, o tutt'alpiù passeggiano se hanno tempo da vendere, o corrono, si affrettano, se sono incalzati dagli eventi; i pedoncini (bambini pedoni) saltellano, giocano, e disegnano con i gessetti colorati. Ops! Mi è scappato via il condizionale: "i pedoncini dovrebbero saltellare, giocare e disegnare"... negli ultimi quarant'anni avete per caso visto un bambino giocare sul marciapiede? Un paio d'anni fa Beppe Grillo diceva in un suo post: "Si è detto che la civiltà di una nazione si misura da come sono tenuti i cessi pubblici, se fosse misurata sui marciapiedi l’Italia sarebbe ultima." Io per ora, rivendico il diritto, in quanto essere umano, di poter rinominare le cose con nomi più gradevoli o attinenti alla realtà: "camminapiedi" mi piace, ma per essere ottimista fino in fondo dovrei scegliere "salvapedoni" (e che ne dite di "striscia pedonabile"?). Basta che ci togliamo dalle scatole quel marciare che, passato attraverso il latino tardomedievale marcare e il francese marcher, pare richiami una primitiva idea di "premere, battere, schiacciare" (vedi qui). Un po' come dire: "il luogo dove i pedoni vengono schiacciati".

martedì 1 gennaio 2008

Un tango per iniziare l'anno.

foto di Francesca

L'anno nuovo inizia con un tango: due corpi che si muovono come uno solo, una rotta per i mesi a venire, di abbracci e improvvisazione,
abbandono e passione. La mente assopita riposa, e il corpo inizia a parlare col suo linguaggio di sguardi e di sensi.

venerdì 28 dicembre 2007

Quarantadue. Apprezzo lo sforzo.

Apprezzo lo sforzo di quel qualcuno che da lassù continua a mandarmi surrogati della neve, come semplice dichiarazione di impotenza, come a dire: questo è tutto quello che posso offrirti, tanta tanta nebbia, un massaggio al borotalco, la compagnia di una pecorella, e un po' di farina per tenere insieme i tuoi istinti, lo zucchero a velo di una bellissima vicina distratta, ma la neve proprio no, mi spiace, l'abbiamo finita tutta due anni fa. Apprezzo, e ringrazio, ma non sono una che si accontenta di surrogati.

giovedì 27 dicembre 2007

Quarantuno. Puf.

Con questa benedetta neve che non si decide a scendere, da un po' di mattine mi sveglio immersa in un biancore fitto e dolciastro e mi illudo osservando il tetto delle auto che sia finalmente arrivata ma niente, è solo la soffice ovatta di nebbia, e mi dico, ma allora cosa è Natale a fare, e lo dice una che la nebbia la adora e che pensa anche: meglio che niente. Meglio che niente: ma se voglio godermi quel mondo indefinito di suoni attutiti e persone che non si distinguono, devo uscire presto presto o tardi tardi e invece va sempre a finire che mi ritrovo a metà giornata con un cielo che non sa se essere grigio o di qualche altro colore, la nebbia è sparita chissà dove e spuntano ovunque palazzi e strade grigie e luci al neon e luminarie ansimanti. Meglio stare in casa, allora, schiena appoggiata al calorifero, tisana in grembo, libro in mano (l'elenco è lungo e basta far finta di essere chiusi in un bunker senza possibilità d'uscita, sullo sfondo di qualche apocalittica guerra del futuro, e giocare alla sopravvivenza, anche con i viveri). E mentre sono lì, sento puf!, guardo fuori dalla finestra e di colpo vedo scendere bianchi fiocchi leggeri. Neve, neve! Finalmente! Forse lassù hanno cambiato idea, sicuramente quaggiù non bisogna perdere tempo: in quattro e quattr'otto mi preparo ad uscire (perché la neve è bella quando è fresca). Ma ecco che sulla soglia di casa compare la vicina del piano di sopra. Bianca. Mi chiede scusa, per avermi imbrattato il balcone: le è scappata la mano con lo zucchero a velo del pandoro.

(Dimenticavo. Oggi mi è arrivata una mail spam da una certa Maria Bianca Farina. Non è un segno?)

mercoledì 26 dicembre 2007

Quaranta. La pegura la canta.

Trenta quaranta la pegura la canta
La canta sul pulée
Ciama ciama el pegurèe,
il pegurèe l’è andà a Ruma
ciama ciama la padrùna
la padrùna; la padrùna l’è nela stala
ciama ciama la cavala,
la cavala l’è in giarden,
ciama ciama Giuvanen
Giuvanen l’è tècc
Tiral giò per i urècc,
i urècc ghià malàa
al purterem a l’uspedàa
l’uspedàa l’è saràa sù
al trem denter nel partasù.

lunedì 3 dicembre 2007

Trentanove. La rivoluzione silenziosa.

L'importante è non farsi sentire. Non farsi vedere. Scardinare il sistema dall'interno. Si sa che gli omini del comune non sanno mettere un sanpietrino accanto all'altro, dopo pochi giorni il piccolo uovo di sasso rotola via. Si sa che le piastrelle, di qualsiasi materiale siano, dopo un po' si ondulano tutte, come San Marco a Venezia, per le radici che spingono da sotto, o per i piedi dei passanti che strisciano e calciano lontano i pensieri del vivere quotidiano. O forse perché i bimbi hanno poco spazio per giocare a biglie nei riquadri degli alberi, e le buche non si scavano nel cemento (ma anche gli alberi non dovrebbero stare sui marciapiedi!).
E via: via una mattonella dopo l'altra si fanno piste di biglie, bigliodromi, e saltelli e deviazioni e le gare diventano emozionanti. L'importante è non dare nell'occhio: una mattonella dopo l'altra, lentamente, tutti i giorni, come il galeotto che scava nella cella il suo buco per evadere. L'importante è non farsi notare: lo sanno bene gli uccellini, che la gente di città non guarda in alto. Così, ogni tanto, perché no? ai cittadini un po' di cacca in testa non può far male, pensano. Una protesta innocua, lascia il segno, ma non fa male.

venerdì 30 novembre 2007

Trentotto. Come se non ne avessimo già abbastanza...

In città c'è chi sostiene che è assolutamente necessario fare qualcosa per contrastare l'inquinamento luminoso e "favorire il risparmio energetico". Dicono che i pali della luce del futuro illumineranno q.b., come nelle ricette di cucina, quanto basta, senza dare troppo nell'occhio. E allora perché, mi chiedo pedalando poco prima di cena, perché mi sembra giorno, ora che dovrebbe essere buio fitto, e l'unica luce a illuminare la strada dovrebbe essere quella dei fari delle auto, perché lucette lucine lucicchiole di tutti i colori ci circondano, intorno ai pali, sì, ma anche intorno ai rami degli alberi, agli edifici storici, ai centri commerciali, in mezzo alle vie, giorno e notte, a intermittenza, a geometrie semplici e contorte? Perché il faro del cantiere si è riacceso?

sabato 24 novembre 2007

Le aspettative e la realtà.

L'esattezza delle cose che ti aspetti, la perfetta coincidenza di ciò che hai immaginato con ciò che è, la felicità di vedere che le due cose si sovrappongono esattamente e non c'è più divario tra pensiero e realtà. Stupendo. Non facile. Quasi sempre ti fai un'idea delle cose che poi non è mai quella.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco

mercoledì 21 novembre 2007

I me mine


La prof mi ha inviato un meme. Siccome non riesco in due parole a spiegare che cos'è (e forse ancora non l'ho ben capito) vi invito a leggere qui (cosa che farò anch'io... cioè, l'ho già fatto, ma siccome sono lenta e anche un po' pigra, devo rileggerlo). Per ora mi limito a rispondere alle domande del meme: trattandosi di domande personali, per me il me-me è una cosa che riguarda me, proprio me. I me mine, come diceva George Harrison.

Che cosa ti ha spinto a creare un blog? Il motivo per cui ho creato un blog è una specie di scommessa... con me-me. Ci ho provato una volta e non ci sono riuscita. Dopo qualche mese, mi sono detta: ma se ci riescono tutti, anche i più cretini, a fare un blog, i tredicenni, o quelli che non sanno nemmeno usare un computer, perché non posso riuscirci io, che sul computer ci sto quindici ore al giorno, e mi sono intestardita, e con lentezza ci sono riuscita. Superata questa fase di sperimentazione, la vera sfida è stata quella di creare qualcosa che avesse una sua identità e un messaggio.

Il tuo primo post? Il mio primo post era una specie di post di prova: un inizio di nuovo anno, nuova vita, nuove abitudini e qualche buon proposito.

Il post di cui ti vergogni di più? L'ho cancellato. E non me lo ricordo.

Il post di cui sei più fiero? I post di cui sono più fiera sono tutti quelli del 2005, quelli in cui ho parlato di biciclette (ne parlerò ancora...). Se devo proprio scegliere scelgo il post del cetaceo, per il miscuglio di realtà, leggenda, mito, sogno, irrealtà e immaginazione: il mondo in cui vivo io.

E adesso? Cosa devo fare? Rimandare il meme? Come una specie di catena di Sant'Antonio?

martedì 20 novembre 2007

Trentasette. Ciambelle (e pensieri) volanti.

Tavolo ciambella, inserito originariamente da cippa_trippa82.

Siamo arrivati lì col fiatone, io, Pampaluga e il commissarius Vincent Aquarius, che si era fatto strada nel traffico immobile della tangenziale spiegando una sirenotta un po' deboluccia ma che ha funzionato. E credevamo di trovare una foresta, almeno degli alberi, sennò che razza di foresta è? Se sei onesto, la chiami in un altro modo, prato, campo, pelucchiame. "E' una foresta in potenza" ci ha detto il dirigente della Provincia che si trovava in loco ben prima di noi. L'avevano avvisato della presenza di uno strano animale, e dopo lo scherzo degli ufo, non ci crede più, vuole verificare di persona, ma quando è arrivato ha fatto giusto in tempo a vederlo volare via. "Per un istante ho creduto si trattasse di un elefante - ci ha detto - poi ho capito: non poteva che essere una mongolfiera, un enorme pallone gonfiabile". Una gigante Ciambella, avrei voluto aggiungere, ma gli avrei confuso le idee. Addio Ciambella, che ne sarà ora di Donut? Io, intanto, mi sa che invito il commissarius a colazione.

venerdì 9 novembre 2007

Le sorti del romanzo


"Io auspico un tempo di bei libri pieni d'intelligenza nuova come le nuove energie e macchine della produzione, e che influiscano sul rinnovamento che il mondo deve avere. Ma non penso che saranno romanzi, penso che certi agili generi della letteratura settecentesca - il saggio, il viaggio, l'utopia, il racconto filosofico o satirico, il dialogo, l'operetta morale - devono riprendere un posto di protagonisti della letteratura, dell'intelligenza storica e della battaglia sociale".
(Italo Calvino, 1956)

domenica 4 novembre 2007

Trentasei. Identikit di Ciambella.


Il soggetto ricercato è un animale -più precisamente un elefante- di sesso femminile, di colore grigiastro, altro circa due metri e mezzo (quindi piuttosto basso per essere un elefante), lungo circa cinque metri e, si stima, di qualche tonnellata di peso. Ha grosse sopracciglia e zanne cortissime. L'animale non è pericoloso per l'uomo, per quanto riteniamo indispensabile rintracciarlo il prima possibile, per evitare che crei problemi di traffico. Si suppone infatti che, non amando molto l'acqua, si sia diretto verso la tangenziale per raggiungere una delle poche zone verdi della città nota come "foresta di pianura". Qui l'animale probabilmente spera di trovare cibo sufficiente alle sue esigenze (100-200 kg di fogliame, bacche e frutti al giorno) e di spiccare il volo per raggiungere il branco dal quale è stato separato alla nascita. E' infatti privo di orecchie ma dotato di piccole ali che ha imparato ad usare alla maniera dei volatili. Senza indugiare oltre, ci precipitiamo tutti alla foresta di pianura!

sabato 3 novembre 2007

Trentacinque. Elefanti o elefonti?

quadro di Guido Boletti

"Di solito quel numero lo facevano in due - mi dice la maschera, che per l'occasione si è travestita da Pampaluga - ma da qualche giorno Ciambella non si trova più". Parla strano questa maschera, penso. Il complemento oggetto non andrebbe dopo il verbo? Si vede che è straniera. Magari clandestina. Nomade, sicuramente!
La guardo meglio. Non ha l'aria della zingara.
"Ah capisco - azzardo - Donut. Ciambella. Si chiama Donut perché è ghiotto di ciambelle."
"Beh, in un certo senso lo è stato - dice lei abbozzando un sorriso - ma ora non più. C'è una sola Ciambella nella sua vita. Peccato che sia scappata. Secondo lei ci sono molti posti in questa città dove può nascondersi un'elefantessa?".
In verità uno solo. Anzi, due. Dipende dall'acqua.
"Gli elefanti amano l'acqua?" chiedo.
"Dipende - dice Pampaluga - gli elefonti sì, gli elefanti e le elefantesse un po' meno".
"Allora dobbiamo andare verso la tangenziale."

mercoledì 24 ottobre 2007

Trentaquattro. E' arrivato il circo degli elefanti.

"E' arrivato il circo degli elefanti". All'uscita da scuola, la prima cosa che potevi notare oggi era quell'immenso cartello pubblicitario, che diceva proprio così. Perché no? mi sono detta. L'ultima volta che sono stata a un circo mi hanno piazzato in braccio una scimmia e mi hanno scattato una fotografia. Ricordo ancora la mano rugosa della scimmia, molto più grande della mia. Un elefante, mi sono detta, non potranno mai e poi mai mettermelo in braccio per fare una foto. Ho chiesto alla tribù chi voleva accompagnarmi ma nessuno voleva rischiare la pelle. Non sapevo che i gatti (e tantomeno i nani da giardino) avessero paura degli elefanti, e allora ci sono andata da sola.
La tenda era stata montata a dieci chilometri di bici lontano da casa, in una zona di periferia trafficata soltanto da camion. Ci ho messo un po' ad individuarla, perché aveva lo stesso colorino grigio dei capannoni che le stavano intorno. Un grigio slavato di pioggia, maculato di perdite d'acqua. Dentro faceva freddo. L'elefante era uno solo, e molto triste. Non c'erano clown, né tigri, né trapezisti e tantomeno scimmie. "Questo è il circo degli elefanti" ha precisato la maschera all'ingresso. "E dove sono?" le ho chiesto. "Quello è Donut; la sua compagna, a dir la verità, sono giorni che non la troviamo. E' scappata". E poi mi ha fatto giurare di non essere una giornalista, e di non dirlo a nessuno, che sennò erano casini, e con l'asl, e le autorità. Donut sapeva fare solo una cosa: stare in equilibrio su una zampa sola. L'ho applaudito. Gli veniva proprio bene.

lunedì 22 ottobre 2007

Trentatre. Temperature andine.

Mi sono accorta che è arrivato l'autunno non solo per le labbra screpolate, il torcicollo, la velocità con cui i fazzoletti di carta volano dal loro involucro dritti nella spazzatura ma perché la tana si è improvvisamente popolata di strane creature.
Le mosche. Ne uccidi due ne compaiono quattro. Ognuna ha un punto del soffitto preferito. Ci stazionano per ore senza muoversi. Sembra un invito all'omicidio, io faccio finta di niente, perché così è troppo facile. Preferisco immortalarle quando mi danno noia, cioè sempre quando sto lavorando. Le piante. Hanno fatto di tutto per supplicarmi a non aprire più le finestre e qualcuna si è finta morta pur di farsi portare dentro. Per loro, qui si sta bene, fa caldo, mi sembra di capire. Almeno è riparato. A me si gelano mani e piedi, ossa e cervello. Mi sembra di stare in un igloo. Non so più chi ha ragione. Forse non mi accontento abbastanza. Sono abituata troppo bene.
Poi è arrivato lui, il cugino di Mucomorìs, il gatto andino, detto anche Titi. E' un misto tra un gatto, un procione e un tigrotto. E' in via di estinzione. Che faccio, lo ospito? Ma non è che poi mi tocca abbassare ancora la temperatura? Mi risulta che lui sia abituato a vivere tra i 3.000 e i 5.000 metri sulle Ande. E se si estingue?

lunedì 8 ottobre 2007

Silenzi/10.


A libro abierto, inserito originariamente da Ninio Confuccio.

Quando apri un silenzio di carta, qualcuno ti parla da lontano, colorando le pareti bianche della tua immaginazione con cammelli e balene, formiche rosse e pesciolini d'oro, gatti spazzacamino e nani bastardi.

martedì 2 ottobre 2007

Passato, presente e futuro


Il passato è legato al ricordo, il presente è prosaico e ateo, il futuro è il regno della poesia, delle attese, delle speranze, delle possibilità e della casualità. Ma sull’animo il futuro agisce con una forza infinitamente superiore a quella del passato; il passato lascia indietro soltanto la quieta sensazione del ricordo, mentre il futuro ci sovrasta con gli orrori dell’inferno o le beatitudini del paradiso. Gli dei che emergono dalle tombe non sono quindi che ombre di dei; gli dei veri e viventi, i signori della pioggia e del sole, del lampo e del tuono, della vita e della morte, del cielo e dell’inferno devono la loro esistenza soltanto alle potenze del timore e della speranza, che comandano alla vita e alla morte e che illuminano l’oscuro abisso del futuro con enti della rappresentazione. Il presente è oltremodo prosaico, concluso, determinato, immutevole, compiuto, esclusivo; nel presente la rappresentazione coincide con la realtà; in esso gli dei non hanno quindi posto né campo d’azione; il presente è ateo. Il futuro è invece il regno della poesia, il regno della possibilità e della casualità infinita. L. Feuerbach, L’essenza della religione