Visualizzazione post con etichetta Album di famiglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Album di famiglia. Mostra tutti i post

sabato 4 gennaio 2014

Una coperta per tenerlo al caldo.

Come forse qualcuno di voi già sa, tra qualche mese in questa famiglia arriverà un bambino. Non sappiamo ancora come si chiamerà, non ce l'ha ancora rivelato, ma sappiamo al cento per cento che sarà maschio. Stiamo cercando, a fatica, di svuotare un po' la casa, per fargli spazio. La nostra casa stipata di libri, carte, foglietti e cianfrusaglie. Un po' lentamente, ma ci stiamo riuscendo.
Tra le tante cose che stiamo facendo nell'attesa, c'è anche una coperta, nella tradizione del Bai Jia Bei, di cui ho letto per la prima volta su questo blog, qualche anno fa. Una coperta patchwork fatta di tanti riquadri di stoffa quanti ne verranno donati da amici e parenti, e da tutti quelli che vogliono dimostrare affetto al nuovo arrivato, dargli calore, trasmettergli energie positive e proteggerlo per tutta la vita.
Ho cominciato a raccogliere queste stoffe molto tempo prima che il Piccolo ci fosse, qualche anno fa, appunto, perché era già nato nel mio cuore e nella mia testa e sono grata a tutti quelli che mi hanno donato una stoffa partecipando a un desiderio che ancora non era realtà (ma forse a volte i desideri sono anche più forti della realtà).

Bai Jia Bei significa "da cento famiglie", e la coperta dovrebbe essere composta da cento riquadri, ma alla fine verrà fatta da quanti ne avremo. Al momento siamo a quota ventitré, e chiuderemo la raccolta a metà febbraio, per dare ad Anna il tempo di cucire tutte le stoffe insieme (Anna, che oltre a cucire le stoffe sa anche cucire insieme le parole... per chi non la conoscesse, è questa qui). Quindi, se volete anche voi contribuire, memorizzate la data

Qui di seguito le istruzioni:
1. scegliere e ritagliare un riquadro di stoffa di cotone 100% delle dimensioni di 25 cm. per 25 cm. (per consentire di cucirlo ad altri analoghi riquadri di stoffa) che in qualche modo vi rappresenti e rappresenti l'augurio che volete fare al bambino a cui è destinato;
2. scrivere un biglietto di auguri per il bambino in arrivo, inserendo nel biglietto un pezzettino della stessa stoffa, in modo che il riquadro possa essere individuato.
3. Chiedermi in privato (a lore.pozzi@gmail.com) l'indirizzo di casa per l'invio via posta, o chiamarmi al telefono (per chi ce l'ha) per concordare la consegna a mano, con caffé offerto dalla sottoscritta.
È tutto, vi terrò aggiornati!



mercoledì 27 novembre 2013

Presentazione.


Allora, insomma, Julie è abitata?
C'è un piccolo qualcuno in Julie?
Un altro frutto della passione?
Nascerà?
Si tufferà?
Scenderà un giorno in strada?
Passerà davanti alle edicole?
Si beccherà l'opera in quadricromia della vita?
L'ottimismo amoroso ha scherzato una volta di più con il nulla?
Percosse e lesioni senza intenzione di dare la vita?
Cadrà dal niente nel peggio?
Un frutto nudo precipitato nelle mandibole del mondo...
In nome dell'amore! Il grande Amore!
E il resto del tempo cercherà di capire...
Si costruirà: un'impalcatura di illusioni sulle fondamenta del dubbio, i muri nebulosi della metafisica, l'arredo perituro delle convinzioni, il tappeto volante dei sentimenti...
Metterà radici nella sua isola deserta mandando patetici segnali alle navi di passaggio.
Sì... e passerà lui stesso al largo delle altre isole.
Andrà alla deriva...
Mangerà, berrà, fumerà, amerà, penserà...
E poi deciderà di mangiare meglio, di bere meno, di non fumare più, di evitare le idee, di mettere da parte i sentimenti...
Diventerà realista.
Darà consigli ai suoi figli. Ci crederà un po', giusto per loro.
E poi non ci crederà più.
Ascolterà solo più le proprie tubature, terrà d'occhio i propri bulloni, moltiplicherà gli spurghi,
nella sola speranza di durare ancora un po'....
Durare...
Fino alla fine, spererà in un seguito...
...
Come i bambini...
"Il seguito!"
"Il seguito!"

Il seguito, il seguito...
La cosa tragica, con gli sbarbati, è che pensano che tutto abbia sempre un seguito.
Il mio seguito è l'altro piccolo me stesso che si prepara a darmi il cambio nel grembo di Julie.

Com'è bella una donna in quei primi mesi in cui ti fa l'onore di essere in due!

Ma, santo Dio, Julie, pensi che sia ragionevole? Lo pensi davvero, Julie? Sinceramente... eh? E tu, stronzetto, pensi proprio che sia
il mondo,
la famiglia,
l'epoca giusta in cui atterrare?
Non sei ancora qui e già frequenti cattive compagnie!
Senza un briciolo di buon senso, proprio come tua madre, la "giornalista del reale"...

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

giovedì 1 agosto 2013

Principi e principesse.

«Lo sai Emma che domenica è il compleanno di Giorgio?»
«Gli regaliamo un costume da principe così lo sposo?» Emma, 3 anni e sette mesi

mercoledì 31 luglio 2013

Libri.

«Zia tu sei adorosa di libri!»
«Eh?»
«Sei piena di libri! Sempre libri, solo libri. Un giorno ti porto con me a comprare qualcos'altro».
Emma, 3 anni e 7 mesi.

martedì 30 luglio 2013

Viaggi.

«Zia, non voglio che vieni in Sicilia»
«Ah no? Allora andrò da un'altra parte!»
«No. Tu e lo zio dovete stare a casa»
«!!!!»
«Dovete stare a casa a curare i miei libri»
Emma, 3 anni e 7 mesi

lunedì 29 luglio 2013

mercoledì 26 giugno 2013

Giochi con l'amaca (la maca)


"Avvolgiamoci bene, chiudiamoci dentro!"
"Sì, siamo due bruchi che presto si trasformeranno in farfalle. Io sono un bruco verde che si trasformerà in una farfalla blu, e tu Emma cosa sei?"
"Un bruco arancione che si trasformerà in una farfalla arancione".
(...)
"Zia, adesso facciamo che siamo due lumache".
"Va bene".
"Due lumache che si trasformano in... orsi!"

domenica 27 gennaio 2013

Ti porterò a Crema (è una promessa).

Ho già parlato della passione di Emma per i gelati (qui). Magrolina e piccoletta, nonché celiaca, lei si nutrirebbe solo di risotto giallo, nutella e gelati. Non di tutti i gelati. Per lei il vero gelato è quello alla panna, o alla crema. Gli altri sono solo possibilità da non considerare.
Così, mi sono accorta che da qualche tempo a questa parte, ogni volta che dico, in sua presenza, che devo andare a Crema (e ormai ci vado spesso, praticamente tutti i giorni), parte la raffica di domande e suppliche: «Zia, posso venire con te? Dai, posso venire con te?» come un mantra, che alla fine mi fa rispondere: «Non oggi, domani». Domani, ovvero nel futuro. «È una promessa» sentenzia lei. Certo, è una promessa. Finché non troverò la gelateria perfetta. Perché lei è convinta che Crema sia un gelato. Quindi, andare a Crema, può significare, credo, tuffarsi nel gelato, andare a fare scorpacciate di gelato. Non posso deluderla. Sarà il suo paese dei balocchi. Se qualcuno mi sa consigliare la migliore gelateria di Crema, che faccia anche gelato per celiaci, il domani potrà diventare oggi, e la promessa sarà mantenuta. Da una zia che nel gelato si tuffa tutti i giorni.

martedì 27 novembre 2012

Tanti auguri (gluten free) scricciolina!

Oggi è il terzo compleanno di Emma, e io non voglio sembrare melensa ma un po' mi commuovo al pensiero che mi è capitata davvero la migliore nipote al mondo (lo so che dicono tutti così, io lo penso davvero...). Per lei è stato un anno impegnativo, ha tolto il ciuccio, il pannolino, le è arrivata una sorellina, ha scoperto di essere celiaca, ha smesso di mangiare pane e focaccia e ha cominciato ad andare alla scuola materna. Ma ha sempre affrontato tutto con grande dignità e grandi sorrisi.
Ho deciso che quest'anno le regaleremo i mitici chiodini, sperando che le piacciano, per restituirle un po' di allegria e di colore con cui ha innaffiato le nostre vite in questi tre anni e perché sappiamo che scatenerà la sua immaginazione, sperando che nel frattempo Bianca non li scambi per caramelle.
E magari anche un set di tazzine per fare il tè, rigorosamente di plastica, visto che la zia inesperta l'anno scorso ha scelto le tazzine in ceramica di Barbapapà che dopo neanche un mese erano tutte in frantumi. Ha ancora molto da imparare, la zia.

venerdì 3 agosto 2012

Vacanze a Milano Marittima / la partenza.


Le mie vacanze da bambina erano sempre nello stesso posto: alla Pensione Il Cigno di Milano Marittima, quando Milano Marittima non era ancora località vip. Ricordo che i miei compagni delle elementari, quando dicevo che andavo in vacanza a Milano Marittima, mi guardavano con incredulità e stupore. Che potesse esistere una città con quel nome, e che fosse sul mare. All'epoca, infatti (anni '80) le mete più frequentate della Riviera Romagnola erano Rimini, Riccione, forse Cesenatico, Cervia.
Si partiva sempre all'alba, prima dell'alba, verso le cinque. Si doveva «viaggiare col fresco». L'auto era infatti una semplice Fiat Uno nera, in cui ci stavano tutti i bagagli, senza portapacchi, senza aria condizionata, senza seggiolini, senza attrazioni di nessun genere, con i finestrini che scendevano con la manovella e si bloccavano a metà. Mia sorella, che era più piccola, aveva diritto a sdraiarsi occupando quasi tutto il sedile posteriore, io dovevo restare seduta di fianco, e di solito dopo neanche un'ora di viaggio avevamo già litigato. Milano Marittima sembrava la città del regno di Molto Molto Lontano, e quando alle nove di mattina arrivavamo alla Pensione Il Cigno ci sembrava di aver attraversato l'oceano. Ma la giornata era ancora lunga, e si poteva già andare in spiaggia.

mercoledì 4 luglio 2012

Cronaca di un matrimonio (tre anni fa).

Quel giorno la sposa si preparò per tempo ma sulla strada per raggiungere la chiesetta nel borgo in cima alla collina il buon Dio aveva messo tante auto e tanti ostacoli, che non si sa come fece ad arrivare puntuale davanti alla chiesa proprio nell'ora esatta del matrimonio. Lo sposo era lì ad attenderla sul sagrato, insieme ad alcuni (pochi, a dir la verità) invitati. Erano stati tutti rallentati dal grande traffico di esodo di inizio luglio. (Alcuni dissero dopo che quella era certamente una giornata da bollino rosso ma tutti i mezzi di informazione segnavano bollino verde). Il prete disse allo sposo: «Io aspetto mezz'ora non di più». Lo sposo disse: «Ci vorrà almeno un'ora». Perché la sposa non era mica pronta. Doveva ancora vestirsi. 
A tempo di record la sposa raggiunse la casa di un amico, si vestì, si truccò; poi tutti sparirono e la lasciarono sola col bianconiglio padre che continuava a ripetere: «Siamo in ritardo, siamo in ritardo, siamo in ritardo». La sposa si infilò le scarpe che per il caldo e l'afa faticavano a entrare, facendo acrobazie perché l'abito era davvero stretto, e si spettinò, e imprecò e uscì di fretta e salì sulla Cinquecento bianca del bianconiglio.
E arrivò - di nuovo - davanti alla chiesa e scese dall'auto e tutti (i pochi presenti) applaudirono e lei si accorse che mancavano il bouquet, il fotografo, i testimoni. Entrò, raggiunse l'altare, e si accorse che mancavano le fedi, e mancavano pure i lettori. Il ritardo era generale, il prete un po' si irritò ma il matrimonio si fece lo stesso, nonostante il caldo e il gran caos.
Fu una festa memorabile, e i musicisti suonarono anche la fisarmonica.


domenica 20 maggio 2012

Bianca. E Silvia.



Questa piccola rosa che si chiamerà Bianca è sbocciata di venerdì sera, come la sorella, solo che due anni e mezzo fa era novembre e faceva freddo. Adesso è maggio, continua a fare freddo, ma i cortili sono pieni di rose, fioriscono i gelsomini e spuntano le foglie sugli oleandri, e la pioggia lascia nell'aria il profumo di erba e legno.
Pioveva la sera in cui è nata, e ci eravamo rassegnati ormai ad aspettare il lunedì, giorno del ricovero forzato, ma si vede che non voleva nascere sotto il segno dei Gemelli. Io e lo zio Orso siamo corsi in ospedale per vederla uscire dalla sala parto, come due anni e mezzo fa. 
L'ostetrica che ha fatto nascere lei, e anche sua sorella, si chiama Silvia, e in qualche modo questo nome resterà attaccato al suo, al loro destino. Del resto, Emma non si è ancora rassegnata... e continua a dire che la sorellina si chiama «Bianca... e Silvia». E non è tipo da arrendersi facilmente. Benvenuta Biancasilvia!

sabato 4 febbraio 2012

Torta gialla e marrone della nonna Franca.

Fino a qualche anno fa (fino a quando le forze gliel'hanno consentito) mia nonna aveva il compito di sfornare torte per tutta la famiglia, per i compleanni ma a volte anche per gli onomastici e gli anniversari di matrimonio. Si poteva richiedere la crostata burrosa di amarene o, in alternativa, la torta gialla e marrone, anche se ormai lei conosceva le nostre preferenze e non chiedeva più. Per il compleanno di mia sorella (che non è mai riuscita a mangiare la marmellata  e che, della crostata, mangiava solo gli ambitissimi bordi) eravamo sicuri, ad esempio, che sarebbe stata sfornata una torta gialla e marrone.
La torta gialla e marrone della nonna Franca (conosciuta altrove anche come "torta marmorizzata") sembra una torta banale ma non lo è affatto. Quella di mia nonna era soffice, alta, consistente. Raramente l'ho sentita lamentarsi che non le fosse venuta bene, e in quelle occasioni provvedeva subito a sfornare un altro esemplare. Ed era così buona questa torta, e semplice al tempo stesso, che un anno mia zia partecipò a un concorso di cucina spacciandola per sua e si classificò al terzo posto. Ma la torta era stata fatta dalla nonna.

Gli ingredienti: duecento grammi di zucchero, centocinquanta grammi di burro, tre uova, duecento grammi di farina 00, scorza di limone grattugiata, una bustina di lievito, trenta/cinquanta grammi di cacao (a scelta). Il procedimento è piuttosto semplice e basta rispettare l'ordine in cui ho elencato qui sopra gli ingredienti: mescolare lo zucchero con il burro precedentemente sciolto, aggiungere le uova e poi la farina, la scorza di limone e la bustina di lievito. Infine, separare in due metà (una un po' più abbondante dell'altra) l'impasto ottenuto e a quella più scarsa aggiungere e mescolare il cacao. Imburrare e infarinare una tortiera, e versare un cucchiaio giallo e uno marrone uno giallo e uno marrone etc. etc. fino a riempirla. Infornare per quaranta minuti a centottanta gradi.


Nella fotografia potete vedere l'esemplare prodotto il giorno del mio compleanno, il primo di una serie di cinque (non il migliore), alla ricerca del tempo perduto, gli ultimi due dei quali realizzati dopo lunghe riflessioni insieme allo chef Giulio di Monreale. Perché mia nonna questa ricetta la conosceva così bene, che nel suo sgangherato e lacero ricettario, spiega a stento "come fare": c'è solo un elenco di ingredienti appuntati storti e frettolosi.
Ma ecco i consigli per riuscire a produrre un esemplare che si avvicina al novantacinque per cento ai sapori della mia infanzia.
Primo, la tortiera non deve essere troppo larga, ventiquattro-ventisei centimetri.
Secondo, il burro possibilmente va sciolto a bagnomaria.
Terzo, è bene mescolare il più possibile, fino a ottenere un impasto cremoso; se non si ha sufficiente forza, ricorrere allo sbattitore elettrico.
Quarto, il cacao non va sciolto nel latte (come sosteneva mia mamma): va mescolato all'impasto così com'è, in polvere.
Quinto, cercate di evitare che un orso affamato vi raschi via gli avanzi dell'impasto e cercate di mettere tutto, ma proprio tutto dentro la tortiera: per questo, ho scoperto che esistono strumenti che servono per raschiare i residui delle ciotole: a voi la scelta tra una torta ben riuscita e la felicità leccatoria di un bambino (o di un bambino cresciuto).
Infine lo chef Giulio sostiene che durante la cottura bisogna parlare a bassa voce, non sbattere le porte e non fare rumori.
Se lo desiderate potete anche ricoprirla con lo zucchero a velo.
E poi c'è quel cinque per cento che nessun esperimento riporterà indietro, e che era l'amore che mia nonna metteva nella torta, che confezionava e incartava come un regalo. E naturalmente il suo forno di altri tempi, che oggi sarebbe dichiarato fuorilegge.


domenica 29 gennaio 2012

Bianca come il gelato?

La nipotina numero due si chiamerà Bianca. Sono riusciti a convincere persino Emma, che fino all'altroieri ripeteva che la fratellina si sarebbe chiamata Silvia, Silvia, Silvia. Ha ceduto soltanto quando alla sua domanda, Bianca come il gelato?, le è stato risposto, Sì, bianca come il gelato alla panna. E il gelato alla panna è l'unica cosa che Emma mangerebbe in qualsiasi stagione, in qualsiasi momento della giornata, prima o dopo pranzo, a colazione e anche prima di andare a letto. Alla faccia delle similitudini cliché. Aggiornatevi. Bianca non come la luna o la neve: bianca come il gelato. Perché esiste solo il gelato bianco, nel vocabolario di Emma. Gli altri non sono veri gelati. E speriamo, che oltre che bianca, sia anche dolce come il gelato. O dolce come la neve.

venerdì 27 gennaio 2012

Il mio giorno della memoria.

Questa è una memoria che nel giorno della memoria forse non interessa a nessuno, ma se non ci fosse questa memoria, adesso non sarei qui a scrivere queste righe. Questa memoria ha inizio quarant'anni fa, proprio oggi. Il giorno in cui mio papà ha portato all'altare mia mamma (o forse, mia mamma ha portato all'altare mio papà). Non mi hanno raccontato molto di quel giorno. Durante la notte la neve aveva imbiancato tutto. Provo a immaginare la sorpresa, la mattina, dalle finestre della casa di Torretta, quando ancora intorno c'erano le cascine e i campi. La neve era scesa, io penso, per essere in sintonia con l'abito da sposa di mia madre. Io mi sarei emozionata, il giorno del mio matrimonio, a svegliarmi con la neve, ma forse qualcuno ha pensato ai problemi pratici, forse mio nonno. Forse. Ma non me l'hanno raccontato. E anche se di quel giorno non so quasi nulla, mi basta guardare le foto per sentire le emozioni. E adesso vado, che sennò mi commuovo.

venerdì 6 gennaio 2012

Accendi il buio!



Siamo entrate nella casetta di cartone. La casetta di cartone è dentro una stanza, che è dentro un appartamento, che è dentro una cascina. E' piccola, ma ha una porta e delle finestre, sennò che casetta sarebbe, ed è grande abbastanza: ci stanno tre bambini (anche quattro, se non si muovono) o un adulto accovacciato e un bambino, come noi due l'altra sera. L'adulto, che sarei io, ha dovuto fare delle acrobazie da gambero per entrare, ma alla fine ce l'ho fatta e mi sono sistemata nella posizione yoga dell'orso che medita, che prevede solo piccoli movimenti da orso in letargo. Volevamo leggere delle storie, storie vecchie di trent'anni, ma sempre belle, storie di topi e animali. Volevamo disegnare sulle pareti della casetta, perché fuori qualcuno ci ha appiccicato degli stickers di fiori dai gambi lunghissimi ma dentro sono tutte color cartone e basta. Bisogna abbellirle. Avevamo dei pennarelli, per disegnare, e una torcia, per leggere. Emma ha cominciato a tracciare dei ghirigori degni del miglior Picasso. Io ho acceso la torcia. La luce era bianca, fredda. Sarebbe stato meglio avere una candela, ma visto le mie esperienze passate, ho pensato che non era il caso. Ho provato a dirigere il fascio luminoso sulla parete su cui stava disegnando, in piedi, per darle una mano a vedere meglio, ma lei, spazientita, mi ha guardato e mi ha detto: "Accendi il buio!". Ho spento la torcia e siamo tornate a vedere, nel buio, quel che volevamo vedere e a leggere quel che volevamo immaginare.

venerdì 15 luglio 2011

Ciuf ciuf!

Mi ero dimenticata che da casa mia si vedono i treni passare. Si sente, in lontananza, un rumore di ferraglie che si avvicina, e dopo qualche secondo tra gli alberi, oltre le case, si intravvedono le carrozze del treno sfilare. Come il lampo e il tuono, solo che in questo caso prima si sente e poi si vede.
Ieri Emma è passata da casa mia con i suoi 50 centimetri di altezza e il suo incedere pericolante. È entrata e uscita dal terrazzo almeno dieci volte, salita sulla "paca" (trad. amaca) tre volte, «ia giù!» (trad. zia giù!), con i chicchi di "siotto" (trad. risotto) giallo sul tovagliolo che le avevo legato a mo' di bavaglino. Ha tentato di bagnare i fiori con lo spruzzino, ma non aveva abbastanza forza. E a un certo punto ha sentito quel rumore: «teno!» (: treno), ha gridato e ha voluto essere presa in "baccio" (: braccio). Siamo rimaste così, per circa mezz'ora, affacciate al balcone, ad aspettare che i treni passassero, e intanto si è fatto buio, e c'era solo la luna piena ad illuminare quell'angolo di paesaggio scuro fatto di fronde degli alberi e di tetti di case. E passavano treni merci che erano solo ombre e treni con le finestrelle illuminate, e ogni volta lei mi chiedeva «coa» (trad. ancora) come se fossi io a farli apparire. Ho provato a chiamarli, ma i treni non fanno più ciuf ciuf.

domenica 1 maggio 2011

Mon trésor…

Attenzione! questo post contiene pubblicità inevitabile.

Oggi sono passata al supermercato e ho scoperto che mi hanno rubato un pezzo di infanzia. I trésor della Pavesi, quei pavesini ricoperti di strisce di cioccolato e granella di zucchero, non esistono più. Sono spariti. Me ne era venuta voglia dopo che mi era caduto l'occhio sui biscotti Zalet Galbusera (che ho comprato), altro pezzo immancabile nella dispensa di mia nonna. Ho pensato fosse un problema del mio supermercato, spesso poco fornito, ma non è così. I trésor sono scomparsi da diversi anni: in internet più di una persona ne piange la perdita. Chissà se si può fare una raccolta firme, o un referendum, visto che quello sul nucleare è stato abolito…
Per la disperazione mi sono consolata con un pacchetto di bigbabol.
nella foto, un biscotto Zalet. Foto decenti dei Trésor non se ne trovano.

lunedì 7 febbraio 2011

Ricordi di scuola

La nostra era una classe in cui si piangeva molto.
In prima eravamo in ventisette, diciotto in seconda. Ai tempi i professori non andavano tanto per il sottile. Più che bocciare, decimavano.
Si piangeva molto per latino e per storia, per i temi, per Ettore e Achille, ma anche per inglese, chimica, tedesco, matematica e filosofia. E per francese. Insomma, si piangeva per qualsiasi cosa. Si scoppiava in un pianto dirotto, così, di colpo e si correva fuori dalla classe a rifugiarsi nei bagni che puzzavano di fumo. Del resto eravamo tutte ragazze. Era ancora una scuola in cui gli unici rappresentanti del sesso maschile erano soltanto bidelli e professori.
Dietro i banchi si soffriva, si scriveva, si incollavano fotografie sui diari, si ascoltava musica, ci si passavano i bigliettini, c'era chi mangiava lo yogurt, e capitava anche che un aroma d'arancia si diffondesse sull'interrogazione. C'era persino chi si truccava e si dava una passatina ai capelli con lo spray prima della fine delle lezioni, non si sa mai chi puoi incontrare. Dietro i banchi, ci si innamorava: in mancanza d’altro, dei professori.
La scuola, l'edificio, allora, era poca cosa: c'erano la palestrona, quella dove anche mia nonna, ai tempi del Fascismo, si era allenata con la Ginnastica Fanfulla, e la palestrina, quella dove ci hanno messo alla Maturità a fare lo scritto di italiano. Allora si diceva ancora Maturità e per molte di noi lo era stata davvero. C'era l'aula di informatica, con la stampante ad aghi, ma l'abbiamo usata solo in quinta, per fare la tesina.
C'erano le classi, grandi, buie, con la pedana per la cattedra e i tendoni bianchi macchiati di giallo e marrone (cosa fossero quelle macchie non lo volevamo sapere), appesi davanti a finestroni che davano su via delle Orfane, dove una vecchia strega ci osservava dalle finestre di un edificio diroccato.
E c'erano i professori, e so che alcuni ci sono ancora. Forse a loro cinque anni saranno volati, a noi sono sembrati interminabili. Abbiamo riso alle spalle di molti di loro: eravamo sempre all'erta, pronte a catturare tutti i loro errori; in quarta tenevamo persino una cronaca in cui trascrivevamo con scrupolo tutte le loro gaffes. Ci divertivamo con poco.
La prof di inglese ci faceva studiare a memoria tutte le frasi della grammatica: ricordo pomeriggi domenicali passati su libri e dizionari. Si studiava a volte per il terrore. Alcuni professori riuscivano con un solo sguardo a procurarti un brivido lungo la colonna vertebrale che faceva tremare le gambe.
Di cose da imparare ce n'erano tante, troppe: e come vivevano i greci e come vivevano i romani, e tutta la letteratura, con alcuni libri che sembravano medicine cattive, non riuscivi a mandarli giù, ma che poi ci hanno fatto bene.
Anche alla fine abbiamo pianto tantissimo, davanti a una pizza e al nostro futuro.
Sentivamo, noi del Linguistico, che eravamo soltanto all'inizio di un percorso, che altri hanno continuato negli anni.
Tutto quello che ho vissuto è rimasto nel mio cuore e nel mio essere, le cose belle insieme a quelle brutte.
E come scrisse un giovane professore con la barba, nelle nostre vite (e sono passati ormai vent'anni) sta continuando a fiorire il seme di quegli anni indimenticabili.