Tutti gli anni ricevo gli auguri di Santiago Montiel. Santiago Montiel è un illustratore argentino che vive in Francia, che mi ha fatto conoscere circa sette anni fa la mia amica argentina, Marialaura, e con cui ho collaborato ad alcuni lavori.
La sua illustrazione quest'anno la trovo magica, e voglio condividerla con voi.
Una piccola baita su una sperone di roccia innevato (tra l'altro questa sperone assomiglia molto al profilo di una balena). In quella baita, ci sono io, e c'è l'Orso. Ci siamo arrivati dopo una lunga camminata durata anni. Sapevamo che ci saremmo arrivati, e che ci saremmo arrivati insieme. Adesso sulla baita, è giusto annunciare, senza risparmiarsi, con una grande, enorme insegna, che il 2014 sarà un anno luminoso, ma che è proprio da questa piccola baita, isolata e faticosa da raggiungere, che siamo riusciti a vedere l'immensità del cielo stellato e dell'universo.
Felice 2014 a tutti!
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mercoledì 1 gennaio 2014
mercoledì 23 ottobre 2013
Le prigioni del Principe Limone
Le libraie Sommaruga mi hanno ricordato che oggi è il compleanno di Gianni Rodari, e lo vorrei festeggiare con questo brano, che parla anche un po' di cose attuali.
***
In breve: Cipollone fu condannato a stare in prigione per tutta la vita, anzi, fin dopo morto, perché nelle prigioni del Principe Limone c'era anche il cimitero.
Cipollino lo andò a trovare e lo abbracciò:
- Povero babbo! Vi hanno messo in carcere come un malfattore, insieme ai peggiori banditi!
- Figlio mio, togliti quest'idea dalla testa - gli disse il babbo affettuosamente. - In prigione c'è fior di galantuomini.
- E cos'hanno fatto di male?
- Niente. Proprio per questo sono in prigione. Al Principe Limone non piace la gente per bene.
Cipollino rifletté un momento e gli parve d'aver capito.
- Allora è un onore stare in prigione?
- Certe volte sì. Le prigioni sono fatte per chi ruba e per chi ammazza, ma da quando comanda il Principe Limone chi ruba e ammazza sta alla sua corte e in prigione ci vanno i buoni cittadini.
- Io voglio diventare un buon cittadino - decise Cipollino - ma in prigione non ci voglio finire. Anzi, verrò qui e vi libererò tutti quanti.
In quel momento un Limonaccio di guardia avvertì che la conversazione era finita.
- Cipollino - disse il povero condannato - tu adesso sei grande e puoi badare ai fatti tuoi. Alla mamma e ai tuoi fratellini ci penserà lo zio Cipolla. Io desidero che tu prenda la tua roba e te ne vada per il mondo a imparare.
- Ma io non ho libri, e non ho soldi per comperarli.
- Non importa. Studierai una materia sola: i bricconi. Quando ne troverai uno, fermati a studiarlo per bene.
- E poi che cosa farò?
- Ti verrà in mente al momento giusto.
Gianni Rodari, "Schiaccia un piede Cipollone al Gran Principe Limone", in Tante storie per giocare
***
In breve: Cipollone fu condannato a stare in prigione per tutta la vita, anzi, fin dopo morto, perché nelle prigioni del Principe Limone c'era anche il cimitero.
Cipollino lo andò a trovare e lo abbracciò:
- Povero babbo! Vi hanno messo in carcere come un malfattore, insieme ai peggiori banditi!
- Figlio mio, togliti quest'idea dalla testa - gli disse il babbo affettuosamente. - In prigione c'è fior di galantuomini.
- E cos'hanno fatto di male?
- Niente. Proprio per questo sono in prigione. Al Principe Limone non piace la gente per bene.
Cipollino rifletté un momento e gli parve d'aver capito.
- Allora è un onore stare in prigione?
- Certe volte sì. Le prigioni sono fatte per chi ruba e per chi ammazza, ma da quando comanda il Principe Limone chi ruba e ammazza sta alla sua corte e in prigione ci vanno i buoni cittadini.
- Io voglio diventare un buon cittadino - decise Cipollino - ma in prigione non ci voglio finire. Anzi, verrò qui e vi libererò tutti quanti.
In quel momento un Limonaccio di guardia avvertì che la conversazione era finita.
- Cipollino - disse il povero condannato - tu adesso sei grande e puoi badare ai fatti tuoi. Alla mamma e ai tuoi fratellini ci penserà lo zio Cipolla. Io desidero che tu prenda la tua roba e te ne vada per il mondo a imparare.
- Ma io non ho libri, e non ho soldi per comperarli.
- Non importa. Studierai una materia sola: i bricconi. Quando ne troverai uno, fermati a studiarlo per bene.
- E poi che cosa farò?
- Ti verrà in mente al momento giusto.
Gianni Rodari, "Schiaccia un piede Cipollone al Gran Principe Limone", in Tante storie per giocare
mercoledì 19 settembre 2012
Non sono morto.
Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte di Italo Calvino. Qualche tempo fa ho letto questo ricordo di Pietro Citati (che riporto qui sotto, anche se non integralmente), apparso nel suo Ritratti di donne (1992) e ripubblicato da Minimum Fax all'inizio del bel libretto Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull'arte della narrativa. Citati ci parla di un amico, di un Calvino giovane, e poi uomo, delle sue abitudini di vita e di scrittura, delle sue stravaganze e della sua riservatezza, delle sue letture. Ho amato molto i libri di Calvino; forse è il primo scrittore italiano che ho amato, fin dall'infanzia, e che ha accompagnato diversi momenti della mia vita. Quando è morto, avevo solo undici anni, ed è allora che sono cominciate le mie letture, quelle vere. Io ero lì, in mezzo al mare, avevo iniziato a navigare da poco. Lui era già su un'isola, la sua isola, e scriveva, scriveva su fogli di carta, fogli volanti, e con questi fogli faceva barchette e aeroplanini, che poi lasciava andare, e io dalla mia barca li acchiappavo e li leggevo avidamente, e non sempre riuscivo ad afferrare tutto, non sempre era una lettura facile, a volte le parole sembravano sbiadite, difficili da decifrare, ma non mi importava, perché con Calvino era come mettersi degli occhiali nuovi per guardare la realtà, la stessa realtà in cui dovevo remare e fare fatica.
L'anno scorso ho passato diversi giorni a Castiglione della Pescaia, in Toscana, dove Calvino trascorse l'ultimo periodo della sua vita e dove, poi, è morto. La biblioteca porta il suo nome e dovunque ci sono sue foto. E tracce di lui.
Ecco un brano del ricordo di Citati.
Il suo paesaggio cambiò. Se aveva vissuto a Parigi come un estraneo e a Roma come un ospite, ora la sua vera casa era la pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. In qualche modo, ripeteva il paesaggio ligure. Anche qui, tutto era limitato: una striscia di sabbia chiusa tra due promontori, una pineta, una macchia, un piccolo giardino dove tutto sembrava miniutarizzato. Scriveva nel cuore della casa, in alto, in uno studiolo raggiunto da una scala pericolosissima, come in un pollaio aereo o in una colombaia. Sotto i suoi piedi, la moglie parlava con le amiche o con la domestica, entravano i fornitori, arrivavano gli amici; e lui continuava a scrivere, immerso nel rumore dell'esistenza, vegliando sulla casa come una cicogna. Non diceva mai di no alle cosa. Ma si era ormai allontanato profondamente dalla realtà, chiuso nel suo mondo di ombre leggere. Sulle soglie tra lui e la vita, tra lui e gli altri, aveva disposto la moglie, che doveva riferirgli tutto: che volti avessero gli altri uomini, cosa accadesse nella pineta, che ombre gettassero gli alberi, che odori attraversavano il prato, che sapori avevano i cibi, che suoni la musica. Lassù in alto, come un'ape riceveva il miele che la moglie aveva raccolto, e lo depositava nella delicatissima arnia della sua mente. (...)
Poi sulla pineta scesero, troppo rapidamente gli ultimi anni. Volgendo le spalle a qualsiasi idea generale, Calvino si accontentava di contemplare un'onda, un ciuffo d'erba nel giardino, un uccello che cantava (...) L'ultima estate fu difficile. Scriveva le sue Lezioni americane: un libro bellissimo, l'Ars poetica della nostra fine di secolo, dove la letteratura antica e moderna si riflettono in un limpido specchio. Non era di buon umore: non usciva più di casa, chiuso nell'alta colombaia, non faceva il bagno. Pensava di perdere tempo: era uno scrittore, doveva dar forma alle decine di racconti che gli gremivano il capo, non riflettere sulla letteratura. Ai primi del settembre 1985 le Lezioni erano quasi finite: ma, per lui appartenevano già ad un tempo passato. In quegli ultimi giorni lo vidi due volte; e fu tenero, affettuoso, divertente, quasi felice. (...) Poi non ci fu più niente. Ci fu la caduta al suolo, la cosa dell'autoambulanza fino a Siena, l'orribile ospedale dove avevo conosciuto altre morti, i visi stravolti dei medici, l'operazione inutile, i discorsi inutili, le attese inutili, il capo bendato, la piccola tomba sul mare di Castiglione. Una mattina i medici ci dissero, per consolarci, che tutto era andato benissimo. Quella di Italo era una malformazione cerebrale congenita. Avrebbe dovuto morire a venticinque o trenta anni al più tardi. Quanto tempo aveva guadagnato; quanti libri aveva scritto, col suo passo da marinaio-contadino che si inoltrava nei gerbidi. Come era stato accorto nel sottrarre tempo - l'unica ricchezza che importa - alle divinità che si prendono gioco di noi. E mi dissi che nemmeno lui, forse, sapeva di essere così fragile. Aveva eluso la propria fragilità colla pazienza, il lavoro, la discrezione e quella terribile maga, che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità: la letteratura.
Non sogno mai. Due anni più tardi, Italo mi apparve in sogno. Aveva ancora la fronte bendata, ma il sorriso era quello, luminosissimo, dell'ultima sera. Mi diceva: «Sai, è stato tutto uno sbaglio. I medici non hanno capito. Non sono morto».
L'anno scorso ho passato diversi giorni a Castiglione della Pescaia, in Toscana, dove Calvino trascorse l'ultimo periodo della sua vita e dove, poi, è morto. La biblioteca porta il suo nome e dovunque ci sono sue foto. E tracce di lui.
Italo Calvino riposa nel Cimitero di Castiglione della Pescaia, circondato da una siepe di rosmarino. Guardando il mare.
Ecco un brano del ricordo di Citati.
Il suo paesaggio cambiò. Se aveva vissuto a Parigi come un estraneo e a Roma come un ospite, ora la sua vera casa era la pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. In qualche modo, ripeteva il paesaggio ligure. Anche qui, tutto era limitato: una striscia di sabbia chiusa tra due promontori, una pineta, una macchia, un piccolo giardino dove tutto sembrava miniutarizzato. Scriveva nel cuore della casa, in alto, in uno studiolo raggiunto da una scala pericolosissima, come in un pollaio aereo o in una colombaia. Sotto i suoi piedi, la moglie parlava con le amiche o con la domestica, entravano i fornitori, arrivavano gli amici; e lui continuava a scrivere, immerso nel rumore dell'esistenza, vegliando sulla casa come una cicogna. Non diceva mai di no alle cosa. Ma si era ormai allontanato profondamente dalla realtà, chiuso nel suo mondo di ombre leggere. Sulle soglie tra lui e la vita, tra lui e gli altri, aveva disposto la moglie, che doveva riferirgli tutto: che volti avessero gli altri uomini, cosa accadesse nella pineta, che ombre gettassero gli alberi, che odori attraversavano il prato, che sapori avevano i cibi, che suoni la musica. Lassù in alto, come un'ape riceveva il miele che la moglie aveva raccolto, e lo depositava nella delicatissima arnia della sua mente. (...)
Poi sulla pineta scesero, troppo rapidamente gli ultimi anni. Volgendo le spalle a qualsiasi idea generale, Calvino si accontentava di contemplare un'onda, un ciuffo d'erba nel giardino, un uccello che cantava (...) L'ultima estate fu difficile. Scriveva le sue Lezioni americane: un libro bellissimo, l'Ars poetica della nostra fine di secolo, dove la letteratura antica e moderna si riflettono in un limpido specchio. Non era di buon umore: non usciva più di casa, chiuso nell'alta colombaia, non faceva il bagno. Pensava di perdere tempo: era uno scrittore, doveva dar forma alle decine di racconti che gli gremivano il capo, non riflettere sulla letteratura. Ai primi del settembre 1985 le Lezioni erano quasi finite: ma, per lui appartenevano già ad un tempo passato. In quegli ultimi giorni lo vidi due volte; e fu tenero, affettuoso, divertente, quasi felice. (...) Poi non ci fu più niente. Ci fu la caduta al suolo, la cosa dell'autoambulanza fino a Siena, l'orribile ospedale dove avevo conosciuto altre morti, i visi stravolti dei medici, l'operazione inutile, i discorsi inutili, le attese inutili, il capo bendato, la piccola tomba sul mare di Castiglione. Una mattina i medici ci dissero, per consolarci, che tutto era andato benissimo. Quella di Italo era una malformazione cerebrale congenita. Avrebbe dovuto morire a venticinque o trenta anni al più tardi. Quanto tempo aveva guadagnato; quanti libri aveva scritto, col suo passo da marinaio-contadino che si inoltrava nei gerbidi. Come era stato accorto nel sottrarre tempo - l'unica ricchezza che importa - alle divinità che si prendono gioco di noi. E mi dissi che nemmeno lui, forse, sapeva di essere così fragile. Aveva eluso la propria fragilità colla pazienza, il lavoro, la discrezione e quella terribile maga, che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità: la letteratura.
Non sogno mai. Due anni più tardi, Italo mi apparve in sogno. Aveva ancora la fronte bendata, ma il sorriso era quello, luminosissimo, dell'ultima sera. Mi diceva: «Sai, è stato tutto uno sbaglio. I medici non hanno capito. Non sono morto».
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