Orsetto in arrivo

venerdì 28 dicembre 2012

Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge

illustrazione di Jim Kay
Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge, tuonò il mostro. Le storie inseguono, predano e mordono.
(...) Le storie sono creature selvagge e indomite, continuò il mostro. Quando le liberi, chi può sapere quali sconvolgimenti potranno compiere?
Patrick Ness e Siobhan Dowd, Sette minuti dopo la mezzanotte

martedì 27 novembre 2012

Tanti auguri (gluten free) scricciolina!

Oggi è il terzo compleanno di Emma, e io non voglio sembrare melensa ma un po' mi commuovo al pensiero che mi è capitata davvero la migliore nipote al mondo (lo so che dicono tutti così, io lo penso davvero...). Per lei è stato un anno impegnativo, ha tolto il ciuccio, il pannolino, le è arrivata una sorellina, ha scoperto di essere celiaca, ha smesso di mangiare pane e focaccia e ha cominciato ad andare alla scuola materna. Ma ha sempre affrontato tutto con grande dignità e grandi sorrisi.
Ho deciso che quest'anno le regaleremo i mitici chiodini, sperando che le piacciano, per restituirle un po' di allegria e di colore con cui ha innaffiato le nostre vite in questi tre anni e perché sappiamo che scatenerà la sua immaginazione, sperando che nel frattempo Bianca non li scambi per caramelle.
E magari anche un set di tazzine per fare il tè, rigorosamente di plastica, visto che la zia inesperta l'anno scorso ha scelto le tazzine in ceramica di Barbapapà che dopo neanche un mese erano tutte in frantumi. Ha ancora molto da imparare, la zia.

lunedì 26 novembre 2012

Le ragazze vogliono solo divertirsi (è quello che vogliono davvero).

foto di Walter Breveglieri
Qualche giorno fa ho sentito dire alla radio che in questi giorni ricorre l'anniversario della nascita del juke-box. Il mio ricordo più bello legato a questo apparecchio risale a un'estate del 1984, quando al campeggio della Partaccia a Marina di Massa (l'unica volta della mia vita che andai in campeggio con la mia famiglia) la sera si stava nella zona del bar e a me piaceva ascoltare sempre la stessa canzone, Girls just want to have fun di Cyndi Lauper. Era una canzone che mi trasmetteva, e mi trasmette, una grande energia, e ogni volta che l'ascolto mi vien voglia di ballare e saltare. Avevo dieci anni, ed era così che immaginavo il mio immediato futuro: un misto di ribellione e divertimento, come quella pazza di Cyndi, con i capelli arancioni e i vestiti bizzarri. La ribellione e il divertimento saltavano fuori dalle note, perché io l'inglese non lo conoscevo ancora. Le ragazze vogliono solo divertirsi. 
Da allora, salto direttamente al 2011, in una tequileria di Città del Messico, ma non ricordo in quell'occasione che canzoni ascoltammo (e pensare che è passato solo un anno!). Eravamo concentrati sull'atto di scegliere più che sulla scelta. Siamo così abituati a far andare random migliaia di canzoni sull'iPod, che il fatto di avere una scelta limitata, e di esprimere in quella scelta il meglio di noi stessi, ci sembrava un bel divertimento. Del resto, le ragazze vogliono solo divertirsi. Sono passati quasi trent'anni ma non è cambiato niente.


domenica 25 novembre 2012

Woman is the nigger of the world.


Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ecco, volevo solo dire questo. Ascoltate John e questa meravigliosa canzone.

sabato 24 novembre 2012

Autunno



Autunno, inserito originariamente da Michele Nespoli.

giovedì 22 novembre 2012

Ciò che seduce è ciò che contiene un grande mistero.

Ieri, ho sentito dire, per l'ennesima volta, peraltro da persona colta e intelligente, che il verbo sedurre, che deriva dal latino seducere, significherebbe, letteralmente, "condurre a sé". Non è vero, ma in quel momento non ho avuto il coraggio di smentire il mio interlocutore per non far fare una figura barbina a lui e non passare io per saputella.
Una decina di anni fa, per l'esame di Filosofia del linguaggio, mi sono ritrovata a scrivere una "tesina" sulla parola seduzione. Ed ecco qualche riga di quella tesina, tanto per mettere i puntini sulle I. Se poi volete leggerla tutta, chiedetemela, e ve la mando via mail.

Diciamo subito che in latino il verbo seduco, is, duxi, ductum, ere non significa, appunto, come potrebbe sembrare a prima vista, "condurre a sé", ma deriva da se(d)- ("a parte", "via") e ducere  ("condurre"), e quindi significa "condurre in disparte, separare, dividere": "sviare". Solo nel latino tardo, in particolare in quello ecclesiastico, il termine passa a indicare l'azione del "sedurre, corrompere" o, più in generale, "indurre altri all'errore o alla colpa", riferita il più delle volte al demonio, che è detto spesso "il seduttore". La sua opera per indurre al male, è qualificata come seduzione: viene detta seduzione l'azione per indurre all'idolatria e all'impurità.  Per la religione rappresenta quindi la strategia del demonio. Sedurre nel significato di "circuire una donna" e "attrarre, avvincere" è il fr. séduire (1538 nella prima accezione, 1698 nella seconda); seduzione nel significato di "fascino, malìa" è il fr. séduction (1734). La parola seduzione è dunque andata incontro, nel corso dei secoli, a una serie di slittamenti semantici.

mercoledì 21 novembre 2012

L'uovo nero.

Ed ecco la fiaba di Luigi Capuana che ha ispirato il nome della casa editrice.

L'uovo nero
di Luigi Capuana

elaborazione di Peppo Bianchessi
C'era una volta una vecchia che campava di elemosina, e tutto quello che buscava, lo divideva esattamente: metà lei, metà la sua gallina.
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a schiamazzare; avea fatto l'uovo. La vecchia lo vendeva un soldo, e si comprava un soldo di pane. La crosta la sminuzzava a quella, la midolla se la mangiava lei: poi andava attorno per l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina tornò a casa senza nulla.
- Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
- Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
Il giorno appresso, sul far dell'alba, la gallina si mise a schiamazzare. Invece d'un uovo, ne aveva fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia andò fuori per venderli. Quello bianco lo vendé subito; quello nero, nessuno voleva credere che fosse uovo di gallina. La vecchina comprò il solito soldo di pane, e tornò a casa:
- Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.

martedì 20 novembre 2012

Ti fidi di me?

Non ho ancora trovato il mio parrucchiere di fiducia. Ho il mio pasticcere di fiducia, il mio pneumologo di fiducia, il mio erborista di fiducia. Il dentista di fiducia. Ma il parrucchiere no. C'è sempre un piccolo dettaglio che rovina tutto. Certo, come nei grandi amori, bisognerebbe scendere a compromessi: la perfezione non esiste. Bisognerebbe chiudere un occhio sui piccoli difetti per apprezzare i grandi pregi, perché c'è qualcosa in quel grande amore di cui non si può proprio fare a meno. E allora sarà che non mi sono ancora innamorata. Non ho ancora trovato "il parrucchiere della mia vita". Ho solo rapporti occasionali, preferisco mantenere le distanze. Mi infastidisco quando mi lavano i capelli in modo esageratamente energico. Mi infastidisco quando chiedo una piega "mossa" e mi fanno i boccoli. Quando chiedo di fare i capelli di un colore più chiaro, e mi fanno i riflessi rossi. E poi c'è chi ti fa pagare troppo. A volte con l'inganno. Così dopo due tre di questi "piccoli" sbagli, io cambio. Alla fine, gira e rigira sono sempre gli stessi, i saloni che frequento: è come avere quattro-cinque amanti e stare un po' con uno un po' con l'altro. Quando torno, dopo un po' di mesi, dico di esser stata in giro per altre città e loro mi perdonano sempre.

domenica 18 novembre 2012

E mi è scivolato il Natale in bocca.

Già da qualche giorno nei supermercati sono arrivati i prodotti natalizi (e manca più di un mese). Oggi non ho resistito: ho comprato un pandoro, il primo della stagione. So che tra un mese non vorrò più neanche vederlo, lui e il suo amico panettone, ma oggi avevo bisogno di tenere in bocca quella nuvola soffice e burrosa sbuffettata di zucchero a velo. E mi è scivolato il Natale in bocca. Perché il primo morso non è un morso qualsiasi, è un insieme di ricordi, di freddo, di neve, di colori, di fuoco e caminetto, di candele, di sapori che si mescolano, di noci e frutta candita, di brodo e torroncini, e di tutto quello che è il nostro Natale. Che per me è la somma di tutti i Natali che ho vissuto. Qualche anno fa ho avuto la possibilità di vivere il Natale nell'altro emisfero, ero in Argentina. Confesso, non ce l'ho fatta. Il 24 dicembre sono scappata dal Natale in maglietta per venire a rifugiarmi nell'abbraccio dell'orso. Forse avevo solo paura di perdermi un pezzo della mia storia.

sabato 17 novembre 2012

Non ce ne libereremo mai?


Me lo devono spiegare. Perché, se i sacchetti di plastica sono stati dichiarati illegali da quasi due anni, continuiamo a ritrovarceli tra i piedi? Perché cerchiamo di liberarcene in tutti i modi, a volte buttandoli nei cassonetti della plastica (mia zia, che lavorava in un impianto di compostaggio, mi ha sempre detto che quella dei sacchetti è la plastica migliore, quella che si ricicla meglio...), a volte passandoli a parenti e amici, come mezzo per trasportare regalini o oggetti vari, ma loro escono dalla porta e rientrano dalla finestra?
E' vero, qualcosa è cambiato: ormai, quando vai a fare la spesa, alle casse dei supermercati ti danno borse biodegradabili, borse di carta, di cotone, di tela, ma al reparto frutta e verdura si trovano solo borsine di plastica. E ne devi usare una per ogni prodotto che compri. Compri un limone? Una borsina. Due zucchine? Un'altra borsina. E via. Una volta ho pesato separatamente tutte le cose e le ho messe in un'unica borsina di plastica attaccandoci sopra i sei cartellini sputati fuori dalla macchinetta. La cassiera non ha gradito, non lo faccia più, per favore, mi ha detto, che ci complica la vita. E a me, non si complica la vita, con tutti questi sacchettini di plastica, piccoli, leggeri e inutili? E alle foche? Alle tartarughe? Non si complica la vita? "Un piccolo supermercato può arrivare a distribuirne in un anno circa 220.000 pezzi, uno medio-grande può arrivare ad un consumo tra i 310-500 mila pezzi e un ipermercato con superficie oltre ai 4500 mq può arrivare a distribuirne 1 milione e mezzo di pezzi l'anno", leggo su un giornale. Sono cifre terribili, diffuse dal sito Porta la sporta, che però propone anche una soluzione: usare le retine di cotone, come si faceva una volta: http://www.portalasporta.it/mettila_in_rete.htm. Mi sembra un bel modo di iniziare la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti.

lunedì 12 novembre 2012

A boy. And a girl.



A boy. and A girl, inserito originariamente da MiFrizKa.

venerdì 2 novembre 2012

Che è domenica lo si capisce dall'uovo sbattuto.

Oggi non è domenica, ma a me piace pensare che lo sia. È un giorno di festa, e quando è festa io mi sveglio e ho voglia di mangiare un uovo sbattuto. Si sbatte il tuorlo di un uovo fresco in una tazza, con tre-quattro cucchiaini di zucchero, e lo si mangia così, cucchiaino dopo cucchiaino (finisce piuttosto in fretta). Oppure se ne avanza un pochettino e gli si versa sopra il caffè fumante della moka. L'uovo sbattuto era una di quelle cose che mio papà mi permetteva di mangiare solo la domenica, quando ero bambina. Non so, perché, solo la domenica, forse perché mangiare troppe uova faceva male, o semplicemente perché la domenica avevamo più tempo per fare colazione. A me faceva sentire grande, perché non erano i soliti biscotti, e perché mia sorella, che era più piccola, non lo mangiava. Che il motivo era un altro, l'ho capito dopo. Non perché era piccola, non lo mangiava (del resto non voleva assaggiare nemmeno la marmellata!); credo le facesse schifo la consistenza, o la viscidità di certi alimenti, e quindi li rifiutava a priori. Ma questa è un'altra storia.

giovedì 1 novembre 2012

Il meino tortionata

Comincio a sospettare che la mezza bustina bianca che ho aggiunto all'impasto non fosse lievito ma zucchero a velo, o qualcos'altro. Perché i meini, che ho tentato di fare stamattina appena sveglia, i mein di morti, non solo non sono lievitati, ma si sono incollati tutti, a formare un'unica teglia di grande biscotto scuro che più che meino sembra tortionata (evito di pubblicare la foto, per decenza). O forse ho sbagliato la farina. Vincent ha ribattezzato il mio tentativo "modello Sahara", o per dirla alla Benni, paneterno. Ma non mi scoraggio, non mi offendo, è solo il primo tentativo, e si impara dai propri errori.

La ricetta  l'ho presa dal volumetto La cucina di Lodi pubblicato anni fa dall'APT:

Tradizionale dolce del mese di novembre (un tempo infatti si chiamavano i "mein di morti") si mangiano sbriciolati nella panna. Preparare un impasto con 2 etti di farina modenese, 1 etto di farina bianca, due uova (uno col solo tuorlo), 2 etti di zucchero, mezza bustina di lievito e un pizzico di sale, il tutto bagnato con 1 etto di burro appena fuso. Ottenere un impasto omogeneo e fare una sfoglia alta non più di un centimetro, fare dei dischi con uno stampo del diametro di 10 centimetri e riporli su un foglio di carta oleata unta con dell'olio di oliva. Mettere in forno a 180° per circa mezz'ora; togliere i meini non appena la pasta sarà dorata.

Potrei provare ad analizzare i miei errori, uno dietro l'altro, ma sarebbe inutile: sgranocchiamo, per ora, l'unica sarà ritentare, magari seguendo un'altra ricetta, più dettagliata e con qualche aiuto visivo (come questa qui).

giovedì 25 ottobre 2012

The Bogs



The Bogs, inserito originariamente da LostTrainDude.

venerdì 12 ottobre 2012

Ci sono quelli che si mettono a correre.


Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano. Ci sono quelli che sono contenti, sbarazzati di qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore. Ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa. Ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito. Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza. Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l'età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che... è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l'epoca, il destino, la vita,

ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi.
Che si mettono a correre, 
per esempio.

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

martedì 2 ottobre 2012

Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?


mercoledì 19 settembre 2012

Non sono morto.

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte di Italo Calvino. Qualche tempo fa ho letto questo ricordo di Pietro Citati (che riporto qui sotto, anche se non integralmente), apparso nel suo Ritratti di donne (1992) e ripubblicato da Minimum Fax all'inizio del bel libretto Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull'arte della narrativa. Citati ci parla di un amico, di un Calvino giovane, e poi uomo, delle sue abitudini di vita e di scrittura, delle sue stravaganze e della sua riservatezza, delle sue letture. Ho amato molto i libri di Calvino; forse è il primo scrittore italiano che ho amato, fin dall'infanzia, e che ha accompagnato diversi momenti della mia vita. Quando è morto, avevo solo undici anni, ed è allora che sono cominciate le mie letture, quelle vere. Io ero lì, in mezzo al mare, avevo iniziato a navigare da poco. Lui era già su un'isola, la sua isola, e scriveva, scriveva su fogli di carta, fogli volanti, e con questi fogli faceva barchette e aeroplanini, che poi lasciava andare, e io dalla mia barca li acchiappavo e li leggevo avidamente, e non sempre riuscivo ad afferrare tutto, non sempre era una lettura facile, a volte le parole sembravano sbiadite, difficili da decifrare, ma non mi importava, perché con Calvino era come mettersi degli occhiali nuovi per guardare la realtà, la stessa realtà in cui dovevo remare e fare fatica.
L'anno scorso ho passato diversi giorni a Castiglione della Pescaia, in Toscana, dove Calvino trascorse l'ultimo periodo della sua vita e dove, poi, è morto. La biblioteca porta il suo nome e dovunque ci sono sue foto. E tracce di lui.
Italo Calvino riposa nel Cimitero di Castiglione della Pescaia, circondato da una siepe di rosmarino. Guardando il mare.



















Ecco un brano del ricordo di Citati.

Il suo paesaggio cambiò. Se aveva vissuto a Parigi come un estraneo e a Roma come un ospite, ora la sua vera casa era la pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. In qualche modo, ripeteva il paesaggio ligure. Anche qui, tutto era limitato: una striscia di sabbia chiusa tra due promontori, una pineta, una macchia, un piccolo giardino dove tutto sembrava miniutarizzato. Scriveva nel cuore della casa, in alto, in uno studiolo raggiunto da una scala pericolosissima, come in un pollaio aereo o in una colombaia. Sotto i suoi piedi, la moglie parlava con le amiche o con la domestica, entravano i fornitori, arrivavano gli amici; e lui continuava a scrivere, immerso nel rumore dell'esistenza, vegliando sulla casa come una cicogna. Non diceva mai di no alle cosa. Ma si era ormai allontanato profondamente dalla realtà, chiuso nel suo mondo di ombre leggere. Sulle soglie tra lui e la vita, tra lui e gli altri, aveva disposto la moglie, che doveva riferirgli tutto: che volti avessero gli altri uomini, cosa accadesse nella pineta, che ombre gettassero gli alberi, che odori attraversavano il prato, che sapori avevano i cibi, che suoni la musica. Lassù in alto, come un'ape riceveva il miele che la moglie aveva raccolto, e lo depositava nella delicatissima arnia della sua mente. (...)
Poi sulla pineta scesero, troppo rapidamente gli ultimi anni. Volgendo le spalle a qualsiasi idea generale, Calvino si accontentava di contemplare un'onda, un ciuffo d'erba nel giardino, un uccello che cantava (...) L'ultima estate fu difficile. Scriveva le sue Lezioni americane: un libro bellissimo, l'Ars poetica della nostra fine di secolo, dove la letteratura antica e moderna si riflettono in un limpido specchio. Non era di buon umore: non usciva più di casa, chiuso nell'alta colombaia, non faceva il bagno. Pensava di perdere tempo: era uno scrittore, doveva dar forma alle decine di racconti che gli gremivano il capo, non riflettere sulla letteratura. Ai primi del settembre 1985 le Lezioni erano quasi finite: ma, per lui appartenevano già ad un tempo passato. In quegli ultimi giorni lo vidi due volte; e fu tenero, affettuoso, divertente, quasi felice. (...) Poi non ci fu più niente. Ci fu la caduta al suolo, la cosa dell'autoambulanza fino a Siena, l'orribile ospedale dove avevo conosciuto altre morti, i visi stravolti dei medici, l'operazione inutile, i discorsi inutili, le attese inutili, il capo bendato, la piccola tomba sul mare di Castiglione. Una mattina i medici ci dissero, per consolarci, che tutto era andato benissimo. Quella di Italo era una malformazione cerebrale congenita. Avrebbe dovuto morire a venticinque o trenta anni al più tardi. Quanto tempo aveva guadagnato; quanti libri aveva scritto, col suo passo da marinaio-contadino che si inoltrava nei gerbidi. Come era stato accorto nel sottrarre tempo - l'unica ricchezza che importa - alle divinità che si prendono gioco di noi. E mi dissi che nemmeno lui, forse, sapeva di essere così fragile. Aveva eluso la propria fragilità colla pazienza, il lavoro, la discrezione e quella terribile maga, che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità: la letteratura.
Non sogno mai. Due anni più tardi, Italo mi apparve in sogno. Aveva ancora la fronte bendata, ma il sorriso era quello, luminosissimo, dell'ultima sera. Mi diceva: «Sai, è stato tutto uno sbaglio. I medici non hanno capito. Non sono morto».

giovedì 13 settembre 2012

Roald Dahl day

Oggi è il Roald Dahl Day e io lo festeggerò rileggendomi qualcosa di questo grande autore. Negli ultimi anni ho letto moltissimi suoi libri, dalla Fabbrica di cioccolato a Le streghe, da Gli sporcelli a Boy, ma anche bellissimi racconti delle sue esperienze di guerra. Sono felice di averlo scoperto da adulta, le sue storie mi hanno sempre divertito tantissimo. Anzi, credo che sia un autore che vada letto da adulti, perché porta un po' di colore nella vita di tutti i giorni. Spesso i suoi personaggi sono bambini che vivono situazioni difficili, ma non perdono mai l'ottimismo e la speranza, e riescono sempre a cavarsela con fantasia e ingegno. O adulti insopportabili e ripugnanti. E che dire di tutte quelle bizzarre creature, come gli Umpa-Lumpa? E di quel misto di cinismo e ironia che è il surreale Willy Wonka? Ecco, mi è tornata la voglia di rileggere tutto, di Roald Dahl. Inizierò da quell'unico libro che ho sempre avuto sul comodino, e non ho mai letto: Il GGG.


Sofia non riusciva a prender sonno.
Un raggio di luna che filtrava tra le tende andava a cadere obliquamente proprio sul suo cuscino.
Nel dormitorio gli altri bambini sognavagno già da tempo. Sofia chiuse gli occhi e rimase immobile tentando con tutte le sue forze di addormentarsi. Ma niente da fare. Il raggio della luna fendeva l'oscurità come una lama d'argento e andava a ferirla in piena faccia.

mercoledì 29 agosto 2012

Sughetto alle melanzane di Partinico.



La ricetta di questo sughetto alle melanzane mi è stato suggerita in fretta e furia una sera da mio cognato Giulio Partinico che, in quanto siciliano d'origine, di melanzane s'intende assai.

Friggere in un padellino melanzane q.b. tagliate a dadini (usare olio di semi). Per friggere bene, le melanzane devono essere "immerse" nell'olio.
Quando i dadini diventano dorati e croccanti depositarli su uno/due fogli di carta assorbente, per far assorbire un po' l'olio, altrimenti rimangono indigesti e pesanti.






In un padellino, soffriggere nell'olio (questa volta di oliva) uno/due spicchi d'aglio schiacciati e aggiungere poi passata di pomodoro e qualche foglia di menta. Lasciare andare a fuoco lento per un po' (un quarto d'ora - venti minuti).
Aggiungere infine i dadini di melanzane. Chi non sopporta l'aglio può eliminare gli spicchi (se riesce a trovarli…)
Io ho provato questo sugo con le orecchiette e l'ho trovato un ottimo abbinamento, ma credo possa andare bene con qualsiasi tipo di pasta.

Se volete dormire sonni tranquilli, vi ci vorranno diverse ore per digerirlo, quindi meglio a pranzo che a cena.

mercoledì 22 agosto 2012

L'immaginazione dello scrittore.

Anche la storia più eccitante, raccontata da un amico con il commento fatale «tu sì che puoi farne un racconto straordinario», non avrà alcun valore per lo scrittore. Se è un racconto è già un racconto. Non richiede l'immaginazione di uno scrittore; la sua immaginazione e la sua mente lo rigettano, in senso artistico, come la sua carne rigetterebbe il trapianto di carne altrui. Un celebre aneddoto su Henry James riferisce che quando un amico cominciò a raccontargli «una storia», James lo fermò dopo le primissime parole. James aveva sentito abbastanza, e preferiva lasciare il resto alla sua immaginazione.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo

lunedì 13 agosto 2012

Come una sirena.



Ma basta: questa è dunque la tua casa, e tu ci tornerai sempre, ne sono sicuro, perché, a casa, sempre ci si ritorna; e anche per te è un giardino fatato, questa mia isoletta.
Ci tornerai sempre, sì; però, aggiungo: non ti ci fermerai mai molto tempo. Su ciò, caro padroncino, non voglio farmi illusioni. Quelli come te, che hanno due sangue diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena sono tornati qua, subito hanno voglia di scappare via. Tu te ne andrai da un luogo all'altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che si incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia: c'è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l'altro.
Elsa Morante, L'isola di Arturo

venerdì 3 agosto 2012

Vacanze a Milano Marittima / la partenza.


Le mie vacanze da bambina erano sempre nello stesso posto: alla Pensione Il Cigno di Milano Marittima, quando Milano Marittima non era ancora località vip. Ricordo che i miei compagni delle elementari, quando dicevo che andavo in vacanza a Milano Marittima, mi guardavano con incredulità e stupore. Che potesse esistere una città con quel nome, e che fosse sul mare. All'epoca, infatti (anni '80) le mete più frequentate della Riviera Romagnola erano Rimini, Riccione, forse Cesenatico, Cervia.
Si partiva sempre all'alba, prima dell'alba, verso le cinque. Si doveva «viaggiare col fresco». L'auto era infatti una semplice Fiat Uno nera, in cui ci stavano tutti i bagagli, senza portapacchi, senza aria condizionata, senza seggiolini, senza attrazioni di nessun genere, con i finestrini che scendevano con la manovella e si bloccavano a metà. Mia sorella, che era più piccola, aveva diritto a sdraiarsi occupando quasi tutto il sedile posteriore, io dovevo restare seduta di fianco, e di solito dopo neanche un'ora di viaggio avevamo già litigato. Milano Marittima sembrava la città del regno di Molto Molto Lontano, e quando alle nove di mattina arrivavamo alla Pensione Il Cigno ci sembrava di aver attraversato l'oceano. Ma la giornata era ancora lunga, e si poteva già andare in spiaggia.

domenica 22 luglio 2012

Su un'isola, in mezzo alle montagne.

Ho sempre pensato che le letture dovessero essere in sintonia con il luogo, o la situazione. Quando sono a casa, leggo di tutto, almeno per avere l'impressione di non essere sempre qua. Ma quando viaggio, scelgo letture che mi facciano vedere cosa si nasconde nell'anima del luogo in cui sono di passaggio. Che mi aiutino a capirlo meglio. E non parlo di guide turistiche, parlo di letteratura. Negli ultimi anni ho visitato il Brasile insieme a Dona Flor e a Gabriela, sono stata a Città del Messico con la famiglia Reyes, in Sicilia con Salvo Montalbano e il capitano Bellodi e a Castiglione della Pescaia con Italo Calvino e gli ottuagenari del Bar Lume di Malvaldi.
Tra un paio di settimane mi trasferirò in Trentino, nella Val di Non. E mi sono accorta che le letture che ho scelto vanno da tutt'altra parte: a Procida, con Arturo (L'isola di Arturo), a New York (Molto forte incredibilmente vicino), in Irlanda (Bog child) e, lontano nel tempo, nell'Inghilterra del '600 (Amber). E naturalmente, ancora una volta, in Sicilia, con Salvo Montalbano (Le ali della sfinge). Come le ho scelte? Non lo so. Libri che volevo leggere da tempo. Ora, siccome non ho trovato nessun libro degno di essere letto, ambientato in Val di Non, o che parlasse della Val di Non, penso che però dovrei almeno trovare un libro che respiri i boschi, le altezze, le montagne, la fatica, il silenzio, la solitudine. Solo per sentirmi un po' in sintonia con il paesaggio, con la gente. Ho pensato ai libri di Corona. Ma forse c'è qualcosa di meglio. Si accettano suggerimenti.

mercoledì 18 luglio 2012

In Sicilia (e in tanti altri posti) funziona così



«Novità, stanotte?» fu la prima cosa che spiò al commissario.
«Nessuna. E tu che hai fatto?»
«Sono annato allo spitale di Montelusa. Ci ho perso la matinata sana sana. Nisciuno mi voliva diri nenti».
«Perché?»
«La privacy, dottore. D'altra parte io non avevo nessuna autorizzazione scritta».
«Quindi non hai combinato niente?»
«Chi gliel'ha detto?» fici Fazio tiranno fora dalla sacchetta un foglietto.
«Chi ti ha dato le informazioni?»
«Un cugino dello zio di un mio cugino che ho scoperto che travaglia là».
Le parentele, macari quelle tanto lontane da non essiri cchiù tali in qualisisiasi altra parte d'Italia, in Sicilia erano spisso l'unico sistema per aviri 'nformazioni, accelerare 'na pratica, scopriri indove era annata a finiri 'na pirsona scomparsa, trovare un posto a un figlio disoccupato, pagari meno tasse, aviri gratis i biglietti del cinema e tantissime altre cose che macari non era prudente fari sapiri a chi non era parente.
Andrea Camilleri, La pista di sabbia

martedì 17 luglio 2012

L'inutilità della scorta.


D'altra parte, se quelli avivano pigliato la decisione di sparargli, come avrebbe potuto addifennersi? Con una pistola, che macari s'inceppava al secunno colpo, come era capitato a Galluzzo, contro tri kalashnikov?
Annanno a dormiri in commissariato, come aviva suggerito Fazio? Ma via!
Alla prima nisciuta fora, per annare a mangiari o per vivirisi un cafè, il solito motociclista col casco integrale avrebbi potuto appesantirlo di qualichi chilata di chiummo.
Cataminarsi sempri con la scorta? Ma la scorta, era ampiamente dimostrato, non era mai arrinisciuta a evitare un omicidio.
Semmai, era sirvuta ad aumentare il numero dei morti: non sulo la vittima designata, ma macari dù o tri della scorta.
Ed era inevitabile che fusse accussì. Pirchì chi ti s'accosta per ammazzarti, sa esattamente quello che deve fari, capace che ha fatto decine di prove e simulazioni, mentre quelli della scorta, che sono addestrati a sparari in secunna battuta, vali a diri doppo che sono stati assaltati, per difisa e non per offisa, non conoscono nenti delle 'ntinzioni di chi si sta accostanto. Quanno lo capiscono, qualichi secondo doppo, è troppo tardi: la differenza di pochi secondi tra l'aggressore e la scorta è la carta vincente dell'omicida.
'Nzumma, la testa di chi usa le armi per ammazzare ha una marcia in più di chi usa le armi per difesa.
Comunque era nirbùso, non lo potiva negare.
Andrea Camilleri, La pista di sabbia.

giovedì 12 luglio 2012

Vintage



vintage, inserito originariamente da TIFFANY DAWN NICHOLSON (TDNphoto).

martedì 10 luglio 2012

L'esattezza delle cose che ti aspetti.


L'esattezza delle cose che ti aspetti, la perfetta coincidenza di ciò che hai immaginato con ciò che è, la felicità di vedere che le due cose si sovrappongono esattamente e non c'è più divario tra pensiero e realtà. Stupendo. Non facile. Quasi sempre ti fai un'idea delle cose che poi non è mai quella.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco.

domenica 8 luglio 2012

Vigàta.

Vigàta era suppergiù come si era stampata nella so' mimoria, c'era qualichi costruzione nova sul Piano Lanterna, si trattava di orrendi grattacieli nani di una quinnicina o vintina di piani, mentre erano del tutto scomparse le casuzze a ridosso della collina di marna ammassate l'una sull'altra e l'una allato all'altra a formare un intrico di vicoli pulsanti di vita. Erano perlopiù catoj, vale a dire abitazioni fatte di una sola cammara che di jorno pigliavano aria solamente dalla porta d'ingresso di nicissità tenuta aperta. E accussì, mentra passavi per quei vicoli, potevi assistere a un parto, a una sciarriatina familiare, a un parrino che dava l'Estrema unzione a un moribondo, ai preparativi per un matrimonio o per un funerale. Tutto a vista. E tutto in una babele di voci, di lamenti, di risate, di biastemie, d'insulti. Spiò a un passante come mai fossero sparite le casuzze e quello gli arrispunnì che se le era portate via, a mare, qualichi anno avanti, uno spavintoso alluvione.
S'era scordato, invece, dell'odore del porto. Un misto d'acqua di mare ferma, di alghe marcite, di cordame infraciduto, di catrame cotto al sole, di nafta, di sarde. Ogni elemento che componeva quell'odore, pigliato a sé, forse non costituiva un gradito omaggio all'odorato, ma l'insieme finiva col formare un sciàuro gradevolissimo, misterioso e inconfondibile.
Andrea Camilleri, La prima indagine di Montalbano

giovedì 5 luglio 2012

Sinestesie.

Questo brano parla di un fenomeno che mi ha sempre affascinato: la sinestesia.

La sinestesia - letteralmente «percezione simultanea» - è uno dei fenomeni più antichi noti alla neurologia. «Che voce friabile e gialla che ha» si sentì dire il famoso psicologo russo Lev Vygotsky da uno dei suoi pazienti; alcuni decenni dopo, uno scrittore sosteneva dall'Australia che il nome «Vancouver sa di budino di riso, ma con l'uva passa». Per chi ha capacità sinestetiche, uno stimolo visivo può essere accompagnato da un suono; toccare una superficie può generare un sapore. Questo abbinamento dei sensi è costante e coerente, istintivo e involontario. «In tutta la mia vita, non ho mai abbandonato la convinzione che la lettera E si di un freddo colore grigioazzurro» ammise il dottor James Key intorno al 1880. Questa sincronia si manifesta a partire dalla prima infanzia; il sinesteta più famoso, Vladimir Nabokov, da piccolo si lamentò con la madre che i colori delle lettere sui suoi cubetti di legno erano «tutti sbagliati».

E queste associazioni, anche quelle più fantasiose, sono permanenti. Un adolescente «sinestetico», con una rara variante «audiomotoria» di questa condizione, si metteva in posizioni diverse a seconda delle parole che sentiva. «Quando, dieci anni dopo, il medico gli lesse lo stesso elenco di parole» scrive il neurologo Richard Cytowic «il ragazzo assunse, senza alcuna esitazione, le stesse posizioni di un decennio prima».
Simili abbinamenti possono sembrare assurdi, ma in tutti noi i sensi interferiscono gli uni con gli altri.
La Virginia Dare, che produce estratti alimentari, una volta colorò di rosso un estratto di arancia e lo sottopose a una prova di assaggio con quaranta partecipanti. La maggior parte identificò il sapore come ciliegia o fragola; solo cinque riconobbero il sapore di arancia. Forse i soggetti avevano semplicemente dato la risposta che gli sembrava più logica: dopotutto era un liquido rosso. Ma cosa può spiegare la convinzione che un rullante sia intrinsecamente marrone o che toccare il velluto sappia di caramella mou?

Paul Collins, Né giusto né sbagliato, Adelphi 2005

mercoledì 4 luglio 2012

Cronaca di un matrimonio (tre anni fa).

Quel giorno la sposa si preparò per tempo ma sulla strada per raggiungere la chiesetta nel borgo in cima alla collina il buon Dio aveva messo tante auto e tanti ostacoli, che non si sa come fece ad arrivare puntuale davanti alla chiesa proprio nell'ora esatta del matrimonio. Lo sposo era lì ad attenderla sul sagrato, insieme ad alcuni (pochi, a dir la verità) invitati. Erano stati tutti rallentati dal grande traffico di esodo di inizio luglio. (Alcuni dissero dopo che quella era certamente una giornata da bollino rosso ma tutti i mezzi di informazione segnavano bollino verde). Il prete disse allo sposo: «Io aspetto mezz'ora non di più». Lo sposo disse: «Ci vorrà almeno un'ora». Perché la sposa non era mica pronta. Doveva ancora vestirsi. 
A tempo di record la sposa raggiunse la casa di un amico, si vestì, si truccò; poi tutti sparirono e la lasciarono sola col bianconiglio padre che continuava a ripetere: «Siamo in ritardo, siamo in ritardo, siamo in ritardo». La sposa si infilò le scarpe che per il caldo e l'afa faticavano a entrare, facendo acrobazie perché l'abito era davvero stretto, e si spettinò, e imprecò e uscì di fretta e salì sulla Cinquecento bianca del bianconiglio.
E arrivò - di nuovo - davanti alla chiesa e scese dall'auto e tutti (i pochi presenti) applaudirono e lei si accorse che mancavano il bouquet, il fotografo, i testimoni. Entrò, raggiunse l'altare, e si accorse che mancavano le fedi, e mancavano pure i lettori. Il ritardo era generale, il prete un po' si irritò ma il matrimonio si fece lo stesso, nonostante il caldo e il gran caos.
Fu una festa memorabile, e i musicisti suonarono anche la fisarmonica.


domenica 1 luglio 2012

Il prossimo sdiluvio.

L'indomani a matino, quanno s'arrisbigliò dopo una nuttata di sonno tanticchia agitato e raprì la finestra, il commissario s'arricriò. C'era un sole di mese di luglio in un cielo tutto tirato a lucito, apriva puliziato di frisco col detersivo. L'acqua di mari, che per dù jorni aviva completamente cummigliato la spiaggia, si era ritirata, ma aviva lassato la pilaja lorda di sacchi di munnizza, buatte vacanti, buttiglie di plastica, scatole sfunnate, lurdie assortite. Montalbano s'arricordò che in tempi oramà remoti il mari, quanno s'arritirava, lassava sulle spiagge sulo alghe profumate e conchiglie bellissime che erano come un rigalo che il mari faciva all'òmini. Ora invece ci restituiva la nostra stessa fitinzia.
E gli tornò a menti macari una commedia liggiuta quann'era picciotto, si chiamava Il diluvio, indove si sosteneva che il prossimo sdiluvio non sarebbe stato per acqua di cielo, ma che tutti i cessi, tutte le latrine, tutte le fogne, tutti i pozzi neri del mondo si sarebbero messi a sbummicare irresistibilmente fino a faricci annegari nella nostra stissa merda.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio

martedì 26 giugno 2012

Mondi paralleli.


All'inizio credevo che non ce l'avrei mai fatta, in questo mondo di cemento. Invece non era vero che c'erano solo auto, motori, frastuono e condomini astronave. Non è vero che un giorno la Terra, distrutta dall'uomo, esploderà o imploderà non lo so, e andremo tutti a vivere sulla Luna; forse abbiamo un po' esagerato con l'idea del progresso. Esiste tutto un mondo parallelo più domestico, serafico e benevolo, che se ne va per i fatti suoi, più lento, per niente convulso. È solo un problema di scelta. Basta non scegliere il mondo delle strade asfaltate, dei rumori e della città, contornarlo, circumnavigarlo. Tenerlo a distanza insomma, senza mai entrarci dentro. Semmai solamente ogni tanto sbirciarlo da lontano, così, per non perdere del tutto il senso della direzione. 
Paola Mastrocola, Più lontana della luna

venerdì 22 giugno 2012

È arrivata l'estate.

L'altroieri passeggiavo per strada e ho sentito nell'aria inconfondibile odore di zampirone. Ho pensato, è arrivata l'estate, perché lo zampirone è uno di quegli odori che associo alla bella stagione. Precisamente lo zampirone ha l'effetto di riportarmi indietro all'estate dell'82, ma anche a tante altri estati della mia infanzia, quando ancora non erano stati inventati altri zanzaricidi (gli anni Novanta avrebbero visto l'avvento delle tanto detestate piastrine, vape & company, almeno in casa mia).Fa caldo finalmente. Ci sono le zanzare finalmente. Finalmente sudo e posso stare tutto il giorno in calzoncini e hawaianas e ogni tanto rinfrescarmi con una doccia. Niente aria condizionata, io l'estate me la voglio godere tutta.
Io non so - e non voglio sapere - se lo zampirone è tossico per noi umani; per le zanzare, per fortuna, lo è, dovrebbe esserlo, ma anche se non lo fosse, ormai io lo userei come profumatore d'ambiente. Non mi sono documentata, ma se è in commercio, certo proprio tossico da morirci non sarà. Ho letto da qualche parte che è polvere di piretro compressa ed è stato inventato dal signor Zampironi, un chimico dell'Ottocento specializzato in insettifughi. Chissà se il signor Zampironi aveva brevettato anche la forma a spirale (geniale!), e se è stato lui ad avere l'idea di incastrare due spirali insieme, che quando le tiri fuori dalla scatola e cerchi di separarle, se non stai più che attento rischi di romperle (un po' meno geniale). E il supporto dello zampirone? Non vi è mai capitato di calpestarlo? 

venerdì 8 giugno 2012

I biscotti di san Martino


In questi giorni a Lodi, Ossago Lodigiano e San Martino in Strada si festeggiano i vent'anni di attività dello Siu Belu, in arte Guido Boletti. Una mostra itinerante (più di cinquanta quadri esposti), che vi invito a visitare (se ci andate in bicicletta vi regalano il catalogo).
Io festeggio quasi dieci anni di amicizia con lo Siu Belu, e sono contenta di averlo conosciuto. E di aver conosciuto i suoi quadri prima di lui. Ne parlo come se non ci fosse più, e invece c'è ancora, e in questi giorni rischiate anche di incontrarlo in una delle sedi della mostra, e potrebbe addirittura farvi da guida (se lo volete e se vi sta simpatico, naturalmente). Se insieme a lui c'è anche a un barbuto che vi sembra Fidel Castro giovane, non spaventatevi: è solo il Sindaco di San Martino in Strada.

Questa è una storiella che ho scritto per il catalogo della mostra. Parla un po' dello Siu Belu, un po' del destino che, a volte, ti strattona e ti porta, a modo suo, sulla strada giusta. Parla anche delle analogie tra due attività che possono sembrare lontane, come cucinare e dipingere, ma che in fondo non lo sono: cucinando e dipingendo si crea, si sfama e si fa memoria. Buona lettura.


I biscotti di San Martino.
C'era una volta un fornaio vagabondo.
Girava di città in città, cucinando pagnotte e dolci di tutti i tipi, perché le memorie del palato non si perdessero.
Il fornaio si spostava a piedi, e dove sentiva profumo di vaniglia o cannella, o vedeva nuvole di soffice zucchero uscire dai comignoli delle case, si fermava, bussava e passava qualche giorno in compagnia di rotonde signore con grembiule e capelli infarinati. Era un bel ragazzo, né giovane né vecchio, con folti capelli neri da selvaggio e sguardo allegro e limpido come i laghetti di montagna e, con mille complimenti, non faceva fatica a convincere le signore a farsi rivelare segreti di ricette imparate attraverso secoli di passaparola.

domenica 3 giugno 2012

Hoa cỏ may



Hoa cỏ may, inserito originariamente da Kenny_Huynh [0983862301].

domenica 20 maggio 2012

Bianca. E Silvia.



Questa piccola rosa che si chiamerà Bianca è sbocciata di venerdì sera, come la sorella, solo che due anni e mezzo fa era novembre e faceva freddo. Adesso è maggio, continua a fare freddo, ma i cortili sono pieni di rose, fioriscono i gelsomini e spuntano le foglie sugli oleandri, e la pioggia lascia nell'aria il profumo di erba e legno.
Pioveva la sera in cui è nata, e ci eravamo rassegnati ormai ad aspettare il lunedì, giorno del ricovero forzato, ma si vede che non voleva nascere sotto il segno dei Gemelli. Io e lo zio Orso siamo corsi in ospedale per vederla uscire dalla sala parto, come due anni e mezzo fa. 
L'ostetrica che ha fatto nascere lei, e anche sua sorella, si chiama Silvia, e in qualche modo questo nome resterà attaccato al suo, al loro destino. Del resto, Emma non si è ancora rassegnata... e continua a dire che la sorellina si chiama «Bianca... e Silvia». E non è tipo da arrendersi facilmente. Benvenuta Biancasilvia!

martedì 1 maggio 2012

Vivere senza nessun mestiere.


È una grande soddisfazione per me il pensiero che tu potrai risparmiarti di lavorare, perché il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarielli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purché non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro, invece, è una cosa inutile, e mortifica la fantasia. A ogni modo, se per caso non ti bastassero i soldi, e tu dovessi proprio adattarti a un lavoro, ti consiglio un mestiere che favorisca la fantasia quanto più è possibile, per esempio lo spedizioniere. Ma vivere senza nessun mestiere è la miglior cosa: magari accontentarsi di mangiare pane solo, purché non sia guadagnato.
Così dice, a proposito del lavoro, Romeo l'Amalfitano ne L'isola di Arturo di Elsa Morante.

mercoledì 25 aprile 2012

Una ricetta facile facile ma buona buona: torta allo yogurt.

Mia mamma faceva questa torta quando aveva in casa qualche yogurt scaduto (da poco) che non voleva buttare via. In questa ricetta facile facile e veloce veloce l'unità di misura è, infatti, il "vasetto di yogurt".

Ecco gli ingredienti:
1 vasetto di yogurt (bianco, ma anche no, io l'ultima volta ho usato lo yogurt alla mela e banana)
3 vasetti di farina bianca 00
2 vasetti di zucchero
3 uova
mezzo vasetto di olio di semi
1 bustina di lievito

Mescolate gli ingredienti come sono elencati, e aggiungete alla fine, se lo desiderate (desideratelo!), una mela e mezza tagliata a tocchetti, dando poi all'impasto la forma di torta o di ciambella (come nella foto). Infornate a 180° per 35-40 minuti.
Se poi vi venisse in mente di infornarne due insieme... ricordatevi di alzare la temperatura a 200° e di invertire a metà cottura la disposizione delle tortiere (sopra-sotto). Può darsi che dobbiate prolungare il tempo di cottura... il risultato non è garantito, quindi: meglio una per volta!

sabato 14 aprile 2012

Fa un freddo tucano.

C'è un tucano che svolazza nei miei sogni. L'ultima volta che ho visto un tucano, e fotografato il suo grande occhio blu e il suo gigante becco di seta, è stato all'oasi di Sant'Alessio, vicino a Pavia. Ma il primo tucano della mia vita l'ho incontrato al Parque de las Aves, a Iguazu, al confine tra Argentina e Brasile.
Ho pensato che se un uccello così viene a visitarmi nei sogni, be', dev'esserci qualche messaggio nascosto. Forse un invito a volare via, verso dove non è difficile immaginarlo. Il problema è che nel sogno cerco di afferrare il tucano, ma non ci riesco, mi sfugge.
Non ricordo di aver mai visto tucani volare, li ho sempre visti appollaiati sui rami, a farsi ammirare. Perché non puoi che provare ammirazione per un becco così grande, così bello, così arancione, quasi un prezioso accessorio attaccato a un corpo piccolo e tozzo, indossato per attirare l'attenzione (l'accostamento cromatico dell'arancio luminoso e variegato del becco all'azzurroblu dell'occhio a me sembra discutibile, ma certo di grande impatto). Sembrerebbe l'opera di un pittore (potrei fare un nome) che alla fine, non contento, ha aggiunto una pennellata di nero sulla punta e intorno al becco. Un piccolo capolavoro.
Un gruppo di ricercatori canadesi e brasiliani ha scoperto qual è il segreto del lungo becco del tucano (notizia ansa). Pare che serva a regolare la temperatura corporea. Quando fa molto caldo, il tucano spinge il calore del corpo nel becco e rimane al fresco. Quando, invece, comincia a far freddo, il tucano spinge meno calore nel becco, mantenendo così uniforme la temperatura del suo corpo. Come fa? In pratica, esercita un controllo sui flussi di sangue.
Ecco, in questi giorni freddi, di pioggia e vento, forse il mio sogno voleva soltanto dirmi questo: «non hai bisogno di papere di semi di ciliegio scaldate nel forno a microonde, ma della saggezza termica del becco del tucano». Che significa, in soldoni: va' da un'altra parte a cercare il sole.
Ma non riesco proprio a muovermi. Continuerò a scaldare papere di semi di ciliegio e a rintanarmi sotto strati di coperte.

ps. i tucani non sono gli unici a usare parti del corpo per raffreddarsi e regolare la propria temperatura (elefanti e conigli, per esempio usano le orecchie), ma sono quelli con la più grande "finestra termica", visto che il becco è pari a un terzo della lunghezza del loro corpo.

mercoledì 11 aprile 2012

Torta di mele della mamma (o della nonna Anna, a seconda dei punti di vista).

Questa è una torta buonissima, fatta, si può dire, solo di mele. E infatti sbucciare le mele e tagliarle a pezzettini è la parte più lunga di una ricetta che, per il resto, impegna al massimo dieci minuti. Se non ci fossero le mele da tagliare, appunto. Per questo vi consiglio di accendere la radio o di farvi aiutare, per velocizzare l'operazione.

Dunque, tagliate a pezzetti un chilo di mele, come nella foto qui a lato (non fate la domanda che ho fatto io: devo pesarle prima o dopo averle sbucciate e private del torsolo?, perché la risposta è: vedete voi, io le ho pesate prima, un chilo, mela più mela meno) e mettetelo da parte. Ho scelto mele golden perché ne avevo una cassetta intera, regalo di un amico trentino, ma credo che siano proprio quelle giuste, anche se nella ricetta non è specificato.
A parte, mescolate un uovo intero e un tuorlo d'uovo con un etto di zucchero. Aggiungete 2 etti di farina 00, mezzo bicchiere di latte (il mezzo è relativo perché dipende dalle dimensioni del vostro bicchiere... fate voi, a occhio) e un cucchiaino di lievito, e trasferite il tutto in una tortiera che avrete precedentemente imburrato e infarinato. Aggiungete le mele e sparpagliate qua e là riccioli di burro. Infornate per un'ora a 180°. Ecco il risultato finale.

Quanto all'origine di questa ricetta, non la conosco. Non so se a mia mamma l'ha data mia nonna o una sua amica, se l'ha letta in un libro o in una rivista di cucina. Non so se è una variante di una ricetta esistente, codificata e tramandata (io propendo per l'ipotesi dell'amica). Potrei chiederle di intervenire qui sotto con un commento, ma non vorrei metterla in imbarazzo.
In fondo ha poca importanza sapere da dove viene una torta. Io l'ho conosciuta così, è legata a certi ricordi e saperne l'origine non cambia la sostanza.
E poi, si sa, ogni torta è unica. Anche solo per il modo in cui tagli le fettine di mele.

sabato 7 aprile 2012

Pulizie di primavera.

Ho passato il pomeriggio tra gli scaffali di casa a pulire e riordinare libri (per ora ho sistemato solo i libri per bambini); ho trovato libri che non ricordavo di avere e cercato disperatamente libri che credevo di avere e che invece non sono da nessuna parte, come un paio di libri di Munari, vaiasapere se li ho prestati o se li ho solo sognati. Tra tutti, ho trovato questa vecchia edizione di Piccole donne, che non fa parte della mia infanzia e che davvero non so da dove sbuchi fuori. L'ho forse rubata a qualcuno? A chi? Fatevi avanti, ma dovete dimostrarmelo, che è vostra, perché io mi ci sono già affezionata. Ho ritrovato manuali di giochi di strada, qualche fotografia, una cartolina d'amore con un cuore peloso, un caleidoscopio, delle palline da giocoliere, due ventagli spagnoli, un libro di Richard Scarry, delle biglie colorate e un uovo nero di alabastro (comprato a Volterra, che è conosciuta ormai più per i vampiri che per l'alabastro). Ho sfogliato svariati libri di Roald Dahl, di fate, gnomi, dei barbapapà, della Pimpa e di Harry Potter. Ho letto la storia di Pollicino e ho pensato che sarebbe proprio bello tradurla in simboli PCS. Ho scoperto di avere due libri di Silvana Gandolfi, che non ho ancora letto, e di avere pochi, pochissimi libri di Bianca Pitzorno (devo rimediare). Ho soffiato via tanta polvere. Ho vestito due Barbie e centrifugato un po' di peluches.  E infine, ho messo ad altezzadiemma tutti i libri che potrebbero interessarle. Domani, se avrò le forze, tocca ai latinoamericani. Buonanotte.