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martedì 7 gennaio 2014

Il raffreddore bisogna solo lasciarlo passare.

 
Queste pagine, che ho letto l'anno scorso nel libro Dialogo del silenzio di Itsuo Tsuda hanno cambiato completamente il mio rapporto con il raffreddore. Tsuda, riprendendo gli insegnamenti di Noguchi, dedica, nel libro, ben tre capitoli al raffreddore.

"(...) il raffreddore non è una malattia da guarire, ma una funzione naturale dell'organismo che gli consente di rimettersi in sesto da solo. Se è la natura che fa il suo lavoro, la cosa migliore è lasciarla lavorare. È molto semplice. Quello che succede in realtà è proprio il contrario. Si fa di tutto per impedire alla natura di fare il proprio lavoro. (...) Secondo Noguchi, il raffreddore non è un'affezione generale del corpo, ma una distorsione che colpisce localmente un particolare sistema organico. Si prende il raffreddore quando il cervello è stato sottoposto ad un sovraffaticamento cerebrale. Si prende il raffreddore quando si è mangiato troppo sovraccaricando il sistema digestivo. Ad ogni modo, quando un sistema organico lavora troppo in rapporto all'insieme dell'organismo, quando c'è una fatica localizzata, si prende il raffreddore. Il raffreddore è quindi il risultato di una certa attività eccessiva dell'uomo, che provoca la perdita di elasticità muscolare nella parte affetta e di conseguenza lo squilibrio, indotto da questa perdita, nella postura. (...) Dopo il decorso del raffreddore che colpisce la parte interessata, in ciascun individuo, questa parte si sbarazza della stanchezza localizzata e recupera la propria elasticità.
E il virus? Non abbiamo nessuna ragione di trattarlo da nemico, se ci serve ad innescare il processo.
Noguchi si indignava per il fatto che noi prendiamo il raffreddore alla leggere e che ignoriamo completamente la sua utilità. Interrompendo il processo naturale di recupero, si mantiene inalterata la rigidità del corpo che si accompagna in genere alla rigidità dello spirito.
(...) Il raffreddore è una delle chiavi più importanti dei problemi della salute nell'uomo. Se si è capaci di trattare il raffreddore, si è capaci di trattare tutti gli altri problemi della salute.
Ogni problema ha un domicilio fisso, mentre il raffreddore è un vagabondo. Se si arriva ad afferrarlo, a localizzarlo, il resto è facile: si deve solo chiedergli di fare il lavoro che gli è assegnato, vale a dire, sensibilizzare il corpo, rivitalizzare il punto di fatica, recuperare l'equilibrio, normalizzare il terreno e rimetterlo a nuovo.
È altrettanto difficile che cercare di telefonare a qualcuno che cambia costantemente di numero. Telefonare, non è un lavoro difficile, ma bisogna sapere a quale numero.
Le persone apatiche non prendono il raffreddore. Sono come insetti giganti presi nel catrame. Possono agitare quanto vogliono le zampe, ma sono incapaci di prendere il volo o di togliersi di lì. Non sono in uno stato che permetta di dispiegare tutte le loro capacità. Si muovono quando ci sono degli imperativi, ma non sono capaci di decidere niente in prima persona."
Itsuo Tsuda, Il dialogo del silenzio. Scuola della Respirazione

giovedì 4 luglio 2013

La signora delle carte.


La signora ripete spesso «Calma e sangue freddo». È il suo modo per affrontare il mare di carte nel quale sta affogando. La signora è ossessionata dal tenere traccia di tutto. Ho provato a spiegarle che il computer ha una sua memoria, ci pensa lui, ma è anziana, e non si fida. Così stampa tutto, tutte le mail che arrivano, tutti i documenti. Tutto. A volte anche due volte lo stesso documento.
«Bisogna fare ordine», dice.
Ho provato a spiegarle non solo l’impatto ambientale della sua azione stampatrice, ma anche l’inutilità della stessa. Ma non mi ascolta, o forse non mi crede. È anziana, e crede solo a quello che può toccare con mano: la carta. Non crede che il computer possa essere già di per sé un archivio.
È così ossessionata dall’ordine, che passa le giornate stampando e impilando foglietti, post-it gialli rosa e arancio, appunti presi a mano e carte, etichettando e inserendo tutto in faldoni di colori diversi. Faldoni che si accumulano sugli scaffali, e che lei dimentica il giorno dopo averli fatti, faldoni che apre passandone in rassegna il contenuto con scrupolo, leggendo e rileggendo ad alta voce, faldoni che disfa e rifa in modo diverso. 
La sua ossessione di ordine genera disordine che si ricompone in ordine (momentaneo) per poi esplodere di nuovo, una miriade di coriandoli colorati sparsi per la stanza.
E si riparte da capo. Bisogna fare ordine. Calma e sangue freddo. 
Lo dico io. Con questo caldo.

domenica 30 giugno 2013

Basta, Benito!

Benito è un vecchio bulldog che abita al primo piano nella casa di fronte alla mia. È vecchio, grasso e malandato. Vive con la sua padrona, che non ho mai visto ma di cui ho sempre sentito la voce, e che secondo me gli assomiglia pure. Benito ogni tanto esce di casa, ma si trascina a fatica, non so se perché è vecchio o perché è grasso, fa pochi passi e stramazza al suolo, la lingua a penzoloni, che faccia caldo o freddo è sempre la stessa scena. La maggior parte del tempo la passa in casa alla finestra. Giorno e notte, non so se dorme. Una cosa l'ho capita, però: a Benito danno fastidio le cose che si muovono. E così, dal balcone del primo piano dove abita, che poi non è un balcone ma una ringhiera davanti a una finestra, Benito abbaia a tutto quello che si muove, ai passanti, alle auto, alle moto, alle mosche e alle zanzare. È un abbaiare lento, strano, scuro, seguito sempre dalla voce, anche quella stanca e rassegnata, della padrona, «Benito, basta! Basta, Benito!». A volte solo Basta. Ma è più forte di lui. Non lo fa mica apposta. E alla fine, nel mezzo della notte, non sai se ti da più fastidio Benito che abbaia o la padrona che dice Basta Benito.

domenica 23 giugno 2013

La strega del cane.

Illustrazione di Anna Laura Cantone
Qui nel palazzo sono tutti un po' spaventati. È tornata la strega, dicono. La strega ha sempre abitato qui, ma ha sempre camuffato bene la sua natura streghesca. Sembra strano, ma ha anche dei genitori, un fratello e un cane. Strano, perché di solito non si pensa alla famiglia delle streghe. Eppure sono convinta che nessuno nasca strega. Strega si diventa. È la vita a incattivirti. Nel caso della nostra strega, forse è successo qualcosa che noi non sappiamo. Forse un uomo, un amore finito male. Ma a renderla cattiva adesso è il suo cane. Il cane che lei porta tutti i giorni a fare i bisogni nel giardino comune. Il cane che lei non ama, perché altrimenti lo farebbe passeggiare fuori, nei campi o in città. Il cane che lei richiama con voce stridula, e le rose e le siepi cominciano ad appassire. La strega non ama i bambini. E i bambini, quando la vedono, fuggono spaventati. Lei mormora parole oscure, lancia maledizioni e mozziconi di sigarette, delimitando il suo territorio. Chi ha qualche formula magica da insegnarmi? Per mandarla via o per trasformarla in fata.

martedì 18 giugno 2013

Vorrei riportare le conchiglie al mare.


Ogni anno, nel mese di giugno, per me è come una fine e un inizio. Sono rimasta agganciata ancora ai ritmi della scuola. L'inizio fa sì che senta la necessità di riordinare e buttare cose, vestiti e oggetti, e mi ritrovo a frugare in scatole e cassetti per mettere in ordine. Solo che a volte l'ordine è impossibile, così questi tentativi di sistemare le cose che sono insistemabili, si trasformano in struggenti amarcord. Passo dai biglietti dei concerti ai foglietti scritti a scuola, da appunti dell'università a foto recenti stampate e mai organizzate in album. E poi saltano fuori quelle cose che non ricordavo nemmeno più di avere, come ad esempio gli scatolini neri che un tempo custodivano i rullini delle macchine fotografiche, solo che ora contengono sassolini e conchigliette bianche e rosa raccolte in qualche spiaggia. E sento il richiamo del mare, perché quelle conchiglie a gran voce mi chiedono di essere ancora accarezzate dalle onde, perché appartengono al mare che solo può decidere il loro destino... E allora so che devo andare.

martedì 20 novembre 2012

Ti fidi di me?

Non ho ancora trovato il mio parrucchiere di fiducia. Ho il mio pasticcere di fiducia, il mio pneumologo di fiducia, il mio erborista di fiducia. Il dentista di fiducia. Ma il parrucchiere no. C'è sempre un piccolo dettaglio che rovina tutto. Certo, come nei grandi amori, bisognerebbe scendere a compromessi: la perfezione non esiste. Bisognerebbe chiudere un occhio sui piccoli difetti per apprezzare i grandi pregi, perché c'è qualcosa in quel grande amore di cui non si può proprio fare a meno. E allora sarà che non mi sono ancora innamorata. Non ho ancora trovato "il parrucchiere della mia vita". Ho solo rapporti occasionali, preferisco mantenere le distanze. Mi infastidisco quando mi lavano i capelli in modo esageratamente energico. Mi infastidisco quando chiedo una piega "mossa" e mi fanno i boccoli. Quando chiedo di fare i capelli di un colore più chiaro, e mi fanno i riflessi rossi. E poi c'è chi ti fa pagare troppo. A volte con l'inganno. Così dopo due tre di questi "piccoli" sbagli, io cambio. Alla fine, gira e rigira sono sempre gli stessi, i saloni che frequento: è come avere quattro-cinque amanti e stare un po' con uno un po' con l'altro. Quando torno, dopo un po' di mesi, dico di esser stata in giro per altre città e loro mi perdonano sempre.

domenica 18 novembre 2012

E mi è scivolato il Natale in bocca.

Già da qualche giorno nei supermercati sono arrivati i prodotti natalizi (e manca più di un mese). Oggi non ho resistito: ho comprato un pandoro, il primo della stagione. So che tra un mese non vorrò più neanche vederlo, lui e il suo amico panettone, ma oggi avevo bisogno di tenere in bocca quella nuvola soffice e burrosa sbuffettata di zucchero a velo. E mi è scivolato il Natale in bocca. Perché il primo morso non è un morso qualsiasi, è un insieme di ricordi, di freddo, di neve, di colori, di fuoco e caminetto, di candele, di sapori che si mescolano, di noci e frutta candita, di brodo e torroncini, e di tutto quello che è il nostro Natale. Che per me è la somma di tutti i Natali che ho vissuto. Qualche anno fa ho avuto la possibilità di vivere il Natale nell'altro emisfero, ero in Argentina. Confesso, non ce l'ho fatta. Il 24 dicembre sono scappata dal Natale in maglietta per venire a rifugiarmi nell'abbraccio dell'orso. Forse avevo solo paura di perdermi un pezzo della mia storia.

venerdì 12 ottobre 2012

Ci sono quelli che si mettono a correre.


Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano. Ci sono quelli che sono contenti, sbarazzati di qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore. Ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa. Ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito. Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza. Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l'età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che... è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l'epoca, il destino, la vita,

ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi.
Che si mettono a correre, 
per esempio.

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

domenica 22 luglio 2012

Su un'isola, in mezzo alle montagne.

Ho sempre pensato che le letture dovessero essere in sintonia con il luogo, o la situazione. Quando sono a casa, leggo di tutto, almeno per avere l'impressione di non essere sempre qua. Ma quando viaggio, scelgo letture che mi facciano vedere cosa si nasconde nell'anima del luogo in cui sono di passaggio. Che mi aiutino a capirlo meglio. E non parlo di guide turistiche, parlo di letteratura. Negli ultimi anni ho visitato il Brasile insieme a Dona Flor e a Gabriela, sono stata a Città del Messico con la famiglia Reyes, in Sicilia con Salvo Montalbano e il capitano Bellodi e a Castiglione della Pescaia con Italo Calvino e gli ottuagenari del Bar Lume di Malvaldi.
Tra un paio di settimane mi trasferirò in Trentino, nella Val di Non. E mi sono accorta che le letture che ho scelto vanno da tutt'altra parte: a Procida, con Arturo (L'isola di Arturo), a New York (Molto forte incredibilmente vicino), in Irlanda (Bog child) e, lontano nel tempo, nell'Inghilterra del '600 (Amber). E naturalmente, ancora una volta, in Sicilia, con Salvo Montalbano (Le ali della sfinge). Come le ho scelte? Non lo so. Libri che volevo leggere da tempo. Ora, siccome non ho trovato nessun libro degno di essere letto, ambientato in Val di Non, o che parlasse della Val di Non, penso che però dovrei almeno trovare un libro che respiri i boschi, le altezze, le montagne, la fatica, il silenzio, la solitudine. Solo per sentirmi un po' in sintonia con il paesaggio, con la gente. Ho pensato ai libri di Corona. Ma forse c'è qualcosa di meglio. Si accettano suggerimenti.

martedì 26 giugno 2012

Mondi paralleli.


All'inizio credevo che non ce l'avrei mai fatta, in questo mondo di cemento. Invece non era vero che c'erano solo auto, motori, frastuono e condomini astronave. Non è vero che un giorno la Terra, distrutta dall'uomo, esploderà o imploderà non lo so, e andremo tutti a vivere sulla Luna; forse abbiamo un po' esagerato con l'idea del progresso. Esiste tutto un mondo parallelo più domestico, serafico e benevolo, che se ne va per i fatti suoi, più lento, per niente convulso. È solo un problema di scelta. Basta non scegliere il mondo delle strade asfaltate, dei rumori e della città, contornarlo, circumnavigarlo. Tenerlo a distanza insomma, senza mai entrarci dentro. Semmai solamente ogni tanto sbirciarlo da lontano, così, per non perdere del tutto il senso della direzione. 
Paola Mastrocola, Più lontana della luna

martedì 1 maggio 2012

Vivere senza nessun mestiere.


È una grande soddisfazione per me il pensiero che tu potrai risparmiarti di lavorare, perché il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarielli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purché non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro, invece, è una cosa inutile, e mortifica la fantasia. A ogni modo, se per caso non ti bastassero i soldi, e tu dovessi proprio adattarti a un lavoro, ti consiglio un mestiere che favorisca la fantasia quanto più è possibile, per esempio lo spedizioniere. Ma vivere senza nessun mestiere è la miglior cosa: magari accontentarsi di mangiare pane solo, purché non sia guadagnato.
Così dice, a proposito del lavoro, Romeo l'Amalfitano ne L'isola di Arturo di Elsa Morante.

sabato 7 aprile 2012

Pulizie di primavera.

Ho passato il pomeriggio tra gli scaffali di casa a pulire e riordinare libri (per ora ho sistemato solo i libri per bambini); ho trovato libri che non ricordavo di avere e cercato disperatamente libri che credevo di avere e che invece non sono da nessuna parte, come un paio di libri di Munari, vaiasapere se li ho prestati o se li ho solo sognati. Tra tutti, ho trovato questa vecchia edizione di Piccole donne, che non fa parte della mia infanzia e che davvero non so da dove sbuchi fuori. L'ho forse rubata a qualcuno? A chi? Fatevi avanti, ma dovete dimostrarmelo, che è vostra, perché io mi ci sono già affezionata. Ho ritrovato manuali di giochi di strada, qualche fotografia, una cartolina d'amore con un cuore peloso, un caleidoscopio, delle palline da giocoliere, due ventagli spagnoli, un libro di Richard Scarry, delle biglie colorate e un uovo nero di alabastro (comprato a Volterra, che è conosciuta ormai più per i vampiri che per l'alabastro). Ho sfogliato svariati libri di Roald Dahl, di fate, gnomi, dei barbapapà, della Pimpa e di Harry Potter. Ho letto la storia di Pollicino e ho pensato che sarebbe proprio bello tradurla in simboli PCS. Ho scoperto di avere due libri di Silvana Gandolfi, che non ho ancora letto, e di avere pochi, pochissimi libri di Bianca Pitzorno (devo rimediare). Ho soffiato via tanta polvere. Ho vestito due Barbie e centrifugato un po' di peluches.  E infine, ho messo ad altezzadiemma tutti i libri che potrebbero interessarle. Domani, se avrò le forze, tocca ai latinoamericani. Buonanotte.

sabato 17 settembre 2011

E venne un colpo di vento.

Eccolo, il colpo di vento.
È arrivato oggi mentre ero seduta a scrivere sul divano.
Si preannuncia tempesta: le tende hanno svolazzato e le candele accese sul davanzale hanno tremolato, forse arriverà quel temporale di cui parlano da giorni i meteorologi.
Io amo riempire la casa di candele profumate. Le mie preferite sono quelle dell'Ikea, piccoli lumini protetti da un involucro di alluminio. Profumano di mela, di vaniglia, di agrumi e di frutti di bosco.
Purtroppo a volte mi è capitato di uscire di casa dimenticandone qualcuna accesa. So che non dovrei, che è pericoloso, che non si scherza con il fuoco. Non faccio mica apposta. Una volta mi sono addormentata e svegliata appena in tempo per spegnere un principio di incendio sul tavolo della cucina… ma era una candela circondata da piccole canne di bambù. Da allora cerco sempre di accendere i miei lumini solo in una posizione sicura, protetti dall'alluminio, dalla sabbia, da un portacandele. Ne accendo sempre una fila sul davanzale, sotto la finestra della sala.
«E se viene un colpo di vento?», mi ha chiesto un giorno il piccolo principe.
Ho cercato di immaginare cosa volesse dire e come potesse un colpo di vento sollevare una candela, farla cadere sul tappeto, lanciarla addosso alle tende. Ho pensato: il vento spegne la candela. E mi sono tranquillizzata. E, inoltre, quante probabilità ci sono che venga un colpo di vento? E che generi quella catena di eventi sfortunati per cui la mia casa vada a fuoco?
E oggi eccolo, il colpo di vento. All'improvviso. Ha sollevato le tende, non la candela. Era questo allora che intendeva il piccolo principe: il vento non solleva la candela, ma può sollevare la tenda. Prima di spegnere la candela.
Per fortuna ero in casa. Mi sono alzata, ho chiuso tutte le finestre e tirato giù le tapparelle. Le candele le ho lasciate accese.

mercoledì 13 luglio 2011

Da vent'anni mano nella mano.


Ci sono un lui e una lei che io osservo da vent'anni. Li ho incontrati la prima volta all'ospedale, ventun'anni fa, quando è nata mia cugina. Lei aveva partorito il primo figlio da poco. Per qualche strana ragione ho continuato a rivederli in tutti questi anni, per le strade della mia piccola città. Loro non sanno chi sono io, non ci siamo mai conosciuti. Ma io mi sono ormai affezionata a questa famiglia a distanza. La mamma sembra non essere mai invecchiata, non saprei darle un'età, è giovane ma non più giovanissima, cura molto il suo aspetto ed è sempre bellissima. So come si chiama, ma è meglio se non lo scrivo. Il papà è un po' invecchiato, dimagrito. Dopo il primo figlio, ne hanno fatto un altro, che ho conosciuto quando era alla scuola primaria (gli ho insegnato a usare il computer). Quello che continua a stupirmi è che da vent'anni almeno, loro vanno in giro per le strade della mia piccola città sempre mano nella mano. Non si stancano mai.

venerdì 6 maggio 2011

Il piccione.


L'altra sera ero in casa da sola e stavo lavorando al computer, quando ho sentito un rumore in sala. Sono andata a vedere, ma non ho notato niente di strano: ho pensato al vento, ho chiuso le finestre e sono tornata a lavorare. Ma ecco che un altro rumore mi ha interrotta, e non ho avuto più dubbi: era un battito d'ali. La prima cosa che ho pensato è stata: mio dio un piccione. Perché io dei piccioni ho una paura boia. Non li posso proprio sopportare, io e un piccione nella stessa stanza: non esiste. Anche perché il piccione dalla stanza in qualche modo va fatto uscire. Ora, si dà il caso che stia leggendo in questi giorni proprio un libro che si intitola Il piccione, di Patrick Süskind, l'autore de Il profumo. In questo libro, il protagonista, un signore che vive in una casa popolare all'ultimo piano e che ha il bagno in comune con altri inquilini, conduce un'esistenza tranquilla e priva di sorprese fino a quando si ritrova sul pianerottolo un piccione. La sua vita cambia radicalmente (non so ancora dirvi come, non ho finito il libro). Ecco, la mia prima reazione è stata identica a quella del protagonista del libro: ho pensato solo a scappare, a rifugiarmi da qualche parte. Dove? Sul balcone della cucina, in mutande ho cercato aiuto al telefono. Poi sono scappata in bagno in punta di piedi, per non spaventare il presunto piccione, anche se sentivo solo rumori, battiti d'ali, carte arruffate, e che fosse un piccione non ero affatto sicura. Non sarà mica un pipistrello, mi sono detta, ed era anche peggio del piccione perché il pipistrello è difficilissimo da buttare fuori di casa. Sono stata in bagno un tempo interminabile a pensare a una strategia di attacco. E l'avevo anche trovata (prendo un telo del bagno e glielo butto addosso, avevo pensato), ma per fortuna sono arrivati i rinforzi. Cerca di qua cerca di là abbiamo trovato in un angolo, nascosto dietro i libri, uno spaventatissimo uccellino. Mi sono rivista chiusa in bagno a nascondermi da quel piccolo arruffato uccello che si stava nascondendo da me. Mi è venuto da ridere. Lui, invece, sembrava non cogliere l'aspetto comico della situazione. Forse si è visto in padella: in un attimo ha preso coraggio, è saltato sul divano ed è volato fuori dalla porta finestra, che nel frattempo avevamo aperto. Si è posato sul ramo dell'oleandro della mia fioriera, mi ha fatto maramao ed è volato via. Libero. Confesso che un po' l'ho invidiato.

giovedì 3 febbraio 2011

Il drenaggio.

Intanto devo imparare a fare il drenaggio. Un buon drenaggio è tutto.
Inutile piantare chissà che alberi. Inutile spendere tanti soldi per il concime migliore, il vaso più bello, i sistemi di irrigazione più evoluti.
Il drenaggio è l'importante! Se tu sbagli drenaggio tutto ti svanisce sotto gli occhi e tu te ne resti lì, schiacciato dalla sorte. Ma quale sorte? Smettiamola, prendiamoci le nostre responsabilità. Quindi mi compro un libro sul drenaggio e comincio a studiare.
Se non si fa un buon drenaggio, la pianta comincia a impallidire. Diventa gialla. Per noi il giallo è un bel colore, ma per la pianta no: è il colore della morte. Ognuno muore con i suoi colori. Noi ad esempio diventiamo bianchi.
Se poi andiamo a vedere le radici, scopriamo che anche loro soffrono, non si espandono più. Nessuno ci pensa mai alla sofferenza delle radici, solo perché le radici sono una cosa che non si vede.
Troppa acqua nel terreno. Noi sbagliamo tutto, pensiamo che a una pianta serva l'acqua e allora giù a bagnare. È vero, le serve, ma con misura. Leggo sul libro che l'eccesso di acqua toglie ossigeno, e fa anche un pericoloso accumulo di anidride carbonica.
La soluzione non è dunque dare più acqua alle piante, bensì incanalarla. Mi piacerebbe imparare come si fa un buon drenaggio. Bisogna scavare sotto, tanto per cominciare. Fare una bella buca di circa un metro cubo e poi riempirla metà di frammenti di laterizi, e metà di terra mista a ciottoli. Lì dentro inserire i tubi per incanalare l'acqua in eccesso.
Anch'io avrei avuto bisogno di un buon drenaggio.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco.

martedì 1 febbraio 2011

Nebiun.

fotografia di Giovanni Orlando

Oggi. Mi sveglio. Sollevo le tapparelle e non vedo niente. Il mondo è svanito dentro una nuvola. Riabbasso le tapparelle. Torno a dormire. Forse non mi sono svegliata nel modo giusto, e sto ancora sognando.