Orsetto in arrivo

sabato 19 dicembre 2009

Una sera, un amico.


illustrazione di Josè Sanabria
La neve di una sera di dicembre si depositava sulla nostra camminata soffice e lenta sotto il grigio e grazioso ombrellino della mia bisnonna, le strade del centro di Lodi sembravano più deserte e al tempo stesso più familiari, i miei tasti ora colorano di nero questo riquadro bianco come i nostri passi allora la neve.Parlammo del tempo che passa, dello spazio che si riempie, dei rimpianti e dei ricordi, delle scelte coraggiose, della morte e del valore di ogni singolo istante. Un'ora sola, rubata al tempo nell'attesa di un treno, sempre lo stesso ma in qualche modo diverso, i ricordi riaffioravano sciolti dal riscaldamento dell'auto messa in moto, un po' a fatica.E il foglio si riempie, la vita va avanti, i passi segnano una strada, l'auto è carica di neve, del peso degli anni, per un momento ce lo scrolliamo di dosso ed è come se il tempo non esistesse, fosse annullato dai fiocchi che cadono che non sappiamo se scendono dall'alto o se sono lì immobili nel cono di luce giallastra dei lampioni, che esiste da sempre come buenos aires, eterna come l'acqua e l'aria, diceva Borges, esiste da sempre e sempre esisterà, almeno fino a quando dureremo noi. >Lascio un po' di spazio bianco qui in fondo, la neve torna a depositarsi e noi torneremo a calpestarla.

martedì 27 ottobre 2009

Un mattino.

Rubinetto, inserito originariamente da sciroff.

Il rubinetto del lavandino rantolò sputacchiò sbuffò e alla signora Paola rimase in mano la pentola per far bollire le patate, riempita solo a metà.
Federico si pulì coscienziosamente il didietro, gettò nel w.c. la carta igienica immonda, tirò lo sciacquone e non scese nulla. Tirò ancora più volte, e alla fine decise di lasciare tutto così, avendo però almeno l’accortezza di abbassare l’asse del water, cosa che peraltro non impedì allo sgradevole odore di diffondersi nella stanza.
Il signor Antonio aveva ancora la bocca indentifriciata, Giada la faccia insaponata, ma entrambi dovettero ricorrere all’acqua gasata del frigorifero per completare le operazioni di igiene personale, come anche l’ingegner Balduini e la signora Garofano, sposati da trent’anni. Soltanto ventiquattr’ore dopo se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto questo avvenne contemporaneamente nel condominio Petunia (dal nome dei fiori che era consentito esporre sui balconi) alle ore otto e zerocinque del giorno lunedì 15 luglio 2015.
Fu uno squillare reciproco di campanelli, un “anche a lei?” e venne subito chiamato in causa il signor Moroni, caposcala.
“Perché non ha avvisato che ci avrebbero tolto l’acqua?” chiese Federico ancora in pigiama.
“Ma, veramente, io non sapevo – provò a ribattere timidamente il signor Moroni – l’amministratore…”
“Non diamo sempre la colpa all’amministratore, che è una brava persona” lo interruppe la signora Paola, che dell’amministratore era l’amante.
“… cioè, volevo dire – continuò il signor Moroni, che di nome faceva Aldo – l’amministratore non avendomi avvisato, non ci sono lavori in corso… comunque proverò a sentirlo” concluse.
“Sarebbe meglio” risposero in coro i condomini.

La cosa strana fu che anche all’amministratore era venuta a mancare l’acqua, e viveva in un condominio dall’altra parte della città.
Staranno facendo dei lavori comunali, pensò il signor Moroni, ma quando rincasò a mezzogiorno, dopo aver passato la mattinata in giro per la città in cerca di spiegazioni (e non avendone trovate) si accorse che la situazione non era migliorata, anzi.
Era una sorta di catastrofe nazionale.
Dal tiggì dell’una infatti apprese che l’acqua era venuta a mancare dappertutto.
“Come dappertutto?” chiese la moglie.
“Dappertutto” rispose lui, incredulo sull’utilizzo della parola.
Gli esperti stavano ancora indagando le singolari cause del fenomeno, alcuni parlavano di responsabilità svizzere, altri di corresponsabilità svizzero-austriaco-francesi, chi incolpava gli arabi, chi gli americani, gli ambientalisti gli industriali, gli industriali il governo, il governo i governi precedenti. Gli
anchor men invitavano alla calma e al sangue freddo, che nel giro di pochi giorni la situazione sarebbe tornata alla normalità.
Sangue freddo? pensò il signor Moroni. Con questa temperatura?

sabato 24 ottobre 2009

Spuntano margherite


Margherite, inserito originariamente da kerobe!

Un giorno la piccola Viola uscì di casa e si accorse che era cresciuta una margheritina proprio nel mezzo della strada asfaltata di fronte a casa sua.
Le margherite possono crescere sull’asfalto? chiese alla mamma.
Certo che no, rispose lei, le margherite crescono soltanto nella terra.
Viola sospettava che sotto l’asfalto ci fosse la terra, ma non ne era sicura, era solo una supposizione.
Andò a vedere da vicino, guardò bene, ma vide che l’asfalto non era smosso o rovinato: c’era solo un buchino e dal buchino spuntava la margherita.
Rimase col suo dubbio.
Nei giorni seguenti le margherite aumentarono.
E alla fine della settimana tutta la strada era coperta di margherite. Cento, mille margherite spuntate da altrettanti buchini nell’asfalto.
I dubbi aumentarono: sono forse margherite geneticamente modificate? si chiese Viola. O forse è un asfalto geneticamente modificato, asfalto di tufo o di pietra saponaria, così tenero che si può bucare con un grissino? Fece la prova grissino ma non funzionò.
Forse è asfalto cucinato da nonna Aurelia.
Nonna Aurelia faceva biscotti duri come il marmo ma pur sempre biodegradabili se immersi sei mesi nell’acqua. Era asfalto di biscotto!
E se fossero stati i marziani a fare i buchi con laser potentissimi e perforanti?
E poi, perché margherite e non viole? si chiese un po’ risentita.

mercoledì 21 ottobre 2009

Cinquantasei. Il meteorologo.

credit photo: Greg Williams


Ieri notte ho fatto un sogno.

Ero davanti alla televisione quando all'improvviso il film che stavo guardando si interrompeva e compariva in 3D Michael Stipe che mi diceva: "Don't worry! It's going to rain tomorrow and the minimum temperature will raise."

Un augurio? Una minaccia? Una previsione meteo?

Questa mattina volevo tornare al mare ma ormai mi ero rannuvolata, così alla fine sono rimasta a casa.

A pranzo qualcuno ha suonato il campanello, io ho pensato, ma come suona bene, e infatti era sempre lui, il cantante dei REM. Con latte e vin brulé, per scaldarmi.

L'ho fatto entrare, ma più lo guardavo, più mi sembrava di notare piccoli particolari, dettagli, un naso allungato, una testa sottile. Forse è solo un impostore, un sosia di Michael Stipe, ho pensato.

Sta per piovere, ha detto lui (sempre in inglese).

Hai ragione, gli ho detto, ecco qua: ho preso il latte, e gliel'ho versato addosso.

Michael Stipe è evaporato, e al suo posto è rimasto Alberto, l'ingegnere che si intrufola da meteorologo nei sogni altrui.

Per fortuna la meteorologia non è una scienza esatta: domani ci sarà il sole e io andrò al mare.

mercoledì 14 ottobre 2009

Lo chiamavano Saetta.

Di mio nonno ricordo che era vecchio, fumava e faceva i solitari. Era quasi sordo, e quindi parlava poco.
Ogni tanto usciva, andava in centro, forse, noi non lo sapevamo. Era già abbastanza strano, per noi bambine, il fatto che alla sua età uscisse di casa.
Tornava per pranzo e mangiavamo tutti insieme.
Quello che cucinava mia nonna non andava quasi mai bene. Era troppo salato o troppo poco salato, troppo cotto o troppo scotto, e spesso discutevano per il risotto, le cotolette, gli gnocchi o il polpettone, che a noi piacevano tantissimo.
Dopo pranzo si appisolava sulla poltrona, con il plaid sulle gambe. L’ultima volta che l’ho salutato, vent’anni fa, era così, col plaid sulle gambe, e aveva uno sguardo triste, o almeno a me sembra di ricordare che fosse triste, ma forse solo perché dopo qualche giorno è morto.
Una volta all’anno, per il suo compleanno, gli piaceva andare al ristorante a mangiare la frittura di pesce.
Quando è morta anche mia nonna, un paio di anni fa, ho ritrovato delle vecchie foto in bianco e nero, che mi hanno parlato di un uomo diverso, allegro e dinamico, che io non conoscevo se non per sentito dire. Il contrasto tra il mio ricordo e le fotografie era davvero buffo: eppure era la stessa persona.
Non so se ho il rimpianto di aver conosciuto soltanto una parte della vita di mio nonno e di non aver afferrato bene quello che lui realmente era, o se in fondo lui era anche quello, era anche i suoi solitari, le sue sigarette e il suo apparecchio amplifon.
Quando una persona muore, restano soltanto le parole degli altri, restano solo le fotografie, dietro le quali dobbiamo inventarci un mondo e immaginare il fuoriscena e chissà, chissà se è davvero onesto parlare di qualcuno che non c’è più e che si conosceva così poco.

martedì 1 settembre 2009

Jaca

Jaca Poser. >:0), inserito originariamente da JucaFii

Jaca! Jaca! I bambini si arrampicavano sugli alberi come tante scimmiette. La jaca cadeva - patapum - e loro si avventavano. Dopo poco rimaneva la buccia e le scorie che i maiali divoravano con piacere.I piedi larghi erano come quelli degli adulti, la pancia gonfia, enorme per la jaca e la terra che mangiavano. La faccia giallastra, di un pallore spettrale, denunciava spaventose malattie ereditarie. Poveri bambini gialli che correvano nell'oro del cacao, vestiti di stracci, gli occhi vitrei, mezzi scemi. La maggior parte di loro cominciava a lavorare a cinque anni. Restavano piccoli e rachitici fino ai dieci, dodici anni. All'improvviso diventavano uomini robusti e abbronzati. Smettevano di mangiare la terra ma continuavano a mangiare la jaca.
Scuola, un nome mai sentito. A che serve la scuola? A niente. Non insegna a lavorare nella piantagione e con le vasche. Qualcuno, una volta cresciuto, imparava a leggere. Facevano i conti sulle dita. Scuola di libertinaggio, quella sì, erano i campi con le pecore e le vacche. Il sesso si sviluppava presto. Quei bambini rachitici e gonfi avevano tre cose fuori dal comune: i piedi, la pancia e il sesso.
Conoscevano l'atto sessuale dalla nascita. I genitori si amavano sotto i loro occhi e molti di loro vedevano la madre cambiare molti mariti.
Fumavano grosse sigarette di tabacco trinciato e buttavano giù sorsate di acquavite fin dalla più tenera età. Imparavano a temere il coronel e il fattore, assimilavano l'amore-odio dei genitori per il cacao.
Ruzzavano nel fango con i maiali e chiedevano la benedizione a tutti. Avevano una vaga idea di Dio, un essere un po' come il coronel, che premiava i ricchi e castigava i poveri. Crescevano pieni di superstizioni e di ferite. Privi di religione, ritenevano il prete un nemico. L'odiavano spontaneamente, come odiavano i serpenti velenosi e i figli piccoli dei fazendeiros. Quando compivano dodici anni i braccianti li portavano a Pirangi, nei postriboli. Si prendevano lo scolo e diventavano uomini. Il loro salario passava da cinquecento a millecinquecento réis.
Jorge Amado, Cacao

venerdì 14 agosto 2009

Astratti furori.

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.
Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia

venerdì 31 luglio 2009

Parole.

Abbiamo una nuova vicina di casa: Elena.

Elena è rumena, e ha suonato alla porta per chiedermi del latte.

E' entrata ed è rimasta un'ora e mezza a raccontarmi dei suoi lavori, delle signore da cui va a fare le pulizie, che non riescono a metterla in regola. E' in Italia da un anno, marito e figlie stanno ancora di là, e forse ci resteranno per sempre. Intanto lei, qui, consuma giorni e mesi nella ricerca disperata di un lavoro, per guadagnare, accumulare e mandare di là.

Di qui di là, di là di qui, Elena parla parla parla parla parla parla parla parla parla solo lei. Mi ubriaca di parole, mi stordisce, mi confonde la mente con quel suo italiano maccheronico, ma come fa a parlare così veloce?, mi chiedo.

Io riesco solo ad annuire, a dire "certo", "per forza", "ma davvero", "eh figurati" e qualche "ma dai". Per il resto sono come in apnea.

Poi visto che non accenna ad andarsene, e l'ospitalità va bene, ma qui è questione di sopravvivenza, prendo ago e filo e le cucio la bocca. Come faceva la mia maestra quando voleva dirmi di stare zitta.

E finalmente respiro. E ascolto il silenzio.

giovedì 11 giugno 2009

Cinquantacinque. Balene di terracotta.

Oggi sono andata a trovare il topo Antonino detto Toni.
Toni lavora in campagna in mezzo alle zanzare ma con tanto verde intorno. Prima lavorava in città, ma la città lo distraeva e lui per il suo lavoro ha bisogno di concentrazione. 
Il topo Toni di lavoro fa lo scultore di balene di terracotta. Le sue balene sono lisce e panciute e se ci soffi dentro cantano, mandano un richiamo alle loro sorelle del Sudamerica, megattere danzanti nelle acque di Salvador de Bahia o della Patagonia. Chissà cosa si dicono.
E’ affezionato il topo Toni, al Sudamerica. Ci andava sempre con suo cugino a pescare. Dei barracuda grossi così. Ma adesso, anche là è tutto cambiato. Hanno tagliato, spianato, segato, e sono arrivate frotte di turisti.
Sospira il topo Toni, chissà quale ricordo sta adesso ondeggiando nella sua mente.
Poi bussa alla finestra il cavallo Sciampo reclamando la sua carota quotidiana.
Il topo Toni porge la carota e torna al lavoro.
Nella tranquilla e soleggiata calma padana.

lunedì 27 aprile 2009

27 aprile 1945. Tedeschi in ritirata.


Un rumore assordante fracassò la porta di casa.
Entrarono in quattro, i fucili puntati contro mio padre e urlarono qualcosa, facendogli segno di uscire. Dovevano pareggiare i conti, perché uno di loro era stato ucciso in una sparatoria, e uno di loro valeva come dieci dei nostri.
Le mie sorelle cominciarono a piagnucolare, e la loro litania di singhiozzi accompagnò il rassegnato incedere del morto che cammina.
Mia madre cercò di trattenere mio padre, perché sapeva che con gente che non capisce la tua lingua non puoi metterti a discutere, implorare o supplicare. Lei pregava mio padre, di non uscire, di non seguirli, come se servisse a qualcosa, e in tutto questo pregare e agitarsi e strattonare, mio fratello, che aveva solo due mesi, le cadde di mano, e si sfracellò la testa. Ma lei non lo vide, lei vedeva soltanto mio padre che usciva dal portone, insieme ai quattro tedeschi, insieme a me che lo seguivo pietrificato dal terrore.
E fuori dal portone mio padre con le mani alzate rivolto verso il muro, mio padre che era un funzionario di banca, mio padre che non aveva mai impugnato un’arma, mio padre che fino a due ore prima aveva ancora un futuro, mio padre. Si voltò verso di me e mi sorrise.

sabato 18 aprile 2009

Tempi di crisi.

"Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. La convenienza delle persone e delle nazioni è di trovare soluzioni e vie d'uscita. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E' nella crisi che emerge il meglio di ciascuno, perchè senza crisi ogni vento è una carezza. Parlare della crisi significa incrementarla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla".
Albert Einstein
ringrazio Mattia per la citazione

martedì 10 febbraio 2009

... Dove le voci risuonano come nei corridoi d'una casa

"Chissà perché fu proprio in quella occasione che più che mai mi colpì la strana aria di socievole contiguità e di vita domestica, che rappresenta buona parte del fascino di Venezia. Senza strade e veicoli, senza il frastuono delle ruote e la brutalità dei cavalli, con le sue stradine tortuose dove la gente si raccoglie insieme, dove le voci risuonano come nei corridoi di una casa, dove il passo umano si muove quasi a scansare gli spigoli dei mobili e le scarpe non si consumano mai, il luogo ha il carattere di un immenso appartamento collettivo, con Piazza San Marco che fa da salotto buono, e gli altri palazzi e le chiese che fungono da grandi divani per riposare, da tavole per intrattenersi, da superfici decorative. E in qualche modo lo splendido domicilio comune, familiare, domestico, sonoro, assomiglia anche a un teatro con gli attori che scalpicciano sui ponti e, in disordinato corteo, saltellano lungo le fondamenta. Mentre si è seduti in gondola, i marciapiedi che in certi punti costeggiano i canali assumono per lo sguardo l'importanza di un palcoscenico, con la stessa angolatura, e le figure veneziane, nel loro andirivieni contro lo scenario delle sbilenche casette da commedia, danno l'impressione di essere i membri di una infinita compagnia drammatica."
Henry James, Il carteggio Aspern


Immagine
Federica Galli, Campo de l’Abazia

Acquaforte su zinco, 1984
cm 49.1 x 24.3

www.galleriazerootto.it

giovedì 5 febbraio 2009

Il timore di differire dalla specie.

Ma l'idea che quanto è normale sia meritorio credo sia un'idea comune... Andrew Lang diceva che siamo tutti geniali fino ai sette o otto anni. Cioè, che tutti i bambini sono geniali. Ma da quando il bambino cerca di assomigliare agli altri, va in cerca della mediocrità, e nella maggior parte dei casi ci riesce. Questo credo sia vero.
Jorge Luis Borges, Conversazioni

martedì 3 febbraio 2009

Cosmo e caos.

Si potrebbe dire che io sono tanto caotico che non è possibile che mi disordini gran che. Comincio a essere un disordine, un caos. Curioso, la parola "cosmetica" ha la sua origine in "cosmo". Il cosmo è il grande ordine del mondo, la cosmetica il piccolo ordine che una persona impone al suo viso. La radice è la stessa: cosmo, ordine.
Jorge Luis Borges, Conversazioni

giovedì 22 gennaio 2009

Pamela.

Pamela è un’isola in mezzo a un mare ghiacciato. Per questo ha freddo. Per questo se ne sta in classe con quattro maglioni sopra il grembiulino bianco, e sembra che non le basti. Pamela sulla sua isola sta seduta e aspetta. Aspetta che passi il tempo e che un giorno una nave, non sa ancora quale, la salvi dalla sua infanzia triste e vuota. Non pensa a niente, perché le hanno detto che non deve pensare. Deve stare zitta, muta. Non può raccontare niente. Niente del suo passato e niente del suo presente. Lei non è nessuno. Lo so, la mia barca è lontano dalla sua isola, ma provo a sventolare un fazzoletto colorato. Magari mi vede e le scappa un sorriso.

mercoledì 7 gennaio 2009

lunedì 5 gennaio 2009

Dedicato a tutti quelli che se ne sono andati.

"Però, per ritrovare in questo modo il viso di Naoko, ci vuole un po' di tempo. E col passare degli anni, il tempo si allunga sempre di più. E' triste ma è così. Mentre prima per ricordarla mi bastavano cinque secondi, i cinque secondi sono diventati dieci, poi trenta, poi un minuto. Il tempo si è allungato pian piano, come le ombre al tramonto. E mi chiedo se di questo passo alla fine il suo viso non sarà inghiottito dall'oscurità. Non c'è dubbio che la mia memoria si stia allontanando da Naoko. Proprio come io mi sto allontanando dal ragazzo che ero allora. Così solo quel paesaggio, il paesaggio di quel prato in ottobre, come la scena chiave di un film, mi ritorna senza fine alla mente. E quell'immagine continua insistente, in qualche parte di me, a tirarmi dei calci e a gridare: ehi, svegliati! Non vedi che sono ancora qui? Svegliati e sforzati di capire. Di capire cosa ci sto ancora a fare qui.
Non è che mi faccia male. Non provoca nessun dolore. Ogni volta che tira dei calci si sente solo un rumore sordo, un rumore che forse finirà prima o poi anch'esso per scomparire come è scomparso tutto il resto. Ma in quell'aereo della Lufthansa nell'aeroporto di Amburgo, tutte queste immagini hanno continuato a sferrarmi dei calci, più a lungo delle altre volte e con più forza che mai. Svegliati, sforzati di capire! E' per questo che sto scrivendo. Sono uno di quelli che per capire le cose ha asssolutamente bisogno di scriverle".
Haruki Murakami,
Tokyo blues.

domenica 4 gennaio 2009

La magica medicina.

illustrazione di Vanessa Erica Zorn

Mi serve una magica medicina. Forse potrei chiamare il mio amico Giorgino, che è così bravo con le pozioni, ma poi lui ci metterebbe dentro il lucido per le scarpe che non ha un buon sapore. Questa magica medicina dovrebbe riuscire a storcigliarmi le budella, a farmi passare la fame e il sonno di questi giorni indolenti, a rendermi scattante e pronta per l'anno nuovo. Io ci metterei: corno di rinoceronte per infilzare le difficoltà, pelo di lupo per trovare i momenti per pensare e stare un po' da sola, occhi d'aquila per vedere lontano, ali di gabbiano e coda di balena per viaggiare per mare e per terra. E anche carne tenera di agnello. Però poi dovrebbero morire un sacco di animali, per fare questa medicina, e mi sentirei in colpa per tutto l'anno. Mi accontento di una tisana e mi metto al lavoro.

venerdì 2 gennaio 2009

Cinquantaquattro. Santa Lucia di miele e di sale.

E’ arrivata Santa Lucia. Con quasi un mese di ritardo, ma è ovvio: doveva prima passare dai bambini di tutta Lodi e Bergamo e Svezia e altri che non so. Ha suonato a casa nostra la notte dell’ultimo, cercava un riparo perché l’asino era spaventato a morte dai botti. E’ entrata, a tastoni ha raggiunto il divano (si sa, è cieca), ci si è buttata sopra, stravolta, e ha iniziato a russare. Ho sistemato l’asino nel bagno di servizio, anche se Mucomorìs non ha proprio gradito. Poi sono andata a letto anch’io e abbiamo dormito tutti per ventiquattrore filate. Ci ha svegliato il suono della sirena del cantiere, che puntuale ha ripreso a trivellare e mattonellare il 2 gennaio. Ho preparato un’abbondante e tradizionale colazione di biada, mandarini e caffè e poi ho aspettato. Santa Lucia se l’è presa comoda, non ha fretta, adesso dovrà tirare dicembre dell’anno prossimo e di tempo ne ha (mica vorrà installarsi qui a casa mia, ho pensato…) e mi ha chiesto se volevo qualcosa, visto che quest’anno a me non ha portato niente. Io a dir la verità la letterina l’avevo imbucata ma forse non le è arrivata, le poste non sempre funzionano come si deve, comunque sì: c’è qualcosa che vorrei. Un po’ di tempo santa Lucia, un po’ di riposo.
Bene, sdraiati, mi ha detto, e spogliati.
Ha aperto la credenza, ha tirato fuori il barattolo del miele, ha preparato un intruglio con olio e sale grosso e una calda colata dolce, morbida e appiccicosa mi ha sommerso dai capelli ai piedi. E’ una brava massaggiatrice, santa Lucia. Mi sono addormentata e ho sognato di essere un’ape.

giovedì 1 gennaio 2009

Palos de no sé donde.


Se ti scontri contro un palo borracho, sicuramente vince lui. Meglio passarci in mezzo.