Visualizzazione post con etichetta L'ho letto in un libro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta L'ho letto in un libro. Mostra tutti i post

domenica 30 marzo 2014

La voce della primavera


Era bellissimo! Tu pensa, un popolo che dedica il suo tempo - Mao avrebbe detto che "spreca" il suo tempo, e in parte non aveva torto - ad allevare i grilli fuori stagione per poter sentire d'inverno, quando fuori nevica, la voce della primavera. Perché il grillo dove sta? Sta al caldo, in una piccola zucca vuota, che è la sua casa, nella tasca interna della tua giacca. Il tappo è d'avorio intarsiato o a volte anche di giada, bellissimo.
Tutti questi erano i divertimenti dei manciù.
Di nuovo, la cosa che mi affascinava era che i cinesi non prendevano la prima zucca dell'orto e la mettevano a seccare. No! Quando la zucca veniva fuori dalla terra la mettevano in uno stampo d'argilla nelle cui due metà erano incisi dei simboli, così che la zucca, crescendo, premesse nei vuoti dell'incisione e quando si riaprivano le due metà lo stampo avesse impresso sulla zucca i caratteri della lunga vita o della felicità. Ma te lo immagini?
Alcune zucche invece venivano fatte crescere in forme perfettissime su cui poi venivano incisi con ferri infuocati paesaggi o scene di saggi nelle montagne. Tu, questa zucca la tenevi nella giacca e nel freddo della notte, mentre scrivevi una poesia o bevevi il tè nel tuo piccolo si he yuan, la tua casa col cortile, sentivi il cri-criii, cri-criii del grillo che ci stava dentro.

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio

venerdì 21 marzo 2014

Primule (la mia poesia per la Giornata Mondiale della Poesia)


               Sbocciano al tenue sole
di marzo ed al tepor de' primi venti,
folte, a mazzi più larghe e più ridenti
              de le vïole.

              Pei campi e su le rive,
a piè de' tronchi, ovunque, aprono a bere
aria e luce, anelando di piacere,
              le bocche vive.

              E son tutti esultanza
per esse i colli; ed io le colgo a piene
mani, mentre mi cantan per le vene
              sangue e speranza;

              e a dirti il dolce amore
che a te solo m'allaccia e a cui non credi,
con un palpito in cor getto a' tuoi piedi
              fiore su fiore.

Ada Negri, da Maternità (1904)

martedì 7 gennaio 2014

Il raffreddore bisogna solo lasciarlo passare.

 
Queste pagine, che ho letto l'anno scorso nel libro Dialogo del silenzio di Itsuo Tsuda hanno cambiato completamente il mio rapporto con il raffreddore. Tsuda, riprendendo gli insegnamenti di Noguchi, dedica, nel libro, ben tre capitoli al raffreddore.

"(...) il raffreddore non è una malattia da guarire, ma una funzione naturale dell'organismo che gli consente di rimettersi in sesto da solo. Se è la natura che fa il suo lavoro, la cosa migliore è lasciarla lavorare. È molto semplice. Quello che succede in realtà è proprio il contrario. Si fa di tutto per impedire alla natura di fare il proprio lavoro. (...) Secondo Noguchi, il raffreddore non è un'affezione generale del corpo, ma una distorsione che colpisce localmente un particolare sistema organico. Si prende il raffreddore quando il cervello è stato sottoposto ad un sovraffaticamento cerebrale. Si prende il raffreddore quando si è mangiato troppo sovraccaricando il sistema digestivo. Ad ogni modo, quando un sistema organico lavora troppo in rapporto all'insieme dell'organismo, quando c'è una fatica localizzata, si prende il raffreddore. Il raffreddore è quindi il risultato di una certa attività eccessiva dell'uomo, che provoca la perdita di elasticità muscolare nella parte affetta e di conseguenza lo squilibrio, indotto da questa perdita, nella postura. (...) Dopo il decorso del raffreddore che colpisce la parte interessata, in ciascun individuo, questa parte si sbarazza della stanchezza localizzata e recupera la propria elasticità.
E il virus? Non abbiamo nessuna ragione di trattarlo da nemico, se ci serve ad innescare il processo.
Noguchi si indignava per il fatto che noi prendiamo il raffreddore alla leggere e che ignoriamo completamente la sua utilità. Interrompendo il processo naturale di recupero, si mantiene inalterata la rigidità del corpo che si accompagna in genere alla rigidità dello spirito.
(...) Il raffreddore è una delle chiavi più importanti dei problemi della salute nell'uomo. Se si è capaci di trattare il raffreddore, si è capaci di trattare tutti gli altri problemi della salute.
Ogni problema ha un domicilio fisso, mentre il raffreddore è un vagabondo. Se si arriva ad afferrarlo, a localizzarlo, il resto è facile: si deve solo chiedergli di fare il lavoro che gli è assegnato, vale a dire, sensibilizzare il corpo, rivitalizzare il punto di fatica, recuperare l'equilibrio, normalizzare il terreno e rimetterlo a nuovo.
È altrettanto difficile che cercare di telefonare a qualcuno che cambia costantemente di numero. Telefonare, non è un lavoro difficile, ma bisogna sapere a quale numero.
Le persone apatiche non prendono il raffreddore. Sono come insetti giganti presi nel catrame. Possono agitare quanto vogliono le zampe, ma sono incapaci di prendere il volo o di togliersi di lì. Non sono in uno stato che permetta di dispiegare tutte le loro capacità. Si muovono quando ci sono degli imperativi, ma non sono capaci di decidere niente in prima persona."
Itsuo Tsuda, Il dialogo del silenzio. Scuola della Respirazione

mercoledì 27 novembre 2013

Presentazione.


Allora, insomma, Julie è abitata?
C'è un piccolo qualcuno in Julie?
Un altro frutto della passione?
Nascerà?
Si tufferà?
Scenderà un giorno in strada?
Passerà davanti alle edicole?
Si beccherà l'opera in quadricromia della vita?
L'ottimismo amoroso ha scherzato una volta di più con il nulla?
Percosse e lesioni senza intenzione di dare la vita?
Cadrà dal niente nel peggio?
Un frutto nudo precipitato nelle mandibole del mondo...
In nome dell'amore! Il grande Amore!
E il resto del tempo cercherà di capire...
Si costruirà: un'impalcatura di illusioni sulle fondamenta del dubbio, i muri nebulosi della metafisica, l'arredo perituro delle convinzioni, il tappeto volante dei sentimenti...
Metterà radici nella sua isola deserta mandando patetici segnali alle navi di passaggio.
Sì... e passerà lui stesso al largo delle altre isole.
Andrà alla deriva...
Mangerà, berrà, fumerà, amerà, penserà...
E poi deciderà di mangiare meglio, di bere meno, di non fumare più, di evitare le idee, di mettere da parte i sentimenti...
Diventerà realista.
Darà consigli ai suoi figli. Ci crederà un po', giusto per loro.
E poi non ci crederà più.
Ascolterà solo più le proprie tubature, terrà d'occhio i propri bulloni, moltiplicherà gli spurghi,
nella sola speranza di durare ancora un po'....
Durare...
Fino alla fine, spererà in un seguito...
...
Come i bambini...
"Il seguito!"
"Il seguito!"

Il seguito, il seguito...
La cosa tragica, con gli sbarbati, è che pensano che tutto abbia sempre un seguito.
Il mio seguito è l'altro piccolo me stesso che si prepara a darmi il cambio nel grembo di Julie.

Com'è bella una donna in quei primi mesi in cui ti fa l'onore di essere in due!

Ma, santo Dio, Julie, pensi che sia ragionevole? Lo pensi davvero, Julie? Sinceramente... eh? E tu, stronzetto, pensi proprio che sia
il mondo,
la famiglia,
l'epoca giusta in cui atterrare?
Non sei ancora qui e già frequenti cattive compagnie!
Senza un briciolo di buon senso, proprio come tua madre, la "giornalista del reale"...

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

mercoledì 23 ottobre 2013

Le prigioni del Principe Limone

Le libraie Sommaruga mi hanno ricordato che oggi è il compleanno di Gianni Rodari, e lo vorrei festeggiare con questo brano, che parla anche un po' di cose attuali.

***
In breve: Cipollone fu condannato a stare in prigione per tutta la vita, anzi, fin dopo morto, perché nelle prigioni del Principe Limone c'era anche il cimitero.
Cipollino lo andò a trovare e lo abbracciò:
- Povero babbo! Vi hanno messo in carcere come un malfattore, insieme ai peggiori banditi!
- Figlio mio, togliti quest'idea dalla testa - gli disse il babbo affettuosamente. - In prigione c'è fior di galantuomini.
- E cos'hanno fatto di male?
- Niente. Proprio per questo sono in prigione. Al Principe Limone non piace la gente per bene.
Cipollino rifletté un momento e gli parve d'aver capito.
- Allora è un onore stare in prigione?
- Certe volte sì. Le prigioni sono fatte per chi ruba e per chi ammazza, ma da quando comanda il Principe Limone chi ruba e ammazza sta alla sua corte e in prigione ci vanno i buoni cittadini.
- Io voglio diventare un buon cittadino - decise Cipollino - ma in prigione non ci voglio finire. Anzi, verrò qui e vi libererò tutti quanti.
In quel momento un Limonaccio di guardia avvertì che la conversazione era finita.
- Cipollino - disse il povero condannato - tu adesso sei grande e puoi badare ai fatti tuoi. Alla mamma e ai tuoi fratellini ci penserà lo zio Cipolla. Io desidero che tu prenda la tua roba e te ne vada per il mondo a imparare.
- Ma io non ho libri, e non ho soldi per comperarli.
- Non importa. Studierai una materia sola: i bricconi. Quando ne troverai uno, fermati a studiarlo per bene.
- E poi che cosa farò?
- Ti verrà in mente al momento giusto.
Gianni Rodari, "Schiaccia un piede Cipollone al Gran Principe Limone", in Tante storie per giocare

giovedì 22 agosto 2013

Prima o poi l'amore arriva.

illustrazione di Kristina Swarner
A un passaggio a livello
lontano dal mondo
un giorno d’agosto assolato
un capostazione annoiato
vide a un finestrino
di un accelerato
una signora bruna
e più non lavorò
passava le serate
a guardare la luna
e i treni si scontravano
ma lui non li sentiva
prima o poi l’amore arriva.

Stefano Benni

lunedì 1 luglio 2013

L'ingombro.


Lo scrittore Veronesi dice che la scuola di scrittura serve proprio a questo, a liberarti, mentre scrivi, di tutti quegli ingombri che fan parte della tua storia personale o del tuo temperamento, della tua cultura o del tuo momento presente; quegli ingombri che magari ti sembrano utili dal punto di vista dell'ispirazione creativa letteraria, ma invece, dice lo scrittore Veronesi, t'intrappolano nelle reti del dilettantismo. Insomma, per riprendere l'esempio della cena degli scrittori sulle colline modenesi, gli ingombri sono delle specie di blocchi intestinali. 
Il lavoro principale dello scrittore, dice Sandro Veronesi, deve essere quello di tenere pulito il proprio potenziale, che, dico io, è come dire il proprio intestino. E gli ingombri sono quelli che impediscono allo scrittore di spingersi fino al proprio estremo limite. Sul punto richiamo tutti i temi semantico-idraulico-evacuativi trattati nel paragrafo della tubatura, limitandomi ad aggiungere che la liberazione dall'ingombro, secondo lo scrittore Veronesi, è quello che distingue il professionista dal dilettante.
E qui il discorso prosegue come se lo scrittore Veronesi rispondesse a tante domande immaginarie. Tipo: secondo te (è una domanda immaginaria, perché Veronesi dà già la risposta) lo scrittore che traduce in letteratura il suo personale vento di sofferenze e tribolazioni è dilettante o professionista?
Mah, risponderei con voce incerta, in linea di massima direi che uno così è abbastanza professionista. Sbagliato, è dilettante. Il professionista quando soffre smette di scrivere, il dilettante quando soffre comincia a scrivere. Cioè, il professionista lotta e si oppone al vento delle sofferenze e delle tribolazioni e poi dopo, una volta risolto il conflitto, magari vincendo o perdendo, comincia a scrivere. Il dilettante invece brum!, dice Veronesi, becca al volo questo flusso di merda - che nell'universo veronesiano rappresenta le sofferenze -  e per terapia o consolazione, si mette a scrivere. Riprendendo la metafora di prima, il dilettante scrive trattenendo l'ingombro, che anche da un punto di vista fisiologico non va bene, che son tutti veleni nell'organismo, il professionista evacua l'ingombro e poi scrive.
Altra domanda immaginaria: scrive di più un dilettante o un professionista?
Mah, direi io, non so se anche qui c'è dietro il trabocchetto, ma mi sembra che scriva di più il professionista. Sbagliato, il dilettante. E a scrivere guadagna di più il dilettante o il professionista? E qui mi gioco una palla se è giusta la prima, che vien da dire che un professionista che guadagna meno di un dilettante non dico che è sfigato patocco ma sicuro è messo un po' male a livello professionistico, quindi direi il professionista. No carino, sbagliata anche questa. Guadagna di più il dilettante, che stiam parlando di scrittori, mica di geometri, non puoi applicare le stesse categorie logiche e tariffarie. 
E poi, ultima domanda: fa' conto di vedere due attori, uno che recita a memoria e uno che recita leggendo, qual è dei due l'attore professionista?
Paolo Colagrande, Fìdeg

sabato 29 giugno 2013

Ritratti/1: Umberto Eco.

Illustrazione di Tullio Pericoli
(...) le volte che guardo Umberto Eco, in fotografia che dal vivo non l'ho mai visto, mi sembra proprio un avverbio. Uno di quelli che prolungano e slanciano la frase e danno autorità al discorso. Te guardi Umberto Eco e pensi: audacemente, perspicacemente, sagacemente, oziosamente, intellettualmente. Poi lo guardi meglio e pensi: storicamente, postmodernamente, metafisicamente, poliziescamente, contemporaneamente. Lo vedi di tre quarti, c'è un campionario fotografico che te lo fa vedere bene in tutte le posizioni: cosmologicamente, labirinticamente, heideggerianamente, hitchcockianamente, lector in fabulamente. E così via.
Paolo Colagrande, Fìdeg

sabato 25 maggio 2013

Piovve per giorni e mesi


ll male era che la pioggia scombinava ogni cosa, e nelle macchine più aride spuntavano fiori tra gli ingranaggi se non venivano lubrificati ogni tre giorni, e si ossidavano i fili dei broccati e nascevano filetti di zafferano sulla roba bagnata. L'atmosfera era così umida che i pesci sarebbero potuti entrare dalle porte ed uscire dalle finestre, nuotando nell'aria delle stanze. Una mattina Ursula si svegliò sentendo che stava esaurendosi in un deliquio di placidezza, e aveva già chiesto che le facessero venire padre Antonio Isabel, magari in lettiga, quando Santa Sofia de la Piedad scoprì che aveva la schiena piastrellata di sanguisughe. Gliele staccarono ad una ad una, bruciacchiandole con tizzoni, prima che finissero di dissanguarla. Fu necessario scavare canali per prosciugare la casa, e sbarazzarla dai rospi e dalle lumache, di modo che si potessero asciugare i pavimenti, e togliere i mattoni da sotto le gambe dei letti e camminare di nuovo con le scarpe.
Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine

venerdì 19 aprile 2013

I siciliani non ammazzano di domenica.


I milanesi ammazzano al sabato era il titolo di un libro di racconti di Scerbanenco che aviva liggiuto tanti anni avanti. E ammazzavano il sabato pirchì negli altri giorni erano troppo occupati a travagliare.
I siciliani non ammazzano di domenica era inveci un possibile titolo di un libro che non era mai stato scritto da nisciuno.
Pirchì i siciliani la duminica vanno alla missa matutina con tutta la famiglia, po' vanno a fari visita ai nonni coi quali restano a mangiari, il doppopranzo si vidino la partita alla televisione e la sira, sempre con tutta la famiglia, si vanno a pigliare il gelato. Indove lo trovi il tempo per ammazzare a uno di duminica?
Salvo Montalbano in La pista di sabbia di Andrea Camilleri

domenica 7 aprile 2013

Il prossimo libro.

Subito dopo, il secondo tavolo per possanza mondana era quello di Melissa Turbo, nota bestsellerista nonché moglie dell'industriale dell'auto Flaviano Turbo, proprietario di squadre di pallacanestro, pallamano, pallavolo e altre palle. Melissa brillava rivestita da una frana di collane di diverso spessore, composite di perlone, perline, perloidi, ovoline, nocciole, chicchi, cannolicchi, provole, emisferi, granuloni e biglie. Sorrideva dietro un ventaglio su cui era riprodotta la copertina del suo prossimo libro, per il quale appunto le veniva assegnato il premio.
Prossimo stava per: non ancora scritto.
Da qualche tempo infatti si era deciso di premiare ogni scrittore prima dell'uscita del suo libro, con tre considerevoli vantaggi:
a) si eliminava l'ansia dell'autore (vincerò un premio o no?) e anche la tensione tra gli autori (lo vincerà lui o io?) dato che tutti venivano premiati prima.
b) si eliminava il faticoso lavoro delle giurie e soprattutto la fatica di leggere, lato quanto mai spiacevole del lavoro di giurato, mantenendone però gli aspetti culturali precipui quali il prestigio di essere in giuria e il pranzo finale.
c) si eliminava ogni polemica. Nessuno poteva dire: "Avete premiato un brutto libro" perché nessuno poteva averlo letto.
Per questo il clima tra gli Addetti ai Livori era disteso e sereno, e si intrecciavano brindisi mentre la giuria, seduta a un tavolo stracolmo di rose e rosbif, chiosava l'infelice situazione delle Belle Lettere nel nostro paese.
Stefano Benni, Baol (1990)

domenica 31 marzo 2013

Non chiedete al mare del mare.

Ursula Le Guin
Io credo che l'ultima persona a cui si dovrebbe chiedere di parlare della scrittura sia probabilmente lo scrittore. Se volete sapere tutto del mare, andate a chiederlo a un marinaio, a un oceanografo, o a un biologo specializzato nella vita sottomarina, e loro possono dirvi molte cose sul mare. Ma se andate a chiederlo al mare stesso, che cosa vi risponde? Con mareggi e sciabordii. È troppo indaffarato ad essere se stesso per sapere qualcosa di sé.
Ursula K. Le Guin, Il linguaggio della notte, citato in Storia delle mie storie di Bianca Pitzorno

venerdì 28 dicembre 2012

Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge

illustrazione di Jim Kay
Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge, tuonò il mostro. Le storie inseguono, predano e mordono.
(...) Le storie sono creature selvagge e indomite, continuò il mostro. Quando le liberi, chi può sapere quali sconvolgimenti potranno compiere?
Patrick Ness e Siobhan Dowd, Sette minuti dopo la mezzanotte

mercoledì 21 novembre 2012

L'uovo nero.

Ed ecco la fiaba di Luigi Capuana che ha ispirato il nome della casa editrice.

L'uovo nero
di Luigi Capuana

elaborazione di Peppo Bianchessi
C'era una volta una vecchia che campava di elemosina, e tutto quello che buscava, lo divideva esattamente: metà lei, metà la sua gallina.
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a schiamazzare; avea fatto l'uovo. La vecchia lo vendeva un soldo, e si comprava un soldo di pane. La crosta la sminuzzava a quella, la midolla se la mangiava lei: poi andava attorno per l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina tornò a casa senza nulla.
- Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
- Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
Il giorno appresso, sul far dell'alba, la gallina si mise a schiamazzare. Invece d'un uovo, ne aveva fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia andò fuori per venderli. Quello bianco lo vendé subito; quello nero, nessuno voleva credere che fosse uovo di gallina. La vecchina comprò il solito soldo di pane, e tornò a casa:
- Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.

venerdì 12 ottobre 2012

Ci sono quelli che si mettono a correre.


Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano. Ci sono quelli che sono contenti, sbarazzati di qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore. Ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa. Ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito. Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza. Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l'età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che... è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l'epoca, il destino, la vita,

ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi.
Che si mettono a correre, 
per esempio.

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

mercoledì 19 settembre 2012

Non sono morto.

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte di Italo Calvino. Qualche tempo fa ho letto questo ricordo di Pietro Citati (che riporto qui sotto, anche se non integralmente), apparso nel suo Ritratti di donne (1992) e ripubblicato da Minimum Fax all'inizio del bel libretto Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull'arte della narrativa. Citati ci parla di un amico, di un Calvino giovane, e poi uomo, delle sue abitudini di vita e di scrittura, delle sue stravaganze e della sua riservatezza, delle sue letture. Ho amato molto i libri di Calvino; forse è il primo scrittore italiano che ho amato, fin dall'infanzia, e che ha accompagnato diversi momenti della mia vita. Quando è morto, avevo solo undici anni, ed è allora che sono cominciate le mie letture, quelle vere. Io ero lì, in mezzo al mare, avevo iniziato a navigare da poco. Lui era già su un'isola, la sua isola, e scriveva, scriveva su fogli di carta, fogli volanti, e con questi fogli faceva barchette e aeroplanini, che poi lasciava andare, e io dalla mia barca li acchiappavo e li leggevo avidamente, e non sempre riuscivo ad afferrare tutto, non sempre era una lettura facile, a volte le parole sembravano sbiadite, difficili da decifrare, ma non mi importava, perché con Calvino era come mettersi degli occhiali nuovi per guardare la realtà, la stessa realtà in cui dovevo remare e fare fatica.
L'anno scorso ho passato diversi giorni a Castiglione della Pescaia, in Toscana, dove Calvino trascorse l'ultimo periodo della sua vita e dove, poi, è morto. La biblioteca porta il suo nome e dovunque ci sono sue foto. E tracce di lui.
Italo Calvino riposa nel Cimitero di Castiglione della Pescaia, circondato da una siepe di rosmarino. Guardando il mare.



















Ecco un brano del ricordo di Citati.

Il suo paesaggio cambiò. Se aveva vissuto a Parigi come un estraneo e a Roma come un ospite, ora la sua vera casa era la pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. In qualche modo, ripeteva il paesaggio ligure. Anche qui, tutto era limitato: una striscia di sabbia chiusa tra due promontori, una pineta, una macchia, un piccolo giardino dove tutto sembrava miniutarizzato. Scriveva nel cuore della casa, in alto, in uno studiolo raggiunto da una scala pericolosissima, come in un pollaio aereo o in una colombaia. Sotto i suoi piedi, la moglie parlava con le amiche o con la domestica, entravano i fornitori, arrivavano gli amici; e lui continuava a scrivere, immerso nel rumore dell'esistenza, vegliando sulla casa come una cicogna. Non diceva mai di no alle cosa. Ma si era ormai allontanato profondamente dalla realtà, chiuso nel suo mondo di ombre leggere. Sulle soglie tra lui e la vita, tra lui e gli altri, aveva disposto la moglie, che doveva riferirgli tutto: che volti avessero gli altri uomini, cosa accadesse nella pineta, che ombre gettassero gli alberi, che odori attraversavano il prato, che sapori avevano i cibi, che suoni la musica. Lassù in alto, come un'ape riceveva il miele che la moglie aveva raccolto, e lo depositava nella delicatissima arnia della sua mente. (...)
Poi sulla pineta scesero, troppo rapidamente gli ultimi anni. Volgendo le spalle a qualsiasi idea generale, Calvino si accontentava di contemplare un'onda, un ciuffo d'erba nel giardino, un uccello che cantava (...) L'ultima estate fu difficile. Scriveva le sue Lezioni americane: un libro bellissimo, l'Ars poetica della nostra fine di secolo, dove la letteratura antica e moderna si riflettono in un limpido specchio. Non era di buon umore: non usciva più di casa, chiuso nell'alta colombaia, non faceva il bagno. Pensava di perdere tempo: era uno scrittore, doveva dar forma alle decine di racconti che gli gremivano il capo, non riflettere sulla letteratura. Ai primi del settembre 1985 le Lezioni erano quasi finite: ma, per lui appartenevano già ad un tempo passato. In quegli ultimi giorni lo vidi due volte; e fu tenero, affettuoso, divertente, quasi felice. (...) Poi non ci fu più niente. Ci fu la caduta al suolo, la cosa dell'autoambulanza fino a Siena, l'orribile ospedale dove avevo conosciuto altre morti, i visi stravolti dei medici, l'operazione inutile, i discorsi inutili, le attese inutili, il capo bendato, la piccola tomba sul mare di Castiglione. Una mattina i medici ci dissero, per consolarci, che tutto era andato benissimo. Quella di Italo era una malformazione cerebrale congenita. Avrebbe dovuto morire a venticinque o trenta anni al più tardi. Quanto tempo aveva guadagnato; quanti libri aveva scritto, col suo passo da marinaio-contadino che si inoltrava nei gerbidi. Come era stato accorto nel sottrarre tempo - l'unica ricchezza che importa - alle divinità che si prendono gioco di noi. E mi dissi che nemmeno lui, forse, sapeva di essere così fragile. Aveva eluso la propria fragilità colla pazienza, il lavoro, la discrezione e quella terribile maga, che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità: la letteratura.
Non sogno mai. Due anni più tardi, Italo mi apparve in sogno. Aveva ancora la fronte bendata, ma il sorriso era quello, luminosissimo, dell'ultima sera. Mi diceva: «Sai, è stato tutto uno sbaglio. I medici non hanno capito. Non sono morto».

giovedì 13 settembre 2012

Roald Dahl day

Oggi è il Roald Dahl Day e io lo festeggerò rileggendomi qualcosa di questo grande autore. Negli ultimi anni ho letto moltissimi suoi libri, dalla Fabbrica di cioccolato a Le streghe, da Gli sporcelli a Boy, ma anche bellissimi racconti delle sue esperienze di guerra. Sono felice di averlo scoperto da adulta, le sue storie mi hanno sempre divertito tantissimo. Anzi, credo che sia un autore che vada letto da adulti, perché porta un po' di colore nella vita di tutti i giorni. Spesso i suoi personaggi sono bambini che vivono situazioni difficili, ma non perdono mai l'ottimismo e la speranza, e riescono sempre a cavarsela con fantasia e ingegno. O adulti insopportabili e ripugnanti. E che dire di tutte quelle bizzarre creature, come gli Umpa-Lumpa? E di quel misto di cinismo e ironia che è il surreale Willy Wonka? Ecco, mi è tornata la voglia di rileggere tutto, di Roald Dahl. Inizierò da quell'unico libro che ho sempre avuto sul comodino, e non ho mai letto: Il GGG.


Sofia non riusciva a prender sonno.
Un raggio di luna che filtrava tra le tende andava a cadere obliquamente proprio sul suo cuscino.
Nel dormitorio gli altri bambini sognavagno già da tempo. Sofia chiuse gli occhi e rimase immobile tentando con tutte le sue forze di addormentarsi. Ma niente da fare. Il raggio della luna fendeva l'oscurità come una lama d'argento e andava a ferirla in piena faccia.

mercoledì 22 agosto 2012

L'immaginazione dello scrittore.

Anche la storia più eccitante, raccontata da un amico con il commento fatale «tu sì che puoi farne un racconto straordinario», non avrà alcun valore per lo scrittore. Se è un racconto è già un racconto. Non richiede l'immaginazione di uno scrittore; la sua immaginazione e la sua mente lo rigettano, in senso artistico, come la sua carne rigetterebbe il trapianto di carne altrui. Un celebre aneddoto su Henry James riferisce che quando un amico cominciò a raccontargli «una storia», James lo fermò dopo le primissime parole. James aveva sentito abbastanza, e preferiva lasciare il resto alla sua immaginazione.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo

lunedì 13 agosto 2012

Come una sirena.



Ma basta: questa è dunque la tua casa, e tu ci tornerai sempre, ne sono sicuro, perché, a casa, sempre ci si ritorna; e anche per te è un giardino fatato, questa mia isoletta.
Ci tornerai sempre, sì; però, aggiungo: non ti ci fermerai mai molto tempo. Su ciò, caro padroncino, non voglio farmi illusioni. Quelli come te, che hanno due sangue diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena sono tornati qua, subito hanno voglia di scappare via. Tu te ne andrai da un luogo all'altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che si incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia: c'è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l'altro.
Elsa Morante, L'isola di Arturo

domenica 22 luglio 2012

Su un'isola, in mezzo alle montagne.

Ho sempre pensato che le letture dovessero essere in sintonia con il luogo, o la situazione. Quando sono a casa, leggo di tutto, almeno per avere l'impressione di non essere sempre qua. Ma quando viaggio, scelgo letture che mi facciano vedere cosa si nasconde nell'anima del luogo in cui sono di passaggio. Che mi aiutino a capirlo meglio. E non parlo di guide turistiche, parlo di letteratura. Negli ultimi anni ho visitato il Brasile insieme a Dona Flor e a Gabriela, sono stata a Città del Messico con la famiglia Reyes, in Sicilia con Salvo Montalbano e il capitano Bellodi e a Castiglione della Pescaia con Italo Calvino e gli ottuagenari del Bar Lume di Malvaldi.
Tra un paio di settimane mi trasferirò in Trentino, nella Val di Non. E mi sono accorta che le letture che ho scelto vanno da tutt'altra parte: a Procida, con Arturo (L'isola di Arturo), a New York (Molto forte incredibilmente vicino), in Irlanda (Bog child) e, lontano nel tempo, nell'Inghilterra del '600 (Amber). E naturalmente, ancora una volta, in Sicilia, con Salvo Montalbano (Le ali della sfinge). Come le ho scelte? Non lo so. Libri che volevo leggere da tempo. Ora, siccome non ho trovato nessun libro degno di essere letto, ambientato in Val di Non, o che parlasse della Val di Non, penso che però dovrei almeno trovare un libro che respiri i boschi, le altezze, le montagne, la fatica, il silenzio, la solitudine. Solo per sentirmi un po' in sintonia con il paesaggio, con la gente. Ho pensato ai libri di Corona. Ma forse c'è qualcosa di meglio. Si accettano suggerimenti.