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sabato 20 luglio 2013

Scrivere un romanzo di ottantamila parole

 

"Scrivere un romanzo, ho detto una volta, è più o meno come montare con i mattoni i del Lego tutte le catene montuose d'Europa. O costruire un'intera Parigi, case piazze viali torri sobborghi, sono all'ultima panchina di un parco, usando solo fiammiferi e mezzi fiammiferi.
Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milione di decisioni: non solo sull'andamento dell'intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventerà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro (sono le decisioni facili da prendere, quelle categoriche); non solo quando dire e quando occultare e che cosa viene prima e che cosa viene dopo e che cosa svelare fin nei dettagli e che cosa solo per allusione (anche queste sono decisioni semplici). Bisogna soprattutto prendere miriadi di decisioni sottili, come ad esempio se mettere lì, nella terza frase verso la fine del brano, blu o celeste? O azzurro? O magari celeste a scuro? O azzurro cenere? E questo azzurro cenere, poi, va scritto già all'inizio della frase? O non è meglio spanderlo solo alla fine della frase? O in mezzo? O lasciarlo invece come una frase brevissima a sé stante, un punto davanti e un punto e una nuova riga dietro? O no, forse è meglio che questo colore sia intinto nella corrente di una frase lunga e composita, articolata e fitta di termini? Forse invece conviene proprio scrivere in quel punto solo tre parole, "luce della sera", senza tingere quella luce della sera di alcun grigio celeste o azzurro cenere?" 
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra

martedì 9 luglio 2013

Scrivere è un mestiere.


Non occorre essere o sentirsi un mostro per esigere ogni tanto due o tre ore di assoluta tranquillità. L'orario dovrebbe diventare un'abitudine, e l'abitudine, come la scrittura stessa, un modo di vivere. Dovrebbe diventare una necessità; allora si potrà lavorare, e si lavorerà sempre. È possibile pensare per tutta la vita come uno scrittore, voler essere uno scrittore, eppure scrivere di rado, per pigrizia o per mancanza di abitudine. Persone così possono scrivere mediamente bene, quando ci si mettono - spesso scrivono tantissime lettere - e magari vendono anche qualcosa, ma non è detto. Scrivere è un mestiere e richiede una pratica costante.
«Dipingere non è questione di sognare, o di essere ispirati. È un lavoro manuale, e ci vuole un buon artigiano per farlo bene». Lo ha detto Pierre Auguste Renoir e credo valga la pena ricordare questa frase, di un artista e di un maestro.
E Martha Graham, sull'arte della danza, ha detto: «È una curiosa combinazione di abilità, intuito e direi spietatezza -  più quell'intangibile meraviglioso che si chiama fede. Se non avete questa magia potete fare una cosa bella, potete fare trentadue fouettés, e non conta niente. Credo che questa cosa nasca dentro di voi. È qualcosa che si può estrarre da alcuni, ma non instillarla, non la si può insegnare».
Renoir parla del mestiere, Martha Graham del talento, del genio. Le due cose devono andare di pari passo. Il mestiere senza talento non ha gioia né sorprese, niente di originale. Il talento senza mestiere - be', come farà il mondo ad accorgersene?
Grandi musicisti, scultori o attori hanno detto cose simili a quelle citate, perché tutte le arti sono una, tutti gli artisti hanno dentro uno stesso nucleo, ed è soltanto il caso a determinare se un artista diventerà musicista, pittore o scrittore. Ogni arte si basa su un desiderio di comunicare, un amore per la bellezza, un bisogno di creare ordine dal disordine.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo


lunedì 1 luglio 2013

L'ingombro.


Lo scrittore Veronesi dice che la scuola di scrittura serve proprio a questo, a liberarti, mentre scrivi, di tutti quegli ingombri che fan parte della tua storia personale o del tuo temperamento, della tua cultura o del tuo momento presente; quegli ingombri che magari ti sembrano utili dal punto di vista dell'ispirazione creativa letteraria, ma invece, dice lo scrittore Veronesi, t'intrappolano nelle reti del dilettantismo. Insomma, per riprendere l'esempio della cena degli scrittori sulle colline modenesi, gli ingombri sono delle specie di blocchi intestinali. 
Il lavoro principale dello scrittore, dice Sandro Veronesi, deve essere quello di tenere pulito il proprio potenziale, che, dico io, è come dire il proprio intestino. E gli ingombri sono quelli che impediscono allo scrittore di spingersi fino al proprio estremo limite. Sul punto richiamo tutti i temi semantico-idraulico-evacuativi trattati nel paragrafo della tubatura, limitandomi ad aggiungere che la liberazione dall'ingombro, secondo lo scrittore Veronesi, è quello che distingue il professionista dal dilettante.
E qui il discorso prosegue come se lo scrittore Veronesi rispondesse a tante domande immaginarie. Tipo: secondo te (è una domanda immaginaria, perché Veronesi dà già la risposta) lo scrittore che traduce in letteratura il suo personale vento di sofferenze e tribolazioni è dilettante o professionista?
Mah, risponderei con voce incerta, in linea di massima direi che uno così è abbastanza professionista. Sbagliato, è dilettante. Il professionista quando soffre smette di scrivere, il dilettante quando soffre comincia a scrivere. Cioè, il professionista lotta e si oppone al vento delle sofferenze e delle tribolazioni e poi dopo, una volta risolto il conflitto, magari vincendo o perdendo, comincia a scrivere. Il dilettante invece brum!, dice Veronesi, becca al volo questo flusso di merda - che nell'universo veronesiano rappresenta le sofferenze -  e per terapia o consolazione, si mette a scrivere. Riprendendo la metafora di prima, il dilettante scrive trattenendo l'ingombro, che anche da un punto di vista fisiologico non va bene, che son tutti veleni nell'organismo, il professionista evacua l'ingombro e poi scrive.
Altra domanda immaginaria: scrive di più un dilettante o un professionista?
Mah, direi io, non so se anche qui c'è dietro il trabocchetto, ma mi sembra che scriva di più il professionista. Sbagliato, il dilettante. E a scrivere guadagna di più il dilettante o il professionista? E qui mi gioco una palla se è giusta la prima, che vien da dire che un professionista che guadagna meno di un dilettante non dico che è sfigato patocco ma sicuro è messo un po' male a livello professionistico, quindi direi il professionista. No carino, sbagliata anche questa. Guadagna di più il dilettante, che stiam parlando di scrittori, mica di geometri, non puoi applicare le stesse categorie logiche e tariffarie. 
E poi, ultima domanda: fa' conto di vedere due attori, uno che recita a memoria e uno che recita leggendo, qual è dei due l'attore professionista?
Paolo Colagrande, Fìdeg

domenica 7 aprile 2013

Il prossimo libro.

Subito dopo, il secondo tavolo per possanza mondana era quello di Melissa Turbo, nota bestsellerista nonché moglie dell'industriale dell'auto Flaviano Turbo, proprietario di squadre di pallacanestro, pallamano, pallavolo e altre palle. Melissa brillava rivestita da una frana di collane di diverso spessore, composite di perlone, perline, perloidi, ovoline, nocciole, chicchi, cannolicchi, provole, emisferi, granuloni e biglie. Sorrideva dietro un ventaglio su cui era riprodotta la copertina del suo prossimo libro, per il quale appunto le veniva assegnato il premio.
Prossimo stava per: non ancora scritto.
Da qualche tempo infatti si era deciso di premiare ogni scrittore prima dell'uscita del suo libro, con tre considerevoli vantaggi:
a) si eliminava l'ansia dell'autore (vincerò un premio o no?) e anche la tensione tra gli autori (lo vincerà lui o io?) dato che tutti venivano premiati prima.
b) si eliminava il faticoso lavoro delle giurie e soprattutto la fatica di leggere, lato quanto mai spiacevole del lavoro di giurato, mantenendone però gli aspetti culturali precipui quali il prestigio di essere in giuria e il pranzo finale.
c) si eliminava ogni polemica. Nessuno poteva dire: "Avete premiato un brutto libro" perché nessuno poteva averlo letto.
Per questo il clima tra gli Addetti ai Livori era disteso e sereno, e si intrecciavano brindisi mentre la giuria, seduta a un tavolo stracolmo di rose e rosbif, chiosava l'infelice situazione delle Belle Lettere nel nostro paese.
Stefano Benni, Baol (1990)

domenica 31 marzo 2013

Non chiedete al mare del mare.

Ursula Le Guin
Io credo che l'ultima persona a cui si dovrebbe chiedere di parlare della scrittura sia probabilmente lo scrittore. Se volete sapere tutto del mare, andate a chiederlo a un marinaio, a un oceanografo, o a un biologo specializzato nella vita sottomarina, e loro possono dirvi molte cose sul mare. Ma se andate a chiederlo al mare stesso, che cosa vi risponde? Con mareggi e sciabordii. È troppo indaffarato ad essere se stesso per sapere qualcosa di sé.
Ursula K. Le Guin, Il linguaggio della notte, citato in Storia delle mie storie di Bianca Pitzorno

lunedì 11 febbraio 2013

Forse la quinta è l'idea buona. Intervista a Alejandro Dolina.

Dovessi raccontarvi come ho conosciuto Alejandro Dolina, dovessi. Ma non lo farò.
Ci metterei troppo. Riassumendo: un amico me ne parlò in Francia, nel 1998, e la prima volta che andai a Buenos Aires, assistetti al suo programma radio, La vendetta sarà terribile. Lo trasmettevano dal vivo dallo scantinato dello storico Cafè Tortoni. Non conoscevo la lingua, tutti ridevano alle battute e io fingevo di capire e di ridere. Ma non capivo niente. Due anni dopo, nel mezzo della crisi argentina, avevo imparato lo spagnolo, e tornai a intervistarlo, insieme alla mia amica Marialaura. Ancora non capivo benissimo i doppi sensi e i giochi di parole, ma tutto il resto lo capivo: ridevo, diciamo, al cinquanta per cento. Tre anni dopo, ci rincontrammo: io mi ero messa in testa di tradurre i suoi libri, volevo la sua approvazione. Me la diede. Peccato che non avessi un editore (e ancora non ce l'ho, se qualcuno è interessato, si faccia avanti, il lavoro è quasi finito). Nel frattempo il programma aveva cambiato sede. E quella volta risi a tutte le battute. O quasi.

Chi è Alejandro Dolina?


Musicista, scrittore, cantante e conduttore radiofonico, le notizie sulle sue origini sono tanto incerte quanto contraddittorie: pare comunque che sia nato nella provincia di Buenos Aires, ma che i suoi ricordi migliori siano legati a Caseros, dove trascorse un'infanzia felice. La musica ebbe una parte fondamentale nella sua vita: studiò bandonéon, piano, chitarra e naturalmente, a segnare l'inizio della sua relazione con la musica, è il tango. La sua grande sensibilità per qualsiasi forma d'arte lo ha portato a sperimentarne di diverse. Dopo aver lavorato nella televisione e come giornalista, ha deciso di dedicarsi interamente al programma La vendetta sarà terribile da lui condotto con Guillermo Stronati, Gabriel Rolón e Elizabeth Vernacci per due pubblici affezionati: quello che si sintonizza da ogni angolo d'Argentina e quello formato da più di duecento persone, che si riunisce per assistere dal vivo al programma. Le Cronache dell'Angelo Grigio, presentate alla Fiera del libro di Buenos Aires nel 1996 e prima opera narrativa dell'autore, sono state seguite dall'operetta Cosa mi è costato l'amore di Laura e dal Il libro del fantasma.
Su Dolina pesano alcuni luoghi comuni. Di lui si parla spesso e volentieri come di un "uomo di radio". Ma "la strategia più efficace dell'equivoco è la ripetizione", sostiene Jorge Dorio in una delle introduzioni al libro: "i suoi programmi, essenzialmente sostenuti dall'imprevedibile deriva del suo discorso, sono sempre stati più vicini al fenomeno teatrale, al concerto". La verità starebbe secondo Dorio nell'inversione di questa formula: "mentre Dolina finge di parlare per radio, sta in realtà facendo letteratura". Seguendo le tracce di Omero e Socrate, Alejandro Dolina cammina sul filo sottile che separa narrazione scritta e orale, arricchendo l'una attraverso l'altra. Udirlo o leggerlo sono la stessa cosa, e infatti le cronache libresche e le trasmissioni radio convergono in diversi punti, a partire dallo stile (con il sottile e raffinato humour) e dal linguaggio usato (colloquiale e gergale, i termini in lunfardo si sprecano), fino alle tematiche che, attraverso il recupero di leggende memorie e tradizioni, trasmettono importanti valori e rivelano la sua vera natura: quella di folklorista.

L'intervista che segue è stata realizzata nel luglio del 2001.


sabato 19 gennaio 2013

Quando si scrive un libro è come essere dentro una delle Annunciazioni di Maria

Un'altra vecchia intervista.

Abbiamo incontrato Stefano Benni il 10 giugno 2001. Reduce dalla sua ultima fatica, Saltatempo, da molti definito il suo capolavoro, ci ha parlato dei magici e quotidiani elementi che concorrono alla creazione di un'opera artistiica.
 
Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Quando una persona di cui avevo molta stima, Grazia Cerchi, ha letto un mio libro e ha detto: "Ci siamo, lupo". Il libro era Comici Spaventati Guerrieri. Da solo non riuscivo a convincermi, quando lei ha detto "ci siamo" mi sono illuminato, ho preso una gran sbronza di vernaccia (ero in Sardegna) e mi sono sentito scrittore. Dopo, poi, nessuno è più riuscito a convincermi del contrario.



Piccolo ritratto di Grazia Cherchi...  
Grazia Cherchi era una signora molto minuta con una faccia bellissima un po' da sarda un po' da india amazzonica, molto caustica con quelli che non amava, molto dolce con quelli che amava, molto rispettata anche dai suoi nemici, che magari le scrivevano delle perfidie però quando la vedevano abbassavano gli occhi… e poi era una persona che leggeva tantissimo, aveva una grande passione per i libri. Aveva scelto di non scrivere lei in prima persona, le sarebbe piaciuto perché aveva, come tutti noi, una sua vanità ma, invece ha preferito aiutare degli scrittori giovani a crescere, a diventare scrittori maturi e l'ha fatto con tanti. Lo faceva con dolcezza ma spietatamente, criticando molto, non era affatto remissiva, non accettava tutto, ma incoraggiava a migliorare, dedicava a questo lavoro moltissimo tempo. Avrebbe sicuramente potuto guadagnare di più facendo la critica accademica, ma era troppo indipendente e troppo poco premiaiola e ipocrita.
Era anche una persona con una grande ironia, e si vedeva nei suoi scritti, però aveva una fiducia illimitata, quasi ingenua, nella possibilità della gente di crescere e questa era la sua dote più bella. A volte prendeva a mano degli scrittori che avevano un talento molto grezzo, sui quali si capiva che c'era da lavorare molto, però accettava questa sfida, esattamente il contrario di quello che fa l'editoria. L'editoria pubblica subito il libro del giornalista o del cretino televisivo, dell'improvvisato sociologo, un libro che già si vende -si vendicchia- subito (perché poi in realtà alla fine i libri che durano sono altri). Se l'editore vede un libro che è appena un po' sghembo, un po' strano dove c'è "da metterci le mani" spesso rinuncia, magari preferisce un libro subito riconoscibile, nel senso che è copiato da un modello: adesso vanno i gialli, tutti sfornano e pubblicano gialli. Lei affrontava degli scrittori magmatici -i miei all'inizio erano probabilmente libri con molti difetti di abbondanza- e poi ti aiutava, non riscriveva una riga, però ti spronava, ti faceva capire che dovevi faticare di più: ecco in questo era assolutamente anomala nel panorama dell'editoria, in questo suo cercare sempre delle sfide difficili. Io non ero una sfida facile all'inizio perché ero uno scrittore, credo, con un certo talento ma pieno di deviazioni, ridondante, pieno di dubbi e tutte le volte che scrivo un libro è come se sentissi la sua voce che mi prende in giro, che mi ammonisce. Grazia Cherchi era questo.

Una ricetta per scrivere un buon libro
Si prendano 2000-2500 libri da una biblioteca e li si leggano uno dopo l'altro con calma. Quando li si sono assimilati e bene amalgamati li si metta da parte in qualche ripostiglio neuronico. Poi si guardi per uno-due giorni la televisione; tutto quello che si vede in televisione, misero, ripetitivo, finto "popolare" lo si lasci da parte, il libro è geneticamente altro. Poi ci vuole una considerevole dose di fantasia e per quella basta andare in giro la notte, leggere, viaggiare, innamorarsi spesso o almeno pensare di essere innamorati. Gli alcolici e le droghe a qualcuno servono, ad altri no. Infine ci vuole una grande fatica, una ricerca tecnica quasi ossessiva e quella la si impara col tempo. Quando si scrive un libro è come essere dentro una delle Annunciazioni di Maria, quei quadri bellissimi del Quattrocento italiano. In questi quadri Maria ha quasi sempre un libro in mano e questo è molto bello; adesso avrebbe un telecomando ma ha un libro, quindi sta aspettando la notizia, sta aspettando l'ispirazione, sta aspettando il suo destino. Entra un angelo, entra l'estro, entra l'ispirazione: l'angelo, che ha delle bellissime ali "araldiche", direbbe il mio amico Cavazzoni, belle ali versicolori, è un bell'angelone e le dà la notizia che Maria è stata prescelta. Quindi è come se l'estro e l'ispirazione ti dicessero: "tu scrittore sei stato prescelto: ecco a te tante meravigliose visioni e idee per il libro". Ma se si guarda bene in tutte queste annunciazioni, appena un po' in secondo piano, c'è San Giuseppe che con la pialla, con la sega, lavora e mantiene la famiglia. Questo allora è il lavoro che si fa per arrivare a un libro: ci vuole l'angelone con le ali, ci vuole l'estro, l'ispirazione, la grande o piccola notizia che viene dal mondo delle grandi letture e delle idee; però poi se non c'è un San Giuseppe artigiano che ci dà di pialla, di sega e di bulino e faticosamente traduce questa visione in "condivisione", non si va avanti. Quindi accettate l'annuncio dell'angelo, siate pazienti come San Giuseppe e come ogni scrittore siate un po' come la Madonna: pensate di avere un grande, unico destino. Per qualcuno il destino sarà di vincere il Campiello, io non lo ritengo un grande destino, per altri di fare libri che durano, per altri di arrivare da Maurizio Costanzo, per altri magari di fare un bellissimo libro che tutti ignoreranno. Il destino sarà diverso: alcuni saranno fortunati, altri sfortunati, alcuni avranno una fortuna immeritata (Grisham) altri avranno meno fortuna di quanto meritano (Vonnegut) e la casistica è varia. Comunque cercate di mettervi al centro di questo quadro.

Il segreto della scrittura
La scrittura ha tanti segreti. In ogni libro c'è un segreto. È un segreto che tiene insieme in modo misterioso l'immaginazione dello scrittore e quella del lettore. Guai a pensare che in un libro ci sia solo l'immaginazione dello scrittore e dall'altra parte ci sia un recipiente vuoto che l'accoglie, che è il lettore. Il lettore va incontro con la sua immaginazione a quella dello scrittore e trasforma il libro. Per fare un esempio, tutti noi abbiamo letto Moby Dick però se io chiedo alle persone di un seminario qual'è la loro pagina preferita di Moby Dick, qual è il piccolo particolare, la pagina che le ha più colpite, la frase, la parola, tutti rispondono diversamente. Questo cosa vuole dire? Che Moby Dick è diventato diverso nell'immaginazione di ognuno. Questo è uno dei segreti della scrittura. Tutti partecipiamo all'aleph, al mondo dello stesso libro, ma il libro è diverso per ognuno di noi. Diventa diverso come? Ad esempio nella rilettura. Il complimento più grande che puoi fare a uno scrittore non è "ti ho letto" ma "ti ho riletto", "ti ho letto due o tre volte" "ho trovato delle nuove cose nel tuo libro" "il tuo libro si è trasformato, è cambiato a ogni rilettura". Perché? Perché appunto il mondo dell'immaginazione ha questa capacità palingenetica, di ricrearsi ogni volta e questo crea la durata del segreto. Un libro può anche restare lì: lo rileggiamo trent'anni dopo e diventa una cosa nuova; questo non accade con la televisione. Riguardo a questo segreto ti racconto un aneddoto. C'era un attore, Lawrence Olivier (questo è un segreto che vale per la scrittura dei libri ma anche per la drammaturgia) che interpretava una commedia in Inghilterra. In Inghilterra le commedie possono restare in cartellone anche quattro-cinque anni, non come in Italia che hanno vite piuttosto brevi. Olivier recitava in questa commedia da molti anni, e naturalmente ogni sera faceva la stessa parte. Com'era questa parte? Nel primo atto lui era un ricco lord inglese, cui andava tutto bene: aveva una bella casa, dei bei cani, una bella moglie, in ordine di importanza per un lord inglese. Aveva molti amici, molti soldi da spendere: era proprio baciato dalla sorte. Nel secondo tempo accadeva il disastro; io non ricordo il titolo della commedia, comunque tutto andava in rovina, il lord faceva bancarotta, la moglie lo lasciava, gli amici si allontanavano, i cani prendevano il cimurro, insomma il lord perdeva tutto, diventava alcolizzato e moriva orrendamente triste, solo e abbandonato nel castello pignorato, impiccato (pignorato il castello impiccato Lawrence Olivier). Una sera venne in camerino uno spettatore e gli chiese: "Sir, come fa lei che nel primo tempo è così pieno di gioia, esplosivo, felice, a recitare così solarmente quando sa benissimo che nel secondo tempo le succederanno quelle cose tristissime?". E Lawrence Olivier rispose: "ma io nel primo tempo non so cosa succederà nel secondo tempo". Lawrence Olivier raccontava così il mistero dell'immaginazione, rivendicava questa capacità dell'immaginazione artistica di rinnovarsi. Ti faccio un secondo esempio. Tu prendi in mano un racconto, I delitti della Via Morgue di Edgar Allan Poe. Se leggi il sorprendente finale (che l'assassino è un orango), in teoria, una volta che tu conosci il segreto di questo racconto non dovresti avere voglia di rileggerlo. Io lo rileggo ancora spesso e tutte le volte ho come la paura che possa finire in un modo diverso, perché Poe che non è un giallista precotto come quelli di oggi, crea una tensione tale che ti tiene sospeso ogni volta, crea quell'esitazione che secondo Todorov è proprio uno dei caratteri del fantastico. Fino all'ultimo momento tu esiti e non sai se ti trovi proprio in un mondo letterario che ben conosci, oppure magari in uno strano mondo intermedio tra lettura e realtà dove i libri possono cambiare il finale. Poi c'è un terzo esempio della vita quotidiana. Io sono babbo di un bimbo di 12 anni e c'è una cosa che detesto nei miei colleghi babbi, quando vanno al cinema. Normalmente i film per bambini sono tutti uguali: fino a 10 minuti dalla fine sembra che vadano a finir male; il bambino in quel momento è molto spaventato, molto teso, molto impaurito e allora il papà cretino gli dice -lo sentii dire veramente da un papà- "ma perché sei spaventato, perché sei così agitato?! Tanto va a finire bene!". Un babbo così è da impiccare per i piedi. Allora possiamo anche dire: lasciamo perdere tutto, non facciamo leggere ai ragazzini Moby Dick e Madame Bovary che vanno a finir male, e lasciamo stare tutte le storie che finiscono bene, non leggiamo più la Divina Commedia che in fondo finisce bene, perché poi Dante esce a riveder le stelle. Il bambino rivendicava giustamente il suo diritto a tenere bene aperte tutte le porte dell'immaginazione e quindi a tenersi la sua paura, la sua esitazione, a dire "io mi voglio godere tutto il mistero di questa storia. Lo so bene che normalmente i film per bambini finiscono bene, però io voglio fino all'ultimo tenermi questa tensione, questa emergenza dell'immaginazione". Non togliete ai bambini questa grandissima curiositè, questa capacità di perdersi nella varietà meravigliosa del mondo dell'immaginazione. Non mettete i sondaggi anche nell'immaginazione, i sondaggi che dicono che l'89% dei film per bambini normalmente finiscono bene… ma anche su questo ci sarebbe da discutere perché Walt Disney era uno dei più grandi e allegri sadici della storia dell'umanità, chissà poi se i suoi film finiscono "bene" ma qui ci vorrebbe un'altra ora di intervista e io sono stanco.

Facciamo un salto indietro: gli animali di Comici Spaventati Guerrieri  
Gli animali perché l'uomo è un animale anche se travestito con pelo e pelli di altri animali, e amo gli animali antropoformizzati, amo molto i cartoni animati. Nei cartoni animati c'è un'onnipotenza plastica, per cui tutto può diventare tutto. Un'anarchia totale e scatenata.

Ti chiamano Lupo…  
Perché quando ero piccolo ero molto selvatico e mi chiamavano così… o forse perché giravo da solo di notte per la campagna, coi miei cani. Avevo meno paura sotto la luna a che in una casa buia. La mia fantasia è nata a lume di candela.

Perché nei tuoi libri protagonisti sono sempre dei bambini?  
I bambini sono degli eroi dell'immaginazione. Buoni o cattivi, ma eroici.

Ti senti più Babonzo, Ebenezer o Lucioleone?  
Questa è una domanda che presuppone una grande conoscenza del mondo benniano. Il Babonzo è un animale fantastico. Mi identifico nel Babonzo perché il Babonzo nasce grande e muore piccolo piccolo, scompare, non si trova più e io da bambino ero molto serioso e adulto, più cresco e più divento cinno - parola dialettale emiliana che significa bimbo, cioè rimbambisco, rimbambinisco e penso che a settant'anni più o meno tornerò a fare stregainalto, che era un bellissimo gioco che si faceva per strada. In Ebenezer mi identifico perché sono ancora innamorato di Carmilla la diavolessa e in Lucioleone mi riconosco, in certe sue tristezze, nella ricerca della dignità, nel fatto che ha un grande rispetto per la memoria e una grande riconoscenza per gli amici che l'hanno aiutato.

La tua paura più grande
Di diventare come certa gente che vedo in giro. Di diventare come le peggiori persone che conosco… anche morire non mi piace molto come idea però insomma ci sono cose forse peggiori di morire. Finire dentro lo spirito di questi tempi, diventare servo: questo sì mi spaventa. Io dovrei esserne immune, ma non si sa mai…

Saltatempo è autobiografico?
Assolutamente no. E' pieno di cose che conosco bene. Possibile che di ogni libro che è scritto in prima persona si debba dire che è autobiografico?

Cinque libri che vale la pena di leggere
Cinque libri per cui vale la pena di vivere, di leggere? Allora: i libri francesi, inglesi, i libri italiani, giapponesi e i libri di tutte le altre parti del mondo: fregata.

Un quadro dell'editoria italiana  
L'editoria italiana è una delle migliori in Europa, non è peggiore delle altre. Basterebbe trasformare la Mondadori in un formaggificio. Resa utile la Mondadori si ha un quadro dell'editoria italiana abbastanza equilibrato: piccole case editrici coraggiose, buone case editrici, come la Feltrinelli, l'Adelphi, che fanno buoni libri, con molte tentazioni e scivoloni commerciali. La cosa brutta è questa: l'adorazione di questi hamburger di guano che sono degli scrittori americani mediocrissimi, che arrivano, conquistano grandi fette di mercato, superpublicizzati e poi magari non si conoscono scrittori americani come Vonnegut. Però non è che in Europa ci siano editorie migliori… forse l'editoria scandinava è meglio ma la francese no di certo.

Un quadro della politica italiana  
Non dico un quadro di Bacon perché Bacon era un grande pittore… L'Urlo di Munch, idem. Forse si potrebbe usare un poster di Berlusconi. È lì che è finita la politica italiana, senza più polis, cos'è? Una poteritica, un'azienditica… lasciam stare la parola polis… non c'è più città, convivenza civile, è come stare in un'azienda ma cambierà, oh sì cambierà… un giorno l'aeroplanino di Berlusconi partirà per le isole Cayman e la storia ci dirà che cos'era: un piccolo gangster mafiosetto e depresso. Io ho fiducia nella storia, avevo 7 in storia al Liceo e avevo anche una professoressa che non era male… un po' in carne ma con una sua grazia angelica. Credo di amarla ancora.

intervista di Lorenza Pozzi per associazione culturale Adelante!

venerdì 28 dicembre 2012

Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge

illustrazione di Jim Kay
Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge, tuonò il mostro. Le storie inseguono, predano e mordono.
(...) Le storie sono creature selvagge e indomite, continuò il mostro. Quando le liberi, chi può sapere quali sconvolgimenti potranno compiere?
Patrick Ness e Siobhan Dowd, Sette minuti dopo la mezzanotte

mercoledì 19 settembre 2012

Non sono morto.

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte di Italo Calvino. Qualche tempo fa ho letto questo ricordo di Pietro Citati (che riporto qui sotto, anche se non integralmente), apparso nel suo Ritratti di donne (1992) e ripubblicato da Minimum Fax all'inizio del bel libretto Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull'arte della narrativa. Citati ci parla di un amico, di un Calvino giovane, e poi uomo, delle sue abitudini di vita e di scrittura, delle sue stravaganze e della sua riservatezza, delle sue letture. Ho amato molto i libri di Calvino; forse è il primo scrittore italiano che ho amato, fin dall'infanzia, e che ha accompagnato diversi momenti della mia vita. Quando è morto, avevo solo undici anni, ed è allora che sono cominciate le mie letture, quelle vere. Io ero lì, in mezzo al mare, avevo iniziato a navigare da poco. Lui era già su un'isola, la sua isola, e scriveva, scriveva su fogli di carta, fogli volanti, e con questi fogli faceva barchette e aeroplanini, che poi lasciava andare, e io dalla mia barca li acchiappavo e li leggevo avidamente, e non sempre riuscivo ad afferrare tutto, non sempre era una lettura facile, a volte le parole sembravano sbiadite, difficili da decifrare, ma non mi importava, perché con Calvino era come mettersi degli occhiali nuovi per guardare la realtà, la stessa realtà in cui dovevo remare e fare fatica.
L'anno scorso ho passato diversi giorni a Castiglione della Pescaia, in Toscana, dove Calvino trascorse l'ultimo periodo della sua vita e dove, poi, è morto. La biblioteca porta il suo nome e dovunque ci sono sue foto. E tracce di lui.
Italo Calvino riposa nel Cimitero di Castiglione della Pescaia, circondato da una siepe di rosmarino. Guardando il mare.



















Ecco un brano del ricordo di Citati.

Il suo paesaggio cambiò. Se aveva vissuto a Parigi come un estraneo e a Roma come un ospite, ora la sua vera casa era la pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. In qualche modo, ripeteva il paesaggio ligure. Anche qui, tutto era limitato: una striscia di sabbia chiusa tra due promontori, una pineta, una macchia, un piccolo giardino dove tutto sembrava miniutarizzato. Scriveva nel cuore della casa, in alto, in uno studiolo raggiunto da una scala pericolosissima, come in un pollaio aereo o in una colombaia. Sotto i suoi piedi, la moglie parlava con le amiche o con la domestica, entravano i fornitori, arrivavano gli amici; e lui continuava a scrivere, immerso nel rumore dell'esistenza, vegliando sulla casa come una cicogna. Non diceva mai di no alle cosa. Ma si era ormai allontanato profondamente dalla realtà, chiuso nel suo mondo di ombre leggere. Sulle soglie tra lui e la vita, tra lui e gli altri, aveva disposto la moglie, che doveva riferirgli tutto: che volti avessero gli altri uomini, cosa accadesse nella pineta, che ombre gettassero gli alberi, che odori attraversavano il prato, che sapori avevano i cibi, che suoni la musica. Lassù in alto, come un'ape riceveva il miele che la moglie aveva raccolto, e lo depositava nella delicatissima arnia della sua mente. (...)
Poi sulla pineta scesero, troppo rapidamente gli ultimi anni. Volgendo le spalle a qualsiasi idea generale, Calvino si accontentava di contemplare un'onda, un ciuffo d'erba nel giardino, un uccello che cantava (...) L'ultima estate fu difficile. Scriveva le sue Lezioni americane: un libro bellissimo, l'Ars poetica della nostra fine di secolo, dove la letteratura antica e moderna si riflettono in un limpido specchio. Non era di buon umore: non usciva più di casa, chiuso nell'alta colombaia, non faceva il bagno. Pensava di perdere tempo: era uno scrittore, doveva dar forma alle decine di racconti che gli gremivano il capo, non riflettere sulla letteratura. Ai primi del settembre 1985 le Lezioni erano quasi finite: ma, per lui appartenevano già ad un tempo passato. In quegli ultimi giorni lo vidi due volte; e fu tenero, affettuoso, divertente, quasi felice. (...) Poi non ci fu più niente. Ci fu la caduta al suolo, la cosa dell'autoambulanza fino a Siena, l'orribile ospedale dove avevo conosciuto altre morti, i visi stravolti dei medici, l'operazione inutile, i discorsi inutili, le attese inutili, il capo bendato, la piccola tomba sul mare di Castiglione. Una mattina i medici ci dissero, per consolarci, che tutto era andato benissimo. Quella di Italo era una malformazione cerebrale congenita. Avrebbe dovuto morire a venticinque o trenta anni al più tardi. Quanto tempo aveva guadagnato; quanti libri aveva scritto, col suo passo da marinaio-contadino che si inoltrava nei gerbidi. Come era stato accorto nel sottrarre tempo - l'unica ricchezza che importa - alle divinità che si prendono gioco di noi. E mi dissi che nemmeno lui, forse, sapeva di essere così fragile. Aveva eluso la propria fragilità colla pazienza, il lavoro, la discrezione e quella terribile maga, che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità: la letteratura.
Non sogno mai. Due anni più tardi, Italo mi apparve in sogno. Aveva ancora la fronte bendata, ma il sorriso era quello, luminosissimo, dell'ultima sera. Mi diceva: «Sai, è stato tutto uno sbaglio. I medici non hanno capito. Non sono morto».

giovedì 13 settembre 2012

Roald Dahl day

Oggi è il Roald Dahl Day e io lo festeggerò rileggendomi qualcosa di questo grande autore. Negli ultimi anni ho letto moltissimi suoi libri, dalla Fabbrica di cioccolato a Le streghe, da Gli sporcelli a Boy, ma anche bellissimi racconti delle sue esperienze di guerra. Sono felice di averlo scoperto da adulta, le sue storie mi hanno sempre divertito tantissimo. Anzi, credo che sia un autore che vada letto da adulti, perché porta un po' di colore nella vita di tutti i giorni. Spesso i suoi personaggi sono bambini che vivono situazioni difficili, ma non perdono mai l'ottimismo e la speranza, e riescono sempre a cavarsela con fantasia e ingegno. O adulti insopportabili e ripugnanti. E che dire di tutte quelle bizzarre creature, come gli Umpa-Lumpa? E di quel misto di cinismo e ironia che è il surreale Willy Wonka? Ecco, mi è tornata la voglia di rileggere tutto, di Roald Dahl. Inizierò da quell'unico libro che ho sempre avuto sul comodino, e non ho mai letto: Il GGG.


Sofia non riusciva a prender sonno.
Un raggio di luna che filtrava tra le tende andava a cadere obliquamente proprio sul suo cuscino.
Nel dormitorio gli altri bambini sognavagno già da tempo. Sofia chiuse gli occhi e rimase immobile tentando con tutte le sue forze di addormentarsi. Ma niente da fare. Il raggio della luna fendeva l'oscurità come una lama d'argento e andava a ferirla in piena faccia.

mercoledì 22 agosto 2012

L'immaginazione dello scrittore.

Anche la storia più eccitante, raccontata da un amico con il commento fatale «tu sì che puoi farne un racconto straordinario», non avrà alcun valore per lo scrittore. Se è un racconto è già un racconto. Non richiede l'immaginazione di uno scrittore; la sua immaginazione e la sua mente lo rigettano, in senso artistico, come la sua carne rigetterebbe il trapianto di carne altrui. Un celebre aneddoto su Henry James riferisce che quando un amico cominciò a raccontargli «una storia», James lo fermò dopo le primissime parole. James aveva sentito abbastanza, e preferiva lasciare il resto alla sua immaginazione.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo

mercoledì 29 febbraio 2012

Scrivere e dormire.


Quando scrivete, volete pur liberarvi del mondo, non è vero? E' ovvio. Quando state scrivendo, state creando i vostri mondi.
(...) Nello scrivere e nel dormire impariamo a interrompere le attività fisiche mentre al contempo incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine intellettuale del nostro vivere quotidiano. E come la mente si abituano a un certo quantitativo di sonno, diciamo sei, sette, forse le otto ore raccomandate per ogni notte, così da svegli si può addestrare la mente a dormire in modo creativo e a sviluppare quei sogni a occhi aperti le cui vivide immagini sono ottime opere di fiction.
Ma avete bisogno della stanza, avete bisogno della porta e avete bisogno della risolutezza a tenerla chiusa. E avete bisogno anche di un obiettivo concreto.
Stephen King, On writing

sabato 18 febbraio 2012

Uno scrittore deve essere un critico.

immagine tratta dal bellissimo sito http://bookshelfporn.com/
Uno scrittore, più di ogni altro artista, deve essere un critico, perché le parole sono così volgari, così familiari, che egli per forza deve setacciarle e sceglierle con cura, se vuole che esse possano durare. Scrivete tutti i giorni, scrivete liberamente; ma dobbiamo sempre confrontare ciò che abbiamo scritto con ciò che hanno scritto i nostri maestri, i grandi scrittori. E' un'umiliazione, ma è essenziale. Se vogliamo conservare e creare, non c'è altra via. E lo faremo. (...) Possiamo cominciare subito (...) leggendo continuamente, simultaneamente, poesia, commedie, romanzi, storia, biografia, il vecchio e il nuovo. Dobbiamo conoscere prima di poter scegliere. Non serve avere un palato delicato: ognuno di noi ha il suo appetito, e deve trovare l'alimento che gli si confà.
Virginia Woolf in La torre pendente, Folios of New Writing, autunno 1940 (tratto da Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello)

lunedì 16 gennaio 2012

L'Angelo del focolare

Che cosa ci potrebbe essere di più facile che scrivere articoli e acquistare gatti persiani con i proventi? Ma aspettate un istante. Gli articoli vanno scritti su qualche argomento. Il mio, se ben ricordo, riguardava il romanzo di un uomo famoso. E mentre lo scrivevo, mi accorsi che se volevo recensire dei libri, dovevo combattere contro un certo fantasma. E il fantasma era una donna, e quando imparai a conoscerla meglio la chiamai l'Angelo del focolare. Era lei che quando scrivevo una recensione si metteva in mezzo tra me e il mio foglio. Era lei che mi angustiava e mi faceva perdere tempo e mi tormentava a tal punto che alla fine la uccisi. Voi che appartenete a una generazione più giovane e più felice forse non capite che cosa intendo per Angelo del focolare. Proverò a descrivervela il più brevemente possibile. Era infinitamente comprensiva. Era estremamente accattivante. Era assolutamente altruista. Eccelleva nelle difficili arti del vivere familiare. Si sacrificava quotidianamente. Se c'era il pollo, lei prendeva l'ala; se c'era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri. E soprattutto (non occorre dirlo) era pudica. Il pudore era ritenuto la sua bellezza più grande, i suoi rossori il suo più bell'ornamento. A quei tempi (gli ultimi della regina Vittoria) ogni focolare aveva il suo Angelo. E quando cominciai a scrivere me la trovai davanti alle prime parole. L'ombra delle sue ali cadeva sulla mia pagina; sentivo nella stanza il fruscio delle sue gonne. Non appena presi in mano la penna per recensire il romanzo di quell'uomo famoso, insomma, lei mi scivolò alle spalle sussurrandomi: «Mia cara, sei una ragazza giovane. Stai scrivendo di un libro che è stato scritto da un uomo. Sii comprensiva; sii tenera, lusinga, inganna, usa tutte le arti e le astuzie del nostro sesso. Non far mai capire che sai pensare con la tua testa. E soprattutto, sii pudica.» E fece come per guidare la mia penna. Ora voglio registrare l'unico gesto per cui mi assumo qualche credito, anche se di diritto il credito va dato a certi miei ottimi antenati che mi lasciarono una certa somma di denaro (facciamo cinquecento sterline l'anno?), sicché non mi trovavo nella necessità di dipendere esclusivamente dalle mie grazie per sopravvivere. Mi voltai e l'afferrai per la gola. Feci del mio meglio per ucciderla. La mia giustificazione, se mi avesse trascinata in tribunale, sarebbe stata che avevo agito per legittima difesa. Non l'avessi uccisa, lei avrebbe ucciso me. Avrebbe succhiato la vita dei miei scritti. (...) Perciò, ogni volta che avvertivo l'ombra della sua ala sulla pagina, o la luce della sua aureola, afferravo il calamaio e glielo scagliavo contro. Ce ne volle per farla morire. La sua natura fantastica le dava un vantaggio. È molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà. Credevo di averla liquidata e invece eccola lì di nuovo. (...) Fu una lotta durissima (...) ma fu una vera esperienza; una esperienza che doveva toccare a tutte le donne scrittrici a quell'epoca. Uccidere l'Angelo del focolare faceva parte del mestiere di scrittrice.
Virginia Woolf, "Professioni per le donne", in Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello. Il volume verrà presentato martedì 24 gennaio alle ore 21.00 presso la Sala Rivolta in via Cavour 66 a Lodi.

domenica 10 aprile 2011

Perdere tempo.

Il mestiere di scrittore è un mestiere dove si perde anche tempo. Anzi, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive. Questo concetto, che sembra antitetico alla fatica creativa, è invece il suo naturale accompagnamento: uno scrittore deve saper perdere tempo, perché è necessario per la ricarica di energia, è necessario per pensare, o per non pensare più a un passaggio ossessivo. Scrivere è faticoso perché bisogna pensare molto, e se uno è sempre indaffarato non può farlo. Bisogna avere il coraggio di oziare. Di solito siamo soddisfatti quando abbiamo la giornata impegnata, dalla mattina alla sera. Lo scrittore dovrebbe fare il contrario, cioè svuotare la vita da impegni e lasciare spazio alternativamente alla scrittura e all'ozio.
Proust diceva che il lavoro e l'ozio sono due momenti della creazione.
(...) Flaubert (...) confessava che per ottenere da se stesso tre ore ragionevoli di lavoro doveva stare seduto dieci ore. Scriveva e pensava, lavorava e perdeva tempo.
Così risponde Raffaele La Capria a chi gli chiede come trascorre la sua giornata:
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic

lunedì 3 gennaio 2011

Su un giglio colto quasi appassito.

Leggo Shakespeare appena finito di scrivere. Quando ho la mente spalancata e arroventata. Allora è sorprendente. Non sapevo quanto fosse prodigiosa la sua tensione, la sua velocità, la sua padronanza delle parole finché non le ho sentite superare e battere in modo schiacciante le mie; sembra che partiamo alla pari e poi lo vedo scattare in avanti e fare cose che io non potrei mai immaginare neppure nella più folle esaltazione e tensione mentale. Perfino i drammi meno conosciuti sono scritti a un ritmo che supera la velocità massima di chiunque altro; e le parole piovono così rapide che non si arriva a raccoglierle. Sentite questa: «Upon a gather'd lily almost wither'd». (Mi è capitata sotto gli occhi per puro caso.) Evidentemente la scioltezza e l'agilità del suo spirito erano tali che egli poteva far rifulgere qualunque idea gli venisse in mente e lasciar cadere sbadatamente una pioggia di fiori inavvertiti come questo. Perché allora altri dovrebbero tentare di scrivere? Questo non è neppure «scrivere». In realtà potrei dire che Shakespeare è addirittura al di là della letteratura, se sapessi cosa intendo dire.
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice. Domenica 13 aprile 1930.

domenica 2 gennaio 2011

Le macerie di un racconto.

Un racconto interrotto sembra una città straniera che è stata bombardata, come quelle che si vedono sempre più spesso nei telegiornali. I collegamenti non funzionano più, i ponti sono saltati, le stazioni sono andate distrutte, le piste di atterraggio sono polvere e fumo. Noi, nel mondo per ora al sicuro, ci stavamo preparando ad andare in quella città per lavoro o per turismo. Ne stavamo studiando la topografia, la storia, la vita densa di ogni giorno. Avevamo riempito un quaderno con informazioni, indirizzi, appuntamenti per affari da sbrigare. Se ci avessero dato il tempo di visitarla, casomai di abitarla, avremmo scoperto come entrarci e come uscirne, per quali strade e stradine spostarci dalla periferia verso il centro e viceversa. Ma non è andata così e ora, se proprio vogliamo partire, se ne abbiamo il coraggio, bisogna accontentarsi di ciò che è rimasto: alcuni quartieri sono agevolmente percorribili, lindi; altri hanno edifici intatti accanto a grandi mucchi di macerie, lamiere contorte, tubature tranciate; altri sono nere voragini. La memoria, tuttavia, è zeppa di dati accumulati. Abbiamo visto foto e filmati. Conosciamo nomi di strade e cognomi di conoscenti, anche di parenti. Sappiamo quali sono i migliori ristoranti, gli alberghi più comodi. Per un po' ci siamo allenati persino a parlare la lingua dei suoi abitanti. Perciò proviamo a tenere insieme in un'unica mappa della memoria ciò che della città è rimasto in piedi; ciò che di lei ci siamo immaginati; i sentimenti che abbiamo provato quando le bombe hanno messo a soqquadro, insieme agli edifici, anche i nostri progetti di lavoro, di permanenza; e le macerie.
Domenico Starnone, Spavento.

venerdì 31 dicembre 2010

La felicità.

Scrivere non c'entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.
Stephen King, On writing

lunedì 29 novembre 2010

E poi?

«Cosa credi?» mi fa, indicandomi un libro con la copertina macchiata di caffè posato sul divano, L'adolescente. «Che quel monsù Dostoevskij lì i suoi genitori l'hanno spedito a studiare da scrittore? È diventato uno scrittore perché voleva diventarlo. Più di ogni altra cosa al mondo. E perché il bel Feodor si divertiva, oltre che a giocare alla roulette, altresì a scrivere. Tu effettivamente alla roulette non giochi. Ma ti diverti quando suoni con le matite sul tuo fustino di Dash rovesciato?»
«Sempre.»
«Vedi? Non hai bisogno di andare alla scuola di fallimento al conservatorio. Tavanate ne farai, non ci piove. E certi giorni ti sembrerà che non vale la pena di continuare. Crederai di aver buttato via un badò di tempo.»
«E poi?»
«E poi continuerai lo stesso.»
«E poi poi?»
«E poi poi un po' alla volta migliorerai.»
«E poi poi poi?»
«E poi poi poi, un giorno, quando tuo nonno probabilmente ormai sarà bell'e che morto e defunto, cose che mi rincresce giusto perché a me quel momento piacerebbe vederlo ma che in fondo non importa, scoprirai di essere diventato un signor batterista, addirittura un innovatore. E allora diubunsì che comincerà la parte davvero tremenda, perché da lì in avanti dovrai proprio dare l'anima. Ma finché continuerai a divertirti, non importa.»
Giuseppe Culicchia, Il paese delle meraviglie.

domenica 2 novembre 2008

Ogni cosa è illuminata.

Io e l'eroe a cena abbiamo parlato molto, specialmente dell'America. "Dimmi le cose che avete voi in America" ho detto. "Cosa vuoi sapere?" "Il mio amico Gregory informa che in America ci sono tante buone scuole per i commercialisti. E' vero?" "Forse. Non so. Quando ritorno, potrei informarmi." "Grazie" ho detto perché adesso avevo un contatto in America e non ero solo e basta. "Cosa vuoi fare?" "Cosa voglio fare?" "Sì. Cosa vuoi diventare?" "Non lo so." "Certo che lo sai." "Varie cose." "E che cosa vuol dire varie cose?" "Non sono ancora sicuro." "Il Babbo mi informa che stai scrivendo un libro su questo viaggio." "Mi piace scrivere." Ho dato un pugno sulla sua schiena. "Tu sei uno scrittore!" "Ssst!" "Ma è una buona carriera, giusto?" "Che cosa?" "Lo scrittore è molto nobiliare." "Nobiliare? Non so." "Hai già pubblicato dei libri?" "No, ma sono ancora molto giovane." "E racconti li hai pubblicati?" "No. Be', sì... un paio." "Come sono intitolati?" "Lascia perdere." "Questo è un titolo di prima classe." "No. Volevo dire proprio lascia perdere." "Io avrei molta felicità di leggere i tuoi racconti." "Probabilmente non ti piacerebbero." "Perché lo dici?" "Non piacciono neanche a me." "Oh." "Sono esperimenti." "Cosa vuol dire esperimenti?" "Che non sono veri racconti. Stavo soltanto imparando a scrivere." "Lo spero." "E' come diventare commercialista." "Forse." "Perché vuoi scrivere?" "Non so. Una volta pensavo che fosse la mia vocazione. No, non l'ho mai pensato invece. E' solo una frase fatta." "No, non è vero. Io sento veramente che sono nato per fare il commercialista." "Beato te." "Forse tu hai la vocazione di scrivere?" "Non so. Magari. E' un modo di dire orribile. Volgare." "Non sembra orribile, e nemmeno volgare." "E' così difficile esprimersi." "Capisco questo." "Io mi voglio esprimere." "Lo stesso è vero anche per me." "Sto cercando la mia voce." "E' dentro la tua bocca." "Voglio fare qualcosa di cui non avere vergogna." "Qualcosa di cui essere orgoglioso, giusto?" "Neanche. E' solo che non voglio vergognarmene." "Ci sono tanti scrittori russi pregiati, giusto?" "Oh, certo. In quantità." "Tolstoj, giusto? Lui ha scritto Guerra e anche Pace che sono libri pregiati e ha anche vinto il Premio Nobel della Pace per la Letteratura, se non mi sbaglio." "Tolstoj, Belyj, Turgenev." "Una domanda." "Sì?" "Tu scrivi perché hai qualcosa da dire?" "No." "E se posso traslocare a un altro argomento: quanta moneta guadagna un commercialista in America?".
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata