Orsetto in arrivo

sabato 26 marzo 2005

Le biglie sono scomparse dalle strade.


Io comunque preferisco le biglie. Non quelle di plastica, che assomigliano ai ciclotappi (o almeno erano così in origine). A me piacciono le biglie di vetro, quelle che se ce le hai in tasca te ne accorgi, anche perché le biglie vanno quasi sempre in coppia, anzi amano il gruppo perché se ti capita così, per strada, di incontrare un amico e di decidere di fare una partita, mica puoi giocare con una biglia sola. A che ti serve?
Sulle biglie, comunque, se volete sapere tutto ma proprio tutto, lascio la parola a Alejandro Dolina, di cui vi propongo un testo (
Il declino della biglia, scarica in .pdf)

venerdì 25 marzo 2005

Il ciclotappo.

Non è detto che tutte le gare ciclistiche si disputino su strada.
C’era una volta il ciclotappo (www.ciclotappo.it).
Avete presente i tappi a corona delle bibite delle bottigliette di vetro? Il ciclotappo si gioca con quelli. Si fa una pista (come nel gioco delle biglie... più o meno), si infilano nei tappi le immagini dei ciclisti e si fa una gara. Il tappo non rotola via, come la biglia, lasciando nella traiettoria quel margine di incertezza che non dipende dall’abilità del tiratore. Il tappo striscia fin dove vogliamo noi. E si ferma.

mercoledì 23 marzo 2005

Undici. Gatti e fortuna.

Mucomorìs, te ne devi andare. Non puoi restare qui, sono allergica ai gatti. Sono allergica anche ai maiali alle mucche ai cavalli alla polvere al polline alle graminacee ai semi. Sono allergica anche alle rane. Dai Mucomorìs, gatto di marmo, spostati almeno dal tappeto che me lo riempi di peli. Va’ giù in giardino. Come, come? Sei un gatto, hai nove vite: scendi dal balcone.
Mucomorìs, io vorrei tanto tenerti ma proprio non posso. Lo so che in giardino ci sono i cani della vicina che scagazzano liberamente, l’amministratore l’ha già richiamata un sacco di volte. Ma ci sono anche i quadrifogli. Ogni anno ne spuntano almeno venti: e in primavera faccio le scorte di fortuna per tutto l’anno. Ti prometto che quest’anno il primo quadrifoglio è tuo.
E sai che ti dico? Ti regalo anche una bella nutriona. Tanto qui da noi ce ne sono a migliaia. Hanno scavato una città sotterranea, lo sapevi? Meglio di un topo, no? Se vuoi ti mostro l’entrata.

martedì 22 marzo 2005

Dieci. La luce è finita.

La colpa, in fondo, è del black-out. E’ da lì che tutto si è rimesso in moto. Se il 28 settembre 2003 l’Italia non fosse piombata di colpo nell’oscurità totale, oggi qualcosa sarebbe diverso. Ma il black-out ha fatto credere a tutti che l’emergenza energia fosse vera e reale. Vogliamo tornare a scaldarci e illuminarci solo con il fuoco delle candele, delle torce e dei camini?
Che ti viene anche da pensare che l’abbiano provocato apposta, il black-out.
Io il 28 settembre mi sono svegliata alle cinque di mattina per andare in bagno e ho pensato: ma li ho aperti oppure no, gli occhi? Poi ho pensato, non ci vedo. Poi ho premuto l’interruttore e la luce non è arrivata, a tentoni sono andata in bagno, ho fatto la pipì e sono tornata a letto, sempre pensando: che buio. Perché io un buio così non l’avevo mai visto.

Scarica il rapporto sul Black Out

lunedì 21 marzo 2005

Champion.


Vi consiglio di cuore questo film.
Ecco di cosa parla.
Champion è un ragazzino malinconico e solo. Vive con la nonna, madame Souza, in una casa sulle colline della periferia francese, in mezzo ai campi, e la sua unica passione è il ciclismo. Passano gli anni e il suo mondo di campi e uccellini viene ingoiato dal mostro della grande città. Champion non parla mai, ha lo sguardo vuoto, ma ha un cane affezionato, Bruno, che abbaia ogni volta che passa un treno (cioè ogni quarto d’ora). A furia di allenamenti, ritmati dal fischietto dell’instancabile nonnina, Champion si ritrova a correre al Tour de France. Ma durante la corsa, viene portato via da due misteriosi energumeni vestiti di nero. Madame Souza e il fedele Bruno partono allora alla sua ricerca. Attraversano in pedalò l’oceano e arrivano, accolti da una boteriana statua della libertà, a Belleville, megalopoli di grattacieli di traffico strade diritte e hamburger. Qui incontrano il trio delle vecchiette di Belleville, tre eccentriche star del music-hall degli anni ’30, che vivono in povertà mangiando rane e continuano ad esibirsi in performance strambalate. Le tre vecchiette si affezionano a Madame Souza e al suo cane e seguendo proprio il fiuto di Bruno, si lanciano sulle tracce di Champion. Riusciranno ad opporsi ai loschi piani della potente mafia d'oltreoceano?



domenica 20 marzo 2005

La maglia rosa.

Nel 1931 viene istituita la maglia rosa – il colore della gazzetta - quale simbolo del primato in classifica. Il primo a indossarla è Learco Guerra, vincitore della tappa inaugurale del 19° Giro d'Italia, la Milano-Mantova. Anche una delle mie prime biciclette era rosa.
Che poi, il rosa forse lo hanno scelto perché si abbina bene con il grigio del manto stradale e chi lo porta risalta sull’asfalto. O forse perché il rosa e i suoi derivati sono colori che non si incontrano nelle nostre campagne, del resto non viviamo mica in Olanda o in Provenza. Noi abbiamo il giallo dei girasoli, al massimo il viola scuro dell’uva o il rosso delle mele, gradazioni infinite di verde di alberi e frutti e colline. Ma il rosa no. Mancava. Peccato che sia un rosa che vola via. Un puntino nel verde. O sul grigio.

sabato 19 marzo 2005

Il monociclo.

Tra le idee fallite nella storia della bicicletta ce n’è una che, ancora più del Grand-Bi, mi sorprende: il monociclo. Costruito nel 1869 dalle Officine Rousseau (Francia) ha una ruota alta 2 metri, non ha sterzo, e quello che vedete è l’unico esemplare che si conosca in Europa.
Guardatelo. Guardatelo bene. Io sono senza parole.
L’inventore di questo bizzarro mezzo, che ingloba, piega e deforma il più noto Grand Bi, aveva senz’altro immaginato qualcosa di più. Deve essere così. Perché per come è fatto il nostro mondo, di strade in discesa e salita e di curve, non c’era spazio per un’invenzione del genere.
Quest’uomo voleva rivoluzionare il mondo! Voleva cambiare tutto, a partire dal monociclo, strade, viabilità, lavoro, divertimenti, esseri umani!
Beh, perché no?
Qualcuno l’ha già detto, ma è proprio vero: quello in cui viviamo è solo uno dei mondi possibili. Chissà come sarebbe stata l’era del monociclo.
PS. Anche oggi esistono i monocicli, ma sono ben diversi.

venerdì 18 marzo 2005

Uomini o...

La locomotiva umana: Learco Guerra.
Il grande ragno, l’airone, l’ippogrifo, il re delle Dolomiti, il principe dei Pirenei, l’imperatore del cronometro: Fostò. Il campionissimo.
L’uomo di ferro, l’intramontabile, il pio Gino.
Fiorenzo Magni, il leone delle Fiandre.
L’angelo della montagna, Charly Gaul.
Il re leone, Mario Cipollini.
Marco, il Pirata.
Ma stiamo parlando di persone, animali, eroi, santi o di cosa?
Certo, alcune tappe del Giro d’Italia, come quella del Bondone, nel 1956, con una tempesta di neve che assiderò molti corridori, evocano scenari infernali, gironi danteschi, scene apocalittiche.
Se non ci fossero stati due mastelli di acqua calda, il lussemburghese Charly Gaul, non sarebbe mai arrivato primo in cima, con diversi minuti sugli avversari. Fiorenzo Magni, spalla fratturata, se l’era cavata tenendo il manubrio con i denti, grazie a un laccio particolare. Altro che eritropoietina, testosterone e nandrolone. Oggi anche il ciclismo è inquinato.
Ma non è colpa dei corridori. E nemmeno delle biciclette.

giovedì 17 marzo 2005

Nove. Gatti e polline.

gatto incanta vento di Guido Boletti

Muco è un gatto nero e grasso. Solo lui sa come diavolo riesce a muoversi in equilibrio, su quel suo culo di diversi chili, sui cornicioni delle case e i parapetti dei balconi. Ma ci riesce, anche se io l’ho visto sempre fermo e immobile. Un giorno mi sono svegliata e Muco era piantato nella fioriera del mio balcone: un sacco di patate a riposare sotto i raggi tiepidi di primavera. Nel pomeriggio i raggi si son fatti roventi e Muco è scomparso. Intendiamoci: non l’ho visto andare via. A un certo punto, semplicemente, non c’era più. Io non sto tutto il giorno a fissare il mio balcone, e lui ha sicuramente avuto tutto il tempo necessario per spostarsi con lentezza felina. Ma mi ha stupito l’assenza di rumore. Neanche un tonfo e puf! è scomparso. Muco, il sole è forse troppo forte per te? Ma se sono mesi che non aspettiamo altro! Non senti che odore di polline e margherite, Muco! Vieni, che togliamo la pellicciotta, dai! Muco!
Da dietro la pianta, all’ombra della casa e al fresco del marmo, lui ha messo fuori il musetto e “Comunque – mi ha detto – mi chiamo Maurice.”

mercoledì 16 marzo 2005

Il bandito e il campione.

Dunque Binda riuscì a battere anche Girardengo, grande campione, l’amico del bandito, quello della canzone. Storia che tutti conoscete, sennò in due parole ve la racconto.
Costante (Girardengo) e Sante (Pollastri) erano grandi amici, cresciuti insieme. Entrambi avevano una grande passione: la bicicletta, ma il destino volle che Costante diventasse un campione di ciclismo, Sante invece un fuorilegge, temuto e ricercato.
Fu la bicicletta a tradire Sante, che venne arrestato in Francia al traguardo di una corsa, mentre aspettava l’amico Girardengo. “E già si racconta che qualcuno ha tradito.”

martedì 15 marzo 2005

Binda.

Alfredo Binda. Il suo nome si lega alla leggenda del Giro d’Italia. Nel 1930 venne invitato a non partecipare al Giro per manifesta superiorità. In pratica vinceva sempre lui (sue le edizioni del 1925, del 1927 e del 1929) e gli altri non erano molto invogliati a partecipare. Per non correre, gli venne offerto il premio (22.500 lire) che avrebbe guadagnato in caso di vittoria. Binda accettò. E se ne andò in giro per l’Europa a vincere altri premi. Tre volte campione del mondo, Binda era uno che trangugiava ventotto uova e poi vinceva il Giro di Lombardia con ventinove minuti di vantaggio sul secondo classificato.
Binda era uno che quando forava staccava coi denti il tubolare cementato al cerchio, lo sostituiva da solo, ripartiva e vinceva.
Binda era uno che dopo aver tagliato per primo il traguardo, si univa alla banda musicale suonando la tromba.

“Non avrei potuto fare altro che il corridore – dichiarò una volta - al massimo sarei potuto diventare un direttore d’orchestra!”
Fu grazie a lui che Bartali e Coppi diventarono Bartali e Coppi.

lunedì 14 marzo 2005

Il primo Giro.


Il primo Giro d'Italia venne organizzato dalla Gazzetta dello Sport. Era il 13 maggio 1909. Alle 2.53 del mattino dal rondò di Loreto, a Milano, partirono 49 concorrenti su 127 iscritti. Le tappe erano 8, per un totale di 2.448 chilometri. I corridori vennero fotografati uno per uno prima della partenza, come misura precauzionale. Nel caso qualcuno avesse deciso all’ultimo momento di farsi sostituire. Le notizie della corsa pervenivano attraverso dispacci telegrafici che l'organizzazione appendeva dentro le vetrine della Lancia-Lyon Peugeot, in Piazza Castello, mentre i pochi che possevano il telefono potevano informarsi chiamando il 33.68.
A quella prima edizione parteciparono anche Potier, detto "frou frou", vincitore del Tour 1906 e Trousselier, oltre al celebre Petit Breton che però si ritirò per una caduta nella prima tappa, la Milano-Bologna.
Il montepremi del Giro all'esordio era di 25 mila lire.
Luigi Ganna, il primo vincitore, guadagnò 5.325 lire, l'ultimo classificato 300 lire.
Fonte:
sito della Gazzetta dello Sport

domenica 13 marzo 2005

Chi l'avrebbe mai detto...

Per tornare a Dunlop. Come le cose più geniali ed elementari nascono dalle associazioni più impensabili. John Boyd Dunlop era un veterinario scozzese, che lavorava in Irlanda e che, da bravo papà, aveva comprato per il figlio John di dieci anni un triciclo con le ruote di gomma piena. Ma il bambino si lamentava in continuazione per le troppe scosse, e così il bravo veterinario (che mi immagino come quello dell’amaro Montenegro), osservando – pare – le intestina di animali, realizzò dei copertoni contenenti una camera d’aria in gomma, in grado di assorbire urti e vibrazioni del selciato.

sabato 12 marzo 2005

Otto. La città dei cento camini.


La verità è che sta diventando tutto uno schifo. E non solo noi allo schifo, all’inferno ci stiamo abituando e quanto sono più belle le nostre case dentro tanto più fuori è un piattume di gradazioni di grigi e cementi e palazzine e supermercati e iperstrade e tangenziali e raccordi e discariche e rifiuti e odori pestilenziali. Che a uno non viene più neanche voglia di uscire. Non solo. Tutto è talmente uno schifo che non si riesce più nemmeno a rintracciare la causa primigenia e unica dello schifo che penetra nei nostri polmoni e nel nostro stomaco e mette radici nel cervello e si incancrenisce fino a farci morire. Perché la causa unica e primigenia semplicemente non esiste. Sono tutte cause uniche e primigenie o forse siamo noi la causa unica e primigenia, in un circolo vizioso che non avrà mai fine.
La centrale termoelettrica basta a rifornire di energia nove volte il nostro territorio. Però la vogliono raddoppiare, e ne vogliono costruire un’altra a cinque chilometri di distanza.
Perché? La gente per strada ripete quello che ha sentito dire: “ci serve più energia”.
Forse da casa mia riuscirò a vedere anche la nuova centrale, direzione sud-ovest.
Forse un giorno anche noi saremo “la città dalle cento torri”. Come Praga, sogno di pietra, o come Ascoli Piceno, Pavia, Bologna, Chieri, San Gimignano. Una selva di falli eretti verso il cielo, sperma di polveri e vapore, a inseminare di necrosi terre uomini alberi e animali.
E come Alba avremo anche noi il nostro Borgo del Fumo, e quello delle ceneri.
I nostri cento fumanti camini intossicheranno l’aria, e spazzeranno definitivamente via la sognante nebbia assassina che un tempo, d’inverno, i campi alitavano per scaldarsi un po’.

venerdì 11 marzo 2005

Arriva l'automobile.

L’idea del copertone avuta dai fratelli Edouard e André Michelin, produttori di articoli in gomma, era molto semplice. Si trattava di dividere il pneumatico in due parti: un tubo in caucciù dotato di una valvola, inserito in un tubo più spesso e resistente, facilmente smontabile dal cerchione. Il tutto semplificava la vita: per riparare una gomma forata, bastava estrarre la camera d'aria e rappezzarla o sostituirla con una nuova.
Ai primi del '900 cominciarono a spuntare un po' ovunque fabbriche di biciclette: tutti cercavano di inventarsi qualcosa di nuovo, un pezzo qui un pezzo là, chi il campanello, chi la pompa, chi i faretti: era iniziata la corsa ai brevetti. I mercati paralleli dell'acciaio, del ferro, della gomma e del cuoio si arricchirono grazie alla popolarità di questo mezzo di trasporto, che era ormai diventato, tra uomini e donne, anche un modo divertente di passare il tempo: negli Stati Uniti nacquero i primi club ciclistici.
Poi arrivò l’automobile
. Bella e veloce. E soprattutto nuova.

giovedì 10 marzo 2005

Aria nelle ruote: grazie, Dunlop!

Nel 1879 un produttore di Coventry, Harry John Lawson, brevettò un biciclo con trasmissione a catena e ruote di piccole dimensioni. Lo chiamò "bicyclette".
Nel 1884 John Kemp Starley costruì il Rover. La novità più interessante fu l'adozione della trasmissione a catena. Il diametro ridotto delle ruote e il miglior bilanciamento del ciclista, seduto nel mezzo, aumentarono la sicurezza del veicolo.
Nel 1888 John Boyd Dunlop ci salvò dallo ‘scuotiossa’ con l’invenzione del pneumatico a aria e tre anni più tardi Edouard Michelin introdusse il copertone, perfezionato poi da Pirelli.
Fu allora che la bicicletta divenne davvero popolare.
A fine Ottocento in Italia ne circolavano 558.992: 11.000 biciclette a Milano, 7.500 a Torino, 5.800 a Roma. Il governo aveva anche posto una tassa di circolazione sulle biciclette, inizialmente di 5 lire, poi di 10.(fonte:
Pedalando nel tempo - Istituto e Museo di Storia della Scienza)

mercoledì 9 marzo 2005

Il Grand-bi.

Poi qualcuno pensò di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. E inventò il Grand-bi, lo High Bycicle. Come sempre, quando c’è di mezzo un’invenzione, salta fuori più di un nome: e non si sa più se quel ‘qualcuno’ è il francese Victor Renard, l’inglese James Starley o Eugene Meyer. O forse, più semplicemente: tutti. Siamo alla fine degli anni 1870.
Il Grand-bi permetteva di fare 9 metri e mezzo con una sola pedalata, la ruota anteriore aveva un diametro di 3 metri, e complessivamente pesava 65 kg. Per montare in sella bisognava usare una scaletta di 6 gradini. Risultato: il ciclista sospeso a un'altezza vertiginosa e la guida così complessa che era necessario frequentare una scuola guida di Grand-bi.
Il Grand-bi era uno sport estremo: si poteva “cadere in avanti di testa”, a causa della velocità elevata o di piccole asperità del terreno. Si poteva morire o riportare lesioni e danni fisici permanenti. Fu così che l’uso di questi bicicli venne riservato ai giovani uomini avventurosi. Le persone più anziane e le donne preferivano saggiamente i più stabili tricicli o quadricicli.

martedì 8 marzo 2005

Fascisti in bicicletta.

“Dove credete di andare?”
“Io passeggiavo, così, per la campagna.”
“A quest’ora e vestito in codesta maniera? Perché non siete arruolato? Identificatevi.”
“Sono di Lodi e soffro di una disfunzione cardiaca, sono stato congedato.”
“Fatemi vedere la tessera annonaria."
“Lo conosco io, signore. E’ a posto, regolare. Lo lasci andare.”
“Passa. In fretta. Ti è andata bene. Il soldato Ferrari garantisce per te.”
“Grazie.”
Avvenne così che mio nonno, grazie a un fascista, ebbe salva la vita: mentre fuggiva dai fascisti in bicicletta (una littoria da uomo) nel 1944: nella campagna e nei boschi di Lodi, verso Villa Pompeiana, in cerca di salvezza.

lunedì 7 marzo 2005

La scuotiossa.

Prima che si arrivasse ad un sistema di pedali e pedivelle dovettero passare altri vent'anni. Fu un fabbro scozzese, tale Kirkpatrick McMillan, intorno alla fine degli anni 1830, ad avere l’idea. Costruì nella propria officina la prima bicicletta dotata di un sistema di pedivelle attaccate direttamente alla ruota posteriore.
“Grazie, non ci avevamo pensato”, dissero i francesi. E si rimisero al lavoro.
Negli anni ’60 a Parigi nacque le velocypede bicycle (da cui il termine biciclo).
Ernest Michaux, un giovane operaio, aveva perfezionato il sistema applicando le pedivelle direttamente al mozzo della ruota anteriore. A causa della struttura delle ruote (in legno rivestite di ferro) la "michaudina" venne soprannominata anche boneshaker, scuotiossa. Durante la corsa tutto il corpo vibrava come in un grande sbattitore elettrico.
Ma la michaudina piaceva: al figlio di Napoleone III (Velocipede IV, lo chiamavano) e agli studenti di Harvard e Yale che sfrecciavano da una parte all'altra dei campus universitari.

domenica 6 marzo 2005

Di mano in mano, di mente in mente.

I tedeschi, dopo i francesi. Nel 1817 K. F. Drais von Sauerbron inventò la draisina, che si chiamava così perché fu lui a inventarla. Che se la inventavo io l’avrebbero chiamata la lorenzina. K. F. Drais von Sauerbron ebbe l’intuizione di applicare a un celerifero di sua costruzione un rudimentale sterzo, semplicemente collegando il manubrio al telaio, in modo che la ruota anteriore fosse autonoma e non si dovesse ogni volta scendere dal mezzo per cambiare direzione. Gli inglesi poi perfezionarono l’invenzione, con il “calessino per pedoni”.
La draisina fece furore in tutta Europa, Italia compresa. Iniziava una nuova era: quella del trasporto personale senza cavalli.
Ma a Milano la draisina era considerata “pericolosa” e vietata all’interno della cerchia urbana: provocava troppi incidenti. Così la draisina la si poteva usare solo lontano dall’abitato. In campagna. Ancora non immaginavano quali infernali invenzioni avrebbe partorito la mente umana. Ben più pericolose della draisina... come fa poi a essere pericolosa una cosa con questo nome. Draisina ciliegina.

sabato 5 marzo 2005

La bicicletta di Leonardo.

La storia della bicicletta è una storia bastarda. Questa invenzione che gli uomini si rigirano nella testa da migliaia di anni e che permette di usare al meglio la più elementare e geniale delle invenzioni umane (la ruota) porta nel dna tracce di tanti popoli.
Tanto per cominciare, gli italiani, con Leonardo. Ci aveva già pensato Leonardo, alla bicicletta, certo. Durante i restauri del Codice Atlantico eseguiti a Madrid nel 1966, è venuto alla luce uno schizzo, un abbozzo rigido e spigoloso, di una macchina molto simile alla moderna bicicletta: due ruote uguali collegate da un telaio portante e una primordiale trasmissione a catena azionata da pedali.
Poi tutti gli altri come al solito hanno complicato le cose.

venerdì 4 marzo 2005

Sette. Capitale delle rane gonfiate.

disegno dei bambini di Riolo

Quando ho visto i fumi uscire dalle torri della centrale termoelettrica ho subito pensato: ecco dov’è finito il drago. Ecco le narici di Tarantasio che dalla terra e dall’acqua sputano fuoco e ammalano l’aria. Dobbiamo invocare ancora qualche santo o qualche divinità? Chi ci salverà questa volta? San Francesco, protettore degli ecologisti o Sant’Antonio Abate, protettore degli agricoltori?
Quando negli anni Ottanta venne inaugurato l’impianto (che oggi ha una potenza pari a 1.280 MW), ci fu un gran parlare. Si fece anche un referendum, perché c’era il rischio che la centrale potesse essere alimentata a carbone. I lodigiani tutti perbene già si immaginavano affumicati e anneriti nel pellicciame e questo bastò a provocare una vera sollevazione popolare: e la centrale a carbone non si fece. Ma le due torri sono comunque lì, la tecnologia è all’avanguardia, a ciclo combinato si chiama ora, hanno indorato la pillola. In poche parole usano olio combustibile e aggiungendoci un po’ di metano riescono anche a pulirsi la coscienza.
Lo sanno tutti che le emissioni dei camini non fanno bene alla salute. Ma lo sanno tutti che – purtroppo – non ci sono solo quelle. Le polveri fini (il pm 10) , quelle che alla lunga, depositandosi nei polmoni, provocano asma, patologie polmonari, difficoltà di respirazione e forse anche tumori vengono emesse da diverse fonti (traffico, industrie, motori diesel, agricoltura eccetera eccetera eccetera). Eppure sono anni ormai che si organizzano serate e serate di dibattiti pubblici per dimostrare che centrali = tumori.
“Perché infatti - tutti si chiedono - la nostra zona è così colpita dalla mortalità per tumori?”
“Perché ci sono le centrali termoelettriche”, rispondono scienziati fai-da-te.
L’errore è credere che abbiamo bisogno di altra energia.
D’estate fa troppo caldo e servono gli impianti condizionatori, alcuni sostengono che è una vera ipocrisia essere contro il nucleare quando importiamo energia dalle centrali francesi che sono lì, proprio dietro le Alpi e che un domani potrebbero rappresentare un rischio anche per noi. Quindi, dicono in molti, torniamo al nucleare o sennò rassegniamoci al fatto che altre e nuove centrali si devono costruire e che è meglio costruirle dove già ce ne sono alcune che funzionano bene, che hanno la tecnologia più all’avanguardia per contenere il danno e sono regolarmente controllate dalle centraline dell’azienda per l’ambiente. Non so perché, ma tutto ciò non mi convince. Non posso rassegnarmi a credere che questa sia l’unica possibilità. Ci dev’essere un’alternativa.
Esco di casa, voglio andare sotto le torri a osservarle bene da vicino. In bicicletta ci si mette più o meno un quarto d’ora. Sembra il set di un film di fantascienza, sembra di stare in America. C’è un posto di blocco, due poliziotti mi fermano: “l’abbiamo riconosciuta”, mi dicono e mi ammanettano. Prendono la mia bicicletta e la vivisezionano, sento le sue urla di dolore, il drago non resiste, sputa fuoco da sotto, ora, la terra trema, l’aria si fa incandescente e le due torri, finalmente, vengono lanciate come due missili nello spazio. Grazie, santo Sterzo, protettore di chi vuole cambiare direzione, questa volta ci hai salvati tu.

giovedì 3 marzo 2005

Sei. Un cetaceo nella pianura padana.

Frequenze misteriose di Guido Boletti

Mi affaccio al balcone e vedo in lontananza due torri a righe bianche e rosse, alte più o meno trecento metri. Due torri gemelle in direzione nord-est. Due camini fumanti che di notte si illuminano di lucine rosse, come fari per gli aerei di passaggio: le torri della centrale termoelettrica.
Non è quello che si definisce un bel panorama, ma certe mattine all’alba, quando il sole non è ancora sorto e il cielo è limpido e sgombro di nebbia e fumi e degrada dal rosa al giallo mi sono quasi commossa di fronte alle Alpi, con davanti le torri della centrale e la luna piena che ancora non ha lasciato lo spazio a fratello sole-pallido.
La centrale è l’erede di un vecchio impianto degli anni ’50 e sfrutta le acque fredde dei canali che le stanno intorno e i giacimenti di gas naturale, di cui la nostra terra è tanto ricca e di cui resta memoria nella leggenda del Drago Tarantasio.
Si narra che un tempo grandi alluvioni ed esondazioni crearono proprio qui un lago, che venne chiamato Mar Gerondo. E dal lago salivano tanti e tali fumi e puzze e esalazioni malsane e pestiferi miasmi che appestavano tutto l’aere e intossicavano e ammalavano e morivano le persone. I più ricchi si diedero alla fuga. I medici non sapevano più che pesci pigliare.
- E’ colpa del mostro Tarando che dimora nei pantani del lago – dissero con autorità. E alcuni giurarono anche di averlo visto. Il mostro era un drago e secondo quanto sostengono i latini (e soprattutto: secondo quanto sostiene Aristotile, che non si può certo contraddire!) i draghi non solo esistono ma sono parenti stretti dei rettili e dei serpenti. Da cui il nome Tarando, da tarantola, poi Tarantasio.
Tutti sanno che i draghi nascono dalla spina dorsale degli uomini morti e questo drago qui doveva esser nato dal corpo putrefatto di Ezzelino da Romano, quel can feroce figlio del demonio che qualche anno prima era morto nella battaglia presso Cassano ed era stato sepolto da queste parti. Già. Proprio così. Che fare, dunque? Solo un intervento divino poteva cacciare il malefico e mefitico essere immondo. Si chiamarono vescovo, preti, curati, si fecero processioni e voti. E finalmente la notte di San Silvestro del 1299 si verificò il miracolo: il lago si prosciugò e sul fondo, sotto le mura della città presso il Molino della Madonna, furono trovate le reliquie di Tarantasio: una grande costola di drago, che venne spostata di qui e di là e infine esposta nella Chiesa di San Cristoforo, il santo evocato per il miracolo.
Passò poi un’équipe di paleontologi e sostenne che trattavasi di costola di cetaceo. Beh, che differenza fa? Chiesero alcuni. Sempre di leviatano si tratta. E la costola magicamente scomparve.
Ma si sa che il drago Tarantasio era un drago della specie mista, per cui poteva sopravvivere anche fuori dall’acqua. Secondo me è volato via.

mercoledì 2 marzo 2005

Cinque. Angeli in bicicletta.

Ca’ Alta si chiamava così perché si trovava nel punto più alto e più esterno del colle su cui l’imperatore Federico Primo di Svevia detto il Barbarossa aveva rifondato nel 1158 la città. Non c’erano strade che portavano alla Ca’ Alta, non c’era modo di arrivarci, e chi ci abitava non si spostava mai. Ma se avevi fortuna e passavi da quelle parti nell’esatto istante in cui la luna tocca la punta del monte Everest, lontano da qui, allora avresti anche potuto vedere un serafino equilibrista pedalare serafico su un congegno simile a una bicicletta, ma con una ruota sola. E se eri vestito d’azzurro il serafino ti avrebbe guardato e ti avrebbe chiesto: “posso accompagnarti, solitario viaggiatore?” E tu, montato non si sa come sul ciclo celestiale, avresti raggiunto la Ca’ Alta e da lì non ti saresti più mosso per tutta la vita. Dalla Ca’ Alta si riusciva a vedere un paesaggio sterminato e ad avere gli stessi pensieri del Barbarossa.
Ora davanti
dietro
di fianco
sopra
e sotto
alla Ca’ Alta ci sono case che castrano la visuale. Un giorno qualcuno depositerà un documento in Comune, un tecnico sbadato lo firmerà e verrà giù anche lei, con le sue croste e i suoi ricordi, proprio come la vecchia villa liberty vicino al formaggiaio. Non se ne accorgerà nessuno.
Me l’ha detto mio nonno che ha quasi ottanticinque anni, abita nel mio stesso quartiere e legge le sfere di cristallo. E sa quello che dice.

martedì 1 marzo 2005

Quattro. Dark World.

La mia casa è circondata da altre case, che sono circondate da case, e tutte le case sono circondate da cortili di cemento (per far rimbalzare meglio i palloni da pallacanestro) e da fossati grigi di garage, dove riposano i cinquanta - a volte cento - cavalli dei ricchi signori. E vicino alle case palazzi più alti, torri d’avvistamento per i deltaplani, piste d’atterraggio per angeli in caduta.
Immagino un mondo fatto di campi e di fiori tra le case, dove gli edifici più alti hanno solo un piano e un’uscita di servizio sul retro che, quando piove, si casca in una pozzanghera vera fatta di terra e di fango e ci si imbratta le vesti e le mamme non ti sgridano. Dove la musica mi accompagna mentre cammino e le zanzare ronzano e le api volteggiano e le farfalle mi si avvicinano incuriosite.
Ma forse sto solo attraversando un mondo virtuale di terre sconosciute e percorsi d’acqua, per salvare la principessa Zelda dalle grinfie del perfido stregone e riportare il mondo alla normalità. Mi ritrovo in un campo sconfinato, il terreno ondulato, l’immaginazione vacilla, ma una casa, un punto fermo mi si para davanti. E’ proprio come la immaginavo, con l’uscita di servizio sul retro che scende sulla collina e su un fianco della casa c’è la scritta “Lodi”, perché questa è la prima casa che si incontra venendo da fuori e l’ultima uscendo dalla città. Si chiama Ca’ Alta e resiste anche nel Dark World dello stregone berluscone, ma ormai non la vede più nessuno. Dalla nicchia sulla facciata davanti hanno rimosso la madonnina. Per non vederla piangere.