Orsetto in arrivo

venerdì 3 agosto 2012

Vacanze a Milano Marittima / la partenza.


Le mie vacanze da bambina erano sempre nello stesso posto: alla Pensione Il Cigno di Milano Marittima, quando Milano Marittima non era ancora località vip. Ricordo che i miei compagni delle elementari, quando dicevo che andavo in vacanza a Milano Marittima, mi guardavano con incredulità e stupore. Che potesse esistere una città con quel nome, e che fosse sul mare. All'epoca, infatti (anni '80) le mete più frequentate della Riviera Romagnola erano Rimini, Riccione, forse Cesenatico, Cervia.
Si partiva sempre all'alba, prima dell'alba, verso le cinque. Si doveva «viaggiare col fresco». L'auto era infatti una semplice Fiat Uno nera, in cui ci stavano tutti i bagagli, senza portapacchi, senza aria condizionata, senza seggiolini, senza attrazioni di nessun genere, con i finestrini che scendevano con la manovella e si bloccavano a metà. Mia sorella, che era più piccola, aveva diritto a sdraiarsi occupando quasi tutto il sedile posteriore, io dovevo restare seduta di fianco, e di solito dopo neanche un'ora di viaggio avevamo già litigato. Milano Marittima sembrava la città del regno di Molto Molto Lontano, e quando alle nove di mattina arrivavamo alla Pensione Il Cigno ci sembrava di aver attraversato l'oceano. Ma la giornata era ancora lunga, e si poteva già andare in spiaggia.

2 commenti:

  1. ... e per strada non c'era neanche un traffico esagerato...

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  2. Fabio Coppo2:23 PM

    Anche a me, da piccolo, faceva una certa impressione sentir parlare di "Milano marittima".
    Una versione di Milano col mare, cosí me la immaginavo: con i palazzi alti che arrivavano fin sulla spiaggia e i vigili vestiti di nero coi guanti e il cappello bianco che dirigevano il traffico dei bagnanti coi salvagenti sotto il braccio. E proprio non mi piaceva l'idea.

    E a settembre, quando vedevo le foto dei miei compagni di classe, il Ponzoni e il Pedroni, che andavano a Torre Pedrera e a Visarbella, tutta quella sabbia intorno ai loro ombrelloni mi metteva un po' di tristezza. Per loro, voglio dire.

    Perché per me il mare erano solo i Bagni Rotonda di Quinto al mare, subito a sinistra rispetto a Genova, arrivando dall'autostrada, dopo Quarto dei Mille, il paese da dove era partito Garibaldi.
    La macchina con cui partivamo da Milano era una Fiat 1300 azzurrina, e quasi sempre ai Giovi dovevamo fermarci perché a me veniva la nausea per le troppe curve. Ma se riuscivo a non vomitare ero contento perché papà non si arrabbiava, e se arrivavamo presto anche il primo giorno si andava in spiaggia a mettere tutte le cose nella cabina bianca e blu, a salutare Mario, il bagnino coi baffoni che faceva finta di essere sempre arrabbiato ma ci voleva bene, e a fare il primo bagno della stagione.
    Lì non c'era sabbia, ma sassi di tutte le sfumature dal grigio al nero, venati di bianco.
    Ma soprattutto c'erano gli scogli. Io stavo sugli scogli tutto il giorno a pescare le bughe, le occhiate e i saraghi, che erano belli argentei e mi sembravano belli puliti e li mettevo nel secchiello, e le bavose, che erano brutte e viscide e si faceva fatica a staccarle dall'amo, e le buttavo via.
    Sotto la tettoia del bar, coi miei amici Sandro, Mauro e Giacomo, mangiavamo i ghiaccioli e giocavamo a biliardino, con i fratelli Galassi che vincevano sempre, e ascoltavamo Azzurro e Lisa dagli Occhi Blu dai Juke-Box.
    A me i ragazzi più grandi mi chiamavano Negus, perché (forse per quello stare sempre sugli scogli) ero il più abbronzato di tutta la spiaggia. Ma non mi dispiaceva, anzi. Mi faceva sentire particolare, anche se non era un mio merito.

    Adesso i Bagni Rotonda non ci sono più.
    Ogni tanto ci passo ancora, c'è un cartello che dice che adesso sono "Circolo della terza età".
    Ma c'è ancora la vasca di marmo grigio col rubinetto dove caricavamo le pistole ad acqua, e la scalinata dove stavamo seduti delle ore a giocare "ai verbi" o "ai difetti", cercando di impressionare qualche bambina per farla innamorare, anche se non sapevamo bene cosa volesse dire.
    Certo che il cemento del molo e delle piattaforme era diverso, quando veniva nascosto da tutte quelle cabine bianche e blu, cogli steccati dello stesso colore, e da tutte le persone, da tutti noi, che lo abitavamo d'estate come se fosse la nostra vera casa.
    Adesso che è nudo e che non c'è più nessuno non mi piace più, sembra un insieme di vie di un paese abbandonato.

    Per fortuna che la memoria può fare miracoli, e può popolare anche oggi i Bagni Rotonda con gli stessi amici di allora, con le stesse musiche dal Juke-box, con lo stesso rumore della risacca che sposta i sassi facendoli strusciare uno sull'altro, con lo stesso odore pungente delle alghe secche sugli scogli, con la stessa paura del gestore che poteva arrivare a sgridarci per qualcosa che avevamo fatto di male, con la stessa attesa di un pesce che poteva abboccare, con la stessa meraviglia di non capire perché ci piaceva cosí tanto portare le femmine nei corridoi angusti, tra le file di cabine, per stare zitti a guardarle, senza riuscire a dire niente anche se delle cose le avevamo, forse, in testa, ma troppo confuse.
    E, alla fine, con lo stesso stupore di vedere loro, le femmine - come se fossero ancora qui adesso - ad essere contente, di essere solo guardate.

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