
martedì 10 agosto 2010
Lo sparpetuo

domenica 8 agosto 2010
Campare.

Mi piaceva tutto, lo studio, la politica, i godimenti, l'amore. Campare per me coincideva con quella smania. Campare, sottolineai, e le parlai a lungo della densità del vocabolo nel mio dialetto. In quella parola la fatica di stare al mondo conviveva col godimento. La doppiezza si sentiva molto bene nel sostantivo campata. La campata era il denaro che un uomo deve guadagnare nel corso di una giornata per nutrire la sua famiglia e se stesso, la materiale sussistenza, un tetto sulla testa, lo stomaco da riempire. Ma era anche, con una segretissima torsione, un gioioso rapporto sessuale: farsi una campata. Tant'è vero, le dissi, che chi si dedicava alle campate con passione, si meritava un appellativo da professionista del godimento, era un campatore, vale a dire un viveur.
giovedì 29 luglio 2010
Le aste.

martedì 27 luglio 2010
Come si cacciano i tordi in Provenza.

venerdì 9 luglio 2010
lunedì 3 maggio 2010
Una tempesta di sabbia.
lunedì 12 aprile 2010
Frankie goes to Hollywood

A volte penso che la tartaruga Frankie sia stupida a volte troppo intelligente. Quando entro in casa, la trovo abbarbicata sulle rocce dell'acquario ma non appena sente i miei passi si tuffa in acqua e corre a nascondersi sotto le foglie della pianta artificiale o si aggrappa alla lampada riscaldante. Come se non la vedessi. Ogni tanto la trovo che agita le zampe attaccata al vetro, sempre nella stessa posizione: è il suo modo per dirmi che ha fame. Ma lei ha sempre fame; per questo ogni tanto la ignoro. I microcroccantini di cui si nutre le piace prenderli dal mio dito, a cui si aggrappa con tutta la forza delle sue piccole fauci, ma prima di ingoiarli li inzuppa nell'acqua, per ammorbidirli un po'. Chissà da dove viene Frankie, e dove vuole andare. Un giorno le farò conoscere Tarzan, la tartaruga di mia sorella, che in confronto a lei è un dinosauro. O magari la daremo a Polliciotta per giocarci un po' insieme. Così non si sentirà più sola.
domenica 21 marzo 2010
sabato 9 gennaio 2010
Sogni, e favole.
Sogni, e favole io fingo; e pure in cartementre favole, e sogni orno, e disegno
in lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,
più saggio io sono? E' l'agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l'amor, lo sdegno?
Ah che non sol quelle, ch'io canto, o scrivo,
favole son; ma quanto temo, o spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!
Sogno della mia vita è il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa ch'io trovi riposo in sen del Vero.
Metastasio
sabato 19 dicembre 2009
Una sera, un amico.

martedì 27 ottobre 2009
Un mattino.

Il rubinetto del lavandino rantolò sputacchiò sbuffò e alla signora Paola rimase in mano la pentola per far bollire le patate, riempita solo a metà.
Federico si pulì coscienziosamente il didietro, gettò nel w.c. la carta igienica immonda, tirò lo sciacquone e non scese nulla. Tirò ancora più volte, e alla fine decise di lasciare tutto così, avendo però almeno l’accortezza di abbassare l’asse del water, cosa che peraltro non impedì allo sgradevole odore di diffondersi nella stanza.
Il signor Antonio aveva ancora la bocca indentifriciata, Giada la faccia insaponata, ma entrambi dovettero ricorrere all’acqua gasata del frigorifero per completare le operazioni di igiene personale, come anche l’ingegner Balduini e la signora Garofano, sposati da trent’anni. Soltanto ventiquattr’ore dopo se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto questo avvenne contemporaneamente nel condominio Petunia (dal nome dei fiori che era consentito esporre sui balconi) alle ore otto e zerocinque del giorno lunedì 15 luglio 2015.
Fu uno squillare reciproco di campanelli, un “anche a lei?” e venne subito chiamato in causa il signor Moroni, caposcala.
“Perché non ha avvisato che ci avrebbero tolto l’acqua?” chiese Federico ancora in pigiama.
“Ma, veramente, io non sapevo – provò a ribattere timidamente il signor Moroni – l’amministratore…”
“Non diamo sempre la colpa all’amministratore, che è una brava persona” lo interruppe la signora Paola, che dell’amministratore era l’amante.
“… cioè, volevo dire – continuò il signor Moroni, che di nome faceva Aldo – l’amministratore non avendomi avvisato, non ci sono lavori in corso… comunque proverò a sentirlo” concluse.
“Sarebbe meglio” risposero in coro i condomini.
La cosa strana fu che anche all’amministratore era venuta a mancare l’acqua, e viveva in un condominio dall’altra parte della città.
Staranno facendo dei lavori comunali, pensò il signor Moroni, ma quando rincasò a mezzogiorno, dopo aver passato la mattinata in giro per la città in cerca di spiegazioni (e non avendone trovate) si accorse che la situazione non era migliorata, anzi.
Era una sorta di catastrofe nazionale.
Dal tiggì dell’una infatti apprese che l’acqua era venuta a mancare dappertutto.
“Come dappertutto?” chiese la moglie.
“Dappertutto” rispose lui, incredulo sull’utilizzo della parola.
Gli esperti stavano ancora indagando le singolari cause del fenomeno, alcuni parlavano di responsabilità svizzere, altri di corresponsabilità svizzero-austriaco-francesi, chi incolpava gli arabi, chi gli americani, gli ambientalisti gli industriali, gli industriali il governo, il governo i governi precedenti. Gli anchor men invitavano alla calma e al sangue freddo, che nel giro di pochi giorni la situazione sarebbe tornata alla normalità.
Sangue freddo? pensò il signor Moroni. Con questa temperatura?
sabato 24 ottobre 2009
Spuntano margherite
Margherite, inserito originariamente da kerobe!
Un giorno la piccola Viola uscì di casa e si accorse che era cresciuta una margheritina proprio nel mezzo della strada asfaltata di fronte a casa sua.
Le margherite possono crescere sull’asfalto? chiese alla mamma.
Certo che no, rispose lei, le margherite crescono soltanto nella terra.
Viola sospettava che sotto l’asfalto ci fosse la terra, ma non ne era sicura, era solo una supposizione.
Andò a vedere da vicino, guardò bene, ma vide che l’asfalto non era smosso o rovinato: c’era solo un buchino e dal buchino spuntava la margherita.
Rimase col suo dubbio.
Nei giorni seguenti le margherite aumentarono.
E alla fine della settimana tutta la strada era coperta di margherite. Cento, mille margherite spuntate da altrettanti buchini nell’asfalto.
I dubbi aumentarono: sono forse margherite geneticamente modificate? si chiese Viola. O forse è un asfalto geneticamente modificato, asfalto di tufo o di pietra saponaria, così tenero che si può bucare con un grissino? Fece la prova grissino ma non funzionò.
Forse è asfalto cucinato da nonna Aurelia.
Nonna Aurelia faceva biscotti duri come il marmo ma pur sempre biodegradabili se immersi sei mesi nell’acqua. Era asfalto di biscotto!
E se fossero stati i marziani a fare i buchi con laser potentissimi e perforanti?
E poi, perché margherite e non viole? si chiese un po’ risentita.
mercoledì 21 ottobre 2009
Cinquantasei. Il meteorologo.

credit photo: Greg Williams
Ieri notte ho fatto un sogno.
Ero davanti alla televisione quando all'improvviso il film che stavo guardando si interrompeva e compariva in 3D Michael Stipe che mi diceva: "Don't worry! It's going to rain tomorrow and the minimum temperature will raise."
Un augurio? Una minaccia? Una previsione meteo?
Questa mattina volevo tornare al mare ma ormai mi ero rannuvolata, così alla fine sono rimasta a casa.
A pranzo qualcuno ha suonato il campanello, io ho pensato, ma come suona bene, e infatti era sempre lui, il cantante dei REM. Con latte e vin brulé, per scaldarmi.
L'ho fatto entrare, ma più lo guardavo, più mi sembrava di notare piccoli particolari, dettagli, un naso allungato, una testa sottile. Forse è solo un impostore, un sosia di Michael Stipe, ho pensato.
Sta per piovere, ha detto lui (sempre in inglese).
Hai ragione, gli ho detto, ecco qua: ho preso il latte, e gliel'ho versato addosso.
Michael Stipe è evaporato, e al suo posto è rimasto Alberto, l'ingegnere che si intrufola da meteorologo nei sogni altrui.
Per fortuna la meteorologia non è una scienza esatta: domani ci sarà il sole e io andrò al mare.
mercoledì 14 ottobre 2009
Lo chiamavano Saetta.
Di mio nonno ricordo che era vecchio, fumava e faceva i solitari. Era quasi sordo, e quindi parlava poco.Ogni tanto usciva, andava in centro, forse, noi non lo sapevamo. Era già abbastanza strano, per noi bambine, il fatto che alla sua età uscisse di casa.
Tornava per pranzo e mangiavamo tutti insieme.
Quello che cucinava mia nonna non andava quasi mai bene. Era troppo salato o troppo poco salato, troppo cotto o troppo scotto, e spesso discutevano per il risotto, le cotolette, gli gnocchi o il polpettone, che a noi piacevano tantissimo.
Dopo pranzo si appisolava sulla poltrona, con il plaid sulle gambe. L’ultima volta che l’ho salutato, vent’anni fa, era così, col plaid sulle gambe, e aveva uno sguardo triste, o almeno a me sembra di ricordare che fosse triste, ma forse solo perché dopo qualche giorno è morto.
Una volta all’anno, per il suo compleanno, gli piaceva andare al ristorante a mangiare la frittura di pesce.
Quando è morta anche mia nonna, un paio di anni fa, ho ritrovato delle vecchie foto in bianco e nero, che mi hanno parlato di un uomo diverso, allegro e dinamico, che io non conoscevo se non per sentito dire. Il contrasto tra il mio ricordo e le fotografie era davvero buffo: eppure era la stessa persona.
Non so se ho il rimpianto di aver conosciuto soltanto una parte della vita di mio nonno e di non aver afferrato bene quello che lui realmente era, o se in fondo lui era anche quello, era anche i suoi solitari, le sue sigarette e il suo apparecchio amplifon.
Quando una persona muore, restano soltanto le parole degli altri, restano solo le fotografie, dietro le quali dobbiamo inventarci un mondo e immaginare il fuoriscena e chissà, chissà se è davvero onesto parlare di qualcuno che non c’è più e che si conosceva così poco.
sabato 19 settembre 2009
martedì 1 settembre 2009
Jaca

venerdì 14 agosto 2009
Astratti furori.
giovedì 13 agosto 2009
venerdì 31 luglio 2009
Parole.

Abbiamo una nuova vicina di casa: Elena.
Elena è rumena, e ha suonato alla porta per chiedermi del latte.
E' entrata ed è rimasta un'ora e mezza a raccontarmi dei suoi lavori, delle signore da cui va a fare le pulizie, che non riescono a metterla in regola. E' in Italia da un anno, marito e figlie stanno ancora di là, e forse ci resteranno per sempre. Intanto lei, qui, consuma giorni e mesi nella ricerca disperata di un lavoro, per guadagnare, accumulare e mandare di là.
Di qui di là, di là di qui, Elena parla parla parla parla parla parla parla parla parla solo lei. Mi ubriaca di parole, mi stordisce, mi confonde la mente con quel suo italiano maccheronico, ma come fa a parlare così veloce?, mi chiedo.
Io riesco solo ad annuire, a dire "certo", "per forza", "ma davvero", "eh figurati" e qualche "ma dai". Per il resto sono come in apnea.
Poi visto che non accenna ad andarsene, e l'ospitalità va bene, ma qui è questione di sopravvivenza, prendo ago e filo e le cucio la bocca. Come faceva la mia maestra quando voleva dirmi di stare zitta.
E finalmente respiro. E ascolto il silenzio.
giovedì 11 giugno 2009
Cinquantacinque. Balene di terracotta.
Sospira il topo Toni, chissà quale ricordo sta adesso ondeggiando nella sua mente.
Poi bussa alla finestra il cavallo Sciampo reclamando la sua carota quotidiana.
Il topo Toni porge la carota e torna al lavoro.
Nella tranquilla e soleggiata calma padana.
lunedì 27 aprile 2009
27 aprile 1945. Tedeschi in ritirata.

Un rumore assordante fracassò la porta di casa.
Entrarono in quattro, i fucili puntati contro mio padre e urlarono qualcosa, facendogli segno di uscire. Dovevano pareggiare i conti, perché uno di loro era stato ucciso in una sparatoria, e uno di loro valeva come dieci dei nostri.
Le mie sorelle cominciarono a piagnucolare, e la loro litania di singhiozzi accompagnò il rassegnato incedere del morto che cammina.
Mia madre cercò di trattenere mio padre, perché sapeva che con gente che non capisce la tua lingua non puoi metterti a discutere, implorare o supplicare. Lei pregava mio padre, di non uscire, di non seguirli, come se servisse a qualcosa, e in tutto questo pregare e agitarsi e strattonare, mio fratello, che aveva solo due mesi, le cadde di mano, e si sfracellò la testa. Ma lei non lo vide, lei vedeva soltanto mio padre che usciva dal portone, insieme ai quattro tedeschi, insieme a me che lo seguivo pietrificato dal terrore.
E fuori dal portone mio padre con le mani alzate rivolto verso il muro, mio padre che era un funzionario di banca, mio padre che non aveva mai impugnato un’arma, mio padre che fino a due ore prima aveva ancora un futuro, mio padre. Si voltò verso di me e mi sorrise.
sabato 18 aprile 2009
Tempi di crisi.
"Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. La convenienza delle persone e delle nazioni è di trovare soluzioni e vie d'uscita. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E' nella crisi che emerge il meglio di ciascuno, perchè senza crisi ogni vento è una carezza. Parlare della crisi significa incrementarla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla".Albert Einstein
ringrazio Mattia per la citazione
martedì 10 febbraio 2009
... Dove le voci risuonano come nei corridoi d'una casa
Henry James, Il carteggio Aspern
Immagine
Federica Galli, Campo de l’Abazia
Acquaforte su zinco, 1984
cm 49.1 x 24.3
www.galleriazerootto.it
giovedì 5 febbraio 2009
Il timore di differire dalla specie.
Ma l'idea che quanto è normale sia meritorio credo sia un'idea comune... Andrew Lang diceva che siamo tutti geniali fino ai sette o otto anni. Cioè, che tutti i bambini sono geniali. Ma da quando il bambino cerca di assomigliare agli altri, va in cerca della mediocrità, e nella maggior parte dei casi ci riesce. Questo credo sia vero.martedì 3 febbraio 2009
Cosmo e caos.
Si potrebbe dire che io sono tanto caotico che non è possibile che mi disordini gran che. Comincio a essere un disordine, un caos. Curioso, la parola "cosmetica" ha la sua origine in "cosmo". Il cosmo è il grande ordine del mondo, la cosmetica il piccolo ordine che una persona impone al suo viso. La radice è la stessa: cosmo, ordine.giovedì 22 gennaio 2009
Pamela.
Pamela è un’isola in mezzo a un mare ghiacciato. Per questo ha freddo. Per questo se ne sta in classe con quattro maglioni sopra il grembiulino bianco, e sembra che non le basti. Pamela sulla sua isola sta seduta e aspetta. Aspetta che passi il tempo e che un giorno una nave, non sa ancora quale, la salvi dalla sua infanzia triste e vuota. Non pensa a niente, perché le hanno detto che non deve pensare. Deve stare zitta, muta. Non può raccontare niente. Niente del suo passato e niente del suo presente. Lei non è nessuno. Lo so, la mia barca è lontano dalla sua isola, ma provo a sventolare un fazzoletto colorato. Magari mi vede e le scappa un sorriso.
mercoledì 7 gennaio 2009
Cappuccetto bianco.
"Mai vista tanta neve."
Bruno Munari, Cappuccetto bianco.
lunedì 5 gennaio 2009
Dedicato a tutti quelli che se ne sono andati.
"Però, per ritrovare in questo modo il viso di Naoko, ci vuole un po' di tempo. E col passare degli anni, il tempo si allunga sempre di più. E' triste ma è così. Mentre prima per ricordarla mi bastavano cinque secondi, i cinque secondi sono diventati dieci, poi trenta, poi un minuto. Il tempo si è allungato pian piano, come le ombre al tramonto. E mi chiedo se di questo passo alla fine il suo viso non sarà inghiottito dall'oscurità. Non c'è dubbio che la mia memoria si stia allontanando da Naoko. Proprio come io mi sto allontanando dal ragazzo che ero allora. Così solo quel paesaggio, il paesaggio di quel prato in ottobre, come la scena chiave di un film, mi ritorna senza fine alla mente. E quell'immagine continua insistente, in qualche parte di me, a tirarmi dei calci e a gridare: ehi, svegliati! Non vedi che sono ancora qui? Svegliati e sforzati di capire. Di capire cosa ci sto ancora a fare qui.Non è che mi faccia male. Non provoca nessun dolore. Ogni volta che tira dei calci si sente solo un rumore sordo, un rumore che forse finirà prima o poi anch'esso per scomparire come è scomparso tutto il resto. Ma in quell'aereo della Lufthansa nell'aeroporto di Amburgo, tutte queste immagini hanno continuato a sferrarmi dei calci, più a lungo delle altre volte e con più forza che mai. Svegliati, sforzati di capire! E' per questo che sto scrivendo. Sono uno di quelli che per capire le cose ha asssolutamente bisogno di scriverle".
Haruki Murakami, Tokyo blues.
domenica 4 gennaio 2009
La magica medicina.
Mi serve una magica medicina. Forse potrei chiamare il mio amico Giorgino, che è così bravo con le pozioni, ma poi lui ci metterebbe dentro il lucido per le scarpe che non ha un buon sapore. Questa magica medicina dovrebbe riuscire a storcigliarmi le budella, a farmi passare la fame e il sonno di questi giorni indolenti, a rendermi scattante e pronta per l'anno nuovo. Io ci metterei: corno di rinoceronte per infilzare le difficoltà, pelo di lupo per trovare i momenti per pensare e stare un po' da sola, occhi d'aquila per vedere lontano, ali di gabbiano e coda di balena per viaggiare per mare e per terra. E anche carne tenera di agnello. Però poi dovrebbero morire un sacco di animali, per fare questa medicina, e mi sentirei in colpa per tutto l'anno. Mi accontento di una tisana e mi metto al lavoro.
venerdì 2 gennaio 2009
Cinquantaquattro. Santa Lucia di miele e di sale.
E’ arrivata Santa Lucia. Con quasi un mese di ritardo, ma è ovvio: doveva prima passare dai bambini di tutta Lodi e Bergamo e Svezia e altri che non so. Ha suonato a casa nostra la notte dell’ultimo, cercava un riparo perché l’asino era spaventato a morte dai botti. E’ entrata, a tastoni ha raggiunto il divano (si sa, è cieca), ci si è buttata sopra, stravolta, e ha iniziato a russare. Ho sistemato l’asino nel bagno di servizio, anche se Mucomorìs non ha proprio gradito. Poi sono andata a letto anch’io e abbiamo dormito tutti per ventiquattrore filate. Ci ha svegliato il suono della sirena del cantiere, che puntuale ha ripreso a trivellare e mattonellare il 2 gennaio. Ho preparato un’abbondante e tradizionale colazione di biada, mandarini e caffè e poi ho aspettato. Santa Lucia se l’è presa comoda, non ha fretta, adesso dovrà tirare dicembre dell’anno prossimo e di tempo ne ha (mica vorrà installarsi qui a casa mia, ho pensato…) e mi ha chiesto se volevo qualcosa, visto che quest’anno a me non ha portato niente. Io a dir la verità la letterina l’avevo imbucata ma forse non le è arrivata, le poste non sempre funzionano come si deve, comunque sì: c’è qualcosa che vorrei. Un po’ di tempo santa Lucia, un po’ di riposo.Bene, sdraiati, mi ha detto, e spogliati.
Ha aperto la credenza, ha tirato fuori il barattolo del miele, ha preparato un intruglio con olio e sale grosso e una calda colata dolce, morbida e appiccicosa mi ha sommerso dai capelli ai piedi. E’ una brava massaggiatrice, santa Lucia. Mi sono addormentata e ho sognato di essere un’ape.
giovedì 1 gennaio 2009
giovedì 25 dicembre 2008
lunedì 15 dicembre 2008
The walrus.
lunedì 1 dicembre 2008
Io so.

sabato 29 novembre 2008
La principessa delle nevi.
La Principessa delle Nevi era tutta bianca e gelida ed era sempre bella, perché il freddo non la faceva mai invecchiare, ma nessuno sapeva che dentro aveva un cuore caldissimo che la teneva viva. Ogni giorno, con la slitta, percorreva le lande desolate del suo regno in cerca di vita e ogni giorno vedeva che nonostante il freddo la vita resisteva: c’erano gli orsi, i pinguini e le foche, c’erano muschi e licheni, c’erano renne e cani.
La Principessa era buona e dava sempre giusti consigli, ma siccome era fredda tutti pensavano fosse malvagia. In fondo era meglio così, perché soltanto in questo modo le cose funzionavano.
Mari Lo e Guido Boletti, Lo specchio della luna
venerdì 28 novembre 2008
Tutta colpa del bianco.
Illustrazione di Lara DombretE venne l’inverno e la neve coprì tutto di bianco: la villa, il pozzo, la foresta, il tamburo invisibile, la rosa, anche la luna. Si vedeva solo bianco e non si sentivano rumori. Bruno era contento, il primo giorno. Il secondo giorno cominciò a guardarsi intorno: non poteva lavorare, non aveva nessuno con cui parlare perché quasi tutti gli animali erano andati in letargo, e la luna era scomparsa sotto una coltre pesante di nuvoloni grigi e neri che scaricavano tempeste e quintali di neve. Non poteva nemmeno passeggiare nel bosco perché faceva troppo freddo. Dopo una settimana, cominciò ad annoiarsi.
Mari Lo e Guido Boletti, Lo specchio della luna
domenica 23 novembre 2008
Just a perfect day.

Oggi è una meravigliosa giornata di sole. Non una giornata di sole qualsiasi: è una di quelle giornate che capitano un paio di volte l’anno, col cielo terso e azzurro, una lucente giornata d’inverno, col vento gelido, e l’aria limpida.
Una giornata in cui gli alberi, le persone, le strade e i monumenti sembrano avere più colori, come se Dio volesse scattare una foto del mondo prima della sua fine e avesse deciso di soffiare un po’ sull’obiettivo e applicare qualche filtro.
Perché oggi è una di quelle giornate che ti spazzano via il malumore.
Confesso che se potessi scegliere, vorrei morire o rinascere in un giorno come questo.
Perché questo è un giorno che ti riconcilia con la vita e camminando per strada, nel silenzio della domenica a pranzo, ti sembra che il mondo sia bello, davvero bello e ti sembra veramente impossibile che da qualche altra parte, sul pianeta, con una giornata così, ci sia qualcuno che possa avere pensieri brutti, ci sia qualcuno che ammazzi qualcun altro e qualche bambino che muoia, innocente.
Oggi è una giornata in cui le armi andrebbero seppellite.
Dovremmo metterci tutti in cerchio a fare un grande girotondo.
E poi, ridere. Tutti giù per terra.
martedì 18 novembre 2008
Cinquantatre. Le bottiglie del Commissario.

Il commissario Vincent Aquarius è venuto a vivere con me. Insomma, dopo quella storia dell'elefante (leggi qui), per lui le cose si sono messe molto male. Chi volete che gli abbia creduto quando ha cominciato a raccontare di elefanti che volano? Solo io sapevo che stava dicendo la verità, ma io non sono niente. Io a malapena esisto, forse sono solo il sogno di me stessa tra vent'anni. Comunque, Vincent ha cominciato a bere, ed era normale che finisse così. Ma non si è messo a bere vino o birra, no: calvados e assenzio. A volte melanzando le due cose. Ha cominciato a vedere i topi volare, i delfini camminare a braccetto per strada e quando ha detto di aver visto un cane guidato da un cieco l'hanno licenziato. Era troppo.
E allora, che potevo fare? Io in casa mia ho intere riserve di calvados ma soprattutto di assenzio: l'ho invitato a vivere qui.
Così può sbronzarsi dalla mattina alla sera, e mi libera la cantina.
Gli ho dato l'altra stanza, quella libera (che poi è piena di cose) ma lui si è infilato nel mio letto. Non ho capito se è stato il gatto a cacciarlo o se voleva provarci. Glielo chiederò domattina. Adesso dorme. Meglio se mi giro dall'altra parte.
domenica 2 novembre 2008
Ogni cosa è illuminata.
Io e l'eroe a cena abbiamo parlato molto, specialmente dell'America. "Dimmi le cose che avete voi in America" ho detto. "Cosa vuoi sapere?" "Il mio amico Gregory informa che in America ci sono tante buone scuole per i commercialisti. E' vero?" "Forse. Non so. Quando ritorno, potrei informarmi." "Grazie" ho detto perché adesso avevo un contatto in America e non ero solo e basta. "Cosa vuoi fare?" "Cosa voglio fare?" "Sì. Cosa vuoi diventare?" "Non lo so." "Certo che lo sai." "Varie cose." "E che cosa vuol dire varie cose?" "Non sono ancora sicuro." "Il Babbo mi informa che stai scrivendo un libro su questo viaggio." "Mi piace scrivere." Ho dato un pugno sulla sua schiena. "Tu sei uno scrittore!" "Ssst!" "Ma è una buona carriera, giusto?" "Che cosa?" "Lo scrittore è molto nobiliare." "Nobiliare? Non so." "Hai già pubblicato dei libri?" "No, ma sono ancora molto giovane." "E racconti li hai pubblicati?" "No. Be', sì... un paio." "Come sono intitolati?" "Lascia perdere." "Questo è un titolo di prima classe." "No. Volevo dire proprio lascia perdere." "Io avrei molta felicità di leggere i tuoi racconti." "Probabilmente non ti piacerebbero." "Perché lo dici?" "Non piacciono neanche a me." "Oh." "Sono esperimenti." "Cosa vuol dire esperimenti?" "Che non sono veri racconti. Stavo soltanto imparando a scrivere." "Lo spero." "E' come diventare commercialista." "Forse." "Perché vuoi scrivere?" "Non so. Una volta pensavo che fosse la mia vocazione. No, non l'ho mai pensato invece. E' solo una frase fatta." "No, non è vero. Io sento veramente che sono nato per fare il commercialista." "Beato te." "Forse tu hai la vocazione di scrivere?" "Non so. Magari. E' un modo di dire orribile. Volgare." "Non sembra orribile, e nemmeno volgare." "E' così difficile esprimersi." "Capisco questo." "Io mi voglio esprimere." "Lo stesso è vero anche per me." "Sto cercando la mia voce." "E' dentro la tua bocca." "Voglio fare qualcosa di cui non avere vergogna." "Qualcosa di cui essere orgoglioso, giusto?" "Neanche. E' solo che non voglio vergognarmene." "Ci sono tanti scrittori russi pregiati, giusto?" "Oh, certo. In quantità." "Tolstoj, giusto? Lui ha scritto Guerra e anche Pace che sono libri pregiati e ha anche vinto il Premio Nobel della Pace per la Letteratura, se non mi sbaglio." "Tolstoj, Belyj, Turgenev." "Una domanda." "Sì?" "Tu scrivi perché hai qualcosa da dire?" "No." "E se posso traslocare a un altro argomento: quanta moneta guadagna un commercialista in America?".Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata






