lunedì 1 novembre 2010
La mia biblioteca personale.
martedì 19 ottobre 2010
Chiacchierarono un po'.
Chukie non aveva mai capito che senso avesse. Quando era piccolo, come la maggior parte dei bambini, aveva osservato con insofferenza la vita degli adulti. Gli sembrava che non facessero altro che chiacchierare: non si rincorrevano mai, non giocavano, non si divertivano. Non c'era dinamismo nella loro vita, bensì una sorta di vuoto esistenziale. Per molto tempo aveva pensato alle prospettive di una vita adulta con grande sconforto. A cosa servivano tutte quelle parole? Avrebbe dovuto parlare tanto anche lui? Perché? E avrebbe dovuto anche stare ad ascoltare gli altri?domenica 17 ottobre 2010
È vero.

sabato 16 ottobre 2010
Il desiderio.
Non possiamo smettere di desiderare, e questo ci esalta e uccide al contempo. Il desiderio! Ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un'altra giornata, ci sembra nuovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora; ci infonde l'energia di volere sempre quello che non possiamo possedere e ci getta all'alba sull'erba disseminata di cadaveri, affidandoci fino alla morte progetti che appena compiuti subito rinascono. Ma è così estenuante desiderare incessantemente...sabato 2 ottobre 2010
martedì 7 settembre 2010
Migrar
Ma se qualche cosa poteva far sorridere, lo spettacolo, tutt'insieme, stringeva l'anima. Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non contentarsi; ad anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l'ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria. (...) Tutti costoro non emigravano per spirito d'avventura. Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v'erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d'aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia. (...) E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne, e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all'arrivo da altri truffatori, e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo mal nutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d'una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo. E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, "ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti", all'impoverimento progressivo del suolo, all'agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini. Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l'egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d'umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d'impresari e di trafficanti, che vogliono far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli latrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent'anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare. E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c'è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.lunedì 6 settembre 2010
Argentinos y tanos.

Ma fra il loro orgoglio nazionale e quello degli europei mi parve corresse una differenza notevole, che mentre noi lo fondiamo sul passato, e sempre su questo ripicchiamo vantandoci, essi del passato non discorrevan quasi mai, e in ogni frase accennavano all'avvenire, col ritornello dell'infanzia: - Quando saremo grandi. - E in tutti loro appariva profonda, salda, lucidissima non la speranza, ma la certezza di riuscire col tempo un popolo enorme, gli Stati Uniti dell'America latina, brulicanti dalla vallata delle Amazzoni agli estremi confini della Patagonia. E la loro coscienza di esser chiamati a questo primato, si poteva anche riconoscere nello studio che ponevano in ogni occasione a dimostrare l'originalità del loro popolo, non solo rispetto ai vecchi padri spagnuoli, dei quali parlavano con una leggera intonazione di canzonatura, come di gente da cui per fortuna avessero sotto ogni aspetto dirazzato, non risentendo più da loro alcun influsso di nessuna specie; ma anche rispetto agli altri popoli latini dell'America, Chileno, Peruviano, Boliviano, Brasiliano (...) Per loro il viaggio dall'America all'Europa era come per noi una gita da Genova a Livorno: l'avevan già fatto più volte: poiché, sia qual si voglia il sentimento che hanno di sé e il concetto che hanno di noi, l'Europa è sempre per loro l'antica madre, la grande patria del loro intelletto, e li attira. (...)- Voi altri, - diceva, - affollati in un campo ristretto, e sopraccarichi di storia, di leggi e di tradizioni, dovete camminare adagio, e condotti dai vecchi: ma noi giovani di trecent'anni, che abbiamo per patria una terza parte del Sud America, e che dobbiamo riguadagnare in fretta il tempo perduto nella lotta coi selvaggi e nella guerra di trasformazione sociale da cui siamo appena usciti, bisogna che andiamo innanzi di carriera, e guidati dall'età dell'impazienza e dell'audacia. - E scherzava sull'"abuso" della vecchiaia che si fa in Europa. - Pare che la canizie, tra voi, sia il titolo necessario per certe cariche. Avete delle malattie che danno il diritto a certi onori. Che so io? la podagra fa tutto. La vostra gioventù si stanca in un'aspettazione interminabile, e vi ritrovate negli uffici che richiedono più vigore di mente e di nervi appunto nell'età in cui il vigore viene meno. Sciupate tutte le vostre forze a salire, e quando siete sulla cima suona l'ora della morte.
Edmondo De Amicis, Sull'oceano, 1884
lunedì 23 agosto 2010
Los ojos de la luna / The eyes of the moon

Los ojos de la luna nos miran desde lejos. Cada uno de un color, como los ojos del rey de los duendes, porque es la princesa de los duendes. Pero el laberinto de la vida nos impide llegar hasta ella y sólo nos queda soñar y mirar al cielo en las noches claras...
giovedì 12 agosto 2010
martedì 10 agosto 2010
Lo sparpetuo

domenica 8 agosto 2010
Campare.

Mi piaceva tutto, lo studio, la politica, i godimenti, l'amore. Campare per me coincideva con quella smania. Campare, sottolineai, e le parlai a lungo della densità del vocabolo nel mio dialetto. In quella parola la fatica di stare al mondo conviveva col godimento. La doppiezza si sentiva molto bene nel sostantivo campata. La campata era il denaro che un uomo deve guadagnare nel corso di una giornata per nutrire la sua famiglia e se stesso, la materiale sussistenza, un tetto sulla testa, lo stomaco da riempire. Ma era anche, con una segretissima torsione, un gioioso rapporto sessuale: farsi una campata. Tant'è vero, le dissi, che chi si dedicava alle campate con passione, si meritava un appellativo da professionista del godimento, era un campatore, vale a dire un viveur.
giovedì 29 luglio 2010
Le aste.

martedì 27 luglio 2010
Come si cacciano i tordi in Provenza.

venerdì 9 luglio 2010
lunedì 3 maggio 2010
Una tempesta di sabbia.
lunedì 12 aprile 2010
Frankie goes to Hollywood

A volte penso che la tartaruga Frankie sia stupida a volte troppo intelligente. Quando entro in casa, la trovo abbarbicata sulle rocce dell'acquario ma non appena sente i miei passi si tuffa in acqua e corre a nascondersi sotto le foglie della pianta artificiale o si aggrappa alla lampada riscaldante. Come se non la vedessi. Ogni tanto la trovo che agita le zampe attaccata al vetro, sempre nella stessa posizione: è il suo modo per dirmi che ha fame. Ma lei ha sempre fame; per questo ogni tanto la ignoro. I microcroccantini di cui si nutre le piace prenderli dal mio dito, a cui si aggrappa con tutta la forza delle sue piccole fauci, ma prima di ingoiarli li inzuppa nell'acqua, per ammorbidirli un po'. Chissà da dove viene Frankie, e dove vuole andare. Un giorno le farò conoscere Tarzan, la tartaruga di mia sorella, che in confronto a lei è un dinosauro. O magari la daremo a Polliciotta per giocarci un po' insieme. Così non si sentirà più sola.
domenica 21 marzo 2010
sabato 9 gennaio 2010
Sogni, e favole.
Sogni, e favole io fingo; e pure in cartementre favole, e sogni orno, e disegno
in lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,
più saggio io sono? E' l'agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l'amor, lo sdegno?
Ah che non sol quelle, ch'io canto, o scrivo,
favole son; ma quanto temo, o spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!
Sogno della mia vita è il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa ch'io trovi riposo in sen del Vero.
Metastasio
sabato 19 dicembre 2009
Una sera, un amico.

martedì 27 ottobre 2009
Un mattino.

Il rubinetto del lavandino rantolò sputacchiò sbuffò e alla signora Paola rimase in mano la pentola per far bollire le patate, riempita solo a metà.
Federico si pulì coscienziosamente il didietro, gettò nel w.c. la carta igienica immonda, tirò lo sciacquone e non scese nulla. Tirò ancora più volte, e alla fine decise di lasciare tutto così, avendo però almeno l’accortezza di abbassare l’asse del water, cosa che peraltro non impedì allo sgradevole odore di diffondersi nella stanza.
Il signor Antonio aveva ancora la bocca indentifriciata, Giada la faccia insaponata, ma entrambi dovettero ricorrere all’acqua gasata del frigorifero per completare le operazioni di igiene personale, come anche l’ingegner Balduini e la signora Garofano, sposati da trent’anni. Soltanto ventiquattr’ore dopo se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto questo avvenne contemporaneamente nel condominio Petunia (dal nome dei fiori che era consentito esporre sui balconi) alle ore otto e zerocinque del giorno lunedì 15 luglio 2015.
Fu uno squillare reciproco di campanelli, un “anche a lei?” e venne subito chiamato in causa il signor Moroni, caposcala.
“Perché non ha avvisato che ci avrebbero tolto l’acqua?” chiese Federico ancora in pigiama.
“Ma, veramente, io non sapevo – provò a ribattere timidamente il signor Moroni – l’amministratore…”
“Non diamo sempre la colpa all’amministratore, che è una brava persona” lo interruppe la signora Paola, che dell’amministratore era l’amante.
“… cioè, volevo dire – continuò il signor Moroni, che di nome faceva Aldo – l’amministratore non avendomi avvisato, non ci sono lavori in corso… comunque proverò a sentirlo” concluse.
“Sarebbe meglio” risposero in coro i condomini.
La cosa strana fu che anche all’amministratore era venuta a mancare l’acqua, e viveva in un condominio dall’altra parte della città.
Staranno facendo dei lavori comunali, pensò il signor Moroni, ma quando rincasò a mezzogiorno, dopo aver passato la mattinata in giro per la città in cerca di spiegazioni (e non avendone trovate) si accorse che la situazione non era migliorata, anzi.
Era una sorta di catastrofe nazionale.
Dal tiggì dell’una infatti apprese che l’acqua era venuta a mancare dappertutto.
“Come dappertutto?” chiese la moglie.
“Dappertutto” rispose lui, incredulo sull’utilizzo della parola.
Gli esperti stavano ancora indagando le singolari cause del fenomeno, alcuni parlavano di responsabilità svizzere, altri di corresponsabilità svizzero-austriaco-francesi, chi incolpava gli arabi, chi gli americani, gli ambientalisti gli industriali, gli industriali il governo, il governo i governi precedenti. Gli anchor men invitavano alla calma e al sangue freddo, che nel giro di pochi giorni la situazione sarebbe tornata alla normalità.
Sangue freddo? pensò il signor Moroni. Con questa temperatura?
sabato 24 ottobre 2009
Spuntano margherite
Margherite, inserito originariamente da kerobe!
Un giorno la piccola Viola uscì di casa e si accorse che era cresciuta una margheritina proprio nel mezzo della strada asfaltata di fronte a casa sua.
Le margherite possono crescere sull’asfalto? chiese alla mamma.
Certo che no, rispose lei, le margherite crescono soltanto nella terra.
Viola sospettava che sotto l’asfalto ci fosse la terra, ma non ne era sicura, era solo una supposizione.
Andò a vedere da vicino, guardò bene, ma vide che l’asfalto non era smosso o rovinato: c’era solo un buchino e dal buchino spuntava la margherita.
Rimase col suo dubbio.
Nei giorni seguenti le margherite aumentarono.
E alla fine della settimana tutta la strada era coperta di margherite. Cento, mille margherite spuntate da altrettanti buchini nell’asfalto.
I dubbi aumentarono: sono forse margherite geneticamente modificate? si chiese Viola. O forse è un asfalto geneticamente modificato, asfalto di tufo o di pietra saponaria, così tenero che si può bucare con un grissino? Fece la prova grissino ma non funzionò.
Forse è asfalto cucinato da nonna Aurelia.
Nonna Aurelia faceva biscotti duri come il marmo ma pur sempre biodegradabili se immersi sei mesi nell’acqua. Era asfalto di biscotto!
E se fossero stati i marziani a fare i buchi con laser potentissimi e perforanti?
E poi, perché margherite e non viole? si chiese un po’ risentita.
mercoledì 21 ottobre 2009
Cinquantasei. Il meteorologo.

credit photo: Greg Williams
Ieri notte ho fatto un sogno.
Ero davanti alla televisione quando all'improvviso il film che stavo guardando si interrompeva e compariva in 3D Michael Stipe che mi diceva: "Don't worry! It's going to rain tomorrow and the minimum temperature will raise."
Un augurio? Una minaccia? Una previsione meteo?
Questa mattina volevo tornare al mare ma ormai mi ero rannuvolata, così alla fine sono rimasta a casa.
A pranzo qualcuno ha suonato il campanello, io ho pensato, ma come suona bene, e infatti era sempre lui, il cantante dei REM. Con latte e vin brulé, per scaldarmi.
L'ho fatto entrare, ma più lo guardavo, più mi sembrava di notare piccoli particolari, dettagli, un naso allungato, una testa sottile. Forse è solo un impostore, un sosia di Michael Stipe, ho pensato.
Sta per piovere, ha detto lui (sempre in inglese).
Hai ragione, gli ho detto, ecco qua: ho preso il latte, e gliel'ho versato addosso.
Michael Stipe è evaporato, e al suo posto è rimasto Alberto, l'ingegnere che si intrufola da meteorologo nei sogni altrui.
Per fortuna la meteorologia non è una scienza esatta: domani ci sarà il sole e io andrò al mare.
mercoledì 14 ottobre 2009
Lo chiamavano Saetta.
Di mio nonno ricordo che era vecchio, fumava e faceva i solitari. Era quasi sordo, e quindi parlava poco.Ogni tanto usciva, andava in centro, forse, noi non lo sapevamo. Era già abbastanza strano, per noi bambine, il fatto che alla sua età uscisse di casa.
Tornava per pranzo e mangiavamo tutti insieme.
Quello che cucinava mia nonna non andava quasi mai bene. Era troppo salato o troppo poco salato, troppo cotto o troppo scotto, e spesso discutevano per il risotto, le cotolette, gli gnocchi o il polpettone, che a noi piacevano tantissimo.
Dopo pranzo si appisolava sulla poltrona, con il plaid sulle gambe. L’ultima volta che l’ho salutato, vent’anni fa, era così, col plaid sulle gambe, e aveva uno sguardo triste, o almeno a me sembra di ricordare che fosse triste, ma forse solo perché dopo qualche giorno è morto.
Una volta all’anno, per il suo compleanno, gli piaceva andare al ristorante a mangiare la frittura di pesce.
Quando è morta anche mia nonna, un paio di anni fa, ho ritrovato delle vecchie foto in bianco e nero, che mi hanno parlato di un uomo diverso, allegro e dinamico, che io non conoscevo se non per sentito dire. Il contrasto tra il mio ricordo e le fotografie era davvero buffo: eppure era la stessa persona.
Non so se ho il rimpianto di aver conosciuto soltanto una parte della vita di mio nonno e di non aver afferrato bene quello che lui realmente era, o se in fondo lui era anche quello, era anche i suoi solitari, le sue sigarette e il suo apparecchio amplifon.
Quando una persona muore, restano soltanto le parole degli altri, restano solo le fotografie, dietro le quali dobbiamo inventarci un mondo e immaginare il fuoriscena e chissà, chissà se è davvero onesto parlare di qualcuno che non c’è più e che si conosceva così poco.
sabato 19 settembre 2009
martedì 1 settembre 2009
Jaca

venerdì 14 agosto 2009
Astratti furori.
giovedì 13 agosto 2009
venerdì 31 luglio 2009
Parole.

Abbiamo una nuova vicina di casa: Elena.
Elena è rumena, e ha suonato alla porta per chiedermi del latte.
E' entrata ed è rimasta un'ora e mezza a raccontarmi dei suoi lavori, delle signore da cui va a fare le pulizie, che non riescono a metterla in regola. E' in Italia da un anno, marito e figlie stanno ancora di là, e forse ci resteranno per sempre. Intanto lei, qui, consuma giorni e mesi nella ricerca disperata di un lavoro, per guadagnare, accumulare e mandare di là.
Di qui di là, di là di qui, Elena parla parla parla parla parla parla parla parla parla solo lei. Mi ubriaca di parole, mi stordisce, mi confonde la mente con quel suo italiano maccheronico, ma come fa a parlare così veloce?, mi chiedo.
Io riesco solo ad annuire, a dire "certo", "per forza", "ma davvero", "eh figurati" e qualche "ma dai". Per il resto sono come in apnea.
Poi visto che non accenna ad andarsene, e l'ospitalità va bene, ma qui è questione di sopravvivenza, prendo ago e filo e le cucio la bocca. Come faceva la mia maestra quando voleva dirmi di stare zitta.
E finalmente respiro. E ascolto il silenzio.
giovedì 11 giugno 2009
Cinquantacinque. Balene di terracotta.
Sospira il topo Toni, chissà quale ricordo sta adesso ondeggiando nella sua mente.
Poi bussa alla finestra il cavallo Sciampo reclamando la sua carota quotidiana.
Il topo Toni porge la carota e torna al lavoro.
Nella tranquilla e soleggiata calma padana.
lunedì 27 aprile 2009
27 aprile 1945. Tedeschi in ritirata.

Un rumore assordante fracassò la porta di casa.
Entrarono in quattro, i fucili puntati contro mio padre e urlarono qualcosa, facendogli segno di uscire. Dovevano pareggiare i conti, perché uno di loro era stato ucciso in una sparatoria, e uno di loro valeva come dieci dei nostri.
Le mie sorelle cominciarono a piagnucolare, e la loro litania di singhiozzi accompagnò il rassegnato incedere del morto che cammina.
Mia madre cercò di trattenere mio padre, perché sapeva che con gente che non capisce la tua lingua non puoi metterti a discutere, implorare o supplicare. Lei pregava mio padre, di non uscire, di non seguirli, come se servisse a qualcosa, e in tutto questo pregare e agitarsi e strattonare, mio fratello, che aveva solo due mesi, le cadde di mano, e si sfracellò la testa. Ma lei non lo vide, lei vedeva soltanto mio padre che usciva dal portone, insieme ai quattro tedeschi, insieme a me che lo seguivo pietrificato dal terrore.
E fuori dal portone mio padre con le mani alzate rivolto verso il muro, mio padre che era un funzionario di banca, mio padre che non aveva mai impugnato un’arma, mio padre che fino a due ore prima aveva ancora un futuro, mio padre. Si voltò verso di me e mi sorrise.
sabato 18 aprile 2009
Tempi di crisi.
"Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. La convenienza delle persone e delle nazioni è di trovare soluzioni e vie d'uscita. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E' nella crisi che emerge il meglio di ciascuno, perchè senza crisi ogni vento è una carezza. Parlare della crisi significa incrementarla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla".Albert Einstein
ringrazio Mattia per la citazione
martedì 10 febbraio 2009
... Dove le voci risuonano come nei corridoi d'una casa
Henry James, Il carteggio Aspern
Immagine
Federica Galli, Campo de l’Abazia
Acquaforte su zinco, 1984
cm 49.1 x 24.3
www.galleriazerootto.it
giovedì 5 febbraio 2009
Il timore di differire dalla specie.
Ma l'idea che quanto è normale sia meritorio credo sia un'idea comune... Andrew Lang diceva che siamo tutti geniali fino ai sette o otto anni. Cioè, che tutti i bambini sono geniali. Ma da quando il bambino cerca di assomigliare agli altri, va in cerca della mediocrità, e nella maggior parte dei casi ci riesce. Questo credo sia vero.martedì 3 febbraio 2009
Cosmo e caos.
Si potrebbe dire che io sono tanto caotico che non è possibile che mi disordini gran che. Comincio a essere un disordine, un caos. Curioso, la parola "cosmetica" ha la sua origine in "cosmo". Il cosmo è il grande ordine del mondo, la cosmetica il piccolo ordine che una persona impone al suo viso. La radice è la stessa: cosmo, ordine.giovedì 22 gennaio 2009
Pamela.
Pamela è un’isola in mezzo a un mare ghiacciato. Per questo ha freddo. Per questo se ne sta in classe con quattro maglioni sopra il grembiulino bianco, e sembra che non le basti. Pamela sulla sua isola sta seduta e aspetta. Aspetta che passi il tempo e che un giorno una nave, non sa ancora quale, la salvi dalla sua infanzia triste e vuota. Non pensa a niente, perché le hanno detto che non deve pensare. Deve stare zitta, muta. Non può raccontare niente. Niente del suo passato e niente del suo presente. Lei non è nessuno. Lo so, la mia barca è lontano dalla sua isola, ma provo a sventolare un fazzoletto colorato. Magari mi vede e le scappa un sorriso.
mercoledì 7 gennaio 2009
Cappuccetto bianco.
"Mai vista tanta neve."
Bruno Munari, Cappuccetto bianco.
lunedì 5 gennaio 2009
Dedicato a tutti quelli che se ne sono andati.
"Però, per ritrovare in questo modo il viso di Naoko, ci vuole un po' di tempo. E col passare degli anni, il tempo si allunga sempre di più. E' triste ma è così. Mentre prima per ricordarla mi bastavano cinque secondi, i cinque secondi sono diventati dieci, poi trenta, poi un minuto. Il tempo si è allungato pian piano, come le ombre al tramonto. E mi chiedo se di questo passo alla fine il suo viso non sarà inghiottito dall'oscurità. Non c'è dubbio che la mia memoria si stia allontanando da Naoko. Proprio come io mi sto allontanando dal ragazzo che ero allora. Così solo quel paesaggio, il paesaggio di quel prato in ottobre, come la scena chiave di un film, mi ritorna senza fine alla mente. E quell'immagine continua insistente, in qualche parte di me, a tirarmi dei calci e a gridare: ehi, svegliati! Non vedi che sono ancora qui? Svegliati e sforzati di capire. Di capire cosa ci sto ancora a fare qui.Non è che mi faccia male. Non provoca nessun dolore. Ogni volta che tira dei calci si sente solo un rumore sordo, un rumore che forse finirà prima o poi anch'esso per scomparire come è scomparso tutto il resto. Ma in quell'aereo della Lufthansa nell'aeroporto di Amburgo, tutte queste immagini hanno continuato a sferrarmi dei calci, più a lungo delle altre volte e con più forza che mai. Svegliati, sforzati di capire! E' per questo che sto scrivendo. Sono uno di quelli che per capire le cose ha asssolutamente bisogno di scriverle".
Haruki Murakami, Tokyo blues.
domenica 4 gennaio 2009
La magica medicina.
Mi serve una magica medicina. Forse potrei chiamare il mio amico Giorgino, che è così bravo con le pozioni, ma poi lui ci metterebbe dentro il lucido per le scarpe che non ha un buon sapore. Questa magica medicina dovrebbe riuscire a storcigliarmi le budella, a farmi passare la fame e il sonno di questi giorni indolenti, a rendermi scattante e pronta per l'anno nuovo. Io ci metterei: corno di rinoceronte per infilzare le difficoltà, pelo di lupo per trovare i momenti per pensare e stare un po' da sola, occhi d'aquila per vedere lontano, ali di gabbiano e coda di balena per viaggiare per mare e per terra. E anche carne tenera di agnello. Però poi dovrebbero morire un sacco di animali, per fare questa medicina, e mi sentirei in colpa per tutto l'anno. Mi accontento di una tisana e mi metto al lavoro.
venerdì 2 gennaio 2009
Cinquantaquattro. Santa Lucia di miele e di sale.
E’ arrivata Santa Lucia. Con quasi un mese di ritardo, ma è ovvio: doveva prima passare dai bambini di tutta Lodi e Bergamo e Svezia e altri che non so. Ha suonato a casa nostra la notte dell’ultimo, cercava un riparo perché l’asino era spaventato a morte dai botti. E’ entrata, a tastoni ha raggiunto il divano (si sa, è cieca), ci si è buttata sopra, stravolta, e ha iniziato a russare. Ho sistemato l’asino nel bagno di servizio, anche se Mucomorìs non ha proprio gradito. Poi sono andata a letto anch’io e abbiamo dormito tutti per ventiquattrore filate. Ci ha svegliato il suono della sirena del cantiere, che puntuale ha ripreso a trivellare e mattonellare il 2 gennaio. Ho preparato un’abbondante e tradizionale colazione di biada, mandarini e caffè e poi ho aspettato. Santa Lucia se l’è presa comoda, non ha fretta, adesso dovrà tirare dicembre dell’anno prossimo e di tempo ne ha (mica vorrà installarsi qui a casa mia, ho pensato…) e mi ha chiesto se volevo qualcosa, visto che quest’anno a me non ha portato niente. Io a dir la verità la letterina l’avevo imbucata ma forse non le è arrivata, le poste non sempre funzionano come si deve, comunque sì: c’è qualcosa che vorrei. Un po’ di tempo santa Lucia, un po’ di riposo.Bene, sdraiati, mi ha detto, e spogliati.
Ha aperto la credenza, ha tirato fuori il barattolo del miele, ha preparato un intruglio con olio e sale grosso e una calda colata dolce, morbida e appiccicosa mi ha sommerso dai capelli ai piedi. E’ una brava massaggiatrice, santa Lucia. Mi sono addormentata e ho sognato di essere un’ape.





