domenica 22 luglio 2012

Su un'isola, in mezzo alle montagne.

Ho sempre pensato che le letture dovessero essere in sintonia con il luogo, o la situazione. Quando sono a casa, leggo di tutto, almeno per avere l'impressione di non essere sempre qua. Ma quando viaggio, scelgo letture che mi facciano vedere cosa si nasconde nell'anima del luogo in cui sono di passaggio. Che mi aiutino a capirlo meglio. E non parlo di guide turistiche, parlo di letteratura. Negli ultimi anni ho visitato il Brasile insieme a Dona Flor e a Gabriela, sono stata a Città del Messico con la famiglia Reyes, in Sicilia con Salvo Montalbano e il capitano Bellodi e a Castiglione della Pescaia con Italo Calvino e gli ottuagenari del Bar Lume di Malvaldi.
Tra un paio di settimane mi trasferirò in Trentino, nella Val di Non. E mi sono accorta che le letture che ho scelto vanno da tutt'altra parte: a Procida, con Arturo (L'isola di Arturo), a New York (Molto forte incredibilmente vicino), in Irlanda (Bog child) e, lontano nel tempo, nell'Inghilterra del '600 (Amber). E naturalmente, ancora una volta, in Sicilia, con Salvo Montalbano (Le ali della sfinge). Come le ho scelte? Non lo so. Libri che volevo leggere da tempo. Ora, siccome non ho trovato nessun libro degno di essere letto, ambientato in Val di Non, o che parlasse della Val di Non, penso che però dovrei almeno trovare un libro che respiri i boschi, le altezze, le montagne, la fatica, il silenzio, la solitudine. Solo per sentirmi un po' in sintonia con il paesaggio, con la gente. Ho pensato ai libri di Corona. Ma forse c'è qualcosa di meglio. Si accettano suggerimenti.

mercoledì 18 luglio 2012

In Sicilia (e in tanti altri posti) funziona così



«Novità, stanotte?» fu la prima cosa che spiò al commissario.
«Nessuna. E tu che hai fatto?»
«Sono annato allo spitale di Montelusa. Ci ho perso la matinata sana sana. Nisciuno mi voliva diri nenti».
«Perché?»
«La privacy, dottore. D'altra parte io non avevo nessuna autorizzazione scritta».
«Quindi non hai combinato niente?»
«Chi gliel'ha detto?» fici Fazio tiranno fora dalla sacchetta un foglietto.
«Chi ti ha dato le informazioni?»
«Un cugino dello zio di un mio cugino che ho scoperto che travaglia là».
Le parentele, macari quelle tanto lontane da non essiri cchiù tali in qualisisiasi altra parte d'Italia, in Sicilia erano spisso l'unico sistema per aviri 'nformazioni, accelerare 'na pratica, scopriri indove era annata a finiri 'na pirsona scomparsa, trovare un posto a un figlio disoccupato, pagari meno tasse, aviri gratis i biglietti del cinema e tantissime altre cose che macari non era prudente fari sapiri a chi non era parente.
Andrea Camilleri, La pista di sabbia

martedì 17 luglio 2012

L'inutilità della scorta.


D'altra parte, se quelli avivano pigliato la decisione di sparargli, come avrebbe potuto addifennersi? Con una pistola, che macari s'inceppava al secunno colpo, come era capitato a Galluzzo, contro tri kalashnikov?
Annanno a dormiri in commissariato, come aviva suggerito Fazio? Ma via!
Alla prima nisciuta fora, per annare a mangiari o per vivirisi un cafè, il solito motociclista col casco integrale avrebbi potuto appesantirlo di qualichi chilata di chiummo.
Cataminarsi sempri con la scorta? Ma la scorta, era ampiamente dimostrato, non era mai arrinisciuta a evitare un omicidio.
Semmai, era sirvuta ad aumentare il numero dei morti: non sulo la vittima designata, ma macari dù o tri della scorta.
Ed era inevitabile che fusse accussì. Pirchì chi ti s'accosta per ammazzarti, sa esattamente quello che deve fari, capace che ha fatto decine di prove e simulazioni, mentre quelli della scorta, che sono addestrati a sparari in secunna battuta, vali a diri doppo che sono stati assaltati, per difisa e non per offisa, non conoscono nenti delle 'ntinzioni di chi si sta accostanto. Quanno lo capiscono, qualichi secondo doppo, è troppo tardi: la differenza di pochi secondi tra l'aggressore e la scorta è la carta vincente dell'omicida.
'Nzumma, la testa di chi usa le armi per ammazzare ha una marcia in più di chi usa le armi per difesa.
Comunque era nirbùso, non lo potiva negare.
Andrea Camilleri, La pista di sabbia.

giovedì 12 luglio 2012

Vintage



vintage, inserito originariamente da TIFFANY DAWN NICHOLSON (TDNphoto).

martedì 10 luglio 2012

L'esattezza delle cose che ti aspetti.


L'esattezza delle cose che ti aspetti, la perfetta coincidenza di ciò che hai immaginato con ciò che è, la felicità di vedere che le due cose si sovrappongono esattamente e non c'è più divario tra pensiero e realtà. Stupendo. Non facile. Quasi sempre ti fai un'idea delle cose che poi non è mai quella.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco.

domenica 8 luglio 2012

Vigàta.

Vigàta era suppergiù come si era stampata nella so' mimoria, c'era qualichi costruzione nova sul Piano Lanterna, si trattava di orrendi grattacieli nani di una quinnicina o vintina di piani, mentre erano del tutto scomparse le casuzze a ridosso della collina di marna ammassate l'una sull'altra e l'una allato all'altra a formare un intrico di vicoli pulsanti di vita. Erano perlopiù catoj, vale a dire abitazioni fatte di una sola cammara che di jorno pigliavano aria solamente dalla porta d'ingresso di nicissità tenuta aperta. E accussì, mentra passavi per quei vicoli, potevi assistere a un parto, a una sciarriatina familiare, a un parrino che dava l'Estrema unzione a un moribondo, ai preparativi per un matrimonio o per un funerale. Tutto a vista. E tutto in una babele di voci, di lamenti, di risate, di biastemie, d'insulti. Spiò a un passante come mai fossero sparite le casuzze e quello gli arrispunnì che se le era portate via, a mare, qualichi anno avanti, uno spavintoso alluvione.
S'era scordato, invece, dell'odore del porto. Un misto d'acqua di mare ferma, di alghe marcite, di cordame infraciduto, di catrame cotto al sole, di nafta, di sarde. Ogni elemento che componeva quell'odore, pigliato a sé, forse non costituiva un gradito omaggio all'odorato, ma l'insieme finiva col formare un sciàuro gradevolissimo, misterioso e inconfondibile.
Andrea Camilleri, La prima indagine di Montalbano

giovedì 5 luglio 2012

Sinestesie.

Questo brano parla di un fenomeno che mi ha sempre affascinato: la sinestesia.

La sinestesia - letteralmente «percezione simultanea» - è uno dei fenomeni più antichi noti alla neurologia. «Che voce friabile e gialla che ha» si sentì dire il famoso psicologo russo Lev Vygotsky da uno dei suoi pazienti; alcuni decenni dopo, uno scrittore sosteneva dall'Australia che il nome «Vancouver sa di budino di riso, ma con l'uva passa». Per chi ha capacità sinestetiche, uno stimolo visivo può essere accompagnato da un suono; toccare una superficie può generare un sapore. Questo abbinamento dei sensi è costante e coerente, istintivo e involontario. «In tutta la mia vita, non ho mai abbandonato la convinzione che la lettera E si di un freddo colore grigioazzurro» ammise il dottor James Key intorno al 1880. Questa sincronia si manifesta a partire dalla prima infanzia; il sinesteta più famoso, Vladimir Nabokov, da piccolo si lamentò con la madre che i colori delle lettere sui suoi cubetti di legno erano «tutti sbagliati».

E queste associazioni, anche quelle più fantasiose, sono permanenti. Un adolescente «sinestetico», con una rara variante «audiomotoria» di questa condizione, si metteva in posizioni diverse a seconda delle parole che sentiva. «Quando, dieci anni dopo, il medico gli lesse lo stesso elenco di parole» scrive il neurologo Richard Cytowic «il ragazzo assunse, senza alcuna esitazione, le stesse posizioni di un decennio prima».
Simili abbinamenti possono sembrare assurdi, ma in tutti noi i sensi interferiscono gli uni con gli altri.
La Virginia Dare, che produce estratti alimentari, una volta colorò di rosso un estratto di arancia e lo sottopose a una prova di assaggio con quaranta partecipanti. La maggior parte identificò il sapore come ciliegia o fragola; solo cinque riconobbero il sapore di arancia. Forse i soggetti avevano semplicemente dato la risposta che gli sembrava più logica: dopotutto era un liquido rosso. Ma cosa può spiegare la convinzione che un rullante sia intrinsecamente marrone o che toccare il velluto sappia di caramella mou?

Paul Collins, Né giusto né sbagliato, Adelphi 2005

mercoledì 4 luglio 2012

Cronaca di un matrimonio (tre anni fa).

Quel giorno la sposa si preparò per tempo ma sulla strada per raggiungere la chiesetta nel borgo in cima alla collina il buon Dio aveva messo tante auto e tanti ostacoli, che non si sa come fece ad arrivare puntuale davanti alla chiesa proprio nell'ora esatta del matrimonio. Lo sposo era lì ad attenderla sul sagrato, insieme ad alcuni (pochi, a dir la verità) invitati. Erano stati tutti rallentati dal grande traffico di esodo di inizio luglio. (Alcuni dissero dopo che quella era certamente una giornata da bollino rosso ma tutti i mezzi di informazione segnavano bollino verde). Il prete disse allo sposo: «Io aspetto mezz'ora non di più». Lo sposo disse: «Ci vorrà almeno un'ora». Perché la sposa non era mica pronta. Doveva ancora vestirsi. 
A tempo di record la sposa raggiunse la casa di un amico, si vestì, si truccò; poi tutti sparirono e la lasciarono sola col bianconiglio padre che continuava a ripetere: «Siamo in ritardo, siamo in ritardo, siamo in ritardo». La sposa si infilò le scarpe che per il caldo e l'afa faticavano a entrare, facendo acrobazie perché l'abito era davvero stretto, e si spettinò, e imprecò e uscì di fretta e salì sulla Cinquecento bianca del bianconiglio.
E arrivò - di nuovo - davanti alla chiesa e scese dall'auto e tutti (i pochi presenti) applaudirono e lei si accorse che mancavano il bouquet, il fotografo, i testimoni. Entrò, raggiunse l'altare, e si accorse che mancavano le fedi, e mancavano pure i lettori. Il ritardo era generale, il prete un po' si irritò ma il matrimonio si fece lo stesso, nonostante il caldo e il gran caos.
Fu una festa memorabile, e i musicisti suonarono anche la fisarmonica.


domenica 1 luglio 2012

Il prossimo sdiluvio.

L'indomani a matino, quanno s'arrisbigliò dopo una nuttata di sonno tanticchia agitato e raprì la finestra, il commissario s'arricriò. C'era un sole di mese di luglio in un cielo tutto tirato a lucito, apriva puliziato di frisco col detersivo. L'acqua di mari, che per dù jorni aviva completamente cummigliato la spiaggia, si era ritirata, ma aviva lassato la pilaja lorda di sacchi di munnizza, buatte vacanti, buttiglie di plastica, scatole sfunnate, lurdie assortite. Montalbano s'arricordò che in tempi oramà remoti il mari, quanno s'arritirava, lassava sulle spiagge sulo alghe profumate e conchiglie bellissime che erano come un rigalo che il mari faciva all'òmini. Ora invece ci restituiva la nostra stessa fitinzia.
E gli tornò a menti macari una commedia liggiuta quann'era picciotto, si chiamava Il diluvio, indove si sosteneva che il prossimo sdiluvio non sarebbe stato per acqua di cielo, ma che tutti i cessi, tutte le latrine, tutte le fogne, tutti i pozzi neri del mondo si sarebbero messi a sbummicare irresistibilmente fino a faricci annegari nella nostra stissa merda.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio

martedì 26 giugno 2012

Mondi paralleli.


All'inizio credevo che non ce l'avrei mai fatta, in questo mondo di cemento. Invece non era vero che c'erano solo auto, motori, frastuono e condomini astronave. Non è vero che un giorno la Terra, distrutta dall'uomo, esploderà o imploderà non lo so, e andremo tutti a vivere sulla Luna; forse abbiamo un po' esagerato con l'idea del progresso. Esiste tutto un mondo parallelo più domestico, serafico e benevolo, che se ne va per i fatti suoi, più lento, per niente convulso. È solo un problema di scelta. Basta non scegliere il mondo delle strade asfaltate, dei rumori e della città, contornarlo, circumnavigarlo. Tenerlo a distanza insomma, senza mai entrarci dentro. Semmai solamente ogni tanto sbirciarlo da lontano, così, per non perdere del tutto il senso della direzione. 
Paola Mastrocola, Più lontana della luna

venerdì 22 giugno 2012

È arrivata l'estate.

L'altroieri passeggiavo per strada e ho sentito nell'aria inconfondibile odore di zampirone. Ho pensato, è arrivata l'estate, perché lo zampirone è uno di quegli odori che associo alla bella stagione. Precisamente lo zampirone ha l'effetto di riportarmi indietro all'estate dell'82, ma anche a tante altri estati della mia infanzia, quando ancora non erano stati inventati altri zanzaricidi (gli anni Novanta avrebbero visto l'avvento delle tanto detestate piastrine, vape & company, almeno in casa mia).Fa caldo finalmente. Ci sono le zanzare finalmente. Finalmente sudo e posso stare tutto il giorno in calzoncini e hawaianas e ogni tanto rinfrescarmi con una doccia. Niente aria condizionata, io l'estate me la voglio godere tutta.
Io non so - e non voglio sapere - se lo zampirone è tossico per noi umani; per le zanzare, per fortuna, lo è, dovrebbe esserlo, ma anche se non lo fosse, ormai io lo userei come profumatore d'ambiente. Non mi sono documentata, ma se è in commercio, certo proprio tossico da morirci non sarà. Ho letto da qualche parte che è polvere di piretro compressa ed è stato inventato dal signor Zampironi, un chimico dell'Ottocento specializzato in insettifughi. Chissà se il signor Zampironi aveva brevettato anche la forma a spirale (geniale!), e se è stato lui ad avere l'idea di incastrare due spirali insieme, che quando le tiri fuori dalla scatola e cerchi di separarle, se non stai più che attento rischi di romperle (un po' meno geniale). E il supporto dello zampirone? Non vi è mai capitato di calpestarlo? 

venerdì 8 giugno 2012

I biscotti di san Martino


In questi giorni a Lodi, Ossago Lodigiano e San Martino in Strada si festeggiano i vent'anni di attività dello Siu Belu, in arte Guido Boletti. Una mostra itinerante (più di cinquanta quadri esposti), che vi invito a visitare (se ci andate in bicicletta vi regalano il catalogo).
Io festeggio quasi dieci anni di amicizia con lo Siu Belu, e sono contenta di averlo conosciuto. E di aver conosciuto i suoi quadri prima di lui. Ne parlo come se non ci fosse più, e invece c'è ancora, e in questi giorni rischiate anche di incontrarlo in una delle sedi della mostra, e potrebbe addirittura farvi da guida (se lo volete e se vi sta simpatico, naturalmente). Se insieme a lui c'è anche a un barbuto che vi sembra Fidel Castro giovane, non spaventatevi: è solo il Sindaco di San Martino in Strada.

Questa è una storiella che ho scritto per il catalogo della mostra. Parla un po' dello Siu Belu, un po' del destino che, a volte, ti strattona e ti porta, a modo suo, sulla strada giusta. Parla anche delle analogie tra due attività che possono sembrare lontane, come cucinare e dipingere, ma che in fondo non lo sono: cucinando e dipingendo si crea, si sfama e si fa memoria. Buona lettura.


I biscotti di San Martino.
C'era una volta un fornaio vagabondo.
Girava di città in città, cucinando pagnotte e dolci di tutti i tipi, perché le memorie del palato non si perdessero.
Il fornaio si spostava a piedi, e dove sentiva profumo di vaniglia o cannella, o vedeva nuvole di soffice zucchero uscire dai comignoli delle case, si fermava, bussava e passava qualche giorno in compagnia di rotonde signore con grembiule e capelli infarinati. Era un bel ragazzo, né giovane né vecchio, con folti capelli neri da selvaggio e sguardo allegro e limpido come i laghetti di montagna e, con mille complimenti, non faceva fatica a convincere le signore a farsi rivelare segreti di ricette imparate attraverso secoli di passaparola.

domenica 3 giugno 2012

Hoa cỏ may



Hoa cỏ may, inserito originariamente da Kenny_Huynh [0983862301].

domenica 20 maggio 2012

Bianca. E Silvia.



Questa piccola rosa che si chiamerà Bianca è sbocciata di venerdì sera, come la sorella, solo che due anni e mezzo fa era novembre e faceva freddo. Adesso è maggio, continua a fare freddo, ma i cortili sono pieni di rose, fioriscono i gelsomini e spuntano le foglie sugli oleandri, e la pioggia lascia nell'aria il profumo di erba e legno.
Pioveva la sera in cui è nata, e ci eravamo rassegnati ormai ad aspettare il lunedì, giorno del ricovero forzato, ma si vede che non voleva nascere sotto il segno dei Gemelli. Io e lo zio Orso siamo corsi in ospedale per vederla uscire dalla sala parto, come due anni e mezzo fa. 
L'ostetrica che ha fatto nascere lei, e anche sua sorella, si chiama Silvia, e in qualche modo questo nome resterà attaccato al suo, al loro destino. Del resto, Emma non si è ancora rassegnata... e continua a dire che la sorellina si chiama «Bianca... e Silvia». E non è tipo da arrendersi facilmente. Benvenuta Biancasilvia!

martedì 1 maggio 2012

Vivere senza nessun mestiere.


È una grande soddisfazione per me il pensiero che tu potrai risparmiarti di lavorare, perché il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarielli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purché non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro, invece, è una cosa inutile, e mortifica la fantasia. A ogni modo, se per caso non ti bastassero i soldi, e tu dovessi proprio adattarti a un lavoro, ti consiglio un mestiere che favorisca la fantasia quanto più è possibile, per esempio lo spedizioniere. Ma vivere senza nessun mestiere è la miglior cosa: magari accontentarsi di mangiare pane solo, purché non sia guadagnato.
Così dice, a proposito del lavoro, Romeo l'Amalfitano ne L'isola di Arturo di Elsa Morante.

mercoledì 25 aprile 2012

Una ricetta facile facile ma buona buona: torta allo yogurt.

Mia mamma faceva questa torta quando aveva in casa qualche yogurt scaduto (da poco) che non voleva buttare via. In questa ricetta facile facile e veloce veloce l'unità di misura è, infatti, il "vasetto di yogurt".

Ecco gli ingredienti:
1 vasetto di yogurt (bianco, ma anche no, io l'ultima volta ho usato lo yogurt alla mela e banana)
3 vasetti di farina bianca 00
2 vasetti di zucchero
3 uova
mezzo vasetto di olio di semi
1 bustina di lievito

Mescolate gli ingredienti come sono elencati, e aggiungete alla fine, se lo desiderate (desideratelo!), una mela e mezza tagliata a tocchetti, dando poi all'impasto la forma di torta o di ciambella (come nella foto). Infornate a 180° per 35-40 minuti.
Se poi vi venisse in mente di infornarne due insieme... ricordatevi di alzare la temperatura a 200° e di invertire a metà cottura la disposizione delle tortiere (sopra-sotto). Può darsi che dobbiate prolungare il tempo di cottura... il risultato non è garantito, quindi: meglio una per volta!

sabato 14 aprile 2012

Fa un freddo tucano.

C'è un tucano che svolazza nei miei sogni. L'ultima volta che ho visto un tucano, e fotografato il suo grande occhio blu e il suo gigante becco di seta, è stato all'oasi di Sant'Alessio, vicino a Pavia. Ma il primo tucano della mia vita l'ho incontrato al Parque de las Aves, a Iguazu, al confine tra Argentina e Brasile.
Ho pensato che se un uccello così viene a visitarmi nei sogni, be', dev'esserci qualche messaggio nascosto. Forse un invito a volare via, verso dove non è difficile immaginarlo. Il problema è che nel sogno cerco di afferrare il tucano, ma non ci riesco, mi sfugge.
Non ricordo di aver mai visto tucani volare, li ho sempre visti appollaiati sui rami, a farsi ammirare. Perché non puoi che provare ammirazione per un becco così grande, così bello, così arancione, quasi un prezioso accessorio attaccato a un corpo piccolo e tozzo, indossato per attirare l'attenzione (l'accostamento cromatico dell'arancio luminoso e variegato del becco all'azzurroblu dell'occhio a me sembra discutibile, ma certo di grande impatto). Sembrerebbe l'opera di un pittore (potrei fare un nome) che alla fine, non contento, ha aggiunto una pennellata di nero sulla punta e intorno al becco. Un piccolo capolavoro.
Un gruppo di ricercatori canadesi e brasiliani ha scoperto qual è il segreto del lungo becco del tucano (notizia ansa). Pare che serva a regolare la temperatura corporea. Quando fa molto caldo, il tucano spinge il calore del corpo nel becco e rimane al fresco. Quando, invece, comincia a far freddo, il tucano spinge meno calore nel becco, mantenendo così uniforme la temperatura del suo corpo. Come fa? In pratica, esercita un controllo sui flussi di sangue.
Ecco, in questi giorni freddi, di pioggia e vento, forse il mio sogno voleva soltanto dirmi questo: «non hai bisogno di papere di semi di ciliegio scaldate nel forno a microonde, ma della saggezza termica del becco del tucano». Che significa, in soldoni: va' da un'altra parte a cercare il sole.
Ma non riesco proprio a muovermi. Continuerò a scaldare papere di semi di ciliegio e a rintanarmi sotto strati di coperte.

ps. i tucani non sono gli unici a usare parti del corpo per raffreddarsi e regolare la propria temperatura (elefanti e conigli, per esempio usano le orecchie), ma sono quelli con la più grande "finestra termica", visto che il becco è pari a un terzo della lunghezza del loro corpo.

mercoledì 11 aprile 2012

Torta di mele della mamma (o della nonna Anna, a seconda dei punti di vista).

Questa è una torta buonissima, fatta, si può dire, solo di mele. E infatti sbucciare le mele e tagliarle a pezzettini è la parte più lunga di una ricetta che, per il resto, impegna al massimo dieci minuti. Se non ci fossero le mele da tagliare, appunto. Per questo vi consiglio di accendere la radio o di farvi aiutare, per velocizzare l'operazione.

Dunque, tagliate a pezzetti un chilo di mele, come nella foto qui a lato (non fate la domanda che ho fatto io: devo pesarle prima o dopo averle sbucciate e private del torsolo?, perché la risposta è: vedete voi, io le ho pesate prima, un chilo, mela più mela meno) e mettetelo da parte. Ho scelto mele golden perché ne avevo una cassetta intera, regalo di un amico trentino, ma credo che siano proprio quelle giuste, anche se nella ricetta non è specificato.
A parte, mescolate un uovo intero e un tuorlo d'uovo con un etto di zucchero. Aggiungete 2 etti di farina 00, mezzo bicchiere di latte (il mezzo è relativo perché dipende dalle dimensioni del vostro bicchiere... fate voi, a occhio) e un cucchiaino di lievito, e trasferite il tutto in una tortiera che avrete precedentemente imburrato e infarinato. Aggiungete le mele e sparpagliate qua e là riccioli di burro. Infornate per un'ora a 180°. Ecco il risultato finale.

Quanto all'origine di questa ricetta, non la conosco. Non so se a mia mamma l'ha data mia nonna o una sua amica, se l'ha letta in un libro o in una rivista di cucina. Non so se è una variante di una ricetta esistente, codificata e tramandata (io propendo per l'ipotesi dell'amica). Potrei chiederle di intervenire qui sotto con un commento, ma non vorrei metterla in imbarazzo.
In fondo ha poca importanza sapere da dove viene una torta. Io l'ho conosciuta così, è legata a certi ricordi e saperne l'origine non cambia la sostanza.
E poi, si sa, ogni torta è unica. Anche solo per il modo in cui tagli le fettine di mele.

sabato 7 aprile 2012

Pulizie di primavera.

Ho passato il pomeriggio tra gli scaffali di casa a pulire e riordinare libri (per ora ho sistemato solo i libri per bambini); ho trovato libri che non ricordavo di avere e cercato disperatamente libri che credevo di avere e che invece non sono da nessuna parte, come un paio di libri di Munari, vaiasapere se li ho prestati o se li ho solo sognati. Tra tutti, ho trovato questa vecchia edizione di Piccole donne, che non fa parte della mia infanzia e che davvero non so da dove sbuchi fuori. L'ho forse rubata a qualcuno? A chi? Fatevi avanti, ma dovete dimostrarmelo, che è vostra, perché io mi ci sono già affezionata. Ho ritrovato manuali di giochi di strada, qualche fotografia, una cartolina d'amore con un cuore peloso, un caleidoscopio, delle palline da giocoliere, due ventagli spagnoli, un libro di Richard Scarry, delle biglie colorate e un uovo nero di alabastro (comprato a Volterra, che è conosciuta ormai più per i vampiri che per l'alabastro). Ho sfogliato svariati libri di Roald Dahl, di fate, gnomi, dei barbapapà, della Pimpa e di Harry Potter. Ho letto la storia di Pollicino e ho pensato che sarebbe proprio bello tradurla in simboli PCS. Ho scoperto di avere due libri di Silvana Gandolfi, che non ho ancora letto, e di avere pochi, pochissimi libri di Bianca Pitzorno (devo rimediare). Ho soffiato via tanta polvere. Ho vestito due Barbie e centrifugato un po' di peluches.  E infine, ho messo ad altezzadiemma tutti i libri che potrebbero interessarle. Domani, se avrò le forze, tocca ai latinoamericani. Buonanotte.