mercoledì 29 febbraio 2012

Scrivere e dormire.


Quando scrivete, volete pur liberarvi del mondo, non è vero? E' ovvio. Quando state scrivendo, state creando i vostri mondi.
(...) Nello scrivere e nel dormire impariamo a interrompere le attività fisiche mentre al contempo incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine intellettuale del nostro vivere quotidiano. E come la mente si abituano a un certo quantitativo di sonno, diciamo sei, sette, forse le otto ore raccomandate per ogni notte, così da svegli si può addestrare la mente a dormire in modo creativo e a sviluppare quei sogni a occhi aperti le cui vivide immagini sono ottime opere di fiction.
Ma avete bisogno della stanza, avete bisogno della porta e avete bisogno della risolutezza a tenerla chiusa. E avete bisogno anche di un obiettivo concreto.
Stephen King, On writing

sabato 18 febbraio 2012

Uno scrittore deve essere un critico.

immagine tratta dal bellissimo sito http://bookshelfporn.com/
Uno scrittore, più di ogni altro artista, deve essere un critico, perché le parole sono così volgari, così familiari, che egli per forza deve setacciarle e sceglierle con cura, se vuole che esse possano durare. Scrivete tutti i giorni, scrivete liberamente; ma dobbiamo sempre confrontare ciò che abbiamo scritto con ciò che hanno scritto i nostri maestri, i grandi scrittori. E' un'umiliazione, ma è essenziale. Se vogliamo conservare e creare, non c'è altra via. E lo faremo. (...) Possiamo cominciare subito (...) leggendo continuamente, simultaneamente, poesia, commedie, romanzi, storia, biografia, il vecchio e il nuovo. Dobbiamo conoscere prima di poter scegliere. Non serve avere un palato delicato: ognuno di noi ha il suo appetito, e deve trovare l'alimento che gli si confà.
Virginia Woolf in La torre pendente, Folios of New Writing, autunno 1940 (tratto da Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello)

martedì 14 febbraio 2012

La complessità dell'amore.

Robert Fry, Ritratto di Virginia Woolf
Perché, si disse, mentre l'occhio le cadeva sulla saliera nel mezzo del disegno, lei non doveva sposarsi, grazie al cielo; non doveva subire quella degradazione. Sarebbe scampata a quella diluizione. Avrebbe spostato l'albero un po' più al centro.
Tale era la complessità delle cose. Ciò che le accadeva, in particolare quando stava dai Ramsay, era di provare insieme due sentimenti violentemente opposti; questo è quello che sentite voi, era uno; questo lo sento io, era l'altro; e i due insieme battagliavano nella sua testa, come adesso. È così bello, così eccitante, l'amore, che al suo orlo io tremo, e mi offro, contro le mie abitudini, di andare a cercare la spilla sulla spiaggia; ma è anche la più stupida, la più barbara delle passioni umane e trasforma un bravo giovane dal profilo di cammeo (era delicatissimo il profilo di Paul) in un bruto, armato di mazza (eccolo lì che faceva il gradasso, l'insolente), che si agita su e giù per Miles End Road. Eppure, si disse, dall'alba dei tempi si sono cantate odi all'amore, l'hanno coperto di rose e ghirlande, e nove persone su dieci, se richieste, avrebbero risposto che non volevano altro; mentre le donne, a giudicare dalla sua esperienza, da parte loro, sentivano piuttosto che no, non è questo che volevano, non c'è niente di più noioso, puerile e disumano dell'amore. Eppure è anche meraviglioso e necessario. E allora, e allora?
Virginia Woolf, Al faro

sabato 4 febbraio 2012

Torta gialla e marrone della nonna Franca.

Fino a qualche anno fa (fino a quando le forze gliel'hanno consentito) mia nonna aveva il compito di sfornare torte per tutta la famiglia, per i compleanni ma a volte anche per gli onomastici e gli anniversari di matrimonio. Si poteva richiedere la crostata burrosa di amarene o, in alternativa, la torta gialla e marrone, anche se ormai lei conosceva le nostre preferenze e non chiedeva più. Per il compleanno di mia sorella (che non è mai riuscita a mangiare la marmellata  e che, della crostata, mangiava solo gli ambitissimi bordi) eravamo sicuri, ad esempio, che sarebbe stata sfornata una torta gialla e marrone.
La torta gialla e marrone della nonna Franca (conosciuta altrove anche come "torta marmorizzata") sembra una torta banale ma non lo è affatto. Quella di mia nonna era soffice, alta, consistente. Raramente l'ho sentita lamentarsi che non le fosse venuta bene, e in quelle occasioni provvedeva subito a sfornare un altro esemplare. Ed era così buona questa torta, e semplice al tempo stesso, che un anno mia zia partecipò a un concorso di cucina spacciandola per sua e si classificò al terzo posto. Ma la torta era stata fatta dalla nonna.

Gli ingredienti: duecento grammi di zucchero, centocinquanta grammi di burro, tre uova, duecento grammi di farina 00, scorza di limone grattugiata, una bustina di lievito, trenta/cinquanta grammi di cacao (a scelta). Il procedimento è piuttosto semplice e basta rispettare l'ordine in cui ho elencato qui sopra gli ingredienti: mescolare lo zucchero con il burro precedentemente sciolto, aggiungere le uova e poi la farina, la scorza di limone e la bustina di lievito. Infine, separare in due metà (una un po' più abbondante dell'altra) l'impasto ottenuto e a quella più scarsa aggiungere e mescolare il cacao. Imburrare e infarinare una tortiera, e versare un cucchiaio giallo e uno marrone uno giallo e uno marrone etc. etc. fino a riempirla. Infornare per quaranta minuti a centottanta gradi.


Nella fotografia potete vedere l'esemplare prodotto il giorno del mio compleanno, il primo di una serie di cinque (non il migliore), alla ricerca del tempo perduto, gli ultimi due dei quali realizzati dopo lunghe riflessioni insieme allo chef Giulio di Monreale. Perché mia nonna questa ricetta la conosceva così bene, che nel suo sgangherato e lacero ricettario, spiega a stento "come fare": c'è solo un elenco di ingredienti appuntati storti e frettolosi.
Ma ecco i consigli per riuscire a produrre un esemplare che si avvicina al novantacinque per cento ai sapori della mia infanzia.
Primo, la tortiera non deve essere troppo larga, ventiquattro-ventisei centimetri.
Secondo, il burro possibilmente va sciolto a bagnomaria.
Terzo, è bene mescolare il più possibile, fino a ottenere un impasto cremoso; se non si ha sufficiente forza, ricorrere allo sbattitore elettrico.
Quarto, il cacao non va sciolto nel latte (come sosteneva mia mamma): va mescolato all'impasto così com'è, in polvere.
Quinto, cercate di evitare che un orso affamato vi raschi via gli avanzi dell'impasto e cercate di mettere tutto, ma proprio tutto dentro la tortiera: per questo, ho scoperto che esistono strumenti che servono per raschiare i residui delle ciotole: a voi la scelta tra una torta ben riuscita e la felicità leccatoria di un bambino (o di un bambino cresciuto).
Infine lo chef Giulio sostiene che durante la cottura bisogna parlare a bassa voce, non sbattere le porte e non fare rumori.
Se lo desiderate potete anche ricoprirla con lo zucchero a velo.
E poi c'è quel cinque per cento che nessun esperimento riporterà indietro, e che era l'amore che mia nonna metteva nella torta, che confezionava e incartava come un regalo. E naturalmente il suo forno di altri tempi, che oggi sarebbe dichiarato fuorilegge.


domenica 29 gennaio 2012

Bianca come il gelato?

La nipotina numero due si chiamerà Bianca. Sono riusciti a convincere persino Emma, che fino all'altroieri ripeteva che la fratellina si sarebbe chiamata Silvia, Silvia, Silvia. Ha ceduto soltanto quando alla sua domanda, Bianca come il gelato?, le è stato risposto, Sì, bianca come il gelato alla panna. E il gelato alla panna è l'unica cosa che Emma mangerebbe in qualsiasi stagione, in qualsiasi momento della giornata, prima o dopo pranzo, a colazione e anche prima di andare a letto. Alla faccia delle similitudini cliché. Aggiornatevi. Bianca non come la luna o la neve: bianca come il gelato. Perché esiste solo il gelato bianco, nel vocabolario di Emma. Gli altri non sono veri gelati. E speriamo, che oltre che bianca, sia anche dolce come il gelato. O dolce come la neve.

venerdì 27 gennaio 2012

Il mio giorno della memoria.

Questa è una memoria che nel giorno della memoria forse non interessa a nessuno, ma se non ci fosse questa memoria, adesso non sarei qui a scrivere queste righe. Questa memoria ha inizio quarant'anni fa, proprio oggi. Il giorno in cui mio papà ha portato all'altare mia mamma (o forse, mia mamma ha portato all'altare mio papà). Non mi hanno raccontato molto di quel giorno. Durante la notte la neve aveva imbiancato tutto. Provo a immaginare la sorpresa, la mattina, dalle finestre della casa di Torretta, quando ancora intorno c'erano le cascine e i campi. La neve era scesa, io penso, per essere in sintonia con l'abito da sposa di mia madre. Io mi sarei emozionata, il giorno del mio matrimonio, a svegliarmi con la neve, ma forse qualcuno ha pensato ai problemi pratici, forse mio nonno. Forse. Ma non me l'hanno raccontato. E anche se di quel giorno non so quasi nulla, mi basta guardare le foto per sentire le emozioni. E adesso vado, che sennò mi commuovo.

venerdì 20 gennaio 2012

La donna che sognava il tango.

foto (bellissima) di Lucia Baldini
In un quartiere di questa piccola città esiste una ballerina di tango che non riesce più a ballare. Questa donna è condannata tutte le notti a sognare di ballare tango nelle situazioni più strane, sul treno, in bagno, in metropolitana, nuda, in pigiama, vestita di fronzoli, o con la tuta della palestra, e sempre balla divinamente con sconosciuti o amici, lei che nella realtà era una ballerina mediocre. E quando si sveglia, e cerca di organizzare serate con i vecchi amici della milonga, c'è sempre un imprevisto che ostacola la sua decisione, la nebbia, l'influenza, i bambini degli amici che si ammalano, lo sciopero dei mezzi. Così, di giorno in giorno, di sogno in sogno, sono ormai dieci anni che la nostra ballerina non mette più piede in una milonga reale. Nessuno sa il perché di questa che sembra a tutti gli effetti una vera maledizione. Forse il destino vuole preservarla da strani incontri. O forse, più semplicemente, si è così abituata a ballare con i migliori ballerini al mondo, leggera come una farfalla, che non potrebbe più sopportare le imperfezioni del mondo reale con i suoi inciampi e le sue esitazioni. E in fondo, preferisce così.

lunedì 16 gennaio 2012

L'Angelo del focolare

Che cosa ci potrebbe essere di più facile che scrivere articoli e acquistare gatti persiani con i proventi? Ma aspettate un istante. Gli articoli vanno scritti su qualche argomento. Il mio, se ben ricordo, riguardava il romanzo di un uomo famoso. E mentre lo scrivevo, mi accorsi che se volevo recensire dei libri, dovevo combattere contro un certo fantasma. E il fantasma era una donna, e quando imparai a conoscerla meglio la chiamai l'Angelo del focolare. Era lei che quando scrivevo una recensione si metteva in mezzo tra me e il mio foglio. Era lei che mi angustiava e mi faceva perdere tempo e mi tormentava a tal punto che alla fine la uccisi. Voi che appartenete a una generazione più giovane e più felice forse non capite che cosa intendo per Angelo del focolare. Proverò a descrivervela il più brevemente possibile. Era infinitamente comprensiva. Era estremamente accattivante. Era assolutamente altruista. Eccelleva nelle difficili arti del vivere familiare. Si sacrificava quotidianamente. Se c'era il pollo, lei prendeva l'ala; se c'era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri. E soprattutto (non occorre dirlo) era pudica. Il pudore era ritenuto la sua bellezza più grande, i suoi rossori il suo più bell'ornamento. A quei tempi (gli ultimi della regina Vittoria) ogni focolare aveva il suo Angelo. E quando cominciai a scrivere me la trovai davanti alle prime parole. L'ombra delle sue ali cadeva sulla mia pagina; sentivo nella stanza il fruscio delle sue gonne. Non appena presi in mano la penna per recensire il romanzo di quell'uomo famoso, insomma, lei mi scivolò alle spalle sussurrandomi: «Mia cara, sei una ragazza giovane. Stai scrivendo di un libro che è stato scritto da un uomo. Sii comprensiva; sii tenera, lusinga, inganna, usa tutte le arti e le astuzie del nostro sesso. Non far mai capire che sai pensare con la tua testa. E soprattutto, sii pudica.» E fece come per guidare la mia penna. Ora voglio registrare l'unico gesto per cui mi assumo qualche credito, anche se di diritto il credito va dato a certi miei ottimi antenati che mi lasciarono una certa somma di denaro (facciamo cinquecento sterline l'anno?), sicché non mi trovavo nella necessità di dipendere esclusivamente dalle mie grazie per sopravvivere. Mi voltai e l'afferrai per la gola. Feci del mio meglio per ucciderla. La mia giustificazione, se mi avesse trascinata in tribunale, sarebbe stata che avevo agito per legittima difesa. Non l'avessi uccisa, lei avrebbe ucciso me. Avrebbe succhiato la vita dei miei scritti. (...) Perciò, ogni volta che avvertivo l'ombra della sua ala sulla pagina, o la luce della sua aureola, afferravo il calamaio e glielo scagliavo contro. Ce ne volle per farla morire. La sua natura fantastica le dava un vantaggio. È molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà. Credevo di averla liquidata e invece eccola lì di nuovo. (...) Fu una lotta durissima (...) ma fu una vera esperienza; una esperienza che doveva toccare a tutte le donne scrittrici a quell'epoca. Uccidere l'Angelo del focolare faceva parte del mestiere di scrittrice.
Virginia Woolf, "Professioni per le donne", in Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello. Il volume verrà presentato martedì 24 gennaio alle ore 21.00 presso la Sala Rivolta in via Cavour 66 a Lodi.

venerdì 13 gennaio 2012

Uccidere un bambino

Pubblico questo breve racconto dello scrittore e giornalista svedese Stig Dagerman, morto suicida a soli 31 anni, perché è l'unica cosa che mi è venuta in mente l'altro giorno, quando un bambino di cinque anni, in un paese vicino al mio, è stato investito da un SUV, fuori da scuola. È un racconto geniale.
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È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. È domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchi appoggiati sui tavoli da cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè e i bambini si abbottonano le camicette. È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l'uomo che si sta radendo dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.
Non vi sono ombre nella cucina e l'uomo che ucciderà un bambino si trova ancora vicino a una pompa rossa della benzina nel primo villaggio. È un uomo felice, che guarda dentro una macchina fotografica e nell'obbiettivo vede una piccola automobile blu e accanto all'automobile una ragazza che ride. Mentre la ragazza ride e l'uomo scatta la bella fotografia, il benzinaio stringe il tappo del serbatoio e annuncia che avranno una bella giornata. La ragazza si siede nell'auto, l'uomo che ucciderà un bambino estrae il portafoglio dalla tasca e spiega che arriveranno al mare e al mare affitteranno una barca e poi andranno a remare al largo, molto al largo. Attraverso i finestrini abbassati la ragazza sul sedile anteriore sente quello che dice e chiude gli occhi e ad occhi chiusi vede il mare e l'uomo accanto a lei nella barca. Non è certo un uomo cattivo, è felice e contento e prima di salire in macchina si sofferma un attimo davanti al radiatore che splende al sole a godere di quel luccichio e dell'odore di benzina e di biancospino. Nessuna ombra si proietta sull'auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue.
Ma nello stesso momento in cui nel primo villaggio l'uomo dell'auto richiude la portiera di sinistra e tira verso di sé il pomello dell'avviamento, nel terzo villaggio la donna nella cucina apre la dispensa e si accorge che non c'è più zucchero. Il bambino, che ha finito di abbottonarsi la camicia e si è allacciato le scarpe, è in ginocchio sul divano e guarda il fiume che serpeggia tra gli ontani e la barca nera tirata in secco sull'erba. L'uomo che perderà il suo bambino ha finito di radersi e piega lo specchio. Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche. Manca soltanto lo zucchero e la madre dice al suo bambino di correre dai Larsson a chiederne in prestito qualche zolletta. E quando il bambino apre la porta, l'uomo gli grida di far presto, che la barca è sulla spiaggia che aspetta e che devono remare più lontano di quanto non abbiano mai remato. E mentre corre attraverso il giardino il bambino non fa che pensare al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e che la barca rimarrà dov'è per tutto quel giorno e per molti altri giorni ancora.
I Larsson non abitano lontano, appena dall'altra parte della strada e mentre il bambino l'attraversa correndo, la piccola automobile blu entra nel secondo villaggio. È un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina con la tazza del caffè in mano, e vede l'auto che sfreccia al di là della siepe sollevando dietro di sé un'alta nuvola di polvere. Viaggia a gran velocità e l'uomo al volante vede i meli e i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie. L'aria dell'estate soffia attraverso il parabrezza mentre escono sfrecciando dal paese e procedono veloci e sicuri al centro della carreggiata, sono soli sulla strada - per ora. È meraviglioso viaggiare così soli su una strada ondulata e larga e in pianura è ancora più bello. L'uomo è felice e forte e col gomito destro sente il corpo della sua donna. Non è certo un uomo cattivo. Ha fretta di arrivare al mare. Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino. Mentre sfrecciano verso il terzo villaggio la ragazza chiude di nuovo gli occhi e, per gioco, dice che non li riaprirà fino a che non si vedrà il mare e sogna, al ritmo del dondolìo dell'auto, quanto le apparirà splendente.
Perché la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare dal terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell'ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in una cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e avviarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest' ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.
Dopo è troppo tardi. Dopo c'è una macchina blu di traverso sulla strada e una donna che urla si leva una mano dalla bocca e la mano sanguina. Dopo un uomo apre la portiera di un'automobile e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l'abisso di orrore che ha dentro di sé. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto brutalmente schiacciato contro la strada.
Dopo accorrono due persone pallide che non sono ancora riuscite a bere il loro caffè e si precipitano attraverso un cancello e ciò che vedono sulla strada non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite. Il tempo non guarisce le ferite di un bambino ucciso ed è molto difficile che guarisca il dolore di una madre che ha dimenticato di comperare lo zucchero e manda suo figlio dall'altra parte della strada a chiederlo in prestito; ed è altrettanto difficile che guarisca l'angoscia di un uomo un tempo felice che ora l'ha ucciso.
Perché chi ha ucciso un bambino non va più al mare. Chi ha ucciso un bambino guida lentamente verso casa, in silenzio, e accanto a sé ha una donna muta con una mano fasciata e in tutti i villaggi che attraversano non vedono più un solo uomo felice. Tutte le ombre sono cupe e quando i due si separano sono ancora in silenzio e l'uomo che ha ucciso un bambino capisce che quel silenzio è il suo nemico e che gli ci vorranno anni della sua vita per sconfiggerlo gridando che non è stata colpa sua. Ma sa anche che questa è una menzogna e la notte nei suoi sogni si struggerà invece di poter avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che quest'unico minuto possa essere diverso.
Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.

Stig Dagerman

domenica 8 gennaio 2012

Un anno tangò.

Nel 1913 la moda, sulla scia della passione francese per tutto quello che era tangò, lancia il colore tangò e la gonna tangò, con uno spacco sul retro, dal ginocchio in giù.
Il colore pantone dell'anno 2012 è il tangerine tango. È un segno.
Voglio pensare che sarà un anno danzante, un anno di estremi sentimenti, di passioni e tenerezza, di nostalgie, di ricordi. Un anno in cui far volteggiare le gambe, svolazzare le gonne, di luccichii tra i capelli, un anno colorato ma anche un anno di luci soffuse e parole sussurrate sulle note struggenti di un bandonéon.


venerdì 6 gennaio 2012

Accendi il buio!



Siamo entrate nella casetta di cartone. La casetta di cartone è dentro una stanza, che è dentro un appartamento, che è dentro una cascina. E' piccola, ma ha una porta e delle finestre, sennò che casetta sarebbe, ed è grande abbastanza: ci stanno tre bambini (anche quattro, se non si muovono) o un adulto accovacciato e un bambino, come noi due l'altra sera. L'adulto, che sarei io, ha dovuto fare delle acrobazie da gambero per entrare, ma alla fine ce l'ho fatta e mi sono sistemata nella posizione yoga dell'orso che medita, che prevede solo piccoli movimenti da orso in letargo. Volevamo leggere delle storie, storie vecchie di trent'anni, ma sempre belle, storie di topi e animali. Volevamo disegnare sulle pareti della casetta, perché fuori qualcuno ci ha appiccicato degli stickers di fiori dai gambi lunghissimi ma dentro sono tutte color cartone e basta. Bisogna abbellirle. Avevamo dei pennarelli, per disegnare, e una torcia, per leggere. Emma ha cominciato a tracciare dei ghirigori degni del miglior Picasso. Io ho acceso la torcia. La luce era bianca, fredda. Sarebbe stato meglio avere una candela, ma visto le mie esperienze passate, ho pensato che non era il caso. Ho provato a dirigere il fascio luminoso sulla parete su cui stava disegnando, in piedi, per darle una mano a vedere meglio, ma lei, spazientita, mi ha guardato e mi ha detto: "Accendi il buio!". Ho spento la torcia e siamo tornate a vedere, nel buio, quel che volevamo vedere e a leggere quel che volevamo immaginare.

mercoledì 4 gennaio 2012

Pão de queijo dello Siu Belu.

Il pão de queijo è una deliziosa pallina di formaggio cotta al forno che ha la consistenza del pane ma che non contiene farina di grano e per questo è privo di glutine. La ricetta del pão de queijo è originaria del Minas Gerais e del Goiás (due stati brasiliani) ma il suo consumo si è diffuso in tutto il Brasile.
Il pão de queijo è buono consumato in qualsiasi modo, da solo o con del miele o della marmellata, ma anche con salumi.

Ingredienti per fare palline in abbondanza (e avere scorte nel freezer):
1 kg di polvilho ovvero di farina di tapioca (fine, meglio se 1/2 kg di farina di tapioca dulce e 1/2 kg di farina di tapioca agra)
8 uova intere
200 ml di olio
200 ml di latte
1 cucchiaio scarso di sale
6 patate medie
(200 ml di acqua se occorre)
700/800 gr di mix di formaggi (grana grattugiato e quartirolo sbriciolato). Il  queijo minas che viene usato nella ricetta originale da noi è introvabile.

Come fare:
Prendere una ciotola piuttosto grande e metterci dentro la farina (come quella della foto).
ciotola Ikea Blanda Blank inox
Bollire le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate.
Bollire olio+latte+sale e, una volta caldi, unirli alla farina e mescolare con un cucchiaio di legno.
Aggiungere le patate schiacciate e le uova e impastare il tutto con le mani, raggiungendo la consistenza desiderata. Può essere utile aggiungere dell'acqua q.b.
Infine, unire i formaggi e continuare a impastare il tutto. Bisogna avere molta pazienza e molta forza nel fare questa operazione: l'impasto diventerà pesantissimo! Quindi può essere utile avere un orso che impasti.
Quando l'impasto sarà pronto e ben amalgamato sarà anche un poco appiccicoso. Lasciarlo riposare in frigo per mezz'ora.
Nel frattempo, accendere il forno portandolo alla massima temperatura (200 gradi).
Tirare fuori dal frigo l'impasto e formare delle piccole palline ungendosi le mani. Disporre le palline in una teglia o direttamente nel forno su un supporto antiaderente (carta forno, ad esempio). Farle cuocere per due minuti a 200 gradi, poi diminuire la temperatura e lasciarle cuocere fino a doratura.
Ci si accorge che sono pronte quando per tutta la casa si diffonde profumo di formaggio.
Le palline che avanzano metterle in freezer su dei piatti e quando sono congelate, staccarle dai piatti e metterle dentro dei sacchettini (se le si congelano direttamente nei sacchettini rischiano di attaccarsi l'una all'altra, sperimentato dalla sottoscritta). Ecco come deve essere più o meno il risultato finale:
ricetta dello Siu Belu (cioè di Guido Boletti)

lunedì 2 gennaio 2012

Farro con verdure croccanti alla crivelli.


Prendere sedano, carote, zucchine, peperoni (uno giallo e uno rosso), trevigiana in quantità desiderata e tagliare tutto a dadini "piccoli piccoli piccoli" (questa è la parte più lunga e faticosa).
Preparare un soffritto con cipolla e far saltare i dadini di verdure per bene fino a farli diventare "croccanti" anzi, come dice Enza, "belli croccantini". 
Aggiungere alle verdure il farro precedentemente scottato (si dice così? o era messo a mollo? non ricordo più! comunque credo scottato, cioè messo in acqua bollente per circa venti minuti, a seconda del tipo di farro che si compra). Mescolare e cucinare tutto insieme. Aggiungere sale e peperoncino e… ricordarsi di assaggiare mentre si cucina! Quando è buono è pronto.
Condire con olio crudo e una grattata di peperoncina (peperoncina? mah. forse ho capito male.)

ricetta di Enza Crivelli
ps. Enza, se vuoi correggere, fai pure.

Ecco il risultato:


domenica 1 gennaio 2012

ʁataˈtuj


Inauguro oggi una nuova sezione del blog, dedicata agli esperimenti culinari. La chiamo "ratatouille" in onore del topo cuoco che in questi giorni piace tanto alla piccola chef Emma.
Io non sono mai stata una grande cuoca, di solito mi assale la pigrizia, perché cucinare mi porta via molto tempo. In famiglia sono gli uomini ad avere l'estro creativo tra i fornelli, ma le donne si sono sempre difese bene. Io, se mi impegno, ottengo discreti risultati, ma ho sempre bisogno di seguire una ricetta e di avere molto tempo a disposizione. Questa sezione raccoglie gli esperimenti (a volte riusciti a volte meno) fatti grazie alle ricette dettate al telefono o scritte via mail da molti amici (ogni volta verrà citato l'autore). Si accettano suggerimenti da tutti!

venerdì 23 dicembre 2011

Natale non sembrerà Natale.



«Natale non sembrerà Natale senza regali» brontolò Jo, sdraiata sul tappeto.
«È così brutto essere poveri!» sospirò Meg, con un'occhiata dispregiativa al vecchio abito che indossava.
«Non mi sembra giusto che certe ragazze abbiano un sacco di belle cose, e certe altre niente» contribuì la piccola Amy con aria risentita.
«Abbiamo però il papà e la mamma, e noi sorelle abbiamo l'un l'altra» disse Beth pacatamente dal suo angolino.
I quattro giovani volti illuminati dalla fiamma del caminetto si rasserenarono per un attimo a queste parole, rabbuiandosi subito, tuttavia, quando Jo disse imbronciata:
«Però papà non c'è, e non ci sarà per un bel pezzo».
Non aveva detto "forse mai più", ma ciascuna di loro lo aveva pensato, poiché il padre era in guerra, e lontano da loro.
«Sapete bene che il motivo per cui la mamma ha proposto di non scambiarci regali questo Natale, è perché lei ritiene che questo sarà un inverno molto duro per tutti, e che perciò non si dovrebbe spendere denaro per cose frivole, mentre i nostri soldati al fronte soffrono tanti disagi. Noi non possiamo fare molto, soltanto dei piccoli sacrifici, ma dovremmo farli lietamente. Purtroppo, io temo di non riuscirci» e Meg scosse il capo, pensando con rimpianto alle piccole cose graziose che tanto desiderava.
«Io non credo però che il poco denaro che abbiamo noi possa servire a qualcosa. Con un dollaro a testa, temo che tale donazione non aiuterebbe molto il nostro esercito. Sono anch'io d'accordo di non aspettarmi alcun regalo dalla mamma o da voi, ma vorrei tanto comprarmi Undine e Sintram; lo desidero da tanto tempo» disse Jo che aveva una grande passione per la lettura.
«Io pensavo di comprarmi qualche libro di musica» disse Beth con un sospiro così lieve che nessuno la udì.
«Io mi comprerò una bella scatola di pastelli Faber; ne ho decisamente bisogno» affermò risoluta Amy.
«La mamma non ha mai parlato dei nostri pochi soldini, né credo desideri che noi si rinunci proprio a tutto. Perciò che ognuna di noi si comperi ciò che più desidera, e allegria! Mi sembra che abbiamo lavorato abbastanza da meritarcelo» esclamò Jp, esaminandosi i tacchi delle scarpe con mossa maschile.
Louise May Alcott, Piccole donne

giovedì 22 dicembre 2011

Strega o sirena?

Non ricordo l'ultima volta che ho tagliato i capelli. Forse un anno fa. Quest'estate mi limitavo a tagliare la frangetta, ma da qualche mese non tocco più neanche quella. Mi chiedo se c'è una lunghezza già stabilita a priori, nel mio codice genetico, oltre la quale non potrò andare. Ora mi arrivano a metà schiena e ricordo di averli avuti così lunghi solo alle elementari. Ricordo mia madre intenta a pettinarmeli, ricordo la sofferenza, ogni volta che li lavavo, anzi, la tortura dei nodi che si formavano (allora non avevano ancora inventato balsami e creme). Quello che non ricordo è chi avesse deciso di farmeli portare così lunghi: io o lei? Perché allora molte cose le decidevano le madri. Ricordo anche la poca pazienza che aveva mio padre, quando andavo a nuoto: e uscivo dagli spogliatoi sempre con i capelli un po' bagnati.
Ora hanno inventato le creme, e i balsami, ma i nodi si formano ancora. E io, a volte mi sento una strega, a volte una sirena, e non ho il coraggio di tagliarli. Mi sembra di commettere un sacrilegio.

foto di Dario Tansini

giovedì 1 dicembre 2011

Una nota sull'AIDS.


Oggi è il primo dicembre, giornata mondiale contro l'AIDS. Pubblico volentieri l'intervento di una cara amica.
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In Italia non si parla più di AIDS, ve ne sarete tutti accorti, come se la malattia fosse scomparsa non solo dal nostro Paese ma dal mondo intero. Ogni due anni l’Associazione Anlaids di Milano promuove Convivio, una manifestazione che si ripete per raccogliere fondi soprattutto per la ricerca. Ma vi risulta che la televisione faccia pubblicità su come proteggersi dal contagio o che promuova serate dedicate anche alla raccolta di fondi come fanno altri Paesi? Vi risulta che vengano diffusi, per tutti i cittadini, dati sulla malattia? No, non mi pare che qualcuno possa citare qualche esempio, tranne coloro a cui interessa particolarmente. Eppure, e questo ci fa rabbrividire, ogni DUE ore, in Italia, c’è una persona contagiata. Ogni DUE ore. Vi rendete conto? Sono dati della Sesta Conferenza Mondiale sull’Aids, quindi attendibilissimi. Ogni giorno, nel mondo, si infettano 7.000 persone. Vi sembrano piccoli numeri da non propagandare, da non far conoscere ai giovani che sono le persone più a rischio senza una adeguata informazione? Gli eterosessuali sono i più colpiti perché non usano rapporti protetti. D’altronde, coperta dal silenzio, senza le informazioni giuste, è facile pensare che questa terribile malattia, che da 30 anni miete vittime, sia una cosa che non ci appartenga più. L’incuria o perlomeno l’indifferenza, è quasi d’obbligo. L’Anlaids dal 1° luglio 2011 ha aperto uno sportello, “Amico Positivo”, che dà sostegno pratico a chi è affetto da HIV. Ma quanti lo hanno letto nelle dieci righe che il Venerdì di Repubblica ha pubblicato in luglio? Io la malattia l’ho conosciuta da vicino quando ancora non c’erano farmaci che la controllassero. Non ho mai dimenticato quell’esperienza e mai la dimenticherò. Vorrei che i giovani, in particolare, che non sono in salvo perché l’Aids c’è e si diffonde, sapessero che sono stati tanti, ma tanti i morti, negli anni ’80 e '90, e continuano ad essere tanti anche oggi pure in Paesi lontani dal nostro. Ma questo non può pacificare le nostre coscienze, non può farci sentire lontani da una lotta che tutti dobbiamo combattere. Negli anni ’90, ogni primo dicembre, giornata mondiale dell’Aids, a Milano e in molte altre città, si facevano sfilate per ricordare i morti e si esponevano le coperte con i loro nomi. La città partecipava, ed era non solo un ricordo ma anche un monito. Da anni non si fa più nulla. Questo è un richiamo per non dimenticare, sono 30 anni e non si è ancora trovato un vaccino, un farmaco risolutivo. È possibile che la scienza non riesca a sfondare in questo campo o c’è una volontà perversa? È possibile assistere indifferenti a questa strage?

Maria Grazia Mezzadri Cofano 
1 dicembre 2011

sabato 29 ottobre 2011

Pasticcino se n'è andato.

Era solo stanco di fare da anni lo stesso lavoro, mi ha detto un giorno. Pasticcino lavorava in un ufficio davanti ai giardini, dove c'è la fontana che ha fatto il Comune, quella bella fontana con tutti gli spruzzi che escono dal pavimento di pietra, così bella che ti vien voglia di buttarti in mezzo, soprattutto d'estate quando fa così caldo che muori, ma il Comune dice che è proibito, perché non è mica una piscina. E allora la fontana la puoi solo guardare, e d'estate ti viene ancora più caldo. Pasticcino l'avevo chiamato io così, perché ogni tanto combinava pasticci, ma solo perché quando io parlavo a volte non mi ascoltava, poi faceva a modo suo e non sempre a modo suo era come volevo io. Io avevo bisogno di lui per tante cose, per stampare impaginare creare. Pasticcino lavorava in una piccola tipografia, era un creativo, era divertente e vederlo mi metteva di buon umore. Ridevamo sempre. Ogni tanto bevevamo un caffè insieme, a volte un aperitivo, nel bar vicino alla fontana. Qualche volta lui mi invitava a pranzo a casa sua, qualche volta invitavo io lui. Viveva da solo, ma aveva una bella fidanzata straniera che era tornata nel suo paese. Ricordo il vitello tonnato di sua mamma, e la minestra che era quella in barattolo ma rinforzata con verdure vere. Lui aveva sempre fame, forse perché era molto alto. Pasticcino ora lavorerà in un altro ufficio, vicino a casa mia, più vicino di prima, ma non è la stessa cosa. Perché quello che andrà a fare a me non serve e non potrò più telefonargli duecento volte al giorno per sfogarmi di tutte le sanguisughe che ogni giorno incontro nel mio lavoro. Mi sentirò, già mi sento, un poco più sola. Gli auguro tanti nuovi pasticci e pasticcini, sperando che non si dimentichi della sua amica un po' matta. In fondo adesso casa mia si troverà a metà strada tra il suo nuovo lavoro e la sua casa col citofono impazzito e forse pranzeremo ancora insieme.

venerdì 28 ottobre 2011

Il suono del tempo.

Sono rimasto sul pianerottolo ad ascoltare i rumori della casa. Tutto era tranquillo. Mi sono chiesto perché nessuno riuscisse a sentirmi in questa calma. Poi mi sono messo ad ascoltare i suoni che la casa solitamente fa quando i suoi abitanti stanno in silenzio. Il pavimento scricchiolava nel suo processo di assestamento sulle fondamenta. I tubi gorgogliavano dentro le pareti. La caldaia ronzava. Mi sono aggrappato alla ringhiera in cima alle scale. Ho sentito qualcos'altro: il mio cuore che pulsava, il sangue che mi pompava nelle orecchie, il lontano ticchettio dell'orologio nell'ingresso, al piano di sotto. Era il tempo. Anche il tempo ha un suono. Non l'avevo mai sentito prima. Mi sono coperto le orecchie con le mani. Era assordante.
Siobhan Dowd, Il mistero del London Eye (uovonero edizioni).

martedì 25 ottobre 2011

Il letargo degli umani


«Satanasso si ritroverà una bella tana», gongolò Jari Mäkelä fiero del suo lavoro. «Non sarebbe un'idea malvagia, se anche l'essere umano potesse andarsene in letargo tutto l'inverno. Per lo meno noi agricoltori il tempo ce l'avremmo. Per esempio, non ci toccherebbe pagare l'abbonamento alla televisione se non per l'estate, dato che nessuno la guarderebbe durante il sonno. E anche per i giornali, ci abboneremmo soltanto per il periodo estivo», filosofeggiò il lanciatore.
E il pastore aggiunse di rincalzo che si sarebbero potute chiudere anche le chiese per l'inverno, durante il letargo dei preti.
«I morti si potrebbe inumarli tutti a maggio, mentre le cresime si festeggerebbero tutte insieme. E non ci sarebbe più la messa di Natale.»
L'ingegnere, mentre trascinava sul cantiere un rotolo di cartone incatramato, esclamò: «Nell'edilizia una pausa invernale sarebbe solo un vantaggio, con il nostro clima. Soprattutto le colate di cemento e la posa delle condotte sarebbero indubbiamente più agevoli quando il terreno non è gelato.»
Anche a parere di Saimi Rehkoila il letargo degli umani sarebbe una buona cosa: «Non ci sarebbe più da lavorare per i pasticcini di Natale né per spalare la neve, anche se pi una povera vedova tutta sola può comunque fare a meno di festeggiare il Natale. Ma d'autunno bisognerebbe fare le grandi pulizie e lavare lenzuola e tappeti, perché poi non ti tocchi di metterti subito a lustrare tutto non appena ti svegli in primavera.»
«Su un piano più generale, ritengo che l'intera economia nazionale trarrebbe benefici dal riposo invernale», meditò l'ingegnere Soininen. «Per esempio si potrebbero sospendere tutti i servizi per il periodo invernale, mentre continuerebbero ad operare soltanto le industrie della trasformazione grazie alla mano d'opera straniera che resterebbe sveglia, e le esportazioni continuerebbero così a fruttare d'estate e d'inverno allo stesso modo. Al momento i disoccupati si girano i pollici tutto l'anno, ma se il letargo invernale venisse adottato ufficialmente, anche il periodo di disoccupazione si accorcerebbe altrettanto riducendosi alla sola estate. Un risparmio non da poco per il bilancio nazionale, in tempi duri come questi».
Arto Paasilinna, Il migliore amico dell'orso

sabato 24 settembre 2011

Resistere, resistere, resistere.

Riallacciandomi all'articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 31 agosto sulla nuova disciplina sul prezzo dei libri (disponibile qui), pubblico una lunga riflessione sull'argomento di un'amica. E vi invito a visitare il blog dei Mulini a vento per restare aggiornati sull'argomento.
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Ho letto, con interesse, la lunga serie di interventi fatti a proposito della nuova legge sul libro; sono una "piccola libraria", specie in via di estinzione, e vorrei poter dire la mia, da diretta interessata, partendo dall'affermazione: "lo sconto del libro dovrebbe essere deciso da chi lo vende". Teoricamente non fa una piega e si può credere nelle qualità taumaturgiche del mercato come il miglior regolatore (del mondo) possibile, così come, teoricamente si può anche continuare a credere che il prezzo del libro (prezzo di costo al quale le librerie acquistano ciò che vendono) sia uguale per tutti e che quindi, chi non è disposto a fare sconti al pubblico, sia semplicemente più "avido" degli altri. Peccato che nulla si dica e molto poco si sappia di ciò che sta, davvero, uccidendo i "piccoli" perché, mentre i "grandi" moriranno a causa della forte concorrenza di Amazon se non sapranno adeguarsi, a causa della crisi economica che fa, giustamente, sacrificare un libro al pane e al latte nel "paniere" del comune cittadino e per effetto - quando sarà, anche da noi - del primato dell'E-book sul libro tradizionale, per i "piccoli" la questione è diversa, molto diversa: noi morirermo per tutte queste ragioni, ma non solo, permettete che vi racconti come stanno le cose?
La vulgata ufficiale dice che bisogna difendere le piccole librerie, non tanto e non solo in quanto presidi culturali o luoghi di incontro e di confronto, ma soprattutto perché uniche realtà in grado di garantire quella che, in "gergo", si definisce "bibliodiversità" e un intervento di orientamento, di supporto, di servizio al lettore. Non certo a tutti i lettori, ci mancherebbe altro: non agli studenti che leggono ciò che devono senza che possano esercitare alcuna possibilità di scelta, non agli esperti di alcuni settori - di qualunque settore si tratti - che sanno perfettamente di cosa hanno bisogno e che forse un libro in tema potrebbero scriverlo addirittura loro, non i lettori "forti" dai gusti spiccati che non si lasciano conquistare (o irretire) da una chiacchiera con un libraio o da una copertina ma che sanno esattamente cosa vogliono ma gli altri, perché no?
E non avete pensato che questi lettori autonomi, autonomi non siano nati ma siano diventati e che, alla loro autonomia, abbiano contribuito una libreria e un libraio anziché uno scaffale di supermercato o una prenotazione on line?
E allora, cerchiamo, davvero, di non sterminare le librerie indipendenti, lasciamo loro la possibilità di sopravvivere se sapranno attrezzarsi per i tempi che corrono, modificarsi senza perdere l'anima, attualizzare la propria proposta e le modalità tramite le quali la si rende fruibile, ma senza ipocrisia e, soprattutto, senza imporre - nel silenzio assordante di tutti - una "partenza a handicap" che rende la vita quasi impossibile.
E qui si arriva al cuore del problema: alle concentrazioni che contraddistinguono tutta la filiera del libro e che con il libero mercato hanno nulla a che fare. Il prezzo di vendita è imposto – all'acquirente finale - ma le condizioni che gli editori praticano alle librerie, genericamente intese, è tutt'altro che uniforme. Gli editori praticano alle proprie librerie di catena – perché ormai tutti i principali gruppi editoriali sono divenuti proprietari di catene di librerie: Giunti, Mondadori, Feltrinelli, Messaggerie – e alle librerie degli editori concorrenti condizioni di acquisto ben diverse da quelle offerte alle librerie indipendenti: fino al 50% per le prime, intorno al 30/35% al massimo alle seconde. E quando gli editori lamentano che il prezzo dei libri non si può ridurre perché gli autori costano e pure la carta, per non parlare dell'intermediazione nella distribuzione, dimenticano di dire che pure la distribuzione è in mano loro, concentrata essa stessa. E' stata forse manovra di poco conto, strategicamente parlando, tanto per citarne una, l'acquisto da parte di Feltrinelli di PDE (Promozione Distribuzione Editoriale, uno dei pochi “distributori” non ancora di proprietà di editori fino a un paio di anni fa) allo scopo di distribuire se stessa e altri? E che dire dell'operazione – presentata come un vantaggio per tutti gli “utilizzatori finali” - della saldatura tra Gruppo Giunti e Gruppo Touring? E l'acquisto di Fastbook, un grossista/colosso, da parte di Messaggerie Libri? Niente di male, certo, grandi strategie industriali per grandi gruppi che tentano il miglior posizionamento possibile all'interno del (mai troppo prospero) mercato editoriale italiano.
Il resto, quello che rimane, siamo noi: librerie non di catena che acquistano i libri senza la forza di poter contrattare condizioni e scontistica e che di conseguenza niente o quasi possono concedere ai lettori di quel margine del 30% che rimane, al netto delle spese di trasporto a nostro carico.
L'attuale legge sul libro, appena entrata in vigore, che io non condivido e che ritengo non rappresenti una chiara presa di posizione a favore del riconoscimento del libro come articolo diverso da ogni altro e da tutelare, in sè e per sè, più delle collant o della birra, assume una posizione ambigua senza fare una precisa scelta di campo: si aboliscono gli sconti liberi, calmierandoli nella misura massima del 20% ma fermandoli al 15% nella vendita diretta al pubblico, sostanzialmente perché i “grandi” (editori, distributori e proprietari di librerie di catena) temono l'avanzata di Amazon che, sul loro stesso terreno, li avrebbe seppelliti quanto prima ma non si spiega il perché di quanto fatto e soprattutto, quanto fatto, condanna comunque, prima o poi, chi grande non è alla capitolazione.
Parlo da libraia che faticosamente cerca di andare al di là di ciò che è più immediatamente disponibile e reperibile, perché i libri sono, da un certo punto di vista, come un piccolo tesoro: per trovarli si deve cercare, allestire uno scenario nel quale entrino in gioco competenze, fantasia, varietà, passione e libertà. I libri in Italia hanno un prezzo spesso proibitivo? Credo di sì, anche se non sempre: discutiamo. Il numero di nuove proposte è esagerato? Certamente sì e di questo si è cominciato a parlare quest'estate con interventi eterogenei da parte degli editori. Il catalogo ne esce penalizzato? Non sempre, credo, fin quando esisteranno luoghi in cui non ci si dimentica del "vecchio" per inseguire le novità che durano il tempo di un mattino.
E quei luoghi sono le librerie.
Piccole librerie e piccole case editrici saranno tagliati fuori da questo mercato in cui le posizione dominanti stritolano e conquistano sempre più spazio e tutti quanti, lettori di best seller e di "nicchia", non avranno più librai e librerie cui rivolgersi per trovare ciò che i "grandi" non hanno interesse (economico) a proporre sugli scaffali o a pubblicare.
Saremo tutti un po' più poveri, da qualunque lato si voglia guardare il problema e con questa legge scopriremo che per cercare di accontentare tutti non si è accontentato nessuno: non i lettori che si sentono defraudati della possibilità di acquistare libri con sconti mirabolanti, non gli editori che non potranno fare leva sulla rincorsa allo sconto più elevato e per il maggior tempo possibile per aumentare la propria quota di mercato, non le biblioteche e i centri culturali che dovendo acquistare con minori sconti avranno a disposizione (e noi, tramite loro) meno patrimonio librario, non le librerie indipendenti che, anche stavolta, si vedono negato il riconoscimento della propria originalità, l'importanza della loro funzione, la densità delle proprie competenze.
E' un peccato, davvero, per tutti e forse, in questo caso, sarebbe bastato dare un'occhiata a cosa Francia, Germania e pure la Svizzera hanno deciso di fare senza limitarci ad essere “europeisti” quando ci conviene e provinciali quando non sappiamo che pesci pigliare.
Cerchiamo di resistere, resistere, resistere, ma chissà fino a quando ci riusciremo.

Michela Sfondrini
Libreria Sommaruga - Lodi

martedì 20 settembre 2011

Il grembiule.

Però lo zio Baldassarre , ogni volta che la nonna si lamentava per il colore del grembiule, interveniva a prendere le difese di quella spartana divisa scolastica. - Col grembiule nero bambini e bambine appaiono e si sentono tutti uguali. Non c'è differenza tra i ricchi dai begli abiti nuovi, puliti e alla mosa, e i poveri tutti stracciati. Il grembiule copre ogni differenza e non possono nascere invidie o rivalità. Abbiamo lottato tanto per avere l'istruzione gratuita e obbligatoria; una scuola elementare unica, uguale per tutti... Il grembiule nero è il simbolo di questa uguaglianza e dobbiamo esserne fieri!
Lo zio Baldassarre era proprio ingenuo, pensò quel giorno Elisa, guardando le due nuove arrivate. Lei e le sue amiche erano in grado di riconoscere a prima vista una bambina povera da altri mille dettagli.
E poi, tanto per cominciare, non era vero che i grembiuli fossero tutti uguali. Ce n'erano che sembravano vestine da ballo, come quelli di Sveva o di Ester Panaro, di stoffa lucida, con la gonna arricciata, piegoline e volant, il colletto da pizzo inamidato e un fazzoletto sempre pulito nel taschino. E ce n'erano di logori, rattoppati, con gli angoli delle tasche penzoloni e il colletto freddo e duro di celluloide, che non c'era bisogno di lavare perché si poteva pulire in qualsiasi momento con la gomma delle matite. Inoltre le bambine povere avevano solo e sempre lo stesso grembiule, mentre le altre ne avevano due per il cambio, e qualcuna anche tre, magari di modello diverso.
Bianca Pitzorno, Ascolta il mio cuore

sabato 17 settembre 2011

E venne un colpo di vento.

Eccolo, il colpo di vento.
È arrivato oggi mentre ero seduta a scrivere sul divano.
Si preannuncia tempesta: le tende hanno svolazzato e le candele accese sul davanzale hanno tremolato, forse arriverà quel temporale di cui parlano da giorni i meteorologi.
Io amo riempire la casa di candele profumate. Le mie preferite sono quelle dell'Ikea, piccoli lumini protetti da un involucro di alluminio. Profumano di mela, di vaniglia, di agrumi e di frutti di bosco.
Purtroppo a volte mi è capitato di uscire di casa dimenticandone qualcuna accesa. So che non dovrei, che è pericoloso, che non si scherza con il fuoco. Non faccio mica apposta. Una volta mi sono addormentata e svegliata appena in tempo per spegnere un principio di incendio sul tavolo della cucina… ma era una candela circondata da piccole canne di bambù. Da allora cerco sempre di accendere i miei lumini solo in una posizione sicura, protetti dall'alluminio, dalla sabbia, da un portacandele. Ne accendo sempre una fila sul davanzale, sotto la finestra della sala.
«E se viene un colpo di vento?», mi ha chiesto un giorno il piccolo principe.
Ho cercato di immaginare cosa volesse dire e come potesse un colpo di vento sollevare una candela, farla cadere sul tappeto, lanciarla addosso alle tende. Ho pensato: il vento spegne la candela. E mi sono tranquillizzata. E, inoltre, quante probabilità ci sono che venga un colpo di vento? E che generi quella catena di eventi sfortunati per cui la mia casa vada a fuoco?
E oggi eccolo, il colpo di vento. All'improvviso. Ha sollevato le tende, non la candela. Era questo allora che intendeva il piccolo principe: il vento non solleva la candela, ma può sollevare la tenda. Prima di spegnere la candela.
Per fortuna ero in casa. Mi sono alzata, ho chiuso tutte le finestre e tirato giù le tapparelle. Le candele le ho lasciate accese.

giovedì 4 agosto 2011

Chi ha paura dell'uomo bianco?

Mia nipote ha paura dell'uomo bianco. Gliel'ho fatto ripetere ed è proprio vero: non l'uomo nero, l'uomo bianco, quello che si aggira di giorno per le strade delle città e si finge una statua di gesso o di sale e che poi all'improvviso, senza una ragione, si muove. Ha ragione lei, l'uomo bianco fa paura perché è imprevedibile, si muove solo per soldi e per tutto il resto del tempo finge di essere quello che non è. L'uomo nero invece si confonde con la notte, è un'ombra, un sogno forse, che la luce del mattino porta via. Basta aprire gli occhi.

martedì 2 agosto 2011

Bellezze allegre e bellezze tristi.

Ci sono bellezze tristi e bellezze allegre.
Bellezze tristi sono il lago circondato dalle montagne e le pinete vicino al mare. Le bellezze tristi lasciano addosso un po' di malinconia, come di qualcosa che deve finire, sono riposanti e fanno pensare.
Bellezze allegre sono i campi di girasole e l'acqua cristallina, il sole e il mare, la spiaggia bianca e un cappello di paglia. Le bellezze allegre muovono i corpi, danzano e illuminano.
E poi ci sono le allegre bellezze tristi, come il Brasile e i brasiliani. E mi è venuta in mente una vecchia canzone di David Riondino, Alegria do Brasil: http://www.youtube.com/watch?v=jM5W8xMR4Z8

domenica 31 luglio 2011

Castelli di rabbia.

Oggi in spiaggia ho visto una bambina con le occhiaie. Era appena uscita dall'acqua, indossava ancora i braccioli per nuotare. Era pallida, pallidissima, non di quel pallore cittadino, da inverno passato in mezzo alla nebbia. Era pallida di un pallore di malattia e sofferenza, di tormento interiore. Avrà avuto sei anni, e aveva le occhiaie, scure, nere. Assomigliava un po' a Mercoledì Addams, ma era molto più cupa e agitata. Si è messa a pasticciare la sabbia prendendo una formina, e riempiendola con foga, come se bastasse solo quel gesto - riempire - a placare un qualche demone interiore. Il risultato era poco importante. Dopo pochi secondi ha scagliato lontano da sé sabbia e formina, e si è messa a canticchiare qualcosa in una lingua a me sconosciuta, come se improvvisamente cantare fosse il rimedio per tenere lontani i fantasmi. Mi ha fatto tenerezza, e un po' pena, avrei voluto prenderla in braccio e dirle di stare tranquilla, che il mondo sì, è un brutto posto, ma che lei può renderlo migliore, anche costruendo castelli di sabbia. Ho avuto la sensazione che non le avrebbe fatto piacere essere toccata. Lei non voleva nessuno. Solo non esserci.

mercoledì 20 luglio 2011

Genova dieci anni fa

«Livia, io non mi sento tradito. Io sono stato tradito. Non si tratta di sensazioni. Ho sempre fatto il mio mestiere con onestà. Da galantomo. Se davo la mia parola a un delinquente, la rispettavo. E perciò sono rispettato.È stata la mia forza, lo capisci? Ma ora mi siddrai, m'abbuttai.»
«Non gridare, ti prego» fece Livia con la voce che le tremava.
Montalbano non la sentì. Dintra di lui c'era una rummorata stramma, come se il suo sangue fosse arrivato al punto di bollitura. Continuò.
«Manco contro il peggio delinquente ho fabbricato una prova! Mai! Se lo avessi fatto mi sarei messo al suo livello. Allora sì che il mio mestiere di sbirro sarebbe diventato una cosa lorda. Ma ti rendi conto Livia? Ad assaltare quella scuola e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c'erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella!»
Salvo Montalbano in Il giro di boa di Andrea Camilleri

domenica 17 luglio 2011

L'amaca.

martignano 2, inserito originariamente da valium83.

Oggi mi sono sdraiata sull'amaca, ero stanca dopo la notte bianca terminata alle quattro di mattina. Ho chiuso gli occhi, pensando, che bel silenzio, finalmente, dopo i botti dei fuochi d'artificio e la musica che per parlare dovevi metterti a urlare. Ma non era un vero silenzio. Ho teso l'orecchio e ho sentito il cinguettio degli uccelli, l'abbaiare di un cane, la tartaruga che si arrampicava sulla sua roccia, il gocciolare dell'acqua nell'acquario, il vento che muoveva le foglie degli alberi. E il rumore di un treno, di un aereo e delle auto. Lo sbattere di una portiera. Due uomini che parlavano, l'ascensore che saliva. Ma era tutto lontano. Mi sono addormentata. Mi piace il silenzio. È fatto di tanti piccoli rumori. È pieno di vita.

venerdì 15 luglio 2011

Ciuf ciuf!

Mi ero dimenticata che da casa mia si vedono i treni passare. Si sente, in lontananza, un rumore di ferraglie che si avvicina, e dopo qualche secondo tra gli alberi, oltre le case, si intravvedono le carrozze del treno sfilare. Come il lampo e il tuono, solo che in questo caso prima si sente e poi si vede.
Ieri Emma è passata da casa mia con i suoi 50 centimetri di altezza e il suo incedere pericolante. È entrata e uscita dal terrazzo almeno dieci volte, salita sulla "paca" (trad. amaca) tre volte, «ia giù!» (trad. zia giù!), con i chicchi di "siotto" (trad. risotto) giallo sul tovagliolo che le avevo legato a mo' di bavaglino. Ha tentato di bagnare i fiori con lo spruzzino, ma non aveva abbastanza forza. E a un certo punto ha sentito quel rumore: «teno!» (: treno), ha gridato e ha voluto essere presa in "baccio" (: braccio). Siamo rimaste così, per circa mezz'ora, affacciate al balcone, ad aspettare che i treni passassero, e intanto si è fatto buio, e c'era solo la luna piena ad illuminare quell'angolo di paesaggio scuro fatto di fronde degli alberi e di tetti di case. E passavano treni merci che erano solo ombre e treni con le finestrelle illuminate, e ogni volta lei mi chiedeva «coa» (trad. ancora) come se fossi io a farli apparire. Ho provato a chiamarli, ma i treni non fanno più ciuf ciuf.

mercoledì 13 luglio 2011

Da vent'anni mano nella mano.


Ci sono un lui e una lei che io osservo da vent'anni. Li ho incontrati la prima volta all'ospedale, ventun'anni fa, quando è nata mia cugina. Lei aveva partorito il primo figlio da poco. Per qualche strana ragione ho continuato a rivederli in tutti questi anni, per le strade della mia piccola città. Loro non sanno chi sono io, non ci siamo mai conosciuti. Ma io mi sono ormai affezionata a questa famiglia a distanza. La mamma sembra non essere mai invecchiata, non saprei darle un'età, è giovane ma non più giovanissima, cura molto il suo aspetto ed è sempre bellissima. So come si chiama, ma è meglio se non lo scrivo. Il papà è un po' invecchiato, dimagrito. Dopo il primo figlio, ne hanno fatto un altro, che ho conosciuto quando era alla scuola primaria (gli ho insegnato a usare il computer). Quello che continua a stupirmi è che da vent'anni almeno, loro vanno in giro per le strade della mia piccola città sempre mano nella mano. Non si stancano mai.

domenica 22 maggio 2011

Pulce non c'è. Un libro bellissimo.

L'autismo, mi spiegava mamma, che l'aveva letto nei suoi libri, funzionava più o meno così: gli autistici, come tutti, guardavano, vedevano, osservavano ogni cosa. Se tu stai guardando un film poliziesco, per esempio, loro lo guardano insieme a te, e dimostrano interesse, e non distolgono neanche per un momento gli occhi dallo schermo. Se, poniamo, c'è una vecchia signora con un berretto col pennacchio che all'improvviso tira fuori un coltellaccio e assassina la sua vecchia vicina proprio mentre stava comodamente seduta in poltrona, loro seguono lo schermo con grande attenzione insieme a te. Ma se dopo un minuto, un minuto soltanto, mi diceva mamma, provassi a chiedergli per scherzo: «Chi è l'assassino?», quasi vergognandoti di aver fatto una domanda così scontata, loro ti guarderebbero come fossi pazza, come se gli stessi chiedendo se dio esiste davvero oppure no, e qual è il senso dell'universo. Ma se dopo un minuto, un minuto soltanto dopo aver guardato insieme quella scena, proprio mentre i rivoli di sangue cominciano a colare sulle mani della vecchina esanime, loro potessero farti una domanda per vedere se hai capito davvero il senso del film, ti chiederebbero: «Quante perle aveva quella collana?» E tu li guarderesti come se ti stessero prendendo in giro, e non sapresti mai rispondere che la parte visibile della collana della vittima contava ventisei perline color ambra, tre marroni (di cui una era leggermente coperta dal colletto della camicia) e una lievemente scrostata, che era comunque ancora riconducibile al gruppo del color ambra. E così nessuno saprebbe mai riconoscere la Verità dell'altro. Ma questo non vorrebbe dire, mi spiegava il signor Kafka, che nessuna delle due verità esiste, o che una sia più vera dell'altra: semplicemente vorrebbe dire che ci si dovrebbe mettere d'accordo per capire qual è la verità che si sta cercando, ma questo potrebbe essere difficilissimo, o quasi impossibile.
Gaia Rayneri, Pulce non c'è

giovedì 19 maggio 2011

Un due tre... stella!

Buone notizie. I bambini giocano ancora per strada.
Oggi ero in casa a lavorare quando qualcuno ha chiamato Un due tre... stella!
Sono ringiovanita di trent'anni, e ho pensato: adesso finisco i compiti e scendo anch'io in cortile a giocare. E ho pensato anche a quello strano fenomeno per cui i bambini si tramandano di generazione in generazione giochi di strada, in una lunghissima catena orale di varianti personali, un po' come le fiabe. Qualcuno ha tentato di metterli in un libro, ma era un adulto, e i bambini preferiscono fare a modo loro.
Mi sono affacciata al balcone, erano in tre più un cane: meglio di niente. Una piccola resistenza a tutti quei giochi tecnologici che saranno pure fantasmagorici, ma che non ti fanno respirare aria pulita, sentire il calore del sole sulla pelle, il profumo del gelsomino, sbucciare le ginocchia e vedere il treno che passa a poca distanza da casa tua.

venerdì 6 maggio 2011

Il piccione.


L'altra sera ero in casa da sola e stavo lavorando al computer, quando ho sentito un rumore in sala. Sono andata a vedere, ma non ho notato niente di strano: ho pensato al vento, ho chiuso le finestre e sono tornata a lavorare. Ma ecco che un altro rumore mi ha interrotta, e non ho avuto più dubbi: era un battito d'ali. La prima cosa che ho pensato è stata: mio dio un piccione. Perché io dei piccioni ho una paura boia. Non li posso proprio sopportare, io e un piccione nella stessa stanza: non esiste. Anche perché il piccione dalla stanza in qualche modo va fatto uscire. Ora, si dà il caso che stia leggendo in questi giorni proprio un libro che si intitola Il piccione, di Patrick Süskind, l'autore de Il profumo. In questo libro, il protagonista, un signore che vive in una casa popolare all'ultimo piano e che ha il bagno in comune con altri inquilini, conduce un'esistenza tranquilla e priva di sorprese fino a quando si ritrova sul pianerottolo un piccione. La sua vita cambia radicalmente (non so ancora dirvi come, non ho finito il libro). Ecco, la mia prima reazione è stata identica a quella del protagonista del libro: ho pensato solo a scappare, a rifugiarmi da qualche parte. Dove? Sul balcone della cucina, in mutande ho cercato aiuto al telefono. Poi sono scappata in bagno in punta di piedi, per non spaventare il presunto piccione, anche se sentivo solo rumori, battiti d'ali, carte arruffate, e che fosse un piccione non ero affatto sicura. Non sarà mica un pipistrello, mi sono detta, ed era anche peggio del piccione perché il pipistrello è difficilissimo da buttare fuori di casa. Sono stata in bagno un tempo interminabile a pensare a una strategia di attacco. E l'avevo anche trovata (prendo un telo del bagno e glielo butto addosso, avevo pensato), ma per fortuna sono arrivati i rinforzi. Cerca di qua cerca di là abbiamo trovato in un angolo, nascosto dietro i libri, uno spaventatissimo uccellino. Mi sono rivista chiusa in bagno a nascondermi da quel piccolo arruffato uccello che si stava nascondendo da me. Mi è venuto da ridere. Lui, invece, sembrava non cogliere l'aspetto comico della situazione. Forse si è visto in padella: in un attimo ha preso coraggio, è saltato sul divano ed è volato fuori dalla porta finestra, che nel frattempo avevamo aperto. Si è posato sul ramo dell'oleandro della mia fioriera, mi ha fatto maramao ed è volato via. Libero. Confesso che un po' l'ho invidiato.

domenica 1 maggio 2011

Mon trésor…

Attenzione! questo post contiene pubblicità inevitabile.

Oggi sono passata al supermercato e ho scoperto che mi hanno rubato un pezzo di infanzia. I trésor della Pavesi, quei pavesini ricoperti di strisce di cioccolato e granella di zucchero, non esistono più. Sono spariti. Me ne era venuta voglia dopo che mi era caduto l'occhio sui biscotti Zalet Galbusera (che ho comprato), altro pezzo immancabile nella dispensa di mia nonna. Ho pensato fosse un problema del mio supermercato, spesso poco fornito, ma non è così. I trésor sono scomparsi da diversi anni: in internet più di una persona ne piange la perdita. Chissà se si può fare una raccolta firme, o un referendum, visto che quello sul nucleare è stato abolito…
Per la disperazione mi sono consolata con un pacchetto di bigbabol.
nella foto, un biscotto Zalet. Foto decenti dei Trésor non se ne trovano.

lunedì 11 aprile 2011

Questa non è una città per pattinatori.

orso pattinatore, inserito originariamente da Maddalena Gerli.

In questa città non ci sono percorsi per i pattinatori. Non per chi pratica lo sport del pattinaggio, per quello credo che gli spazi esistano, ma proprio per chi vuole usare i pattini come mezzo alternativo di trasporto, per andare a far la spesa o per lavoro. Il pattinatore è un ibrido tra il pedone e il ciclista, è in poche parole un uomo con le ruote. Ma non è un pedone e non è un ciclista: e deve rassegnarsi all'idea di venire guardato in cagnesco in ogni situazione. È costretto infatti a usare un po' le strade, un po' le piste ciclabili, un po' i marciapiedi, a seconda di quale sia il terreno più praticabile, degli ostacoli e degli scossoni, ma a suo rischio e pericolo, perché in ogni percorso trova un "concorrente legittimo", e lui in fondo è sempre un po' abusivo.
Ieri sera, intorno all'ora di cena, un po' di persone hanno visto una grande ombra veloce sfrecciare per le vie della città: «una specie di orso pattinatore», hanno dichiarato in molti. Qualcuno ha addirittura sostenuto di essere stato derubato. «Di cosa?» ho chiesto io. «Delle parole. Mi è passato di fianco così veloce che sono rimasto senza parole». In realtà l'orso era appena uscito dal letargo ed era a caccia di gelati. Ne ha mangiato uno al caffè e al pistacchio, e poi è tornato nella sua tana.

domenica 10 aprile 2011

Perdere tempo.

Il mestiere di scrittore è un mestiere dove si perde anche tempo. Anzi, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive. Questo concetto, che sembra antitetico alla fatica creativa, è invece il suo naturale accompagnamento: uno scrittore deve saper perdere tempo, perché è necessario per la ricarica di energia, è necessario per pensare, o per non pensare più a un passaggio ossessivo. Scrivere è faticoso perché bisogna pensare molto, e se uno è sempre indaffarato non può farlo. Bisogna avere il coraggio di oziare. Di solito siamo soddisfatti quando abbiamo la giornata impegnata, dalla mattina alla sera. Lo scrittore dovrebbe fare il contrario, cioè svuotare la vita da impegni e lasciare spazio alternativamente alla scrittura e all'ozio.
Proust diceva che il lavoro e l'ozio sono due momenti della creazione.
(...) Flaubert (...) confessava che per ottenere da se stesso tre ore ragionevoli di lavoro doveva stare seduto dieci ore. Scriveva e pensava, lavorava e perdeva tempo.
Così risponde Raffaele La Capria a chi gli chiede come trascorre la sua giornata:
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic

lunedì 4 aprile 2011

Benvenuto, addio!

Una volta da bambini ci insegnavano la grammatica (dico 'una volta' perché non so se nelle scuole viene ancora insegnata la grammatica in quanto tale).
La grammatica - ci dicevano - è una di quelle cose che è importante studiare, anche se poi nella vita le regole si possono infrangere. Io pensavo alla grammatica come a un grande vaso di vetro, pieno di letterine e parole, di farlo cadere a terra e romperlo in mille pezzi. Ma quando la grammatica è dentro di te, è difficile liberartene.
La grammatica dice che ci sono i nomi, i verbi, gli aggettivi, i pronomi etc. E che i nomi si dividono in propri e comuni. Giovanni è un nome proprio, maschile, cane pure è maschile ma è un nome comune. Anche sasso è un nome comune: sarebbe bello che ci fosse qualcosa che lo distinguesse dal cane, perché è inanimato, ma in italiano il neutro non esiste e quindi tutte le cose sono maschio o femmina in base a una logica che non è proprio legata al significato del nome.
In mezzo a tutte le stravaganze della lingua ce n’è una che oggi, passando davanti agli annunci funebri, mi ha colpito: ci sono moltissimi nomi propri che in realtà sono aggettivi, avverbi o verbi (anche coniugati), località o addirittura espressioni. Felice, Donata, Allegra, Chiara, Massimo, Bruno, Serena. In tutti i nomi c’è in realtà un significato, ma in questi nomi il significato è messo a nudo. Questi nomi bisognerebbe cercare di darli dopo aver guardato in faccia un bambino… un po’ come faceva la famiglia Malaussène nei romanzi di Pennac. Se Verdun si chiama Verdun c’è un motivo.
Oggi è morto un signore che si chiamava Benvenuto. Ho provato a immaginare perché i suoi genitori abbiano deciso di chiamarlo così: forse era molto atteso, o è nato in un momento triste o forse era solo un augurio, un modo di accogliere chi arriva da lontano.
E allora penso che certi nomi dovrebbero cambiare quando cambiano le situazioni, e al signor Benvenuto avrebbero dovuto scrivere, sul suo annuncio funebre, “Addio” o “Alla prossima” o semplicemente “Siamo contenti di averti conosciuto”.