lunedì 11 aprile 2011

Questa non è una città per pattinatori.

orso pattinatore, inserito originariamente da Maddalena Gerli.

In questa città non ci sono percorsi per i pattinatori. Non per chi pratica lo sport del pattinaggio, per quello credo che gli spazi esistano, ma proprio per chi vuole usare i pattini come mezzo alternativo di trasporto, per andare a far la spesa o per lavoro. Il pattinatore è un ibrido tra il pedone e il ciclista, è in poche parole un uomo con le ruote. Ma non è un pedone e non è un ciclista: e deve rassegnarsi all'idea di venire guardato in cagnesco in ogni situazione. È costretto infatti a usare un po' le strade, un po' le piste ciclabili, un po' i marciapiedi, a seconda di quale sia il terreno più praticabile, degli ostacoli e degli scossoni, ma a suo rischio e pericolo, perché in ogni percorso trova un "concorrente legittimo", e lui in fondo è sempre un po' abusivo.
Ieri sera, intorno all'ora di cena, un po' di persone hanno visto una grande ombra veloce sfrecciare per le vie della città: «una specie di orso pattinatore», hanno dichiarato in molti. Qualcuno ha addirittura sostenuto di essere stato derubato. «Di cosa?» ho chiesto io. «Delle parole. Mi è passato di fianco così veloce che sono rimasto senza parole». In realtà l'orso era appena uscito dal letargo ed era a caccia di gelati. Ne ha mangiato uno al caffè e al pistacchio, e poi è tornato nella sua tana.

domenica 10 aprile 2011

Perdere tempo.

Il mestiere di scrittore è un mestiere dove si perde anche tempo. Anzi, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive. Questo concetto, che sembra antitetico alla fatica creativa, è invece il suo naturale accompagnamento: uno scrittore deve saper perdere tempo, perché è necessario per la ricarica di energia, è necessario per pensare, o per non pensare più a un passaggio ossessivo. Scrivere è faticoso perché bisogna pensare molto, e se uno è sempre indaffarato non può farlo. Bisogna avere il coraggio di oziare. Di solito siamo soddisfatti quando abbiamo la giornata impegnata, dalla mattina alla sera. Lo scrittore dovrebbe fare il contrario, cioè svuotare la vita da impegni e lasciare spazio alternativamente alla scrittura e all'ozio.
Proust diceva che il lavoro e l'ozio sono due momenti della creazione.
(...) Flaubert (...) confessava che per ottenere da se stesso tre ore ragionevoli di lavoro doveva stare seduto dieci ore. Scriveva e pensava, lavorava e perdeva tempo.
Così risponde Raffaele La Capria a chi gli chiede come trascorre la sua giornata:
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic

lunedì 4 aprile 2011

Benvenuto, addio!

Una volta da bambini ci insegnavano la grammatica (dico 'una volta' perché non so se nelle scuole viene ancora insegnata la grammatica in quanto tale).
La grammatica - ci dicevano - è una di quelle cose che è importante studiare, anche se poi nella vita le regole si possono infrangere. Io pensavo alla grammatica come a un grande vaso di vetro, pieno di letterine e parole, di farlo cadere a terra e romperlo in mille pezzi. Ma quando la grammatica è dentro di te, è difficile liberartene.
La grammatica dice che ci sono i nomi, i verbi, gli aggettivi, i pronomi etc. E che i nomi si dividono in propri e comuni. Giovanni è un nome proprio, maschile, cane pure è maschile ma è un nome comune. Anche sasso è un nome comune: sarebbe bello che ci fosse qualcosa che lo distinguesse dal cane, perché è inanimato, ma in italiano il neutro non esiste e quindi tutte le cose sono maschio o femmina in base a una logica che non è proprio legata al significato del nome.
In mezzo a tutte le stravaganze della lingua ce n’è una che oggi, passando davanti agli annunci funebri, mi ha colpito: ci sono moltissimi nomi propri che in realtà sono aggettivi, avverbi o verbi (anche coniugati), località o addirittura espressioni. Felice, Donata, Allegra, Chiara, Massimo, Bruno, Serena. In tutti i nomi c’è in realtà un significato, ma in questi nomi il significato è messo a nudo. Questi nomi bisognerebbe cercare di darli dopo aver guardato in faccia un bambino… un po’ come faceva la famiglia Malaussène nei romanzi di Pennac. Se Verdun si chiama Verdun c’è un motivo.
Oggi è morto un signore che si chiamava Benvenuto. Ho provato a immaginare perché i suoi genitori abbiano deciso di chiamarlo così: forse era molto atteso, o è nato in un momento triste o forse era solo un augurio, un modo di accogliere chi arriva da lontano.
E allora penso che certi nomi dovrebbero cambiare quando cambiano le situazioni, e al signor Benvenuto avrebbero dovuto scrivere, sul suo annuncio funebre, “Addio” o “Alla prossima” o semplicemente “Siamo contenti di averti conosciuto”.

martedì 15 febbraio 2011

Dedicato a Giulio Cavalli.

C'era una volta un giullare che teneva allegra una corte.
Faceva capriole, andava sui trampoli, mangiava il fuoco, e tutti applaudivano e ridevano.
Raccontava anche di paesi lontani e di storie vicine, ma nessuno lo prendeva sul serio.
In verità, non lo capivano, perché lui parlava così veloce che nessuno riusciva ad afferrare le parole che diceva. Del resto, era un giullare speciale: diceva mille parole al secondo.
Lui parlava parlava, diceva quello che voleva, li ubriacava tutti, li confondeva.
Finché un giorno capitò a corte uno zingaro che portava con sé un aggeggio magico: un registratore che faceva ascoltare le parole al rallentatore e tutti poterono finalmente sentire cosa diceva il giullare, e si accorsero che parlava di loro... con parole non proprio lusinghiere.
E tutti pensarono questo è inaccettabile ma nessuno aveva il coraggio di dirlo perché in fondo le cose che lui diceva erano vere e poi loro non erano bravi con le parole. Allora decisero di farglielo capire in altri modi, che doveva smettere.
Gli fecero dei disegni, ma non erano bravi neanche a disegnare, e il giullare continuò come se niente fosse. Gli portarono via i mezzi di trasporto, gli mandarono dei segnali di fumo, ma niente, il giullare continuava a dire quello che voleva dire.
Finché gli fecero trovare proprio sotto il letto delle pallottole. Lui le prese e le spinse su per il buco del culo dei signorotti, come delle supposte. E finalmente quelli esplosero, e riempirono di fiori colorati l'intera regione.

lunedì 7 febbraio 2011

Ricordi di scuola

La nostra era una classe in cui si piangeva molto.
In prima eravamo in ventisette, diciotto in seconda. Ai tempi i professori non andavano tanto per il sottile. Più che bocciare, decimavano.
Si piangeva molto per latino e per storia, per i temi, per Ettore e Achille, ma anche per inglese, chimica, tedesco, matematica e filosofia. E per francese. Insomma, si piangeva per qualsiasi cosa. Si scoppiava in un pianto dirotto, così, di colpo e si correva fuori dalla classe a rifugiarsi nei bagni che puzzavano di fumo. Del resto eravamo tutte ragazze. Era ancora una scuola in cui gli unici rappresentanti del sesso maschile erano soltanto bidelli e professori.
Dietro i banchi si soffriva, si scriveva, si incollavano fotografie sui diari, si ascoltava musica, ci si passavano i bigliettini, c'era chi mangiava lo yogurt, e capitava anche che un aroma d'arancia si diffondesse sull'interrogazione. C'era persino chi si truccava e si dava una passatina ai capelli con lo spray prima della fine delle lezioni, non si sa mai chi puoi incontrare. Dietro i banchi, ci si innamorava: in mancanza d’altro, dei professori.
La scuola, l'edificio, allora, era poca cosa: c'erano la palestrona, quella dove anche mia nonna, ai tempi del Fascismo, si era allenata con la Ginnastica Fanfulla, e la palestrina, quella dove ci hanno messo alla Maturità a fare lo scritto di italiano. Allora si diceva ancora Maturità e per molte di noi lo era stata davvero. C'era l'aula di informatica, con la stampante ad aghi, ma l'abbiamo usata solo in quinta, per fare la tesina.
C'erano le classi, grandi, buie, con la pedana per la cattedra e i tendoni bianchi macchiati di giallo e marrone (cosa fossero quelle macchie non lo volevamo sapere), appesi davanti a finestroni che davano su via delle Orfane, dove una vecchia strega ci osservava dalle finestre di un edificio diroccato.
E c'erano i professori, e so che alcuni ci sono ancora. Forse a loro cinque anni saranno volati, a noi sono sembrati interminabili. Abbiamo riso alle spalle di molti di loro: eravamo sempre all'erta, pronte a catturare tutti i loro errori; in quarta tenevamo persino una cronaca in cui trascrivevamo con scrupolo tutte le loro gaffes. Ci divertivamo con poco.
La prof di inglese ci faceva studiare a memoria tutte le frasi della grammatica: ricordo pomeriggi domenicali passati su libri e dizionari. Si studiava a volte per il terrore. Alcuni professori riuscivano con un solo sguardo a procurarti un brivido lungo la colonna vertebrale che faceva tremare le gambe.
Di cose da imparare ce n'erano tante, troppe: e come vivevano i greci e come vivevano i romani, e tutta la letteratura, con alcuni libri che sembravano medicine cattive, non riuscivi a mandarli giù, ma che poi ci hanno fatto bene.
Anche alla fine abbiamo pianto tantissimo, davanti a una pizza e al nostro futuro.
Sentivamo, noi del Linguistico, che eravamo soltanto all'inizio di un percorso, che altri hanno continuato negli anni.
Tutto quello che ho vissuto è rimasto nel mio cuore e nel mio essere, le cose belle insieme a quelle brutte.
E come scrisse un giovane professore con la barba, nelle nostre vite (e sono passati ormai vent'anni) sta continuando a fiorire il seme di quegli anni indimenticabili.

giovedì 3 febbraio 2011

Il drenaggio.

Intanto devo imparare a fare il drenaggio. Un buon drenaggio è tutto.
Inutile piantare chissà che alberi. Inutile spendere tanti soldi per il concime migliore, il vaso più bello, i sistemi di irrigazione più evoluti.
Il drenaggio è l'importante! Se tu sbagli drenaggio tutto ti svanisce sotto gli occhi e tu te ne resti lì, schiacciato dalla sorte. Ma quale sorte? Smettiamola, prendiamoci le nostre responsabilità. Quindi mi compro un libro sul drenaggio e comincio a studiare.
Se non si fa un buon drenaggio, la pianta comincia a impallidire. Diventa gialla. Per noi il giallo è un bel colore, ma per la pianta no: è il colore della morte. Ognuno muore con i suoi colori. Noi ad esempio diventiamo bianchi.
Se poi andiamo a vedere le radici, scopriamo che anche loro soffrono, non si espandono più. Nessuno ci pensa mai alla sofferenza delle radici, solo perché le radici sono una cosa che non si vede.
Troppa acqua nel terreno. Noi sbagliamo tutto, pensiamo che a una pianta serva l'acqua e allora giù a bagnare. È vero, le serve, ma con misura. Leggo sul libro che l'eccesso di acqua toglie ossigeno, e fa anche un pericoloso accumulo di anidride carbonica.
La soluzione non è dunque dare più acqua alle piante, bensì incanalarla. Mi piacerebbe imparare come si fa un buon drenaggio. Bisogna scavare sotto, tanto per cominciare. Fare una bella buca di circa un metro cubo e poi riempirla metà di frammenti di laterizi, e metà di terra mista a ciottoli. Lì dentro inserire i tubi per incanalare l'acqua in eccesso.
Anch'io avrei avuto bisogno di un buon drenaggio.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco.

mercoledì 2 febbraio 2011

Il giorno della marmotta.

Questo è Punxsutawney Phil, una marmotta veggente. Oggi, come accade da 125 anni, ha "espresso" la sua previsione meteo: la primavera è alle porte (incrociamo le dita e tocchiamo legno, come fanno i francesi). Il 2 febbraio, infatti, a Punxsutawney in Pennsylvania si celebra il "Groundhog Day", il Giorno della Marmotta. All'alba, Phil la marmotta viene collocata sulla spalla del suo "interprete" umano, che stabilisce se, al salire del sole, l'animale vede o meno la propria ombra. La tradizione dice che se Phil non riesce a vedere la propria ombra, la primavera è imminente, altrimenti l'inverno è destinato a durare altre sei settimane. Questa strana e buffa tradizione era anche al centro di un divertente film con Bill Murray, in cui il protagonista, per una tempesta di neve, si ritrovava intrappolato a Punxsutawney a vivere per mesi e mesi il giorno della marmotta.

martedì 1 febbraio 2011

Nebiun.

fotografia di Giovanni Orlando

Oggi. Mi sveglio. Sollevo le tapparelle e non vedo niente. Il mondo è svanito dentro una nuvola. Riabbasso le tapparelle. Torno a dormire. Forse non mi sono svegliata nel modo giusto, e sto ancora sognando.

lunedì 31 gennaio 2011

Il futuro.

Il fatto è che quando pianti un albero devi pensare a come diventerà: devi vedere il suo futuro, prevederlo. Fargli posto per quando sarà grande. Se no, troppo comodo: tu ti metti attorno tutti gli alberi che vuoi e poi quando sono cresciuti che non ti stanno più in casa, cosa ne fai, li butti?
Bisogna farcene carico, del futuro di chi ci sta intorno. Bisogna pensarci a quel che sarà di loro.
Paola Mastrocola,
Una barca nel bosco

domenica 30 gennaio 2011

Tutto comincia dalle radici.

illustrazione di Serena Giorgi

Tutto comincia dalle radici. La vera crescita è verso il basso, ma nessuno lo pensa mai. Pensiamo sempre che si cresca verso l'alto. Che idiozia! Le madri, ad esempio, tu guarda come sono fiere che i loro pargoli crescano in altezza. Mia madre faceva le tacche sui muri, più o meno sei centimetri ogni anno. E invece... Invece bisognerebbe scavare sotto i piedi dei figli e vedere lì, nella terra, quanto sono cresciuti. Se no poi, da grandi, cadono. Cadono a faccia in giù, come pali mal piantati nel terreno, senza radici.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco

sabato 29 gennaio 2011

La mia casa.

illustrazione di Serena Giorgi

La mia casa

Certi giorni la mia casa è fatta d'aria
per questo la porto con me facilmente.
La casa di una donna è una specie di tempio illuminato
questo è un tipico pensiero maschile
ma ho perso così tante cose nella vita
che so con certezza
di non possedere più nulla.
Potrei essere niente altro che un animale selvatico
e come tale mi basterebbe pochissimo,
un buco in un albero, una tana nella terra
per le volte che ho freddo, che faccio l'amore
o partorisco dei figli.
Quando apro la porta della mia casa
ci sono volte che la vedo volare e svanire
pezzo per pezzo, fogli, tappeti, ninnoli
cose necessarie e cose inutili
tutte per aria, in un mulinello di vento
e nuvole chiare
in quell'ora del mattino
che sveglia gli uccelli e spalanca le rose.
Però quando vieni tu possiedi un fiato magico
o forse sono io che respiro
e l'aria ritorna e il cielo si piega
e allora apparecchio il tempio.

venerdì 28 gennaio 2011

Quella gonna grigia.

Quella gonna grigia è la disperazione di mia madre. Ogni volta che me la vede addosso, le viene da piangere. Cosa ho fatto di male?, si chiede. Non le ho dato abbastanza? Non le ho spiegato che i vestiti brutti e vecchi si buttano via? E mi propone sessioni di shopping a sue spese, che io a volte accetto a volte rifiuto. Sessioni che non risolvono affatto il problema della gonna grigia. Non ricordo da quanti anni ho quella gonna grigia; da tanti; a parte il fatto che non è rovinata, non ci penso proprio a buttarla: serve a risollevarmi il morale. Con quella gonna grigia addosso mi sento io. ps. la gonna della foto è indicativa, la mia è molto più bella :-)

domenica 23 gennaio 2011

A lume di candela.

Dovete sapere che la mia casa ha il difetto di essere molto buia. Le persone in visita non se ne accorgono mai, dicono sempre "che bello, quanti colori". Sì, quanti colori se accendi le luci. Io tutti i giorni vivo nella penombra. E quando vivi nella penombra la luce elettrica diventa la tua àncora di salvezza. Anche solo per rovistare nell'armadio, scegliere che vestito indossare, guardarsi allo specchio, prendere le scarpe nello sgabuzzino, mettersi la crema sulle mani. Tante piccole operazioni così, e non è che puoi continuamente accendere-spegnere-accendere-spegnere. Lo confesso, le luci in casa mia sono sempre accese. E il risparmio energetico? Il senso di colpa è ormai acqua passata: l'ho riversato su chi ha progettato la casa.
Quindi per me avere le luci accese è fon-da-men-ta-le.
L'altra sera, le luci sono saltate nel posto più buio della casa: la cucina.
Visto che l'uomo fai-da-te non era ancora rientrato e qualcosa dovevo pur cucinare, ho acceso tutte le candele che avevo e mi sono messa ai fornelli.
E ho scoperto che a lume di candela diventi più creativo, perché non vedi bene quello che metti in pentola, vai un po' a intuito, a memoria, più che guardare annusi, e il risultato è una sorpresa.
Lui ha pensato che volessi fare una cenetta romantica.
Gliel'ho lasciato credere, ma il giorno dopo gli ho fatto sostituire la lampadina.

sabato 22 gennaio 2011

Il limbo delle fantasticazioni.

L'uomo non è un angelo, e ha molta confusione in testa; si è inventato il linguaggio algebrico per avvicinarsi alla lingua degli angeli ma normalmente quando parla (e anche quando sta zitto) è traversato da molte fantasticazioni, anche in contemporanea, che gli vengono dal fatto che ha un corpo con tutte le sue impellenze, il fatto che ha fame, ha sete, è impaziente di andare a mangiare, ha magari un ascesso a un dente che lo fa sacramentare, o il raffreddore che lo ottunde e non capisce più niente; e poi ha tutti gli umori, che gli variano anche ogni cinque minuti, è nervoso, poi è pacifico, ha sonno, è rincoglionito, amareggiato, disperato, poi ci sono gli altri, i discorsi degli altri, le loro coglionerie, che magari diventano un'ossessione, diventano odi e rancori da cui non si può districare, e quindi un uomo è mediamente un accavallarsi di idee, frasi sentite, rimuginamenti, antipatie, pezzi di maliconia per una fidanzata che non c'è più, ahimè (...) L'uomo è un gran guazzabuglio, e la Bibbia avrebbe dovuto dire che è stato fatto a immagine e somiglianza di un ripostiglio, dove ci finisce di tutto; e quando parla, nel suo discorso tutto questo si insinua, tutto questo ciarpame, nel senso che ogni frase è un accumulo e ci si può trovare sempre traccia di tante cose. Poi l'uomo impara a tenere chiuso quanto più possibile lo sgabuzzino e a tirar fuori un discorso per volta.
Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni

venerdì 21 gennaio 2011

Colazione al bar.

Stamattina mi sveglio e mi accorgo di essere rimasta senza caffè e di avere in dispensa soltanto quei biscotti che mangio al ritmo di uno a settimana, perché fanno schifo, ho sbagliato a comprarli e non li vuole nessuno, ma di buttarli non se ne parla. Così ho fatto colazione al bar.
C'è che io ho la fortuna di abitare vicino a due bar accoglienti, che fanno colazioni strepitose, e allora, lo ammetto, ogni tanto faccio apposta a rimanere senza questo e senza quello, così ho la scusa giusta per uscire presto presto, farmi svegliare dal freddo ed entrare al caldo del profumo di arancia e caffè.
E poi al bar ci sono i cornetti, le brioches o croissant che dir si voglia, alla crema, alla marmellata, al miele, alla nutella e oggi c'erano anche le castagnole, anche se Carnevale è ancora lontano; c'è il cappuccio, il caffè espresso (quello vero), e un viavai di gente che si siede, si sbriciola e chiacchiera, e risveglia il giorno. C'è chi litiga per leggere a scrocco il giornale, e chi va a comprarselo all'edicola di fronte. E anche se il tutto dura in genere una ventina di minuti, quando esci ti sembra di essere in piedi da un pezzo, guardi l'orologio e ti accorgi di non avere avuto mai così tanto tempo.

lunedì 10 gennaio 2011

Legami.

Perché, imparai in seguito, se c'è qualcosa che dà un senso alla vita, è senz'altro il fatto di non essere soggetto ad alcuna legge, di non avere mani e piedi legati. E non importa il tipo di fune o chi ha stretto il nodo. È la corda stessa il male. È con quella che prima o poi si finisce per legarsi da soli o per essere appesi a una forca.
Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver.

domenica 9 gennaio 2011

Dialogo nel buio.

Bruegel Parabola dei ciechi

Alla fine disse che nei primi anni di tenebre i suoi sogni erano stati vivi al di là di ogni aspettativa e che era arrivato al punto di desiderarli fortissimamente, ma che sogni e ricordi si erano dissolti uno a uno, fino a scomparire. Non rimaneva alcuna traccia di ciò che era stato, di come era fatto il mondo, dei volti delle persone amate. Alla fine non gli rimase neppure un'immagine della sua stessa persona. Tutto ciò che era stato, non era più. Disse che come per chiunque arrivi alla fine di qualcosa, non poteva fare altro che ricominciare da capo. No puedo recordar el mundo de luz, disse. Hace mucho años. Ese mundo es un mundo frágil. Ultimamente lo que vine a ver era más durable. Más verdadero.
Parlò dei primi anni dopo la perdita degli occhi, nei quali gli sembrava che il mondo che gli stava intorno fosse in attesa dei suoi movimenti. Disse che gli uomini con gli occhi possono scegliere ciò che desiderano vedere ma che per i ciechi il mondo sceglie lui come apparire. Disse che per i ciechi ogni cosa si presenta bruscamente, che nulla viene mai preannunciato. Origine e destinazione si riducono a mere dicerie. Muoversi significa scontrarsi con il mondo: ti fermi a riposare ed esso svanisce.
Cormac McCarthy, Oltre il confine

lunedì 3 gennaio 2011

Su un giglio colto quasi appassito.

Leggo Shakespeare appena finito di scrivere. Quando ho la mente spalancata e arroventata. Allora è sorprendente. Non sapevo quanto fosse prodigiosa la sua tensione, la sua velocità, la sua padronanza delle parole finché non le ho sentite superare e battere in modo schiacciante le mie; sembra che partiamo alla pari e poi lo vedo scattare in avanti e fare cose che io non potrei mai immaginare neppure nella più folle esaltazione e tensione mentale. Perfino i drammi meno conosciuti sono scritti a un ritmo che supera la velocità massima di chiunque altro; e le parole piovono così rapide che non si arriva a raccoglierle. Sentite questa: «Upon a gather'd lily almost wither'd». (Mi è capitata sotto gli occhi per puro caso.) Evidentemente la scioltezza e l'agilità del suo spirito erano tali che egli poteva far rifulgere qualunque idea gli venisse in mente e lasciar cadere sbadatamente una pioggia di fiori inavvertiti come questo. Perché allora altri dovrebbero tentare di scrivere? Questo non è neppure «scrivere». In realtà potrei dire che Shakespeare è addirittura al di là della letteratura, se sapessi cosa intendo dire.
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice. Domenica 13 aprile 1930.

domenica 2 gennaio 2011

Le macerie di un racconto.

Un racconto interrotto sembra una città straniera che è stata bombardata, come quelle che si vedono sempre più spesso nei telegiornali. I collegamenti non funzionano più, i ponti sono saltati, le stazioni sono andate distrutte, le piste di atterraggio sono polvere e fumo. Noi, nel mondo per ora al sicuro, ci stavamo preparando ad andare in quella città per lavoro o per turismo. Ne stavamo studiando la topografia, la storia, la vita densa di ogni giorno. Avevamo riempito un quaderno con informazioni, indirizzi, appuntamenti per affari da sbrigare. Se ci avessero dato il tempo di visitarla, casomai di abitarla, avremmo scoperto come entrarci e come uscirne, per quali strade e stradine spostarci dalla periferia verso il centro e viceversa. Ma non è andata così e ora, se proprio vogliamo partire, se ne abbiamo il coraggio, bisogna accontentarsi di ciò che è rimasto: alcuni quartieri sono agevolmente percorribili, lindi; altri hanno edifici intatti accanto a grandi mucchi di macerie, lamiere contorte, tubature tranciate; altri sono nere voragini. La memoria, tuttavia, è zeppa di dati accumulati. Abbiamo visto foto e filmati. Conosciamo nomi di strade e cognomi di conoscenti, anche di parenti. Sappiamo quali sono i migliori ristoranti, gli alberghi più comodi. Per un po' ci siamo allenati persino a parlare la lingua dei suoi abitanti. Perciò proviamo a tenere insieme in un'unica mappa della memoria ciò che della città è rimasto in piedi; ciò che di lei ci siamo immaginati; i sentimenti che abbiamo provato quando le bombe hanno messo a soqquadro, insieme agli edifici, anche i nostri progetti di lavoro, di permanenza; e le macerie.
Domenico Starnone, Spavento.

venerdì 31 dicembre 2010

La felicità.

Scrivere non c'entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.
Stephen King, On writing

lunedì 29 novembre 2010

E poi?

«Cosa credi?» mi fa, indicandomi un libro con la copertina macchiata di caffè posato sul divano, L'adolescente. «Che quel monsù Dostoevskij lì i suoi genitori l'hanno spedito a studiare da scrittore? È diventato uno scrittore perché voleva diventarlo. Più di ogni altra cosa al mondo. E perché il bel Feodor si divertiva, oltre che a giocare alla roulette, altresì a scrivere. Tu effettivamente alla roulette non giochi. Ma ti diverti quando suoni con le matite sul tuo fustino di Dash rovesciato?»
«Sempre.»
«Vedi? Non hai bisogno di andare alla scuola di fallimento al conservatorio. Tavanate ne farai, non ci piove. E certi giorni ti sembrerà che non vale la pena di continuare. Crederai di aver buttato via un badò di tempo.»
«E poi?»
«E poi continuerai lo stesso.»
«E poi poi?»
«E poi poi un po' alla volta migliorerai.»
«E poi poi poi?»
«E poi poi poi, un giorno, quando tuo nonno probabilmente ormai sarà bell'e che morto e defunto, cose che mi rincresce giusto perché a me quel momento piacerebbe vederlo ma che in fondo non importa, scoprirai di essere diventato un signor batterista, addirittura un innovatore. E allora diubunsì che comincerà la parte davvero tremenda, perché da lì in avanti dovrai proprio dare l'anima. Ma finché continuerai a divertirti, non importa.»
Giuseppe Culicchia, Il paese delle meraviglie.

venerdì 26 novembre 2010

Il compleanno secondo Emma


La mia nipotina compie un anno e siamo già tutti pronti a fare festa: mamma, papà, nonni, zii, amici e cugini. Ci sarà persino il bisnonno. Chissà se dopo settimane di allenamento riuscirà a soffiare la candelina, o se la spegnerà con la mano (c'è chi dice che dovremmo lasciarla fare così imparerebbe subito il detto "non scherzare con il fuoco"). Adesso vi svelo come lei ha pensato di festeggiare. L'ha chiamato "il party dei calzini". Ci troviamo tutti a casa sua (in quella nuova) e andiamo nella sua cameretta a tirare fuori tutti i calzini di tutti i colori, e poi giochiamo a portarli in giro per la casa. Qualcuno potrebbe mettersi in testa la calzamaglia. Poi togliamo tutti i libri dalla libreria e giochiamo al bubu-settete e a rincorrerci gattonando.Balliamo tutti sulla musica di The lion sleeps tonight, il coccodrillo come fa, I due liocorni e La vecchia fattoria. Prima di mangiare ci laviamo tutti le mani nel bidet, naturalmente. Come dolce ha preparato del buonissimo pane saliva, annaffiato da bava di prima qualità (si vede che suo papà è un grande cuoco) e un kinder gigante. E come regalo? Come regalo lei vorrebbe un cellulare, o un telefono, o un videocitofono, ma vanno bene anche un computer o una chitarra. O un libro. Meno male. Buon compleanno!

mercoledì 24 novembre 2010

Le lacrime di Primo.

foto di Mauspray

Stamattina a scuola Primo, un bambino magro e sdentato, si è messo a piangere perché non voleva lavorare al computer con Ultimo, robusto e prepotente. Ultimo ha visto le lacrime di Primo e non ha detto niente, del resto se uno piange, avrà le sue ragioni. Che c'è, che succede? ho chiesto. A quanto pare, Ultimo è un bambino difficile. «Si butta sempre per terra, ci picchia, e non fa mai quello che dice la maestra» mi ha sussurrato una bambina, come a volermi spiegare perché Primo piangeva. Ma la maestra non ha voluto sentire ragioni: «devono lavorare insieme» ha sentenziato, e poi se n'è andata. Nessuno ha chiesto a Ultimo se aveva voglia, lui, di lavorare con Primo. E poi come se niente fosse, si sono lasciati accompagnare al computer, che per loro era una cosa nuova. E il computer ha fatto quello che fa sempre, con tutti: li ha distratti. Primo dalle lacrime, Ultimo dalle prepotenze. Li ho lasciati fare, osservandoli a distanza di sicurezza, concentrati sui tasti, su come fare un apostrofo, lo spazio tra le parole e le virgolette, il terribile punto di domanda. Sembravano quasi amici. Chissà se fuori dall'aula di informatica è nata un'amicizia, o se Ultimo ha aspettato Primo in bagno per vendicarsi delle lacrime.

sabato 6 novembre 2010

La cimice rossa.

L'altro giorno ho visto una cimice rossa. Era rossa, perché l'ho trovata nascosta sotto la tovaglia rossa del tavolo sul balcone. Ma quello che non ho capito è se era rossa, perché le cimici si mimetizzano, o solo perché aveva assorbito la tinta della tovaglia. L'ho fatta volare via. Forse era un segno di resistenza, o di ribellione, certo non avrà vita facile in un mondo di cimici verdi.

lunedì 1 novembre 2010

La mia biblioteca personale.


Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti, - dice quando la suoneria del telefono si è placata. - Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa - sì, io immagino che sia nella testa - ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi. Un po' come le sale della biblioteca, con tanti scaffali. E per poterci orientare con sicurezza nel nostro spirito, dobbiamo tenere in ordine l'archivio di quella stanza: continuare a redigere schede, fare pulizie, rinfrescare l'aria, cambiare l'acqua ai fiori. In altre parole, tu vivrai per sempre nella tua biblioteca personale.
Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia

martedì 19 ottobre 2010

Chiacchierarono un po'.

Chukie non aveva mai capito che senso avesse. Quando era piccolo, come la maggior parte dei bambini, aveva osservato con insofferenza la vita degli adulti. Gli sembrava che non facessero altro che chiacchierare: non si rincorrevano mai, non giocavano, non si divertivano. Non c'era dinamismo nella loro vita, bensì una sorta di vuoto esistenziale. Per molto tempo aveva pensato alle prospettive di una vita adulta con grande sconforto. A cosa servivano tutte quelle parole? Avrebbe dovuto parlare tanto anche lui? Perché? E avrebbe dovuto anche stare ad ascoltare gli altri?
McLiam Wilson, Eureka street

domenica 17 ottobre 2010

È vero.

foto di nandowalter

Be', le tartarughine acquatiche le devi lasciar perdere. Sono animali tosti. A sangue freddo. Non muoiono mai. Bestie tropicali, abituate a vivere nell'acqua calda ma stanno benissimo anche nell'acqua fredda, dove diventano grandi come padelle. E in natura esistono pochi animali più voraci e aggressivi delle tartarughe acquatiche. Peggio dei coccodrilli, che sono voraci pure loro, ma dopo che sono sazi si abbattono sulla riva e li puoi prendere a calci che nemmeno ti filano. Invece le tartarughe hanno sempre fame.
Niccolò Ammaniti, Come dio comanda

sabato 16 ottobre 2010

Il desiderio.

Non possiamo smettere di desiderare, e questo ci esalta e uccide al contempo. Il desiderio! Ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un'altra giornata, ci sembra nuovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora; ci infonde l'energia di volere sempre quello che non possiamo possedere e ci getta all'alba sull'erba disseminata di cadaveri, affidandoci fino alla morte progetti che appena compiuti subito rinascono. Ma è così estenuante desiderare incessantemente...
Muriel Barbery, L'eleganza del riccio

martedì 7 settembre 2010

Migrar

Ma se qualche cosa poteva far sorridere, lo spettacolo, tutt'insieme, stringeva l'anima. Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non contentarsi; ad anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l'ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria. (...) Tutti costoro non emigravano per spirito d'avventura. Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v'erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d'aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia. (...) E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne, e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all'arrivo da altri truffatori, e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo mal nutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d'una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo. E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, "ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti", all'impoverimento progressivo del suolo, all'agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini. Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l'egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d'umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d'impresari e di trafficanti, che vogliono far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli latrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent'anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare. E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c'è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.
Edmondo De Amicis, Sull'oceano

lunedì 6 settembre 2010

Argentinos y tanos.

opera di Dante Silva

Ma fra il loro orgoglio nazionale e quello degli europei mi parve corresse una differenza notevole, che mentre noi lo fondiamo sul passato, e sempre su questo ripicchiamo vantandoci, essi del passato non discorrevan quasi mai, e in ogni frase accennavano all'avvenire, col ritornello dell'infanzia: - Quando saremo grandi. - E in tutti loro appariva profonda, salda, lucidissima non la speranza, ma la certezza di riuscire col tempo un popolo enorme, gli Stati Uniti dell'America latina, brulicanti dalla vallata delle Amazzoni agli estremi confini della Patagonia. E la loro coscienza di esser chiamati a questo primato, si poteva anche riconoscere nello studio che ponevano in ogni occasione a dimostrare l'originalità del loro popolo, non solo rispetto ai vecchi padri spagnuoli, dei quali parlavano con una leggera intonazione di canzonatura, come di gente da cui per fortuna avessero sotto ogni aspetto dirazzato, non risentendo più da loro alcun influsso di nessuna specie; ma anche rispetto agli altri popoli latini dell'America, Chileno, Peruviano, Boliviano, Brasiliano (...) Per loro il viaggio dall'America all'Europa era come per noi una gita da Genova a Livorno: l'avevan già fatto più volte: poiché, sia qual si voglia il sentimento che hanno di sé e il concetto che hanno di noi, l'Europa è sempre per loro l'antica madre, la grande patria del loro intelletto, e li attira. (...)- Voi altri, - diceva, - affollati in un campo ristretto, e sopraccarichi di storia, di leggi e di tradizioni, dovete camminare adagio, e condotti dai vecchi: ma noi giovani di trecent'anni, che abbiamo per patria una terza parte del Sud America, e che dobbiamo riguadagnare in fretta il tempo perduto nella lotta coi selvaggi e nella guerra di trasformazione sociale da cui siamo appena usciti, bisogna che andiamo innanzi di carriera, e guidati dall'età dell'impazienza e dell'audacia. - E scherzava sull'"abuso" della vecchiaia che si fa in Europa. - Pare che la canizie, tra voi, sia il titolo necessario per certe cariche. Avete delle malattie che danno il diritto a certi onori. Che so io? la podagra fa tutto. La vostra gioventù si stanca in un'aspettazione interminabile, e vi ritrovate negli uffici che richiedono più vigore di mente e di nervi appunto nell'età in cui il vigore viene meno. Sciupate tutte le vostre forze a salire, e quando siete sulla cima suona l'ora della morte.
Edmondo De Amicis, Sull'oceano, 1884

lunedì 23 agosto 2010

Los ojos de la luna / The eyes of the moon


Los ojos de la luna nos miran desde lejos. Cada uno de un color, como los ojos del rey de los duendes, porque es la princesa de los duendes. Pero el laberinto de la vida nos impide llegar hasta ella y sólo nos queda soñar y mirar al cielo en las noches claras...

martedì 10 agosto 2010

Lo sparpetuo

Il verbo - ho trascritto diligentemente stamattina - è sparpetià o sparpetejà. Deriva da palpitare, a cui è stato applicato il prefisso s per togliergli il pulsare ritmico delle viscere e immetterci lo scombino degli organismi morenti, i colpi a vanvera degli artigli, l'aria percossa con le ali, la testa che si dimena, il becco che annaspa, le ultime scosse. Si passa così a spalpitare e in seguito, grazie al rotacismo e all'inserimento del suffisso iterativo, a sparpetià. Ma perché - ho ricopiato, - dopo decenni di lontananza da Napoli sparpetuo mi è tornato in mente non per dire, mettiamo, di una gallina sgozzata, ma per assegnare una parola alla follia del corpo dell'ingegnere? Non ho una risposta sicura. Però, azzardo, nel pronunciare le parole, nel pensarle, nello scriverle, assorbiamo ogni loro strato, anche se non ce ne rendiamo conto. Se sparpetuo, dunque, mi evoca l'agonia del morente, palpitare, che è dentro sparpetuo, mi sospinge verso i palpiti d'amore e mi butta in un vortice di senso. Così, da palpiti, salta fuori palpare, e da palpare pàlpere, e da pàlpere palpebra, e da palpebra le ciglia palpitanti e, subito dopo, gli occhi spalpitanti che si chiudono dopo lo sparpetuo. Tuttavia non basta, la catena non si esaurisce qui. In sparpetuo c'è sì palpitare, spalpitare, ma anche perpetuo. Io, per esempio, il lampo dell'energia verbale di perpetuo sono assolutamente sicuro di averlo percepito sempre, sia da ragazzino, quando sentivo sparpetuo in bocca a mia nonna, sia da uomo maturo, quando ero sulla soglia del bagno e vedevo l'ingegnere dimenarsi e torcersi. Lo sparpetuo non è infatti una cosa di pochi secondi a fine vita, ma ci incalza in continuazione. La vita, esclusi pochi momenti di serenità, è tutta uno sparpetuo, uno spalpitio, un tremore, un digrignar di denti con occhi smerzati per l'ansia, fin dalla nascita. Lo sparpetuo, cioè, è perpetuo. E perpetuo mi ha spinto con naturalezza verso un vocabolo toscano, sperpetua. Mai sentito, prima di questa ricerca. La sperpetua è la scalogna, Niccolò Tommaseo ne dà questa definizione: un lamentìo che piange uggiosamente il male passato e presente e che piangendo quasi chiama il male avvenire. Però la cosa più interessante, per me - nel taccuino era sottolineata con l'evidenziatore verde, - è stata apprendere che la sperpetua, all'origine, era nientemeno la lux perpetua del Requiem. Vale a dire: la lux perpetua menzionata nell'uffizio dei morti è diventata in toscano, viaggiando di bocca in bocca, la (luc) sperpetua, la cattiva ventura di dover morire. Facile, a quel punto, immaginarmi che la stessa lux perpetua, vagabondando in napoletano, era diventata lu(c) sparpetuo, gli spasmi dell'agonizzante a un passo dalla morte.
Domenico Starnone, Spavento
nell'immagine: l'orixà Omolu nell'interpretazione di Guido Boletti

domenica 8 agosto 2010

Campare.

illustrazione di Gabriel Ippoliti

Mi piaceva tutto, lo studio, la politica, i godimenti, l'amore. Campare per me coincideva con quella smania.
Campare, sottolineai, e le parlai a lungo della densità del vocabolo nel mio dialetto. In quella parola la fatica di stare al mondo conviveva col godimento. La doppiezza si sentiva molto bene nel sostantivo campata. La campata era il denaro che un uomo deve guadagnare nel corso di una giornata per nutrire la sua famiglia e se stesso, la materiale sussistenza, un tetto sulla testa, lo stomaco da riempire. Ma era anche, con una segretissima torsione, un gioioso rapporto sessuale: farsi una campata. Tant'è vero, le dissi, che chi si dedicava alle campate con passione, si meritava un appellativo da professionista del godimento, era un campatore, vale a dire un viveur.
Domenico Starnone, Spavento

giovedì 29 luglio 2010

Le aste.

mio papà

Di tanto in tanto mi fermavo dietro qualche alacre scribacchino, mi chinavo e leggevo qualche riga. A vedere le loro terribili grafie, ho esclamato una o due volte: "Vi rimanderei a fare le aste." Ma, dalle facce perplesse che hanno fatto, ho scoperto che non sapevano cosa fossero. Allora ho raccontato: "La scrittura ai miei tempi era una cosa importante." E, mentre loro si disponevano a fingere di ascoltarmi e intanto pensavano "vecchio bacucco", ho seguitato: "In prima elementare, prima di passare alle lettere dell'alfabeto, ci allenavano la mano facendoci tracciare per qualche mese segmenti tremolanti: obliqui, in diagonale, verticali. Quelle erano le aste. Poi, una volta addestrati i muscoli e i polpastrelli alla giusta tensione, a un'adeguata pressione, a un'equilibrata fermezza, a una duttilità controllata, ci concedevano, per pagine e pagine, la lettera a, prima minuscola poi maiuscola. Infine, col contagocce, tutte le altre lettere dell'alfabeto."
"Ah" si sono ipocritamente interessati i miei allievi.
"Un piacere, un godimento" mi sono esaltato.
Ma mentivo. Ho provato, piuttosto, per un attimo, tutta l'ansia di allora e ho rivisto il banco nero, un catafalco da funerale, col ripiano obliquo che si sollevava come il coperchio di una bara per infilarci sotto la cartella.
Con tono mento entusiastico ho riprovato a raccontare: "Avevo una penna che era composta di un'asta tricolore e di un pennino. Il pennino per la scrittura di pregio si chiamava cavallotti." Sul banco - ho seguitato - erano incastrati un contenitore di metallo dentro cui i bidelli mettevano ogni mattina l'inchiostro. Il pennino si intingeva lì. Ma noi ci mettevamo a bagno anche le dita. O ci annegavamo le mosche. O ci ficcavamo la carta assorbente. E mi sono lasciato scappare: "Avevo paura di tutto. Avevo paura soprattutto di quel foro dell'inchiostro."
C'erano altre cose da dire, ma ho percepito sguardi ironici, risatine e Deborah che mi rifaceva il verso a bassa voce: "Aveva paura dell'inchiostro." Inoltre Ernesto - l'unico che contrariamente al solito stava già scrivendo fitto fitto - mi ha interrotto con fastidio dicendo: "Dopo ti debbo parlare."
Ho gridato: "Basta, non perdete tempo." E me ne sono andato in un angolo del cervello a estrarre in solitudine l'alfabeto di tanti anni fa.
Domenico Starnone, Il salto con le aste

martedì 27 luglio 2010

Come si cacciano i tordi in Provenza.

inserito originariamente da fvaldes

"Sai come si cacciano i tordi in Provenza?" gli chiese Olga sfregandosi pensosamente il naso rosso per il freddo.
"No" rispose Michele.
"Se ne prende uno" seguitò lei, "non gli si fa del male, lo si mette in una gabbia, e durante l'inverno si attacca la gabbia al più alto ramo dell'albero."
"E con questo?" la interruppe lui, imbarazzato da quel bell'uso della lingua orale, dall'accento curato, dalla voce profonda.
"Il tordo è in pieno cielo e canta liberamente" lei gli illustrò. "Il risultato? Tutti i tordi che passano nel cielo riposano sull'albero."
Michele vedeva alberi e tordi. Ne percepivo l'incantamento, forse anche Anna. Era sedotto da quella capacità di parola non puramente comunicativa.
"Non capisco" disse.
Ma era chiaro che non gli importava di capire. Gli importava la scoperta che una donna potesse tirare fuori dalla bocca tordi così, con fantasia, con eleganza e insieme con sprezzatura. Lo disorientava che questo gli piacesse.
"Il cacciatore li vede e li uccide" ha concluso Olga: "il cacciatore non uccide il tordo che canta. Uccide gli altri."
Domenico Starnone, Il salto con le aste

venerdì 9 luglio 2010

No al bavaglio, no alla censura


No al bavaglio, no alla censura, inserito originariamente da a n n a*.

lunedì 3 maggio 2010

Una tempesta di sabbia.


foto di Annalisa Mamoli

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l'andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell'alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E' qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l'unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l'altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.
Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia