«Zia tu sei adorosa di libri!»
«Eh?»
«Sei piena di libri! Sempre libri, solo libri. Un giorno ti porto con me a comprare qualcos'altro».
Emma, 3 anni e 7 mesi.
mercoledì 31 luglio 2013
martedì 30 luglio 2013
Viaggi.
«Zia, non voglio che vieni in Sicilia»
«Ah no? Allora andrò da un'altra parte!»
«No. Tu e lo zio dovete stare a casa»
«!!!!»
«Dovete stare a casa a curare i miei libri»
Emma, 3 anni e 7 mesi
«Ah no? Allora andrò da un'altra parte!»
«No. Tu e lo zio dovete stare a casa»
«!!!!»
«Dovete stare a casa a curare i miei libri»
Emma, 3 anni e 7 mesi
lunedì 29 luglio 2013
sabato 20 luglio 2013
Scrivere un romanzo di ottantamila parole
"Scrivere un romanzo, ho detto una volta, è più o meno come montare con i mattoni i del Lego tutte le catene montuose d'Europa. O costruire un'intera Parigi, case piazze viali torri sobborghi, sono all'ultima panchina di un parco, usando solo fiammiferi e mezzi fiammiferi.
Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milione di decisioni: non solo sull'andamento dell'intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventerà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro (sono le decisioni facili da prendere, quelle categoriche); non solo quando dire e quando occultare e che cosa viene prima e che cosa viene dopo e che cosa svelare fin nei dettagli e che cosa solo per allusione (anche queste sono decisioni semplici). Bisogna soprattutto prendere miriadi di decisioni sottili, come ad esempio se mettere lì, nella terza frase verso la fine del brano, blu o celeste? O azzurro? O magari celeste a scuro? O azzurro cenere? E questo azzurro cenere, poi, va scritto già all'inizio della frase? O non è meglio spanderlo solo alla fine della frase? O in mezzo? O lasciarlo invece come una frase brevissima a sé stante, un punto davanti e un punto e una nuova riga dietro? O no, forse è meglio che questo colore sia intinto nella corrente di una frase lunga e composita, articolata e fitta di termini? Forse invece conviene proprio scrivere in quel punto solo tre parole, "luce della sera", senza tingere quella luce della sera di alcun grigio celeste o azzurro cenere?"
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra
martedì 9 luglio 2013
Scrivere è un mestiere.
Non occorre essere o sentirsi un mostro per esigere ogni tanto due o tre ore di assoluta tranquillità. L'orario dovrebbe diventare un'abitudine, e l'abitudine, come la scrittura stessa, un modo di vivere. Dovrebbe diventare una necessità; allora si potrà lavorare, e si lavorerà sempre. È possibile pensare per tutta la vita come uno scrittore, voler essere uno scrittore, eppure scrivere di rado, per pigrizia o per mancanza di abitudine. Persone così possono scrivere mediamente bene, quando ci si mettono - spesso scrivono tantissime lettere - e magari vendono anche qualcosa, ma non è detto. Scrivere è un mestiere e richiede una pratica costante.
«Dipingere non è questione di sognare, o di essere ispirati. È un lavoro manuale, e ci vuole un buon artigiano per farlo bene». Lo ha detto Pierre Auguste Renoir e credo valga la pena ricordare questa frase, di un artista e di un maestro.
E Martha Graham, sull'arte della danza, ha detto: «È una curiosa combinazione di abilità, intuito e direi spietatezza - più quell'intangibile meraviglioso che si chiama fede. Se non avete questa magia potete fare una cosa bella, potete fare trentadue fouettés, e non conta niente. Credo che questa cosa nasca dentro di voi. È qualcosa che si può estrarre da alcuni, ma non instillarla, non la si può insegnare».
Renoir parla del mestiere, Martha Graham del talento, del genio. Le due cose devono andare di pari passo. Il mestiere senza talento non ha gioia né sorprese, niente di originale. Il talento senza mestiere - be', come farà il mondo ad accorgersene?
Grandi musicisti, scultori o attori hanno detto cose simili a quelle citate, perché tutte le arti sono una, tutti gli artisti hanno dentro uno stesso nucleo, ed è soltanto il caso a determinare se un artista diventerà musicista, pittore o scrittore. Ogni arte si basa su un desiderio di comunicare, un amore per la bellezza, un bisogno di creare ordine dal disordine.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo
giovedì 4 luglio 2013
La signora delle carte.
La signora ripete spesso «Calma e sangue freddo». È il suo modo per affrontare il mare di carte nel quale sta affogando. La signora è ossessionata dal tenere traccia di tutto. Ho provato a spiegarle che il computer ha una sua memoria, ci pensa lui, ma è anziana, e non si fida. Così stampa tutto, tutte le mail che arrivano, tutti i documenti. Tutto. A volte anche due volte lo stesso documento.
«Bisogna fare ordine», dice.
Ho provato a spiegarle non solo l’impatto ambientale della sua azione stampatrice, ma anche l’inutilità della stessa. Ma non mi ascolta, o forse non mi crede. È anziana, e crede solo a quello che può toccare con mano: la carta. Non crede che il computer possa essere già di per sé un archivio.
È così ossessionata dall’ordine, che passa le giornate stampando e impilando foglietti, post-it gialli rosa e arancio, appunti presi a mano e carte, etichettando e inserendo tutto in faldoni di colori diversi. Faldoni che si accumulano sugli scaffali, e che lei dimentica il giorno dopo averli fatti, faldoni che apre passandone in rassegna il contenuto con scrupolo, leggendo e rileggendo ad alta voce, faldoni che disfa e rifa in modo diverso.
La sua ossessione di ordine genera disordine che si ricompone in ordine (momentaneo) per poi esplodere di nuovo, una miriade di coriandoli colorati sparsi per la stanza.
E si riparte da capo. Bisogna fare ordine. Calma e sangue freddo.
Lo dico io. Con questo caldo.
martedì 2 luglio 2013
Plumcake al limon.
Se c'è una cosa che mi manda in bestia è svegliarmi la mattina e non avere niente per colazione. Succede quando manca il caffè, o lo zucchero, o i biscotti, o le brioches, o qualsiasi cosa mi faccia iniziare la giornata. Perché senza colazione la mia giornata non parte e sicuro che qualcosa va storto. In quelle occasioni succede che a volte mi decido a far colazione fuori, anche se la colazione al bar dev'essere un piacere e non un ripiego. E poi quando mi sveglio, prima di qualsiasi cosa, io devo riempire lo stomaco.
Così ieri sera, a mezzanotte meno un quarto, dopo essermi ricordata che erano tre giorni che io e l'Orso sgranocchiavamo avanzi di biscotti secchi e che per la disperazione avevo pure assaggiato cantuccini avanzati e scaduti al sapore di vomito, ho consultato l'app di Giallozafferano, cercando una ricetta che non mi tenesse sveglia fino alle quattro del mattino, e ho trovato questa, ho controllato di avere gli ingredienti, miracolosamente li avevo (avevo persino i semi di papavero!), mancava solo un uovo, ho pensato Un uovo non fa la differenza, ho letto Colagrande mentre il plumcake cuoceva nel forno (che Colagrande ti fa davvero compagnia) e stamattina ho fatto una degna colazione.
Così ieri sera, a mezzanotte meno un quarto, dopo essermi ricordata che erano tre giorni che io e l'Orso sgranocchiavamo avanzi di biscotti secchi e che per la disperazione avevo pure assaggiato cantuccini avanzati e scaduti al sapore di vomito, ho consultato l'app di Giallozafferano, cercando una ricetta che non mi tenesse sveglia fino alle quattro del mattino, e ho trovato questa, ho controllato di avere gli ingredienti, miracolosamente li avevo (avevo persino i semi di papavero!), mancava solo un uovo, ho pensato Un uovo non fa la differenza, ho letto Colagrande mentre il plumcake cuoceva nel forno (che Colagrande ti fa davvero compagnia) e stamattina ho fatto una degna colazione.
lunedì 1 luglio 2013
L'ingombro.
Lo scrittore Veronesi dice che la scuola di scrittura serve proprio a questo, a liberarti, mentre scrivi, di tutti quegli ingombri che fan parte della tua storia personale o del tuo temperamento, della tua cultura o del tuo momento presente; quegli ingombri che magari ti sembrano utili dal punto di vista dell'ispirazione creativa letteraria, ma invece, dice lo scrittore Veronesi, t'intrappolano nelle reti del dilettantismo. Insomma, per riprendere l'esempio della cena degli scrittori sulle colline modenesi, gli ingombri sono delle specie di blocchi intestinali.
Il lavoro principale dello scrittore, dice Sandro Veronesi, deve essere quello di tenere pulito il proprio potenziale, che, dico io, è come dire il proprio intestino. E gli ingombri sono quelli che impediscono allo scrittore di spingersi fino al proprio estremo limite. Sul punto richiamo tutti i temi semantico-idraulico-evacuativi trattati nel paragrafo della tubatura, limitandomi ad aggiungere che la liberazione dall'ingombro, secondo lo scrittore Veronesi, è quello che distingue il professionista dal dilettante.
E qui il discorso prosegue come se lo scrittore Veronesi rispondesse a tante domande immaginarie. Tipo: secondo te (è una domanda immaginaria, perché Veronesi dà già la risposta) lo scrittore che traduce in letteratura il suo personale vento di sofferenze e tribolazioni è dilettante o professionista?
Mah, risponderei con voce incerta, in linea di massima direi che uno così è abbastanza professionista. Sbagliato, è dilettante. Il professionista quando soffre smette di scrivere, il dilettante quando soffre comincia a scrivere. Cioè, il professionista lotta e si oppone al vento delle sofferenze e delle tribolazioni e poi dopo, una volta risolto il conflitto, magari vincendo o perdendo, comincia a scrivere. Il dilettante invece brum!, dice Veronesi, becca al volo questo flusso di merda - che nell'universo veronesiano rappresenta le sofferenze - e per terapia o consolazione, si mette a scrivere. Riprendendo la metafora di prima, il dilettante scrive trattenendo l'ingombro, che anche da un punto di vista fisiologico non va bene, che son tutti veleni nell'organismo, il professionista evacua l'ingombro e poi scrive.
Altra domanda immaginaria: scrive di più un dilettante o un professionista?
Mah, direi io, non so se anche qui c'è dietro il trabocchetto, ma mi sembra che scriva di più il professionista. Sbagliato, il dilettante. E a scrivere guadagna di più il dilettante o il professionista? E qui mi gioco una palla se è giusta la prima, che vien da dire che un professionista che guadagna meno di un dilettante non dico che è sfigato patocco ma sicuro è messo un po' male a livello professionistico, quindi direi il professionista. No carino, sbagliata anche questa. Guadagna di più il dilettante, che stiam parlando di scrittori, mica di geometri, non puoi applicare le stesse categorie logiche e tariffarie.
E poi, ultima domanda: fa' conto di vedere due attori, uno che recita a memoria e uno che recita leggendo, qual è dei due l'attore professionista?
Paolo Colagrande, Fìdeg
domenica 30 giugno 2013
Basta, Benito!
Benito è un vecchio bulldog che abita al primo piano nella casa di fronte alla mia. È vecchio, grasso e malandato. Vive con la sua padrona, che non ho mai visto ma di cui ho sempre sentito la voce, e che secondo me gli assomiglia pure. Benito ogni tanto esce di casa, ma si trascina a fatica, non so se perché è vecchio o perché è grasso, fa pochi passi e stramazza al suolo, la lingua a penzoloni, che faccia caldo o freddo è sempre la stessa scena. La maggior parte del tempo la passa in casa alla finestra. Giorno e notte, non so se dorme. Una cosa l'ho capita, però: a Benito danno fastidio le cose che si muovono. E così, dal balcone del primo piano dove abita, che poi non è un balcone ma una ringhiera davanti a una finestra, Benito abbaia a tutto quello che si muove, ai passanti, alle auto, alle moto, alle mosche e alle zanzare. È un abbaiare lento, strano, scuro, seguito sempre dalla voce, anche quella stanca e rassegnata, della padrona, «Benito, basta! Basta, Benito!». A volte solo Basta. Ma è più forte di lui. Non lo fa mica apposta. E alla fine, nel mezzo della notte, non sai se ti da più fastidio Benito che abbaia o la padrona che dice Basta Benito.
sabato 29 giugno 2013
Ritratti/1: Umberto Eco.
![]() |
| Illustrazione di Tullio Pericoli |
Paolo Colagrande, Fìdeg
venerdì 28 giugno 2013
L'editing.
Dice Piergiorgio che l'editing è un lavoro misterioso. A livello di definizione scientifica è la messa a punto redazionale di un testo prima della composizione. Nella sostanza però, dice Piergiorgio, è un lavoro di cucina e, come tutti i lavori di cucina, bisogna esser capaci e aver il senso degli ingredienti e del palato. Proprio un lavoro misterioso. Tanto misterioso che quando anche Nello Benazzi si mette caritatevolmente a rispiegarmelo con parole sue, usando metafore con Heidegger e l'ermeneutica, mi viene il mal di testa e lo interrompo: dimmelo te cosa vuol dire fare l'editing su questa cosa che ho scritto.
Lui non mi risponde con le parole ma con un gesto fisico e materico, di quelli che, come dice Camus, ti priva dei ricordi di una patria perduta e della speranza di una terra promessa: il gesto è quello di prendere un libro facendo conto che sia il mio libro e di buttarlo idealmente nel cesso.
Ecco cosa vuol dire far l'editing alla cosa che hai scritto, dice.
Gesti che segnano il distacco dell'uomo dalla vita, il divorzio tra l'attore e la scena, direbbe ancora Camus.
Paolo Colagrande, Fìdeg.
Lui non mi risponde con le parole ma con un gesto fisico e materico, di quelli che, come dice Camus, ti priva dei ricordi di una patria perduta e della speranza di una terra promessa: il gesto è quello di prendere un libro facendo conto che sia il mio libro e di buttarlo idealmente nel cesso.
Ecco cosa vuol dire far l'editing alla cosa che hai scritto, dice.
Gesti che segnano il distacco dell'uomo dalla vita, il divorzio tra l'attore e la scena, direbbe ancora Camus.
Paolo Colagrande, Fìdeg.
mercoledì 26 giugno 2013
Giochi con l'amaca (la maca)
"Avvolgiamoci bene, chiudiamoci dentro!"
"Sì, siamo due bruchi che presto si trasformeranno in farfalle. Io sono un bruco verde che si trasformerà in una farfalla blu, e tu Emma cosa sei?"
"Un bruco arancione che si trasformerà in una farfalla arancione".
(...)
"Zia, adesso facciamo che siamo due lumache".
"Va bene".
"Due lumache che si trasformano in... orsi!"
domenica 23 giugno 2013
La strega del cane.
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| Illustrazione di Anna Laura Cantone |
Qui nel palazzo sono tutti un po' spaventati. È tornata la strega, dicono. La strega ha sempre abitato qui, ma ha sempre camuffato bene la sua natura streghesca. Sembra strano, ma ha anche dei genitori, un fratello e un cane. Strano, perché di solito non si pensa alla famiglia delle streghe. Eppure sono convinta che nessuno nasca strega. Strega si diventa. È la vita a incattivirti. Nel caso della nostra strega, forse è successo qualcosa che noi non sappiamo. Forse un uomo, un amore finito male. Ma a renderla cattiva adesso è il suo cane. Il cane che lei porta tutti i giorni a fare i bisogni nel giardino comune. Il cane che lei non ama, perché altrimenti lo farebbe passeggiare fuori, nei campi o in città. Il cane che lei richiama con voce stridula, e le rose e le siepi cominciano ad appassire. La strega non ama i bambini. E i bambini, quando la vedono, fuggono spaventati. Lei mormora parole oscure, lancia maledizioni e mozziconi di sigarette, delimitando il suo territorio. Chi ha qualche formula magica da insegnarmi? Per mandarla via o per trasformarla in fata.
martedì 18 giugno 2013
Vorrei riportare le conchiglie al mare.
Ogni anno, nel mese di giugno, per me è come una fine e un inizio. Sono rimasta agganciata ancora ai ritmi della scuola. L'inizio fa sì che senta la necessità di riordinare e buttare cose, vestiti e oggetti, e mi ritrovo a frugare in scatole e cassetti per mettere in ordine. Solo che a volte l'ordine è impossibile, così questi tentativi di sistemare le cose che sono insistemabili, si trasformano in struggenti amarcord. Passo dai biglietti dei concerti ai foglietti scritti a scuola, da appunti dell'università a foto recenti stampate e mai organizzate in album. E poi saltano fuori quelle cose che non ricordavo nemmeno più di avere, come ad esempio gli scatolini neri che un tempo custodivano i rullini delle macchine fotografiche, solo che ora contengono sassolini e conchigliette bianche e rosa raccolte in qualche spiaggia. E sento il richiamo del mare, perché quelle conchiglie a gran voce mi chiedono di essere ancora accarezzate dalle onde, perché appartengono al mare che solo può decidere il loro destino... E allora so che devo andare.
sabato 25 maggio 2013
Piovve per giorni e mesi
Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine
venerdì 19 aprile 2013
I siciliani non ammazzano di domenica.
I siciliani non ammazzano di domenica era inveci un possibile titolo di un libro che non era mai stato scritto da nisciuno.
Pirchì i siciliani la duminica vanno alla missa matutina con tutta la famiglia, po' vanno a fari visita ai nonni coi quali restano a mangiari, il doppopranzo si vidino la partita alla televisione e la sira, sempre con tutta la famiglia, si vanno a pigliare il gelato. Indove lo trovi il tempo per ammazzare a uno di duminica?
Salvo Montalbano in La pista di sabbia di Andrea Camilleri
domenica 7 aprile 2013
Il prossimo libro.
Subito dopo, il secondo tavolo per possanza mondana era quello di Melissa Turbo, nota bestsellerista nonché moglie dell'industriale dell'auto Flaviano Turbo, proprietario di squadre di pallacanestro, pallamano, pallavolo e altre palle. Melissa brillava rivestita da una frana di collane di diverso spessore, composite di perlone, perline, perloidi, ovoline, nocciole, chicchi, cannolicchi, provole, emisferi, granuloni e biglie. Sorrideva dietro un ventaglio su cui era riprodotta la copertina del suo prossimo libro, per il quale appunto le veniva assegnato il premio.
Prossimo stava per: non ancora scritto.
Da qualche tempo infatti si era deciso di premiare ogni scrittore prima dell'uscita del suo libro, con tre considerevoli vantaggi:
a) si eliminava l'ansia dell'autore (vincerò un premio o no?) e anche la tensione tra gli autori (lo vincerà lui o io?) dato che tutti venivano premiati prima.
b) si eliminava il faticoso lavoro delle giurie e soprattutto la fatica di leggere, lato quanto mai spiacevole del lavoro di giurato, mantenendone però gli aspetti culturali precipui quali il prestigio di essere in giuria e il pranzo finale.
c) si eliminava ogni polemica. Nessuno poteva dire: "Avete premiato un brutto libro" perché nessuno poteva averlo letto.
Per questo il clima tra gli Addetti ai Livori era disteso e sereno, e si intrecciavano brindisi mentre la giuria, seduta a un tavolo stracolmo di rose e rosbif, chiosava l'infelice situazione delle Belle Lettere nel nostro paese.
Stefano Benni, Baol (1990)
Prossimo stava per: non ancora scritto.
Da qualche tempo infatti si era deciso di premiare ogni scrittore prima dell'uscita del suo libro, con tre considerevoli vantaggi:
a) si eliminava l'ansia dell'autore (vincerò un premio o no?) e anche la tensione tra gli autori (lo vincerà lui o io?) dato che tutti venivano premiati prima.
b) si eliminava il faticoso lavoro delle giurie e soprattutto la fatica di leggere, lato quanto mai spiacevole del lavoro di giurato, mantenendone però gli aspetti culturali precipui quali il prestigio di essere in giuria e il pranzo finale.
c) si eliminava ogni polemica. Nessuno poteva dire: "Avete premiato un brutto libro" perché nessuno poteva averlo letto.
Per questo il clima tra gli Addetti ai Livori era disteso e sereno, e si intrecciavano brindisi mentre la giuria, seduta a un tavolo stracolmo di rose e rosbif, chiosava l'infelice situazione delle Belle Lettere nel nostro paese.
Stefano Benni, Baol (1990)
domenica 31 marzo 2013
Non chiedete al mare del mare.
![]() |
| Ursula Le Guin |
Io credo che l'ultima persona a cui si dovrebbe chiedere di parlare della scrittura sia probabilmente lo scrittore. Se volete sapere tutto del mare, andate a chiederlo a un marinaio, a un oceanografo, o a un biologo specializzato nella vita sottomarina, e loro possono dirvi molte cose sul mare. Ma se andate a chiederlo al mare stesso, che cosa vi risponde? Con mareggi e sciabordii. È troppo indaffarato ad essere se stesso per sapere qualcosa di sé.
Ursula K. Le Guin, Il linguaggio della notte, citato in Storia delle mie storie di Bianca Pitzorno
lunedì 11 febbraio 2013
Forse la quinta è l'idea buona. Intervista a Alejandro Dolina.
Dovessi raccontarvi come ho conosciuto Alejandro Dolina, dovessi. Ma non lo farò.
Ci metterei troppo. Riassumendo: un amico me ne parlò in Francia, nel 1998, e la prima volta che andai a Buenos Aires, assistetti al suo programma radio, La vendetta sarà terribile. Lo trasmettevano dal vivo dallo scantinato dello storico Cafè Tortoni. Non conoscevo la lingua, tutti ridevano alle battute e io fingevo di capire e di ridere. Ma non capivo niente. Due anni dopo, nel mezzo della crisi argentina, avevo imparato lo spagnolo, e tornai a intervistarlo, insieme alla mia amica Marialaura. Ancora non capivo benissimo i doppi sensi e i giochi di parole, ma tutto il resto lo capivo: ridevo, diciamo, al cinquanta per cento. Tre anni dopo, ci rincontrammo: io mi ero messa in testa di tradurre i suoi libri, volevo la sua approvazione. Me la diede. Peccato che non avessi un editore (e ancora non ce l'ho, se qualcuno è interessato, si faccia avanti, il lavoro è quasi finito). Nel frattempo il programma aveva cambiato sede. E quella volta risi a tutte le battute. O quasi.
Chi è Alejandro Dolina?
Musicista, scrittore, cantante e conduttore radiofonico, le notizie sulle sue origini sono tanto incerte quanto contraddittorie: pare comunque che sia nato nella provincia di Buenos Aires, ma che i suoi ricordi migliori siano legati a Caseros, dove trascorse un'infanzia felice. La musica ebbe una parte fondamentale nella sua vita: studiò bandonéon, piano, chitarra e naturalmente, a segnare l'inizio della sua relazione con la musica, è il tango. La sua grande sensibilità per qualsiasi forma d'arte lo ha portato a sperimentarne di diverse. Dopo aver lavorato nella televisione e come giornalista, ha deciso di dedicarsi interamente al programma La vendetta sarà terribile da lui condotto con Guillermo Stronati, Gabriel Rolón e Elizabeth Vernacci per due pubblici affezionati: quello che si sintonizza da ogni angolo d'Argentina e quello formato da più di duecento persone, che si riunisce per assistere dal vivo al programma. Le Cronache dell'Angelo Grigio, presentate alla Fiera del libro di Buenos Aires nel 1996 e prima opera narrativa dell'autore, sono state seguite dall'operetta Cosa mi è costato l'amore di Laura e dal Il libro del fantasma.
Su Dolina pesano alcuni luoghi comuni. Di lui si parla spesso e volentieri come di un "uomo di radio". Ma "la strategia più efficace dell'equivoco è la ripetizione", sostiene Jorge Dorio in una delle introduzioni al libro: "i suoi programmi, essenzialmente sostenuti dall'imprevedibile deriva del suo discorso, sono sempre stati più vicini al fenomeno teatrale, al concerto". La verità starebbe secondo Dorio nell'inversione di questa formula: "mentre Dolina finge di parlare per radio, sta in realtà facendo letteratura". Seguendo le tracce di Omero e Socrate, Alejandro Dolina cammina sul filo sottile che separa narrazione scritta e orale, arricchendo l'una attraverso l'altra. Udirlo o leggerlo sono la stessa cosa, e infatti le cronache libresche e le trasmissioni radio convergono in diversi punti, a partire dallo stile (con il sottile e raffinato humour) e dal linguaggio usato (colloquiale e gergale, i termini in lunfardo si sprecano), fino alle tematiche che, attraverso il recupero di leggende memorie e tradizioni, trasmettono importanti valori e rivelano la sua vera natura: quella di folklorista.
L'intervista che segue è stata realizzata nel luglio del 2001.
Ci metterei troppo. Riassumendo: un amico me ne parlò in Francia, nel 1998, e la prima volta che andai a Buenos Aires, assistetti al suo programma radio, La vendetta sarà terribile. Lo trasmettevano dal vivo dallo scantinato dello storico Cafè Tortoni. Non conoscevo la lingua, tutti ridevano alle battute e io fingevo di capire e di ridere. Ma non capivo niente. Due anni dopo, nel mezzo della crisi argentina, avevo imparato lo spagnolo, e tornai a intervistarlo, insieme alla mia amica Marialaura. Ancora non capivo benissimo i doppi sensi e i giochi di parole, ma tutto il resto lo capivo: ridevo, diciamo, al cinquanta per cento. Tre anni dopo, ci rincontrammo: io mi ero messa in testa di tradurre i suoi libri, volevo la sua approvazione. Me la diede. Peccato che non avessi un editore (e ancora non ce l'ho, se qualcuno è interessato, si faccia avanti, il lavoro è quasi finito). Nel frattempo il programma aveva cambiato sede. E quella volta risi a tutte le battute. O quasi.
Chi è Alejandro Dolina?
Musicista, scrittore, cantante e conduttore radiofonico, le notizie sulle sue origini sono tanto incerte quanto contraddittorie: pare comunque che sia nato nella provincia di Buenos Aires, ma che i suoi ricordi migliori siano legati a Caseros, dove trascorse un'infanzia felice. La musica ebbe una parte fondamentale nella sua vita: studiò bandonéon, piano, chitarra e naturalmente, a segnare l'inizio della sua relazione con la musica, è il tango. La sua grande sensibilità per qualsiasi forma d'arte lo ha portato a sperimentarne di diverse. Dopo aver lavorato nella televisione e come giornalista, ha deciso di dedicarsi interamente al programma La vendetta sarà terribile da lui condotto con Guillermo Stronati, Gabriel Rolón e Elizabeth Vernacci per due pubblici affezionati: quello che si sintonizza da ogni angolo d'Argentina e quello formato da più di duecento persone, che si riunisce per assistere dal vivo al programma. Le Cronache dell'Angelo Grigio, presentate alla Fiera del libro di Buenos Aires nel 1996 e prima opera narrativa dell'autore, sono state seguite dall'operetta Cosa mi è costato l'amore di Laura e dal Il libro del fantasma.
Su Dolina pesano alcuni luoghi comuni. Di lui si parla spesso e volentieri come di un "uomo di radio". Ma "la strategia più efficace dell'equivoco è la ripetizione", sostiene Jorge Dorio in una delle introduzioni al libro: "i suoi programmi, essenzialmente sostenuti dall'imprevedibile deriva del suo discorso, sono sempre stati più vicini al fenomeno teatrale, al concerto". La verità starebbe secondo Dorio nell'inversione di questa formula: "mentre Dolina finge di parlare per radio, sta in realtà facendo letteratura". Seguendo le tracce di Omero e Socrate, Alejandro Dolina cammina sul filo sottile che separa narrazione scritta e orale, arricchendo l'una attraverso l'altra. Udirlo o leggerlo sono la stessa cosa, e infatti le cronache libresche e le trasmissioni radio convergono in diversi punti, a partire dallo stile (con il sottile e raffinato humour) e dal linguaggio usato (colloquiale e gergale, i termini in lunfardo si sprecano), fino alle tematiche che, attraverso il recupero di leggende memorie e tradizioni, trasmettono importanti valori e rivelano la sua vera natura: quella di folklorista.
L'intervista che segue è stata realizzata nel luglio del 2001.
sabato 2 febbraio 2013
La dea è morta. Viva la dea!
Qualche tempo fa qualcuno mi aveva chiesto di leggere il racconto con cui mi sono classificata terza al concorso di Accaparlante. Eccolo.
La dea è morta. Viva la dea!
Without going out of my door
I can know all things on earth.
George Harrison, The inner light
Qui da voi io sarei stata un mostro. E invece sono una dea.
Io non so camminare, non me l’hanno ancora insegnato. Avevo quattro gambe, ma non potevo muoverle. E camminare poi non mi serviva perché, come vi ho già detto, sono una dea. Gli dei non hanno bisogno di camminare. Gli dei al massimo volano.
Sono nata in un piccolo villaggio dell’India, nel giorno di Diwali, in cui si festeggia la dea Lakshmi, figlia del mare e sorella della luna.
Mentre mia madre si contorceva dai dolori, fuori, le strade del mio villaggio, cinquecento anime sudice e affamate senza acqua corrente e senza elettricità, erano inondate di luci e di candele e fiori di loto, e tutti si scambiavano gli auguri, mangiando dolci e frutta, danzando e pregando davanti all’altare della dea. Erano felici, almeno una volta all’anno, nel mio villaggio.
Io sono spuntata a fatica tra le cosce di mia madre, e per la verità non so come hanno fatto a tirarmi fuori. Mi hanno guardato increduli: hanno contato e ricontato, quattro gambe e quattro braccia. Poi hanno gridato al miracolo. La dea Lakshmi si era reincarnata nel mio piccolo corpicino di mostro. Mi hanno dato il suo nome e subito tutti quanti, uomini, donne e bambini si sono precipitati a venerare la bambina mandata da dio.
Da quando sono nata, tutti gli anni, durante la festa delle luci, che dura cinque giorni, mi caricano su una lettiga e mi portano in giro a benedire le case. Ma i momenti difficili sono altri. Casa nostra è un continuo andirivieni di pellegrini. È faticoso essere una dea. Non puoi distrarti. I problemi di tutti sono i tuoi problemi. Non puoi sbagliare. E devi sempre dare consigli. Io, per dare consigli, guardo il colore del cielo, guardo le nuvole, il volo degli uccelli, le fronde degli alberi. È tutto quello che riesco a vedere dal letto della mia stanza.
Io non so camminare, ma imparerò, sono una dea. Me l’ha detto la dottoressa Patil. Quando è arrivata al villaggio, lei mi ha guardato con occhi diversi, e mi ha parlato del futuro. Non avevo mai pensato al futuro. Gli dei vivono in eterno. La dottoressa Patil ha detto che poteva aiutarmi a camminare, se avessi voluto. Per camminare bastano due gambe, ha detto, quattro sono troppe. Dobbiamo toglierne due. Anche quattro braccia, a cosa servono se non le puoi usare… La dottoressa Patil mi ha detto che con due gambe avrei potuto anche correre, correre significa camminare velocemente, serve ad andare lontano senza l’aiuto di nessuno. Io non mi ero mai mossa dal villaggio. Gli dei sono ovunque anche senza muoversi, ho detto alla dottoressa, a cosa mi serve camminare? Per andare dove? Lei allora ha detto una cosa, ha detto che due gambe, e due braccia, dovevamo toglierle, perché altrimenti in poco tempo sarei morta.
Gli dei non muoiono, dottoressa.
Ma i piccoli mostri sì, ha detto lei.
Ho detto va bene. Ho ucciso la dea.
© Lorenza Pozzi
La dea è morta. Viva la dea!
Without going out of my door
I can know all things on earth.
George Harrison, The inner light
Qui da voi io sarei stata un mostro. E invece sono una dea.
Io non so camminare, non me l’hanno ancora insegnato. Avevo quattro gambe, ma non potevo muoverle. E camminare poi non mi serviva perché, come vi ho già detto, sono una dea. Gli dei non hanno bisogno di camminare. Gli dei al massimo volano.
Sono nata in un piccolo villaggio dell’India, nel giorno di Diwali, in cui si festeggia la dea Lakshmi, figlia del mare e sorella della luna.
Mentre mia madre si contorceva dai dolori, fuori, le strade del mio villaggio, cinquecento anime sudice e affamate senza acqua corrente e senza elettricità, erano inondate di luci e di candele e fiori di loto, e tutti si scambiavano gli auguri, mangiando dolci e frutta, danzando e pregando davanti all’altare della dea. Erano felici, almeno una volta all’anno, nel mio villaggio.
Io sono spuntata a fatica tra le cosce di mia madre, e per la verità non so come hanno fatto a tirarmi fuori. Mi hanno guardato increduli: hanno contato e ricontato, quattro gambe e quattro braccia. Poi hanno gridato al miracolo. La dea Lakshmi si era reincarnata nel mio piccolo corpicino di mostro. Mi hanno dato il suo nome e subito tutti quanti, uomini, donne e bambini si sono precipitati a venerare la bambina mandata da dio.
Da quando sono nata, tutti gli anni, durante la festa delle luci, che dura cinque giorni, mi caricano su una lettiga e mi portano in giro a benedire le case. Ma i momenti difficili sono altri. Casa nostra è un continuo andirivieni di pellegrini. È faticoso essere una dea. Non puoi distrarti. I problemi di tutti sono i tuoi problemi. Non puoi sbagliare. E devi sempre dare consigli. Io, per dare consigli, guardo il colore del cielo, guardo le nuvole, il volo degli uccelli, le fronde degli alberi. È tutto quello che riesco a vedere dal letto della mia stanza.
Io non so camminare, ma imparerò, sono una dea. Me l’ha detto la dottoressa Patil. Quando è arrivata al villaggio, lei mi ha guardato con occhi diversi, e mi ha parlato del futuro. Non avevo mai pensato al futuro. Gli dei vivono in eterno. La dottoressa Patil ha detto che poteva aiutarmi a camminare, se avessi voluto. Per camminare bastano due gambe, ha detto, quattro sono troppe. Dobbiamo toglierne due. Anche quattro braccia, a cosa servono se non le puoi usare… La dottoressa Patil mi ha detto che con due gambe avrei potuto anche correre, correre significa camminare velocemente, serve ad andare lontano senza l’aiuto di nessuno. Io non mi ero mai mossa dal villaggio. Gli dei sono ovunque anche senza muoversi, ho detto alla dottoressa, a cosa mi serve camminare? Per andare dove? Lei allora ha detto una cosa, ha detto che due gambe, e due braccia, dovevamo toglierle, perché altrimenti in poco tempo sarei morta.
Gli dei non muoiono, dottoressa.
Ma i piccoli mostri sì, ha detto lei.
Ho detto va bene. Ho ucciso la dea.
© Lorenza Pozzi
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