sabato 2 febbraio 2013

La dea è morta. Viva la dea!

Qualche tempo fa qualcuno mi aveva chiesto di leggere il racconto con cui mi sono classificata terza al concorso di Accaparlante. Eccolo.

















La dea è morta. Viva la dea!

Without going out of my door
I can know all things on earth.
George Harrison, The inner light

Qui da voi io sarei stata un mostro. E invece sono una dea.
 Io non so camminare, non me l’hanno ancora insegnato. Avevo quattro gambe, ma non potevo muoverle. E camminare poi non mi serviva perché, come vi ho già detto, sono una dea. Gli dei non hanno bisogno di camminare. Gli dei al massimo volano.
Sono nata in un piccolo villaggio dell’India, nel giorno di Diwali, in cui si festeggia la dea Lakshmi, figlia del mare e sorella della luna.
Mentre mia madre si contorceva dai dolori, fuori, le strade del mio villaggio, cinquecento anime sudice e affamate senza acqua corrente e senza elettricità, erano inondate di luci e di candele e fiori di loto, e tutti si scambiavano gli auguri, mangiando dolci e frutta, danzando e pregando davanti all’altare della dea. Erano felici, almeno una volta all’anno, nel mio villaggio.
Io sono spuntata a fatica tra le cosce di mia madre, e per la verità non so come hanno fatto a tirarmi fuori. Mi hanno guardato increduli: hanno contato e ricontato, quattro gambe e quattro braccia. Poi hanno gridato al miracolo. La dea Lakshmi si era reincarnata nel mio piccolo corpicino di mostro. Mi hanno dato il suo nome e subito tutti quanti, uomini, donne e bambini si sono precipitati a venerare la bambina mandata da dio.
 Da quando sono nata, tutti gli anni, durante la festa delle luci, che dura cinque giorni, mi caricano su una lettiga e mi portano in giro a benedire le case. Ma i momenti difficili sono altri. Casa nostra è un continuo andirivieni di pellegrini. È faticoso essere una dea. Non puoi distrarti. I problemi di tutti sono i tuoi problemi. Non puoi sbagliare. E devi sempre dare consigli. Io, per dare consigli, guardo il colore del cielo, guardo le nuvole, il volo degli uccelli, le fronde degli alberi. È tutto quello che riesco a vedere dal letto della mia stanza.
 Io non so camminare, ma imparerò, sono una dea. Me l’ha detto la dottoressa Patil. Quando è arrivata al villaggio, lei mi ha guardato con occhi diversi, e mi ha parlato del futuro. Non avevo mai pensato al futuro. Gli dei vivono in eterno. La dottoressa Patil ha detto che poteva aiutarmi a camminare, se avessi voluto. Per camminare bastano due gambe, ha detto, quattro sono troppe. Dobbiamo toglierne due. Anche quattro braccia, a cosa servono se non le puoi usare… La dottoressa Patil mi ha detto che con due gambe avrei potuto anche correre, correre significa camminare velocemente, serve ad andare lontano senza l’aiuto di nessuno. Io non mi ero mai mossa dal villaggio. Gli dei sono ovunque anche senza muoversi, ho detto alla dottoressa, a cosa mi serve camminare? Per andare dove? Lei allora ha detto una cosa, ha detto che due gambe, e due braccia, dovevamo toglierle, perché altrimenti in poco tempo sarei morta.
Gli dei non muoiono, dottoressa.
Ma i piccoli mostri sì, ha detto lei.
Ho detto va bene. Ho ucciso la dea.

© Lorenza Pozzi

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