
venerdì 28 dicembre 2007
Quarantadue. Apprezzo lo sforzo.

giovedì 27 dicembre 2007
Quarantuno. Puf.

(Dimenticavo. Oggi mi è arrivata una mail spam da una certa Maria Bianca Farina. Non è un segno?)
mercoledì 26 dicembre 2007
Quaranta. La pegura la canta.
Ciama ciama el pegurèe,
il pegurèe l’è andà a Ruma
ciama ciama la padrùna
la padrùna; la padrùna l’è nela stala
ciama ciama la cavala,
la cavala l’è in giarden,
ciama ciama Giuvanen
Giuvanen l’è tècc
Tiral giò per i urècc,
i urècc ghià malàa
al purterem a l’uspedàa
l’uspedàa l’è saràa sù
al trem denter nel partasù.
lunedì 3 dicembre 2007
Trentanove. La rivoluzione silenziosa.

E via: via una mattonella dopo l'altra si fanno piste di biglie, bigliodromi, e saltelli e deviazioni e le gare diventano emozionanti. L'importante è non dare nell'occhio: una mattonella dopo l'altra, lentamente, tutti i giorni, come il galeotto che scava nella cella il suo buco per evadere. L'importante è non farsi notare: lo sanno bene gli uccellini, che la gente di città non guarda in alto. Così, ogni tanto, perché no? ai cittadini un po' di cacca in testa non può far male, pensano. Una protesta innocua, lascia il segno, ma non fa male.
venerdì 30 novembre 2007
Trentotto. Come se non ne avessimo già abbastanza...

sabato 24 novembre 2007
Le aspettative e la realtà.

Paola Mastrocola, Una barca nel bosco
mercoledì 21 novembre 2007
I me mine

La prof mi ha inviato un meme. Siccome non riesco in due parole a spiegare che cos'è (e forse ancora non l'ho ben capito) vi invito a leggere qui (cosa che farò anch'io... cioè, l'ho già fatto, ma siccome sono lenta e anche un po' pigra, devo rileggerlo). Per ora mi limito a rispondere alle domande del meme: trattandosi di domande personali, per me il me-me è una cosa che riguarda me, proprio me. I me mine, come diceva George Harrison.
Che cosa ti ha spinto a creare un blog? Il motivo per cui ho creato un blog è una specie di scommessa... con me-me. Ci ho provato una volta e non ci sono riuscita. Dopo qualche mese, mi sono detta: ma se ci riescono tutti, anche i più cretini, a fare un blog, i tredicenni, o quelli che non sanno nemmeno usare un computer, perché non posso riuscirci io, che sul computer ci sto quindici ore al giorno, e mi sono intestardita, e con lentezza ci sono riuscita. Superata questa fase di sperimentazione, la vera sfida è stata quella di creare qualcosa che avesse una sua identità e un messaggio.
Il tuo primo post? Il mio primo post era una specie di post di prova: un inizio di nuovo anno, nuova vita, nuove abitudini e qualche buon proposito.
Il post di cui ti vergogni di più? L'ho cancellato. E non me lo ricordo.
Il post di cui sei più fiero? I post di cui sono più fiera sono tutti quelli del 2005, quelli in cui ho parlato di biciclette (ne parlerò ancora...). Se devo proprio scegliere scelgo il post del cetaceo, per il miscuglio di realtà, leggenda, mito, sogno, irrealtà e immaginazione: il mondo in cui vivo io.
E adesso? Cosa devo fare? Rimandare il meme? Come una specie di catena di Sant'Antonio?
martedì 20 novembre 2007
Trentasette. Ciambelle (e pensieri) volanti.
lunedì 19 novembre 2007
venerdì 9 novembre 2007
Le sorti del romanzo

"Io auspico un tempo di bei libri pieni d'intelligenza nuova come le nuove energie e macchine della produzione, e che influiscano sul rinnovamento che il mondo deve avere. Ma non penso che saranno romanzi, penso che certi agili generi della letteratura settecentesca - il saggio, il viaggio, l'utopia, il racconto filosofico o satirico, il dialogo, l'operetta morale - devono riprendere un posto di protagonisti della letteratura, dell'intelligenza storica e della battaglia sociale".
(Italo Calvino, 1956)
domenica 4 novembre 2007
Trentasei. Identikit di Ciambella.
Il soggetto ricercato è un animale -più precisamente un elefante- di sesso femminile, di colore grigiastro, altro circa due metri e mezzo (quindi piuttosto basso per essere un elefante), lungo circa cinque metri e, si stima, di qualche tonnellata di peso. Ha grosse sopracciglia e zanne cortissime. L'animale non è pericoloso per l'uomo, per quanto riteniamo indispensabile rintracciarlo il prima possibile, per evitare che crei problemi di traffico. Si suppone infatti che, non amando molto l'acqua, si sia diretto verso la tangenziale per raggiungere una delle poche zone verdi della città nota come "foresta di pianura". Qui l'animale probabilmente spera di trovare cibo sufficiente alle sue esigenze (100-200 kg di fogliame, bacche e frutti al giorno) e di spiccare il volo per raggiungere il branco dal quale è stato separato alla nascita. E' infatti privo di orecchie ma dotato di piccole ali che ha imparato ad usare alla maniera dei volatili. Senza indugiare oltre, ci precipitiamo tutti alla foresta di pianura!
sabato 3 novembre 2007
Trentacinque. Elefanti o elefonti?

La guardo meglio. Non ha l'aria della zingara.
"Ah capisco - azzardo - Donut. Ciambella. Si chiama Donut perché è ghiotto di ciambelle."
In verità uno solo. Anzi, due. Dipende dall'acqua.
"Gli elefanti amano l'acqua?" chiedo.
"Dipende - dice Pampaluga - gli elefonti sì, gli elefanti e le elefantesse un po' meno".
"Allora dobbiamo andare verso la tangenziale."
mercoledì 24 ottobre 2007
Trentaquattro. E' arrivato il circo degli elefanti.

La tenda era stata montata a dieci chilometri di bici lontano da casa, in una zona di periferia trafficata soltanto da camion. Ci ho messo un po' ad individuarla, perché aveva lo stesso colorino grigio dei capannoni che le stavano intorno. Un grigio slavato di pioggia, maculato di perdite d'acqua. Dentro faceva freddo. L'elefante era uno solo, e molto triste. Non c'erano clown, né tigri, né trapezisti e tantomeno scimmie. "Questo è il circo degli elefanti" ha precisato la maschera all'ingresso. "E dove sono?" le ho chiesto. "Quello è Donut; la sua compagna, a dir la verità, sono giorni che non la troviamo. E' scappata". E poi mi ha fatto giurare di non essere una giornalista, e di non dirlo a nessuno, che sennò erano casini, e con l'asl, e le autorità. Donut sapeva fare solo una cosa: stare in equilibrio su una zampa sola. L'ho applaudito. Gli veniva proprio bene.
lunedì 22 ottobre 2007
Trentatre. Temperature andine.

Le mosche. Ne uccidi due ne compaiono quattro. Ognuna ha un punto del soffitto preferito. Ci stazionano per ore senza muoversi. Sembra un invito all'omicidio, io faccio finta di niente, perché così è troppo facile. Preferisco immortalarle quando mi danno noia, cioè sempre quando sto lavorando. Le piante. Hanno fatto di tutto per supplicarmi a non aprire più le finestre e qualcuna si è finta morta pur di farsi portare dentro. Per loro, qui si sta bene, fa caldo, mi sembra di capire. Almeno è riparato. A me si gelano mani e piedi, ossa e cervello. Mi sembra di stare in un igloo. Non so più chi ha ragione. Forse non mi accontento abbastanza. Sono abituata troppo bene.
Poi è arrivato lui, il cugino di Mucomorìs, il gatto andino, detto anche Titi. E' un misto tra un gatto, un procione e un tigrotto. E' in via di estinzione. Che faccio, lo ospito? Ma non è che poi mi tocca abbassare ancora la temperatura? Mi risulta che lui sia abituato a vivere tra i 3.000 e i 5.000 metri sulle Ande. E se si estingue?
mercoledì 17 ottobre 2007
lunedì 8 ottobre 2007
Silenzi/10.
martedì 2 ottobre 2007
Passato, presente e futuro

Il passato è legato al ricordo, il presente è prosaico e ateo, il futuro è il regno della poesia, delle attese, delle speranze, delle possibilità e della casualità. Ma sull’animo il futuro agisce con una forza infinitamente superiore a quella del passato; il passato lascia indietro soltanto la quieta sensazione del ricordo, mentre il futuro ci sovrasta con gli orrori dell’inferno o le beatitudini del paradiso. Gli dei che emergono dalle tombe non sono quindi che ombre di dei; gli dei veri e viventi, i signori della pioggia e del sole, del lampo e del tuono, della vita e della morte, del cielo e dell’inferno devono la loro esistenza soltanto alle potenze del timore e della speranza, che comandano alla vita e alla morte e che illuminano l’oscuro abisso del futuro con enti della rappresentazione. Il presente è oltremodo prosaico, concluso, determinato, immutevole, compiuto, esclusivo; nel presente la rappresentazione coincide con la realtà; in esso gli dei non hanno quindi posto né campo d’azione; il presente è ateo. Il futuro è invece il regno della poesia, il regno della possibilità e della casualità infinita. L. Feuerbach, L’essenza della religione
sabato 29 settembre 2007
Facciamo finta (ovvero un mese fa circa)

giovedì 27 settembre 2007
Il ciclista fantasma.

C'è una specie urbana, il ciclista fantasma, che sta diventando di moda. Nessuno si accorge di lui. Il ciclista fantasma non infrange mai le regole: rispetta la segnaletica, pedala solo negli spazi a lui assegnati e mai contromano. Però nessuno sembra vederlo: né i pedoni, che attraversano la strada proprio mentre lui sta arrivando, né gli automobilisti che aprono portiere all'improvviso. Il ciclista fantasma ogni tanto si fa male, ma nessuno gli chiede scusa, perché nessuno ci fa caso. Perde i suoi poteri di invisibilità quando è lui a far male a qualcuno, ma difficilmente gli si dà ragione. Per gli altri, ha sempre torto.(dibujo de Irina Tozzola: clic)
mercoledì 26 settembre 2007
Trentadue. Gli ombrelli sono sempre troppo grandi per i portoni delle case.

E dopo tutto il cullare notturno del ticchettio della pioggia, e un risveglio un po' sudicio ma rilassato, ecco che in questo vero inizio d'autunno, mi tocca fare la cosa che non si dovrebbe mai fare in un giorno di pioggia: infilarmi nell'infernale automobile ed entrare in autostrada. Nove chilometri di coda, imbottigliamento al casello, file di camion giganti, due ore per trenta chilometri. Giuro che la vendo. E che il prossimo giorno di pioggia mi dò malata.
martedì 25 settembre 2007
Trentuno. Cric croc. Fanno le foglie sotto le ruote della bicicletta. Di notte.

mercoledì 19 settembre 2007
Trenta. Il vizio dell'insonnia.
lunedì 17 settembre 2007
Ventinove. Da cosa si capisce che sta arrivando l'autunno. O l'estate.

Per il resto, siamo più o meno a metà giugno. La scuola è finita, e io devo ancora partire. La cosa più difficile è preparare i bagagli senza dimenticare niente, e senza portare niente di troppo. Impossibile. Questa volta parto così come sono. Mi alzo, mi lavo e mi vesto, e via, sono pronta per il mio primo volo in mongolfiera. Sorvolerò le alpi liguri, e il vento caldo mi porterà verso l'iberia, poi chissà, l'africanera o le ameringhe. Ma il destino non è un foglio di excell. E infatti apro la porta di casa, faccio un passo avanti e quasi cado a rotoloni giù dalle scale, maledette donne delle pulizie che non rimettete mai a posto gli zerbini, penso. Lo zerbino emette un guaito. Guardo meglio: sembra un animale. Lo sollevo, il telo che lo avvolge cade per terra, e restiamo muso a muso io e quel coso dagli occhioni dolci. Al collo porta un'etichetta che dice: "piccolo lupacchiotto senza pelo ma con tanti vizi". Non bastavano il nano fuggitivo e il gatto istrione. Anche il lupacchiotto spelacchiato, adesso, e non voglio neanche sapere cosa vuole dire "con tanti vizi". Decido di chiamarlo Remolo, e lo faccio entrare. Per colpa di Remolo ho perso l'ultima mongolfiera, e adesso sono qui, passerò l'estate a casa, a sognare l'iberia.
venerdì 14 settembre 2007
Se non ci fossi bisognerebbe inventarti
mercoledì 12 settembre 2007
Ventotto. L'invasione dei castori.

lunedì 10 settembre 2007
Silenzi/9
venerdì 31 agosto 2007
domenica 19 agosto 2007
mercoledì 15 agosto 2007
Specchio del Bar Sur

BARRIO DE TANGO QUARTIERE DI TANGO, inserito originariamente da Vision: Bs. As. - Roma.
Potrei passare tutta notte
tutta notte ad osservare
questo specchio del Bar Sur
questo specchio rovinato
che è lo specchio del passato
La tua immagine lontana
questo specchio maledetto
porta dentro i miei pensieri
e rifletto come lui
sul passato, l'oggi e l'ieri
Sembrano ancora tutti veri
pezzi di piano, un bandoneon
sedie e tavolini
a media luz le luci
bottiglie tristi e sole
piume colorate
una lampada di carta
e vecchie foto di Gardel.
domenica 12 agosto 2007
L'uomo sulla luna.

Dopo la punta del bastone di legno, entrò il maestro, vecchio e cieco, sorretto da due discepoli. Gli si fecero subito tutti intorno, lo aiutarono a sedersi e Paolo, il più anziano, chiese: «dicci, maestro, cosa pensi dei sogni».
«Racconterò tre sogni.» disse il vecchio con un filo di voce «Del primo dirò che era un sogno modesto, coltivato da un contadino del Lussemburgo: poter vivere e coltivare la propria terra. Purtroppo era stato condannato all’esilio e il suo sogno non si realizzò mai. Divenne un sospiratore e molti anni dopo sulla sua tomba scrissero: voleva coltivare la terra, coltivò soltanto speranze e illusioni. Del secondo sogno altro non si può dire se non che era un sogno ambizioso, nel quale amava rifugiarsi un modesto impiegato di Trieste: sognava di diventare uno scrittore, e di essere ricordato da generazioni di lettori. A furia di sognare, l’impiegato divenne uno scrittore, ma non se ne accorse: si distrasse e morì. Sulla sua tomba scrissero: in vita un sognatore, in morte uno scrittore. Del terzo sogno non c’è da meravigliarsi, è un sogno che fanno tutti i bambini: sognano di diventare grandi. Soltanto il tempo può realizzare questo sogno, il caso distruggerlo acerbo. Non si ricorderà il vecchio di aver sognato e di essere stato esaudito, e sulla sua tomba non scriverà nulla».
Detto questo, tacque come assopito. I discepoli non osavano profanare il silenzio e stettero una buona mezz’ora senza dire nulla.
«Ho fatto un sogno stanotte» riprese il maestro all’improvviso. «Ho sognato di salire sulla Luna.». I discepoli sorrisero all'idea.
«E cosa hai mai visto, sulla luna, maestro?» chiese Ernesto.
«All'inizio ero felice: c'era una gran pace, e silenzio: il silenzio dell'universo. Ma è durato poco».
«E perché mai, maestro?».
«Perché quando mi sono guardato intorno ho visto un paesaggio desolante, grigio, polveroso. Sono qui, dunque, mi sono chiesto, i desideri e i sogni, le speranze, i sospiri e le illusioni dell’intera umanità? E me ne sono andato.».
«Quindi maestro» chiese ancora Paolo «a che serve continuare a sognare?».
«Serve a vivere. I sogni hanno il potere di mantenere in vita chi li fa e l'uomo non ha il diritto di calpestarli. Continuate a tenere i piedi saldi a terra e gli occhi ben piantati nel cielo».
Allungò la mano tremolante davanti a sé, e i discepoli capirono che aveva sete. Bevve un po' d'acqua, e poi aggiunse: «Me ne sono andato dalla luna, perché volevo continuare a guardarla. O almeno a sognarla.».
venerdì 10 agosto 2007
Silenzi/8
Oye, hijo mio, el silencio.
Es un silencio ondulado,
un silencio,
donde resbalan valles y ecos
y que inclina las frentes
hacia el suelo.
Il silenzio
Ascolta, figlio, il silenzio.
E' un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi
e che piega le fronti
al suolo.
(Federico Garcia Lorca, Poema del cante jondo)
giovedì 9 agosto 2007
Ventisette. E uscimmo fuori a riveder le stelle...
lunedì 6 agosto 2007
Figli del vento

giovedì 2 agosto 2007
Le piccole cose

mi manca il tuo sorriso stanco e quella frase, ripetuta milioni di volte, non ci vedo più, chissà poi cosa vedevi davvero con quei tuoi occhi di biglia.
Mi mancano i tuoi ricordi di ragazza e la poltrona nella quale il tuo corpo sprofondava, mi mancano le foto vecchie nelle cornici di ferro battuto, mi manca la tua mano nodosa e i tuoi capelli spettinati.
Mi manca quella telefonata di un anno fa e già sapevo che l'avrei rimpianta.
Mi manca persino il ruomore dell'ossigeno di fianco al letto dell'ospedale.
Buon compleanno nonna, dovunque tu sia. Io ti immagino nel paradiso delle nonne a cucinare una crostata per il tuo compleanno.
mercoledì 1 agosto 2007
Ventisei. Eclissi.

Non vogliono proprio farci osservare il buio, farci immergere nella cecità notturna.
Sono passati 5 mesi e quel faro è ancora lì. Solo che adesso è estate, fa caldo e le tapparelle sono sempre su.
martedì 31 luglio 2007
Desideri

"Era il prezzo da pagare: guardare le vetrine da fuori tenendoci dentro i desideri. Sfiorare le stoffe dei costumi e proseguire. Sognarli, sognarli soltanto. Ancor oggi me li sogno, quei bellissimi costumi, e penso che se li avessi avuti, probabilmente me ne sarei già dimenticato. Il bambino vive e sogna con passione. L'adulto ricorda e a volte scrive. Ma possedere è spesso sinonimo di dimenticare, poiché si ricorda meglio ciò che non si è mai avuto o che si è perduto". Santiago Gamboa, Vita felice del giovane Esteban
lunedì 30 luglio 2007
In questi giorni è spuntata una Viola...

La mamma ha un sorriso che non si dimentica, un entusiasmo contagioso e parole che cullano. Fortunata Viola. Sei capitata in un bellissimo giardino.
giovedì 26 luglio 2007
Soffia il mistral

martedì 24 luglio 2007
La bella lavanderina

Le mani godono del contatto con l’acqua prima calda di sole poi fredda anzi gelida di sorgente; e del profumo del sapone di Marsiglia che a vederlo sembra latte di cocco schiumoso. E mentre gratto contro il piccolo asse improvvisato vestiti e gratto canotte e gratto mutande e gratto sciacquo schizzo tutt’intorno, penso già ai panni stesi al sole, alla fatica leggera del vento che, senza chiedermi niente, si divertirà ad asciugarli insieme ai miei pensieri sudaticci.
sabato 7 luglio 2007
Le coincidenze di San Martino

Un anno fa. Il mio sguardo si sdraia nel letto della Loira, calma del tramonto e delle luci che scompaiono, presto, dobbiamo andare o non ritroveremo più la strada, l'azzurro scolora, la carta da zucchero si tinge di blu stellato di notte e di luna.
Un anno dopo, oggi. Lontano da Tours, vicino a San Martino.
Cosa può avere di bello un capannone che si affaccia su una strada di traffico e camion, me lo sono chiesta ieri, pedalando sulla ciclabile col sole che mi picchia in testa.
Qualcosa di bello l'aveva. E non era solo l'azzurro, erano il rosso, il giallo, il verde, la carta d'azzucchero dei caffé improvvisati. Era la campagna che si perdeva a vista d'occhio dietro la strada e dietro il capannone.
Che ci posso fare? Ieri ero proprio malinconica. Ma mi passa, mi passa...
sabato 30 giugno 2007
L'impermanenza delle cose

Non riesco a buttare via niente.
E se proprio devo, rimando, come se separandomi dall'oggetto, se ne andasse anche una parte di me.
Eppure. Di oggetti ne sono andati, non li ricordo più ma da qualche parte nella memoria ci sono, come tutti i libri che ho letto. Ogni libro e ogni oggetto hanno sedimentato qualcosa in me.
E allora una volta all'anno, decido di fare ordine.
A volte semplicemente sposto le cose, altre volte elimino o catalogo.
A volte forse bisognerebbe fare così anche con gli affetti.
Perché se non li si prende in mano, se non li si guarda da vicino, non ci si accorge più, dopo un po', della loro esistenza. Fanno parte del paesaggio quotidiano.
E quando sono tanti, il pezzo singolo si perde nell'insieme. E' impossibile ricordarsene tutti i giorni.
Forse bisognerebbe fare come i monaci zen: non possedere nulla, godere della fatica e della bellezza di un mandala e poi dissolverlo. Perché presto o tardi, se non lo facciamo noi, ci penserà il Tempo.
martedì 12 giugno 2007
A un amico che se ne va. Una promessa.

Visto che non potrò più offrirti un caffé o una tisana o un martini con qualche patatina (almeno non tutti i giorni), ho deciso che da qui, ogni giorno, ti regalerò un pensiero e un ritaglio colorato di questa pianura, in cambio del tuo sguardo di brezza e luna del Sudamerica. Atè logo.
martedì 27 febbraio 2007
Venticinque. Luna e gnàc.

Stasera mi sento come Marcovaldo nel racconto Luna e Gnac. Il cantiere di fronte a casa mia soffre di narcisismo. Deve farsi vedere. Ha bisogno di affermare la sua esistenza, di giorno, di notte, sempre, casomai ce ne dimenticassimo. Non so cosa voglia dire esattamente il faro che hanno piazzato in cima alla gru. So che illumina tutto il quartiere.
Io, per sbaglio, ho dimenticato di abbassare le tapparelle e sulla parete sono comparsi due riquadri giallastri. L'ombra cinese della gru invade i miei sogni come un mostro di metallo che si sfracella nel mio letto. Mi sveglio di soprassalto. Da lontano arriva il rumore di un antifurto. Chissà se riuscirò a riaddormentarmi. Di certo non vedrò le stelle.
domenica 25 febbraio 2007
Il fascino dei cantieri.

Marc Augé, Rovine e macerie
venerdì 23 febbraio 2007
Ventiquattro. Cantieri veri o presunti.

La città è piena di cantieri. Dovunque mi giro vedo transenne, ostacoli, gru, divieti, ferite aperte nell’asfalto.
Sono belli i cantieri, lasciano spazio all’immaginazione, creano degli ostacoli nei sentieri di tutti i giorni. Pensi a cosa verrà fuori da quelle gru e montagne di terra e segnaletica e strisce bianche e rosse. Pensi che un giorno tutta quella polvere scomparirà e al suo posto si ergerà una casa, un giardino, una nuova strada, qualcosa che la tua mente riesca a classificare e utilizzare.
Il cantiere ti dice: alt! fermati! devi prendere una strada alternativa, di qui non puoi passare, stiamo lavorando anche per te, sciò! Il cantiere ti invita a sbirciare dentro, dietro le grate, stimola la curiosità, non ti fa stare più nella pelle.
Ma i cantieri non possono durare all’infinito. Da qualche parte devono portare. Se dietro ad un cantiere non c’è un progetto, uno scopo, una scadenza, allora è soltanto tutto un rimestare la terra sotto l’asfalto, come un chirurgo che apre un malato per vedere cosa ha dentro e poi lo richiude perché non c’è più niente da fare. Bisogna gridarlo a voce alta, se non c’è più niente da fare. Bisogna smettere, e passare ad altro.
C’è qualcuno che si arrende all’idea del cantiere, qualcuno che ama restarci all’infinito, che preferisce non finirle mai le cose, così non deve mostrare il proprio lavoro, ricevere critiche (ma nemmeno elogi!), giustificarsi, spiegare. Una specie di cantiere-limbo accidioso, di chi non vuole prendere decisioni, posizione. Di chi non vuole fare. Di chi fa finta di fare.
Oggi mi sono stufata. Ho scavalcato le transenne e sono andata a vedere cosa stavano facendo. Ci sono rimasta male. Nel cantiere non c’era nessuno.
venerdì 16 febbraio 2007
Ventitre. L'acqua del vicino è sempre più azzurra.

L’acqua non è tutta uguale. E non è solo bevendola che te ne accorgi. La nostra acqua è buona, si beve, non ha odori particolari, eppure manca di qualcosa. E’ un’acqua povera, dura, senza colore. E’ un’acqua che non riporta in vita. Siamo noi a decidere se deve essere calda o fredda, con una stupida rotazione del polso. E non è la lingua, non è il naso ad accorgersi che quest’acqua non va bene. E’ il corpo che reclama i sulfobatteri, i vapori, le bollicine piccole e quelle enormi, il calore che non puoi regolare.
Ma se avessimo quest'acqua tutti i giorni, siamo proprio sicuri di essere immuni dal virus dell'assuefazione? E che dopo un po' non ci sembrerebbe più così speciale?