martedì 27 novembre 2012

Tanti auguri (gluten free) scricciolina!

Oggi è il terzo compleanno di Emma, e io non voglio sembrare melensa ma un po' mi commuovo al pensiero che mi è capitata davvero la migliore nipote al mondo (lo so che dicono tutti così, io lo penso davvero...). Per lei è stato un anno impegnativo, ha tolto il ciuccio, il pannolino, le è arrivata una sorellina, ha scoperto di essere celiaca, ha smesso di mangiare pane e focaccia e ha cominciato ad andare alla scuola materna. Ma ha sempre affrontato tutto con grande dignità e grandi sorrisi.
Ho deciso che quest'anno le regaleremo i mitici chiodini, sperando che le piacciano, per restituirle un po' di allegria e di colore con cui ha innaffiato le nostre vite in questi tre anni e perché sappiamo che scatenerà la sua immaginazione, sperando che nel frattempo Bianca non li scambi per caramelle.
E magari anche un set di tazzine per fare il tè, rigorosamente di plastica, visto che la zia inesperta l'anno scorso ha scelto le tazzine in ceramica di Barbapapà che dopo neanche un mese erano tutte in frantumi. Ha ancora molto da imparare, la zia.

lunedì 26 novembre 2012

Le ragazze vogliono solo divertirsi (è quello che vogliono davvero).

foto di Walter Breveglieri
Qualche giorno fa ho sentito dire alla radio che in questi giorni ricorre l'anniversario della nascita del juke-box. Il mio ricordo più bello legato a questo apparecchio risale a un'estate del 1984, quando al campeggio della Partaccia a Marina di Massa (l'unica volta della mia vita che andai in campeggio con la mia famiglia) la sera si stava nella zona del bar e a me piaceva ascoltare sempre la stessa canzone, Girls just want to have fun di Cyndi Lauper. Era una canzone che mi trasmetteva, e mi trasmette, una grande energia, e ogni volta che l'ascolto mi vien voglia di ballare e saltare. Avevo dieci anni, ed era così che immaginavo il mio immediato futuro: un misto di ribellione e divertimento, come quella pazza di Cyndi, con i capelli arancioni e i vestiti bizzarri. La ribellione e il divertimento saltavano fuori dalle note, perché io l'inglese non lo conoscevo ancora. Le ragazze vogliono solo divertirsi. 
Da allora, salto direttamente al 2011, in una tequileria di Città del Messico, ma non ricordo in quell'occasione che canzoni ascoltammo (e pensare che è passato solo un anno!). Eravamo concentrati sull'atto di scegliere più che sulla scelta. Siamo così abituati a far andare random migliaia di canzoni sull'iPod, che il fatto di avere una scelta limitata, e di esprimere in quella scelta il meglio di noi stessi, ci sembrava un bel divertimento. Del resto, le ragazze vogliono solo divertirsi. Sono passati quasi trent'anni ma non è cambiato niente.


domenica 25 novembre 2012

Woman is the nigger of the world.


Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ecco, volevo solo dire questo. Ascoltate John e questa meravigliosa canzone.

sabato 24 novembre 2012

Autunno



Autunno, inserito originariamente da Michele Nespoli.

giovedì 22 novembre 2012

Ciò che seduce è ciò che contiene un grande mistero.

Ieri, ho sentito dire, per l'ennesima volta, peraltro da persona colta e intelligente, che il verbo sedurre, che deriva dal latino seducere, significherebbe, letteralmente, "condurre a sé". Non è vero, ma in quel momento non ho avuto il coraggio di smentire il mio interlocutore per non far fare una figura barbina a lui e non passare io per saputella.
Una decina di anni fa, per l'esame di Filosofia del linguaggio, mi sono ritrovata a scrivere una "tesina" sulla parola seduzione. Ed ecco qualche riga di quella tesina, tanto per mettere i puntini sulle I. Se poi volete leggerla tutta, chiedetemela, e ve la mando via mail.

Diciamo subito che in latino il verbo seduco, is, duxi, ductum, ere non significa, appunto, come potrebbe sembrare a prima vista, "condurre a sé", ma deriva da se(d)- ("a parte", "via") e ducere  ("condurre"), e quindi significa "condurre in disparte, separare, dividere": "sviare". Solo nel latino tardo, in particolare in quello ecclesiastico, il termine passa a indicare l'azione del "sedurre, corrompere" o, più in generale, "indurre altri all'errore o alla colpa", riferita il più delle volte al demonio, che è detto spesso "il seduttore". La sua opera per indurre al male, è qualificata come seduzione: viene detta seduzione l'azione per indurre all'idolatria e all'impurità.  Per la religione rappresenta quindi la strategia del demonio. Sedurre nel significato di "circuire una donna" e "attrarre, avvincere" è il fr. séduire (1538 nella prima accezione, 1698 nella seconda); seduzione nel significato di "fascino, malìa" è il fr. séduction (1734). La parola seduzione è dunque andata incontro, nel corso dei secoli, a una serie di slittamenti semantici.

mercoledì 21 novembre 2012

L'uovo nero.

Ed ecco la fiaba di Luigi Capuana che ha ispirato il nome della casa editrice.

L'uovo nero
di Luigi Capuana

elaborazione di Peppo Bianchessi
C'era una volta una vecchia che campava di elemosina, e tutto quello che buscava, lo divideva esattamente: metà lei, metà la sua gallina.
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a schiamazzare; avea fatto l'uovo. La vecchia lo vendeva un soldo, e si comprava un soldo di pane. La crosta la sminuzzava a quella, la midolla se la mangiava lei: poi andava attorno per l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina tornò a casa senza nulla.
- Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
- Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
Il giorno appresso, sul far dell'alba, la gallina si mise a schiamazzare. Invece d'un uovo, ne aveva fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia andò fuori per venderli. Quello bianco lo vendé subito; quello nero, nessuno voleva credere che fosse uovo di gallina. La vecchina comprò il solito soldo di pane, e tornò a casa:
- Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.

martedì 20 novembre 2012

Ti fidi di me?

Non ho ancora trovato il mio parrucchiere di fiducia. Ho il mio pasticcere di fiducia, il mio pneumologo di fiducia, il mio erborista di fiducia. Il dentista di fiducia. Ma il parrucchiere no. C'è sempre un piccolo dettaglio che rovina tutto. Certo, come nei grandi amori, bisognerebbe scendere a compromessi: la perfezione non esiste. Bisognerebbe chiudere un occhio sui piccoli difetti per apprezzare i grandi pregi, perché c'è qualcosa in quel grande amore di cui non si può proprio fare a meno. E allora sarà che non mi sono ancora innamorata. Non ho ancora trovato "il parrucchiere della mia vita". Ho solo rapporti occasionali, preferisco mantenere le distanze. Mi infastidisco quando mi lavano i capelli in modo esageratamente energico. Mi infastidisco quando chiedo una piega "mossa" e mi fanno i boccoli. Quando chiedo di fare i capelli di un colore più chiaro, e mi fanno i riflessi rossi. E poi c'è chi ti fa pagare troppo. A volte con l'inganno. Così dopo due tre di questi "piccoli" sbagli, io cambio. Alla fine, gira e rigira sono sempre gli stessi, i saloni che frequento: è come avere quattro-cinque amanti e stare un po' con uno un po' con l'altro. Quando torno, dopo un po' di mesi, dico di esser stata in giro per altre città e loro mi perdonano sempre.

domenica 18 novembre 2012

E mi è scivolato il Natale in bocca.

Già da qualche giorno nei supermercati sono arrivati i prodotti natalizi (e manca più di un mese). Oggi non ho resistito: ho comprato un pandoro, il primo della stagione. So che tra un mese non vorrò più neanche vederlo, lui e il suo amico panettone, ma oggi avevo bisogno di tenere in bocca quella nuvola soffice e burrosa sbuffettata di zucchero a velo. E mi è scivolato il Natale in bocca. Perché il primo morso non è un morso qualsiasi, è un insieme di ricordi, di freddo, di neve, di colori, di fuoco e caminetto, di candele, di sapori che si mescolano, di noci e frutta candita, di brodo e torroncini, e di tutto quello che è il nostro Natale. Che per me è la somma di tutti i Natali che ho vissuto. Qualche anno fa ho avuto la possibilità di vivere il Natale nell'altro emisfero, ero in Argentina. Confesso, non ce l'ho fatta. Il 24 dicembre sono scappata dal Natale in maglietta per venire a rifugiarmi nell'abbraccio dell'orso. Forse avevo solo paura di perdermi un pezzo della mia storia.

sabato 17 novembre 2012

Non ce ne libereremo mai?


Me lo devono spiegare. Perché, se i sacchetti di plastica sono stati dichiarati illegali da quasi due anni, continuiamo a ritrovarceli tra i piedi? Perché cerchiamo di liberarcene in tutti i modi, a volte buttandoli nei cassonetti della plastica (mia zia, che lavorava in un impianto di compostaggio, mi ha sempre detto che quella dei sacchetti è la plastica migliore, quella che si ricicla meglio...), a volte passandoli a parenti e amici, come mezzo per trasportare regalini o oggetti vari, ma loro escono dalla porta e rientrano dalla finestra?
E' vero, qualcosa è cambiato: ormai, quando vai a fare la spesa, alle casse dei supermercati ti danno borse biodegradabili, borse di carta, di cotone, di tela, ma al reparto frutta e verdura si trovano solo borsine di plastica. E ne devi usare una per ogni prodotto che compri. Compri un limone? Una borsina. Due zucchine? Un'altra borsina. E via. Una volta ho pesato separatamente tutte le cose e le ho messe in un'unica borsina di plastica attaccandoci sopra i sei cartellini sputati fuori dalla macchinetta. La cassiera non ha gradito, non lo faccia più, per favore, mi ha detto, che ci complica la vita. E a me, non si complica la vita, con tutti questi sacchettini di plastica, piccoli, leggeri e inutili? E alle foche? Alle tartarughe? Non si complica la vita? "Un piccolo supermercato può arrivare a distribuirne in un anno circa 220.000 pezzi, uno medio-grande può arrivare ad un consumo tra i 310-500 mila pezzi e un ipermercato con superficie oltre ai 4500 mq può arrivare a distribuirne 1 milione e mezzo di pezzi l'anno", leggo su un giornale. Sono cifre terribili, diffuse dal sito Porta la sporta, che però propone anche una soluzione: usare le retine di cotone, come si faceva una volta: http://www.portalasporta.it/mettila_in_rete.htm. Mi sembra un bel modo di iniziare la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti.

lunedì 12 novembre 2012

A boy. And a girl.



A boy. and A girl, inserito originariamente da MiFrizKa.

venerdì 2 novembre 2012

Che è domenica lo si capisce dall'uovo sbattuto.

Oggi non è domenica, ma a me piace pensare che lo sia. È un giorno di festa, e quando è festa io mi sveglio e ho voglia di mangiare un uovo sbattuto. Si sbatte il tuorlo di un uovo fresco in una tazza, con tre-quattro cucchiaini di zucchero, e lo si mangia così, cucchiaino dopo cucchiaino (finisce piuttosto in fretta). Oppure se ne avanza un pochettino e gli si versa sopra il caffè fumante della moka. L'uovo sbattuto era una di quelle cose che mio papà mi permetteva di mangiare solo la domenica, quando ero bambina. Non so, perché, solo la domenica, forse perché mangiare troppe uova faceva male, o semplicemente perché la domenica avevamo più tempo per fare colazione. A me faceva sentire grande, perché non erano i soliti biscotti, e perché mia sorella, che era più piccola, non lo mangiava. Che il motivo era un altro, l'ho capito dopo. Non perché era piccola, non lo mangiava (del resto non voleva assaggiare nemmeno la marmellata!); credo le facesse schifo la consistenza, o la viscidità di certi alimenti, e quindi li rifiutava a priori. Ma questa è un'altra storia.

giovedì 1 novembre 2012

Il meino tortionata

Comincio a sospettare che la mezza bustina bianca che ho aggiunto all'impasto non fosse lievito ma zucchero a velo, o qualcos'altro. Perché i meini, che ho tentato di fare stamattina appena sveglia, i mein di morti, non solo non sono lievitati, ma si sono incollati tutti, a formare un'unica teglia di grande biscotto scuro che più che meino sembra tortionata (evito di pubblicare la foto, per decenza). O forse ho sbagliato la farina. Vincent ha ribattezzato il mio tentativo "modello Sahara", o per dirla alla Benni, paneterno. Ma non mi scoraggio, non mi offendo, è solo il primo tentativo, e si impara dai propri errori.

La ricetta  l'ho presa dal volumetto La cucina di Lodi pubblicato anni fa dall'APT:

Tradizionale dolce del mese di novembre (un tempo infatti si chiamavano i "mein di morti") si mangiano sbriciolati nella panna. Preparare un impasto con 2 etti di farina modenese, 1 etto di farina bianca, due uova (uno col solo tuorlo), 2 etti di zucchero, mezza bustina di lievito e un pizzico di sale, il tutto bagnato con 1 etto di burro appena fuso. Ottenere un impasto omogeneo e fare una sfoglia alta non più di un centimetro, fare dei dischi con uno stampo del diametro di 10 centimetri e riporli su un foglio di carta oleata unta con dell'olio di oliva. Mettere in forno a 180° per circa mezz'ora; togliere i meini non appena la pasta sarà dorata.

Potrei provare ad analizzare i miei errori, uno dietro l'altro, ma sarebbe inutile: sgranocchiamo, per ora, l'unica sarà ritentare, magari seguendo un'altra ricetta, più dettagliata e con qualche aiuto visivo (come questa qui).

giovedì 25 ottobre 2012

The Bogs



The Bogs, inserito originariamente da LostTrainDude.

venerdì 12 ottobre 2012

Ci sono quelli che si mettono a correre.


Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano. Ci sono quelli che sono contenti, sbarazzati di qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore. Ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa. Ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito. Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza. Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l'età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che... è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l'epoca, il destino, la vita,

ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi.
Che si mettono a correre, 
per esempio.

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

martedì 2 ottobre 2012

Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?


mercoledì 19 settembre 2012

Non sono morto.

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte di Italo Calvino. Qualche tempo fa ho letto questo ricordo di Pietro Citati (che riporto qui sotto, anche se non integralmente), apparso nel suo Ritratti di donne (1992) e ripubblicato da Minimum Fax all'inizio del bel libretto Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull'arte della narrativa. Citati ci parla di un amico, di un Calvino giovane, e poi uomo, delle sue abitudini di vita e di scrittura, delle sue stravaganze e della sua riservatezza, delle sue letture. Ho amato molto i libri di Calvino; forse è il primo scrittore italiano che ho amato, fin dall'infanzia, e che ha accompagnato diversi momenti della mia vita. Quando è morto, avevo solo undici anni, ed è allora che sono cominciate le mie letture, quelle vere. Io ero lì, in mezzo al mare, avevo iniziato a navigare da poco. Lui era già su un'isola, la sua isola, e scriveva, scriveva su fogli di carta, fogli volanti, e con questi fogli faceva barchette e aeroplanini, che poi lasciava andare, e io dalla mia barca li acchiappavo e li leggevo avidamente, e non sempre riuscivo ad afferrare tutto, non sempre era una lettura facile, a volte le parole sembravano sbiadite, difficili da decifrare, ma non mi importava, perché con Calvino era come mettersi degli occhiali nuovi per guardare la realtà, la stessa realtà in cui dovevo remare e fare fatica.
L'anno scorso ho passato diversi giorni a Castiglione della Pescaia, in Toscana, dove Calvino trascorse l'ultimo periodo della sua vita e dove, poi, è morto. La biblioteca porta il suo nome e dovunque ci sono sue foto. E tracce di lui.
Italo Calvino riposa nel Cimitero di Castiglione della Pescaia, circondato da una siepe di rosmarino. Guardando il mare.



















Ecco un brano del ricordo di Citati.

Il suo paesaggio cambiò. Se aveva vissuto a Parigi come un estraneo e a Roma come un ospite, ora la sua vera casa era la pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. In qualche modo, ripeteva il paesaggio ligure. Anche qui, tutto era limitato: una striscia di sabbia chiusa tra due promontori, una pineta, una macchia, un piccolo giardino dove tutto sembrava miniutarizzato. Scriveva nel cuore della casa, in alto, in uno studiolo raggiunto da una scala pericolosissima, come in un pollaio aereo o in una colombaia. Sotto i suoi piedi, la moglie parlava con le amiche o con la domestica, entravano i fornitori, arrivavano gli amici; e lui continuava a scrivere, immerso nel rumore dell'esistenza, vegliando sulla casa come una cicogna. Non diceva mai di no alle cosa. Ma si era ormai allontanato profondamente dalla realtà, chiuso nel suo mondo di ombre leggere. Sulle soglie tra lui e la vita, tra lui e gli altri, aveva disposto la moglie, che doveva riferirgli tutto: che volti avessero gli altri uomini, cosa accadesse nella pineta, che ombre gettassero gli alberi, che odori attraversavano il prato, che sapori avevano i cibi, che suoni la musica. Lassù in alto, come un'ape riceveva il miele che la moglie aveva raccolto, e lo depositava nella delicatissima arnia della sua mente. (...)
Poi sulla pineta scesero, troppo rapidamente gli ultimi anni. Volgendo le spalle a qualsiasi idea generale, Calvino si accontentava di contemplare un'onda, un ciuffo d'erba nel giardino, un uccello che cantava (...) L'ultima estate fu difficile. Scriveva le sue Lezioni americane: un libro bellissimo, l'Ars poetica della nostra fine di secolo, dove la letteratura antica e moderna si riflettono in un limpido specchio. Non era di buon umore: non usciva più di casa, chiuso nell'alta colombaia, non faceva il bagno. Pensava di perdere tempo: era uno scrittore, doveva dar forma alle decine di racconti che gli gremivano il capo, non riflettere sulla letteratura. Ai primi del settembre 1985 le Lezioni erano quasi finite: ma, per lui appartenevano già ad un tempo passato. In quegli ultimi giorni lo vidi due volte; e fu tenero, affettuoso, divertente, quasi felice. (...) Poi non ci fu più niente. Ci fu la caduta al suolo, la cosa dell'autoambulanza fino a Siena, l'orribile ospedale dove avevo conosciuto altre morti, i visi stravolti dei medici, l'operazione inutile, i discorsi inutili, le attese inutili, il capo bendato, la piccola tomba sul mare di Castiglione. Una mattina i medici ci dissero, per consolarci, che tutto era andato benissimo. Quella di Italo era una malformazione cerebrale congenita. Avrebbe dovuto morire a venticinque o trenta anni al più tardi. Quanto tempo aveva guadagnato; quanti libri aveva scritto, col suo passo da marinaio-contadino che si inoltrava nei gerbidi. Come era stato accorto nel sottrarre tempo - l'unica ricchezza che importa - alle divinità che si prendono gioco di noi. E mi dissi che nemmeno lui, forse, sapeva di essere così fragile. Aveva eluso la propria fragilità colla pazienza, il lavoro, la discrezione e quella terribile maga, che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità: la letteratura.
Non sogno mai. Due anni più tardi, Italo mi apparve in sogno. Aveva ancora la fronte bendata, ma il sorriso era quello, luminosissimo, dell'ultima sera. Mi diceva: «Sai, è stato tutto uno sbaglio. I medici non hanno capito. Non sono morto».

giovedì 13 settembre 2012

Roald Dahl day

Oggi è il Roald Dahl Day e io lo festeggerò rileggendomi qualcosa di questo grande autore. Negli ultimi anni ho letto moltissimi suoi libri, dalla Fabbrica di cioccolato a Le streghe, da Gli sporcelli a Boy, ma anche bellissimi racconti delle sue esperienze di guerra. Sono felice di averlo scoperto da adulta, le sue storie mi hanno sempre divertito tantissimo. Anzi, credo che sia un autore che vada letto da adulti, perché porta un po' di colore nella vita di tutti i giorni. Spesso i suoi personaggi sono bambini che vivono situazioni difficili, ma non perdono mai l'ottimismo e la speranza, e riescono sempre a cavarsela con fantasia e ingegno. O adulti insopportabili e ripugnanti. E che dire di tutte quelle bizzarre creature, come gli Umpa-Lumpa? E di quel misto di cinismo e ironia che è il surreale Willy Wonka? Ecco, mi è tornata la voglia di rileggere tutto, di Roald Dahl. Inizierò da quell'unico libro che ho sempre avuto sul comodino, e non ho mai letto: Il GGG.


Sofia non riusciva a prender sonno.
Un raggio di luna che filtrava tra le tende andava a cadere obliquamente proprio sul suo cuscino.
Nel dormitorio gli altri bambini sognavagno già da tempo. Sofia chiuse gli occhi e rimase immobile tentando con tutte le sue forze di addormentarsi. Ma niente da fare. Il raggio della luna fendeva l'oscurità come una lama d'argento e andava a ferirla in piena faccia.

mercoledì 29 agosto 2012

Sughetto alle melanzane di Partinico.



La ricetta di questo sughetto alle melanzane mi è stato suggerita in fretta e furia una sera da mio cognato Giulio Partinico che, in quanto siciliano d'origine, di melanzane s'intende assai.

Friggere in un padellino melanzane q.b. tagliate a dadini (usare olio di semi). Per friggere bene, le melanzane devono essere "immerse" nell'olio.
Quando i dadini diventano dorati e croccanti depositarli su uno/due fogli di carta assorbente, per far assorbire un po' l'olio, altrimenti rimangono indigesti e pesanti.






In un padellino, soffriggere nell'olio (questa volta di oliva) uno/due spicchi d'aglio schiacciati e aggiungere poi passata di pomodoro e qualche foglia di menta. Lasciare andare a fuoco lento per un po' (un quarto d'ora - venti minuti).
Aggiungere infine i dadini di melanzane. Chi non sopporta l'aglio può eliminare gli spicchi (se riesce a trovarli…)
Io ho provato questo sugo con le orecchiette e l'ho trovato un ottimo abbinamento, ma credo possa andare bene con qualsiasi tipo di pasta.

Se volete dormire sonni tranquilli, vi ci vorranno diverse ore per digerirlo, quindi meglio a pranzo che a cena.

mercoledì 22 agosto 2012

L'immaginazione dello scrittore.

Anche la storia più eccitante, raccontata da un amico con il commento fatale «tu sì che puoi farne un racconto straordinario», non avrà alcun valore per lo scrittore. Se è un racconto è già un racconto. Non richiede l'immaginazione di uno scrittore; la sua immaginazione e la sua mente lo rigettano, in senso artistico, come la sua carne rigetterebbe il trapianto di carne altrui. Un celebre aneddoto su Henry James riferisce che quando un amico cominciò a raccontargli «una storia», James lo fermò dopo le primissime parole. James aveva sentito abbastanza, e preferiva lasciare il resto alla sua immaginazione.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo

lunedì 13 agosto 2012

Come una sirena.



Ma basta: questa è dunque la tua casa, e tu ci tornerai sempre, ne sono sicuro, perché, a casa, sempre ci si ritorna; e anche per te è un giardino fatato, questa mia isoletta.
Ci tornerai sempre, sì; però, aggiungo: non ti ci fermerai mai molto tempo. Su ciò, caro padroncino, non voglio farmi illusioni. Quelli come te, che hanno due sangue diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena sono tornati qua, subito hanno voglia di scappare via. Tu te ne andrai da un luogo all'altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che si incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia: c'è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l'altro.
Elsa Morante, L'isola di Arturo