sabato 24 settembre 2011

Resistere, resistere, resistere.

Riallacciandomi all'articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 31 agosto sulla nuova disciplina sul prezzo dei libri (disponibile qui), pubblico una lunga riflessione sull'argomento di un'amica. E vi invito a visitare il blog dei Mulini a vento per restare aggiornati sull'argomento.
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Ho letto, con interesse, la lunga serie di interventi fatti a proposito della nuova legge sul libro; sono una "piccola libraria", specie in via di estinzione, e vorrei poter dire la mia, da diretta interessata, partendo dall'affermazione: "lo sconto del libro dovrebbe essere deciso da chi lo vende". Teoricamente non fa una piega e si può credere nelle qualità taumaturgiche del mercato come il miglior regolatore (del mondo) possibile, così come, teoricamente si può anche continuare a credere che il prezzo del libro (prezzo di costo al quale le librerie acquistano ciò che vendono) sia uguale per tutti e che quindi, chi non è disposto a fare sconti al pubblico, sia semplicemente più "avido" degli altri. Peccato che nulla si dica e molto poco si sappia di ciò che sta, davvero, uccidendo i "piccoli" perché, mentre i "grandi" moriranno a causa della forte concorrenza di Amazon se non sapranno adeguarsi, a causa della crisi economica che fa, giustamente, sacrificare un libro al pane e al latte nel "paniere" del comune cittadino e per effetto - quando sarà, anche da noi - del primato dell'E-book sul libro tradizionale, per i "piccoli" la questione è diversa, molto diversa: noi morirermo per tutte queste ragioni, ma non solo, permettete che vi racconti come stanno le cose?
La vulgata ufficiale dice che bisogna difendere le piccole librerie, non tanto e non solo in quanto presidi culturali o luoghi di incontro e di confronto, ma soprattutto perché uniche realtà in grado di garantire quella che, in "gergo", si definisce "bibliodiversità" e un intervento di orientamento, di supporto, di servizio al lettore. Non certo a tutti i lettori, ci mancherebbe altro: non agli studenti che leggono ciò che devono senza che possano esercitare alcuna possibilità di scelta, non agli esperti di alcuni settori - di qualunque settore si tratti - che sanno perfettamente di cosa hanno bisogno e che forse un libro in tema potrebbero scriverlo addirittura loro, non i lettori "forti" dai gusti spiccati che non si lasciano conquistare (o irretire) da una chiacchiera con un libraio o da una copertina ma che sanno esattamente cosa vogliono ma gli altri, perché no?
E non avete pensato che questi lettori autonomi, autonomi non siano nati ma siano diventati e che, alla loro autonomia, abbiano contribuito una libreria e un libraio anziché uno scaffale di supermercato o una prenotazione on line?
E allora, cerchiamo, davvero, di non sterminare le librerie indipendenti, lasciamo loro la possibilità di sopravvivere se sapranno attrezzarsi per i tempi che corrono, modificarsi senza perdere l'anima, attualizzare la propria proposta e le modalità tramite le quali la si rende fruibile, ma senza ipocrisia e, soprattutto, senza imporre - nel silenzio assordante di tutti - una "partenza a handicap" che rende la vita quasi impossibile.
E qui si arriva al cuore del problema: alle concentrazioni che contraddistinguono tutta la filiera del libro e che con il libero mercato hanno nulla a che fare. Il prezzo di vendita è imposto – all'acquirente finale - ma le condizioni che gli editori praticano alle librerie, genericamente intese, è tutt'altro che uniforme. Gli editori praticano alle proprie librerie di catena – perché ormai tutti i principali gruppi editoriali sono divenuti proprietari di catene di librerie: Giunti, Mondadori, Feltrinelli, Messaggerie – e alle librerie degli editori concorrenti condizioni di acquisto ben diverse da quelle offerte alle librerie indipendenti: fino al 50% per le prime, intorno al 30/35% al massimo alle seconde. E quando gli editori lamentano che il prezzo dei libri non si può ridurre perché gli autori costano e pure la carta, per non parlare dell'intermediazione nella distribuzione, dimenticano di dire che pure la distribuzione è in mano loro, concentrata essa stessa. E' stata forse manovra di poco conto, strategicamente parlando, tanto per citarne una, l'acquisto da parte di Feltrinelli di PDE (Promozione Distribuzione Editoriale, uno dei pochi “distributori” non ancora di proprietà di editori fino a un paio di anni fa) allo scopo di distribuire se stessa e altri? E che dire dell'operazione – presentata come un vantaggio per tutti gli “utilizzatori finali” - della saldatura tra Gruppo Giunti e Gruppo Touring? E l'acquisto di Fastbook, un grossista/colosso, da parte di Messaggerie Libri? Niente di male, certo, grandi strategie industriali per grandi gruppi che tentano il miglior posizionamento possibile all'interno del (mai troppo prospero) mercato editoriale italiano.
Il resto, quello che rimane, siamo noi: librerie non di catena che acquistano i libri senza la forza di poter contrattare condizioni e scontistica e che di conseguenza niente o quasi possono concedere ai lettori di quel margine del 30% che rimane, al netto delle spese di trasporto a nostro carico.
L'attuale legge sul libro, appena entrata in vigore, che io non condivido e che ritengo non rappresenti una chiara presa di posizione a favore del riconoscimento del libro come articolo diverso da ogni altro e da tutelare, in sè e per sè, più delle collant o della birra, assume una posizione ambigua senza fare una precisa scelta di campo: si aboliscono gli sconti liberi, calmierandoli nella misura massima del 20% ma fermandoli al 15% nella vendita diretta al pubblico, sostanzialmente perché i “grandi” (editori, distributori e proprietari di librerie di catena) temono l'avanzata di Amazon che, sul loro stesso terreno, li avrebbe seppelliti quanto prima ma non si spiega il perché di quanto fatto e soprattutto, quanto fatto, condanna comunque, prima o poi, chi grande non è alla capitolazione.
Parlo da libraia che faticosamente cerca di andare al di là di ciò che è più immediatamente disponibile e reperibile, perché i libri sono, da un certo punto di vista, come un piccolo tesoro: per trovarli si deve cercare, allestire uno scenario nel quale entrino in gioco competenze, fantasia, varietà, passione e libertà. I libri in Italia hanno un prezzo spesso proibitivo? Credo di sì, anche se non sempre: discutiamo. Il numero di nuove proposte è esagerato? Certamente sì e di questo si è cominciato a parlare quest'estate con interventi eterogenei da parte degli editori. Il catalogo ne esce penalizzato? Non sempre, credo, fin quando esisteranno luoghi in cui non ci si dimentica del "vecchio" per inseguire le novità che durano il tempo di un mattino.
E quei luoghi sono le librerie.
Piccole librerie e piccole case editrici saranno tagliati fuori da questo mercato in cui le posizione dominanti stritolano e conquistano sempre più spazio e tutti quanti, lettori di best seller e di "nicchia", non avranno più librai e librerie cui rivolgersi per trovare ciò che i "grandi" non hanno interesse (economico) a proporre sugli scaffali o a pubblicare.
Saremo tutti un po' più poveri, da qualunque lato si voglia guardare il problema e con questa legge scopriremo che per cercare di accontentare tutti non si è accontentato nessuno: non i lettori che si sentono defraudati della possibilità di acquistare libri con sconti mirabolanti, non gli editori che non potranno fare leva sulla rincorsa allo sconto più elevato e per il maggior tempo possibile per aumentare la propria quota di mercato, non le biblioteche e i centri culturali che dovendo acquistare con minori sconti avranno a disposizione (e noi, tramite loro) meno patrimonio librario, non le librerie indipendenti che, anche stavolta, si vedono negato il riconoscimento della propria originalità, l'importanza della loro funzione, la densità delle proprie competenze.
E' un peccato, davvero, per tutti e forse, in questo caso, sarebbe bastato dare un'occhiata a cosa Francia, Germania e pure la Svizzera hanno deciso di fare senza limitarci ad essere “europeisti” quando ci conviene e provinciali quando non sappiamo che pesci pigliare.
Cerchiamo di resistere, resistere, resistere, ma chissà fino a quando ci riusciremo.

Michela Sfondrini
Libreria Sommaruga - Lodi

martedì 20 settembre 2011

Il grembiule.

Però lo zio Baldassarre , ogni volta che la nonna si lamentava per il colore del grembiule, interveniva a prendere le difese di quella spartana divisa scolastica. - Col grembiule nero bambini e bambine appaiono e si sentono tutti uguali. Non c'è differenza tra i ricchi dai begli abiti nuovi, puliti e alla mosa, e i poveri tutti stracciati. Il grembiule copre ogni differenza e non possono nascere invidie o rivalità. Abbiamo lottato tanto per avere l'istruzione gratuita e obbligatoria; una scuola elementare unica, uguale per tutti... Il grembiule nero è il simbolo di questa uguaglianza e dobbiamo esserne fieri!
Lo zio Baldassarre era proprio ingenuo, pensò quel giorno Elisa, guardando le due nuove arrivate. Lei e le sue amiche erano in grado di riconoscere a prima vista una bambina povera da altri mille dettagli.
E poi, tanto per cominciare, non era vero che i grembiuli fossero tutti uguali. Ce n'erano che sembravano vestine da ballo, come quelli di Sveva o di Ester Panaro, di stoffa lucida, con la gonna arricciata, piegoline e volant, il colletto da pizzo inamidato e un fazzoletto sempre pulito nel taschino. E ce n'erano di logori, rattoppati, con gli angoli delle tasche penzoloni e il colletto freddo e duro di celluloide, che non c'era bisogno di lavare perché si poteva pulire in qualsiasi momento con la gomma delle matite. Inoltre le bambine povere avevano solo e sempre lo stesso grembiule, mentre le altre ne avevano due per il cambio, e qualcuna anche tre, magari di modello diverso.
Bianca Pitzorno, Ascolta il mio cuore

sabato 17 settembre 2011

E venne un colpo di vento.

Eccolo, il colpo di vento.
È arrivato oggi mentre ero seduta a scrivere sul divano.
Si preannuncia tempesta: le tende hanno svolazzato e le candele accese sul davanzale hanno tremolato, forse arriverà quel temporale di cui parlano da giorni i meteorologi.
Io amo riempire la casa di candele profumate. Le mie preferite sono quelle dell'Ikea, piccoli lumini protetti da un involucro di alluminio. Profumano di mela, di vaniglia, di agrumi e di frutti di bosco.
Purtroppo a volte mi è capitato di uscire di casa dimenticandone qualcuna accesa. So che non dovrei, che è pericoloso, che non si scherza con il fuoco. Non faccio mica apposta. Una volta mi sono addormentata e svegliata appena in tempo per spegnere un principio di incendio sul tavolo della cucina… ma era una candela circondata da piccole canne di bambù. Da allora cerco sempre di accendere i miei lumini solo in una posizione sicura, protetti dall'alluminio, dalla sabbia, da un portacandele. Ne accendo sempre una fila sul davanzale, sotto la finestra della sala.
«E se viene un colpo di vento?», mi ha chiesto un giorno il piccolo principe.
Ho cercato di immaginare cosa volesse dire e come potesse un colpo di vento sollevare una candela, farla cadere sul tappeto, lanciarla addosso alle tende. Ho pensato: il vento spegne la candela. E mi sono tranquillizzata. E, inoltre, quante probabilità ci sono che venga un colpo di vento? E che generi quella catena di eventi sfortunati per cui la mia casa vada a fuoco?
E oggi eccolo, il colpo di vento. All'improvviso. Ha sollevato le tende, non la candela. Era questo allora che intendeva il piccolo principe: il vento non solleva la candela, ma può sollevare la tenda. Prima di spegnere la candela.
Per fortuna ero in casa. Mi sono alzata, ho chiuso tutte le finestre e tirato giù le tapparelle. Le candele le ho lasciate accese.

giovedì 4 agosto 2011

Chi ha paura dell'uomo bianco?

Mia nipote ha paura dell'uomo bianco. Gliel'ho fatto ripetere ed è proprio vero: non l'uomo nero, l'uomo bianco, quello che si aggira di giorno per le strade delle città e si finge una statua di gesso o di sale e che poi all'improvviso, senza una ragione, si muove. Ha ragione lei, l'uomo bianco fa paura perché è imprevedibile, si muove solo per soldi e per tutto il resto del tempo finge di essere quello che non è. L'uomo nero invece si confonde con la notte, è un'ombra, un sogno forse, che la luce del mattino porta via. Basta aprire gli occhi.

martedì 2 agosto 2011

Bellezze allegre e bellezze tristi.

Ci sono bellezze tristi e bellezze allegre.
Bellezze tristi sono il lago circondato dalle montagne e le pinete vicino al mare. Le bellezze tristi lasciano addosso un po' di malinconia, come di qualcosa che deve finire, sono riposanti e fanno pensare.
Bellezze allegre sono i campi di girasole e l'acqua cristallina, il sole e il mare, la spiaggia bianca e un cappello di paglia. Le bellezze allegre muovono i corpi, danzano e illuminano.
E poi ci sono le allegre bellezze tristi, come il Brasile e i brasiliani. E mi è venuta in mente una vecchia canzone di David Riondino, Alegria do Brasil: http://www.youtube.com/watch?v=jM5W8xMR4Z8

domenica 31 luglio 2011

Castelli di rabbia.

Oggi in spiaggia ho visto una bambina con le occhiaie. Era appena uscita dall'acqua, indossava ancora i braccioli per nuotare. Era pallida, pallidissima, non di quel pallore cittadino, da inverno passato in mezzo alla nebbia. Era pallida di un pallore di malattia e sofferenza, di tormento interiore. Avrà avuto sei anni, e aveva le occhiaie, scure, nere. Assomigliava un po' a Mercoledì Addams, ma era molto più cupa e agitata. Si è messa a pasticciare la sabbia prendendo una formina, e riempiendola con foga, come se bastasse solo quel gesto - riempire - a placare un qualche demone interiore. Il risultato era poco importante. Dopo pochi secondi ha scagliato lontano da sé sabbia e formina, e si è messa a canticchiare qualcosa in una lingua a me sconosciuta, come se improvvisamente cantare fosse il rimedio per tenere lontani i fantasmi. Mi ha fatto tenerezza, e un po' pena, avrei voluto prenderla in braccio e dirle di stare tranquilla, che il mondo sì, è un brutto posto, ma che lei può renderlo migliore, anche costruendo castelli di sabbia. Ho avuto la sensazione che non le avrebbe fatto piacere essere toccata. Lei non voleva nessuno. Solo non esserci.

mercoledì 20 luglio 2011

Genova dieci anni fa

«Livia, io non mi sento tradito. Io sono stato tradito. Non si tratta di sensazioni. Ho sempre fatto il mio mestiere con onestà. Da galantomo. Se davo la mia parola a un delinquente, la rispettavo. E perciò sono rispettato.È stata la mia forza, lo capisci? Ma ora mi siddrai, m'abbuttai.»
«Non gridare, ti prego» fece Livia con la voce che le tremava.
Montalbano non la sentì. Dintra di lui c'era una rummorata stramma, come se il suo sangue fosse arrivato al punto di bollitura. Continuò.
«Manco contro il peggio delinquente ho fabbricato una prova! Mai! Se lo avessi fatto mi sarei messo al suo livello. Allora sì che il mio mestiere di sbirro sarebbe diventato una cosa lorda. Ma ti rendi conto Livia? Ad assaltare quella scuola e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c'erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella!»
Salvo Montalbano in Il giro di boa di Andrea Camilleri

domenica 17 luglio 2011

L'amaca.

martignano 2, inserito originariamente da valium83.

Oggi mi sono sdraiata sull'amaca, ero stanca dopo la notte bianca terminata alle quattro di mattina. Ho chiuso gli occhi, pensando, che bel silenzio, finalmente, dopo i botti dei fuochi d'artificio e la musica che per parlare dovevi metterti a urlare. Ma non era un vero silenzio. Ho teso l'orecchio e ho sentito il cinguettio degli uccelli, l'abbaiare di un cane, la tartaruga che si arrampicava sulla sua roccia, il gocciolare dell'acqua nell'acquario, il vento che muoveva le foglie degli alberi. E il rumore di un treno, di un aereo e delle auto. Lo sbattere di una portiera. Due uomini che parlavano, l'ascensore che saliva. Ma era tutto lontano. Mi sono addormentata. Mi piace il silenzio. È fatto di tanti piccoli rumori. È pieno di vita.

venerdì 15 luglio 2011

Ciuf ciuf!

Mi ero dimenticata che da casa mia si vedono i treni passare. Si sente, in lontananza, un rumore di ferraglie che si avvicina, e dopo qualche secondo tra gli alberi, oltre le case, si intravvedono le carrozze del treno sfilare. Come il lampo e il tuono, solo che in questo caso prima si sente e poi si vede.
Ieri Emma è passata da casa mia con i suoi 50 centimetri di altezza e il suo incedere pericolante. È entrata e uscita dal terrazzo almeno dieci volte, salita sulla "paca" (trad. amaca) tre volte, «ia giù!» (trad. zia giù!), con i chicchi di "siotto" (trad. risotto) giallo sul tovagliolo che le avevo legato a mo' di bavaglino. Ha tentato di bagnare i fiori con lo spruzzino, ma non aveva abbastanza forza. E a un certo punto ha sentito quel rumore: «teno!» (: treno), ha gridato e ha voluto essere presa in "baccio" (: braccio). Siamo rimaste così, per circa mezz'ora, affacciate al balcone, ad aspettare che i treni passassero, e intanto si è fatto buio, e c'era solo la luna piena ad illuminare quell'angolo di paesaggio scuro fatto di fronde degli alberi e di tetti di case. E passavano treni merci che erano solo ombre e treni con le finestrelle illuminate, e ogni volta lei mi chiedeva «coa» (trad. ancora) come se fossi io a farli apparire. Ho provato a chiamarli, ma i treni non fanno più ciuf ciuf.

mercoledì 13 luglio 2011

Da vent'anni mano nella mano.


Ci sono un lui e una lei che io osservo da vent'anni. Li ho incontrati la prima volta all'ospedale, ventun'anni fa, quando è nata mia cugina. Lei aveva partorito il primo figlio da poco. Per qualche strana ragione ho continuato a rivederli in tutti questi anni, per le strade della mia piccola città. Loro non sanno chi sono io, non ci siamo mai conosciuti. Ma io mi sono ormai affezionata a questa famiglia a distanza. La mamma sembra non essere mai invecchiata, non saprei darle un'età, è giovane ma non più giovanissima, cura molto il suo aspetto ed è sempre bellissima. So come si chiama, ma è meglio se non lo scrivo. Il papà è un po' invecchiato, dimagrito. Dopo il primo figlio, ne hanno fatto un altro, che ho conosciuto quando era alla scuola primaria (gli ho insegnato a usare il computer). Quello che continua a stupirmi è che da vent'anni almeno, loro vanno in giro per le strade della mia piccola città sempre mano nella mano. Non si stancano mai.

domenica 22 maggio 2011

Pulce non c'è. Un libro bellissimo.

L'autismo, mi spiegava mamma, che l'aveva letto nei suoi libri, funzionava più o meno così: gli autistici, come tutti, guardavano, vedevano, osservavano ogni cosa. Se tu stai guardando un film poliziesco, per esempio, loro lo guardano insieme a te, e dimostrano interesse, e non distolgono neanche per un momento gli occhi dallo schermo. Se, poniamo, c'è una vecchia signora con un berretto col pennacchio che all'improvviso tira fuori un coltellaccio e assassina la sua vecchia vicina proprio mentre stava comodamente seduta in poltrona, loro seguono lo schermo con grande attenzione insieme a te. Ma se dopo un minuto, un minuto soltanto, mi diceva mamma, provassi a chiedergli per scherzo: «Chi è l'assassino?», quasi vergognandoti di aver fatto una domanda così scontata, loro ti guarderebbero come fossi pazza, come se gli stessi chiedendo se dio esiste davvero oppure no, e qual è il senso dell'universo. Ma se dopo un minuto, un minuto soltanto dopo aver guardato insieme quella scena, proprio mentre i rivoli di sangue cominciano a colare sulle mani della vecchina esanime, loro potessero farti una domanda per vedere se hai capito davvero il senso del film, ti chiederebbero: «Quante perle aveva quella collana?» E tu li guarderesti come se ti stessero prendendo in giro, e non sapresti mai rispondere che la parte visibile della collana della vittima contava ventisei perline color ambra, tre marroni (di cui una era leggermente coperta dal colletto della camicia) e una lievemente scrostata, che era comunque ancora riconducibile al gruppo del color ambra. E così nessuno saprebbe mai riconoscere la Verità dell'altro. Ma questo non vorrebbe dire, mi spiegava il signor Kafka, che nessuna delle due verità esiste, o che una sia più vera dell'altra: semplicemente vorrebbe dire che ci si dovrebbe mettere d'accordo per capire qual è la verità che si sta cercando, ma questo potrebbe essere difficilissimo, o quasi impossibile.
Gaia Rayneri, Pulce non c'è

giovedì 19 maggio 2011

Un due tre... stella!

Buone notizie. I bambini giocano ancora per strada.
Oggi ero in casa a lavorare quando qualcuno ha chiamato Un due tre... stella!
Sono ringiovanita di trent'anni, e ho pensato: adesso finisco i compiti e scendo anch'io in cortile a giocare. E ho pensato anche a quello strano fenomeno per cui i bambini si tramandano di generazione in generazione giochi di strada, in una lunghissima catena orale di varianti personali, un po' come le fiabe. Qualcuno ha tentato di metterli in un libro, ma era un adulto, e i bambini preferiscono fare a modo loro.
Mi sono affacciata al balcone, erano in tre più un cane: meglio di niente. Una piccola resistenza a tutti quei giochi tecnologici che saranno pure fantasmagorici, ma che non ti fanno respirare aria pulita, sentire il calore del sole sulla pelle, il profumo del gelsomino, sbucciare le ginocchia e vedere il treno che passa a poca distanza da casa tua.

venerdì 6 maggio 2011

Il piccione.


L'altra sera ero in casa da sola e stavo lavorando al computer, quando ho sentito un rumore in sala. Sono andata a vedere, ma non ho notato niente di strano: ho pensato al vento, ho chiuso le finestre e sono tornata a lavorare. Ma ecco che un altro rumore mi ha interrotta, e non ho avuto più dubbi: era un battito d'ali. La prima cosa che ho pensato è stata: mio dio un piccione. Perché io dei piccioni ho una paura boia. Non li posso proprio sopportare, io e un piccione nella stessa stanza: non esiste. Anche perché il piccione dalla stanza in qualche modo va fatto uscire. Ora, si dà il caso che stia leggendo in questi giorni proprio un libro che si intitola Il piccione, di Patrick Süskind, l'autore de Il profumo. In questo libro, il protagonista, un signore che vive in una casa popolare all'ultimo piano e che ha il bagno in comune con altri inquilini, conduce un'esistenza tranquilla e priva di sorprese fino a quando si ritrova sul pianerottolo un piccione. La sua vita cambia radicalmente (non so ancora dirvi come, non ho finito il libro). Ecco, la mia prima reazione è stata identica a quella del protagonista del libro: ho pensato solo a scappare, a rifugiarmi da qualche parte. Dove? Sul balcone della cucina, in mutande ho cercato aiuto al telefono. Poi sono scappata in bagno in punta di piedi, per non spaventare il presunto piccione, anche se sentivo solo rumori, battiti d'ali, carte arruffate, e che fosse un piccione non ero affatto sicura. Non sarà mica un pipistrello, mi sono detta, ed era anche peggio del piccione perché il pipistrello è difficilissimo da buttare fuori di casa. Sono stata in bagno un tempo interminabile a pensare a una strategia di attacco. E l'avevo anche trovata (prendo un telo del bagno e glielo butto addosso, avevo pensato), ma per fortuna sono arrivati i rinforzi. Cerca di qua cerca di là abbiamo trovato in un angolo, nascosto dietro i libri, uno spaventatissimo uccellino. Mi sono rivista chiusa in bagno a nascondermi da quel piccolo arruffato uccello che si stava nascondendo da me. Mi è venuto da ridere. Lui, invece, sembrava non cogliere l'aspetto comico della situazione. Forse si è visto in padella: in un attimo ha preso coraggio, è saltato sul divano ed è volato fuori dalla porta finestra, che nel frattempo avevamo aperto. Si è posato sul ramo dell'oleandro della mia fioriera, mi ha fatto maramao ed è volato via. Libero. Confesso che un po' l'ho invidiato.

domenica 1 maggio 2011

Mon trésor…

Attenzione! questo post contiene pubblicità inevitabile.

Oggi sono passata al supermercato e ho scoperto che mi hanno rubato un pezzo di infanzia. I trésor della Pavesi, quei pavesini ricoperti di strisce di cioccolato e granella di zucchero, non esistono più. Sono spariti. Me ne era venuta voglia dopo che mi era caduto l'occhio sui biscotti Zalet Galbusera (che ho comprato), altro pezzo immancabile nella dispensa di mia nonna. Ho pensato fosse un problema del mio supermercato, spesso poco fornito, ma non è così. I trésor sono scomparsi da diversi anni: in internet più di una persona ne piange la perdita. Chissà se si può fare una raccolta firme, o un referendum, visto che quello sul nucleare è stato abolito…
Per la disperazione mi sono consolata con un pacchetto di bigbabol.
nella foto, un biscotto Zalet. Foto decenti dei Trésor non se ne trovano.

lunedì 11 aprile 2011

Questa non è una città per pattinatori.

orso pattinatore, inserito originariamente da Maddalena Gerli.

In questa città non ci sono percorsi per i pattinatori. Non per chi pratica lo sport del pattinaggio, per quello credo che gli spazi esistano, ma proprio per chi vuole usare i pattini come mezzo alternativo di trasporto, per andare a far la spesa o per lavoro. Il pattinatore è un ibrido tra il pedone e il ciclista, è in poche parole un uomo con le ruote. Ma non è un pedone e non è un ciclista: e deve rassegnarsi all'idea di venire guardato in cagnesco in ogni situazione. È costretto infatti a usare un po' le strade, un po' le piste ciclabili, un po' i marciapiedi, a seconda di quale sia il terreno più praticabile, degli ostacoli e degli scossoni, ma a suo rischio e pericolo, perché in ogni percorso trova un "concorrente legittimo", e lui in fondo è sempre un po' abusivo.
Ieri sera, intorno all'ora di cena, un po' di persone hanno visto una grande ombra veloce sfrecciare per le vie della città: «una specie di orso pattinatore», hanno dichiarato in molti. Qualcuno ha addirittura sostenuto di essere stato derubato. «Di cosa?» ho chiesto io. «Delle parole. Mi è passato di fianco così veloce che sono rimasto senza parole». In realtà l'orso era appena uscito dal letargo ed era a caccia di gelati. Ne ha mangiato uno al caffè e al pistacchio, e poi è tornato nella sua tana.

domenica 10 aprile 2011

Perdere tempo.

Il mestiere di scrittore è un mestiere dove si perde anche tempo. Anzi, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive. Questo concetto, che sembra antitetico alla fatica creativa, è invece il suo naturale accompagnamento: uno scrittore deve saper perdere tempo, perché è necessario per la ricarica di energia, è necessario per pensare, o per non pensare più a un passaggio ossessivo. Scrivere è faticoso perché bisogna pensare molto, e se uno è sempre indaffarato non può farlo. Bisogna avere il coraggio di oziare. Di solito siamo soddisfatti quando abbiamo la giornata impegnata, dalla mattina alla sera. Lo scrittore dovrebbe fare il contrario, cioè svuotare la vita da impegni e lasciare spazio alternativamente alla scrittura e all'ozio.
Proust diceva che il lavoro e l'ozio sono due momenti della creazione.
(...) Flaubert (...) confessava che per ottenere da se stesso tre ore ragionevoli di lavoro doveva stare seduto dieci ore. Scriveva e pensava, lavorava e perdeva tempo.
Così risponde Raffaele La Capria a chi gli chiede come trascorre la sua giornata:
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic

lunedì 4 aprile 2011

Benvenuto, addio!

Una volta da bambini ci insegnavano la grammatica (dico 'una volta' perché non so se nelle scuole viene ancora insegnata la grammatica in quanto tale).
La grammatica - ci dicevano - è una di quelle cose che è importante studiare, anche se poi nella vita le regole si possono infrangere. Io pensavo alla grammatica come a un grande vaso di vetro, pieno di letterine e parole, di farlo cadere a terra e romperlo in mille pezzi. Ma quando la grammatica è dentro di te, è difficile liberartene.
La grammatica dice che ci sono i nomi, i verbi, gli aggettivi, i pronomi etc. E che i nomi si dividono in propri e comuni. Giovanni è un nome proprio, maschile, cane pure è maschile ma è un nome comune. Anche sasso è un nome comune: sarebbe bello che ci fosse qualcosa che lo distinguesse dal cane, perché è inanimato, ma in italiano il neutro non esiste e quindi tutte le cose sono maschio o femmina in base a una logica che non è proprio legata al significato del nome.
In mezzo a tutte le stravaganze della lingua ce n’è una che oggi, passando davanti agli annunci funebri, mi ha colpito: ci sono moltissimi nomi propri che in realtà sono aggettivi, avverbi o verbi (anche coniugati), località o addirittura espressioni. Felice, Donata, Allegra, Chiara, Massimo, Bruno, Serena. In tutti i nomi c’è in realtà un significato, ma in questi nomi il significato è messo a nudo. Questi nomi bisognerebbe cercare di darli dopo aver guardato in faccia un bambino… un po’ come faceva la famiglia Malaussène nei romanzi di Pennac. Se Verdun si chiama Verdun c’è un motivo.
Oggi è morto un signore che si chiamava Benvenuto. Ho provato a immaginare perché i suoi genitori abbiano deciso di chiamarlo così: forse era molto atteso, o è nato in un momento triste o forse era solo un augurio, un modo di accogliere chi arriva da lontano.
E allora penso che certi nomi dovrebbero cambiare quando cambiano le situazioni, e al signor Benvenuto avrebbero dovuto scrivere, sul suo annuncio funebre, “Addio” o “Alla prossima” o semplicemente “Siamo contenti di averti conosciuto”.

martedì 15 febbraio 2011

Dedicato a Giulio Cavalli.

C'era una volta un giullare che teneva allegra una corte.
Faceva capriole, andava sui trampoli, mangiava il fuoco, e tutti applaudivano e ridevano.
Raccontava anche di paesi lontani e di storie vicine, ma nessuno lo prendeva sul serio.
In verità, non lo capivano, perché lui parlava così veloce che nessuno riusciva ad afferrare le parole che diceva. Del resto, era un giullare speciale: diceva mille parole al secondo.
Lui parlava parlava, diceva quello che voleva, li ubriacava tutti, li confondeva.
Finché un giorno capitò a corte uno zingaro che portava con sé un aggeggio magico: un registratore che faceva ascoltare le parole al rallentatore e tutti poterono finalmente sentire cosa diceva il giullare, e si accorsero che parlava di loro... con parole non proprio lusinghiere.
E tutti pensarono questo è inaccettabile ma nessuno aveva il coraggio di dirlo perché in fondo le cose che lui diceva erano vere e poi loro non erano bravi con le parole. Allora decisero di farglielo capire in altri modi, che doveva smettere.
Gli fecero dei disegni, ma non erano bravi neanche a disegnare, e il giullare continuò come se niente fosse. Gli portarono via i mezzi di trasporto, gli mandarono dei segnali di fumo, ma niente, il giullare continuava a dire quello che voleva dire.
Finché gli fecero trovare proprio sotto il letto delle pallottole. Lui le prese e le spinse su per il buco del culo dei signorotti, come delle supposte. E finalmente quelli esplosero, e riempirono di fiori colorati l'intera regione.

lunedì 7 febbraio 2011

Ricordi di scuola

La nostra era una classe in cui si piangeva molto.
In prima eravamo in ventisette, diciotto in seconda. Ai tempi i professori non andavano tanto per il sottile. Più che bocciare, decimavano.
Si piangeva molto per latino e per storia, per i temi, per Ettore e Achille, ma anche per inglese, chimica, tedesco, matematica e filosofia. E per francese. Insomma, si piangeva per qualsiasi cosa. Si scoppiava in un pianto dirotto, così, di colpo e si correva fuori dalla classe a rifugiarsi nei bagni che puzzavano di fumo. Del resto eravamo tutte ragazze. Era ancora una scuola in cui gli unici rappresentanti del sesso maschile erano soltanto bidelli e professori.
Dietro i banchi si soffriva, si scriveva, si incollavano fotografie sui diari, si ascoltava musica, ci si passavano i bigliettini, c'era chi mangiava lo yogurt, e capitava anche che un aroma d'arancia si diffondesse sull'interrogazione. C'era persino chi si truccava e si dava una passatina ai capelli con lo spray prima della fine delle lezioni, non si sa mai chi puoi incontrare. Dietro i banchi, ci si innamorava: in mancanza d’altro, dei professori.
La scuola, l'edificio, allora, era poca cosa: c'erano la palestrona, quella dove anche mia nonna, ai tempi del Fascismo, si era allenata con la Ginnastica Fanfulla, e la palestrina, quella dove ci hanno messo alla Maturità a fare lo scritto di italiano. Allora si diceva ancora Maturità e per molte di noi lo era stata davvero. C'era l'aula di informatica, con la stampante ad aghi, ma l'abbiamo usata solo in quinta, per fare la tesina.
C'erano le classi, grandi, buie, con la pedana per la cattedra e i tendoni bianchi macchiati di giallo e marrone (cosa fossero quelle macchie non lo volevamo sapere), appesi davanti a finestroni che davano su via delle Orfane, dove una vecchia strega ci osservava dalle finestre di un edificio diroccato.
E c'erano i professori, e so che alcuni ci sono ancora. Forse a loro cinque anni saranno volati, a noi sono sembrati interminabili. Abbiamo riso alle spalle di molti di loro: eravamo sempre all'erta, pronte a catturare tutti i loro errori; in quarta tenevamo persino una cronaca in cui trascrivevamo con scrupolo tutte le loro gaffes. Ci divertivamo con poco.
La prof di inglese ci faceva studiare a memoria tutte le frasi della grammatica: ricordo pomeriggi domenicali passati su libri e dizionari. Si studiava a volte per il terrore. Alcuni professori riuscivano con un solo sguardo a procurarti un brivido lungo la colonna vertebrale che faceva tremare le gambe.
Di cose da imparare ce n'erano tante, troppe: e come vivevano i greci e come vivevano i romani, e tutta la letteratura, con alcuni libri che sembravano medicine cattive, non riuscivi a mandarli giù, ma che poi ci hanno fatto bene.
Anche alla fine abbiamo pianto tantissimo, davanti a una pizza e al nostro futuro.
Sentivamo, noi del Linguistico, che eravamo soltanto all'inizio di un percorso, che altri hanno continuato negli anni.
Tutto quello che ho vissuto è rimasto nel mio cuore e nel mio essere, le cose belle insieme a quelle brutte.
E come scrisse un giovane professore con la barba, nelle nostre vite (e sono passati ormai vent'anni) sta continuando a fiorire il seme di quegli anni indimenticabili.

giovedì 3 febbraio 2011

Il drenaggio.

Intanto devo imparare a fare il drenaggio. Un buon drenaggio è tutto.
Inutile piantare chissà che alberi. Inutile spendere tanti soldi per il concime migliore, il vaso più bello, i sistemi di irrigazione più evoluti.
Il drenaggio è l'importante! Se tu sbagli drenaggio tutto ti svanisce sotto gli occhi e tu te ne resti lì, schiacciato dalla sorte. Ma quale sorte? Smettiamola, prendiamoci le nostre responsabilità. Quindi mi compro un libro sul drenaggio e comincio a studiare.
Se non si fa un buon drenaggio, la pianta comincia a impallidire. Diventa gialla. Per noi il giallo è un bel colore, ma per la pianta no: è il colore della morte. Ognuno muore con i suoi colori. Noi ad esempio diventiamo bianchi.
Se poi andiamo a vedere le radici, scopriamo che anche loro soffrono, non si espandono più. Nessuno ci pensa mai alla sofferenza delle radici, solo perché le radici sono una cosa che non si vede.
Troppa acqua nel terreno. Noi sbagliamo tutto, pensiamo che a una pianta serva l'acqua e allora giù a bagnare. È vero, le serve, ma con misura. Leggo sul libro che l'eccesso di acqua toglie ossigeno, e fa anche un pericoloso accumulo di anidride carbonica.
La soluzione non è dunque dare più acqua alle piante, bensì incanalarla. Mi piacerebbe imparare come si fa un buon drenaggio. Bisogna scavare sotto, tanto per cominciare. Fare una bella buca di circa un metro cubo e poi riempirla metà di frammenti di laterizi, e metà di terra mista a ciottoli. Lì dentro inserire i tubi per incanalare l'acqua in eccesso.
Anch'io avrei avuto bisogno di un buon drenaggio.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco.

mercoledì 2 febbraio 2011

Il giorno della marmotta.

Questo è Punxsutawney Phil, una marmotta veggente. Oggi, come accade da 125 anni, ha "espresso" la sua previsione meteo: la primavera è alle porte (incrociamo le dita e tocchiamo legno, come fanno i francesi). Il 2 febbraio, infatti, a Punxsutawney in Pennsylvania si celebra il "Groundhog Day", il Giorno della Marmotta. All'alba, Phil la marmotta viene collocata sulla spalla del suo "interprete" umano, che stabilisce se, al salire del sole, l'animale vede o meno la propria ombra. La tradizione dice che se Phil non riesce a vedere la propria ombra, la primavera è imminente, altrimenti l'inverno è destinato a durare altre sei settimane. Questa strana e buffa tradizione era anche al centro di un divertente film con Bill Murray, in cui il protagonista, per una tempesta di neve, si ritrovava intrappolato a Punxsutawney a vivere per mesi e mesi il giorno della marmotta.

martedì 1 febbraio 2011

Nebiun.

fotografia di Giovanni Orlando

Oggi. Mi sveglio. Sollevo le tapparelle e non vedo niente. Il mondo è svanito dentro una nuvola. Riabbasso le tapparelle. Torno a dormire. Forse non mi sono svegliata nel modo giusto, e sto ancora sognando.

lunedì 31 gennaio 2011

Il futuro.

Il fatto è che quando pianti un albero devi pensare a come diventerà: devi vedere il suo futuro, prevederlo. Fargli posto per quando sarà grande. Se no, troppo comodo: tu ti metti attorno tutti gli alberi che vuoi e poi quando sono cresciuti che non ti stanno più in casa, cosa ne fai, li butti?
Bisogna farcene carico, del futuro di chi ci sta intorno. Bisogna pensarci a quel che sarà di loro.
Paola Mastrocola,
Una barca nel bosco

domenica 30 gennaio 2011

Tutto comincia dalle radici.

illustrazione di Serena Giorgi

Tutto comincia dalle radici. La vera crescita è verso il basso, ma nessuno lo pensa mai. Pensiamo sempre che si cresca verso l'alto. Che idiozia! Le madri, ad esempio, tu guarda come sono fiere che i loro pargoli crescano in altezza. Mia madre faceva le tacche sui muri, più o meno sei centimetri ogni anno. E invece... Invece bisognerebbe scavare sotto i piedi dei figli e vedere lì, nella terra, quanto sono cresciuti. Se no poi, da grandi, cadono. Cadono a faccia in giù, come pali mal piantati nel terreno, senza radici.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco

sabato 29 gennaio 2011

La mia casa.

illustrazione di Serena Giorgi

La mia casa

Certi giorni la mia casa è fatta d'aria
per questo la porto con me facilmente.
La casa di una donna è una specie di tempio illuminato
questo è un tipico pensiero maschile
ma ho perso così tante cose nella vita
che so con certezza
di non possedere più nulla.
Potrei essere niente altro che un animale selvatico
e come tale mi basterebbe pochissimo,
un buco in un albero, una tana nella terra
per le volte che ho freddo, che faccio l'amore
o partorisco dei figli.
Quando apro la porta della mia casa
ci sono volte che la vedo volare e svanire
pezzo per pezzo, fogli, tappeti, ninnoli
cose necessarie e cose inutili
tutte per aria, in un mulinello di vento
e nuvole chiare
in quell'ora del mattino
che sveglia gli uccelli e spalanca le rose.
Però quando vieni tu possiedi un fiato magico
o forse sono io che respiro
e l'aria ritorna e il cielo si piega
e allora apparecchio il tempio.

venerdì 28 gennaio 2011

Quella gonna grigia.

Quella gonna grigia è la disperazione di mia madre. Ogni volta che me la vede addosso, le viene da piangere. Cosa ho fatto di male?, si chiede. Non le ho dato abbastanza? Non le ho spiegato che i vestiti brutti e vecchi si buttano via? E mi propone sessioni di shopping a sue spese, che io a volte accetto a volte rifiuto. Sessioni che non risolvono affatto il problema della gonna grigia. Non ricordo da quanti anni ho quella gonna grigia; da tanti; a parte il fatto che non è rovinata, non ci penso proprio a buttarla: serve a risollevarmi il morale. Con quella gonna grigia addosso mi sento io. ps. la gonna della foto è indicativa, la mia è molto più bella :-)

domenica 23 gennaio 2011

A lume di candela.

Dovete sapere che la mia casa ha il difetto di essere molto buia. Le persone in visita non se ne accorgono mai, dicono sempre "che bello, quanti colori". Sì, quanti colori se accendi le luci. Io tutti i giorni vivo nella penombra. E quando vivi nella penombra la luce elettrica diventa la tua àncora di salvezza. Anche solo per rovistare nell'armadio, scegliere che vestito indossare, guardarsi allo specchio, prendere le scarpe nello sgabuzzino, mettersi la crema sulle mani. Tante piccole operazioni così, e non è che puoi continuamente accendere-spegnere-accendere-spegnere. Lo confesso, le luci in casa mia sono sempre accese. E il risparmio energetico? Il senso di colpa è ormai acqua passata: l'ho riversato su chi ha progettato la casa.
Quindi per me avere le luci accese è fon-da-men-ta-le.
L'altra sera, le luci sono saltate nel posto più buio della casa: la cucina.
Visto che l'uomo fai-da-te non era ancora rientrato e qualcosa dovevo pur cucinare, ho acceso tutte le candele che avevo e mi sono messa ai fornelli.
E ho scoperto che a lume di candela diventi più creativo, perché non vedi bene quello che metti in pentola, vai un po' a intuito, a memoria, più che guardare annusi, e il risultato è una sorpresa.
Lui ha pensato che volessi fare una cenetta romantica.
Gliel'ho lasciato credere, ma il giorno dopo gli ho fatto sostituire la lampadina.

sabato 22 gennaio 2011

Il limbo delle fantasticazioni.

L'uomo non è un angelo, e ha molta confusione in testa; si è inventato il linguaggio algebrico per avvicinarsi alla lingua degli angeli ma normalmente quando parla (e anche quando sta zitto) è traversato da molte fantasticazioni, anche in contemporanea, che gli vengono dal fatto che ha un corpo con tutte le sue impellenze, il fatto che ha fame, ha sete, è impaziente di andare a mangiare, ha magari un ascesso a un dente che lo fa sacramentare, o il raffreddore che lo ottunde e non capisce più niente; e poi ha tutti gli umori, che gli variano anche ogni cinque minuti, è nervoso, poi è pacifico, ha sonno, è rincoglionito, amareggiato, disperato, poi ci sono gli altri, i discorsi degli altri, le loro coglionerie, che magari diventano un'ossessione, diventano odi e rancori da cui non si può districare, e quindi un uomo è mediamente un accavallarsi di idee, frasi sentite, rimuginamenti, antipatie, pezzi di maliconia per una fidanzata che non c'è più, ahimè (...) L'uomo è un gran guazzabuglio, e la Bibbia avrebbe dovuto dire che è stato fatto a immagine e somiglianza di un ripostiglio, dove ci finisce di tutto; e quando parla, nel suo discorso tutto questo si insinua, tutto questo ciarpame, nel senso che ogni frase è un accumulo e ci si può trovare sempre traccia di tante cose. Poi l'uomo impara a tenere chiuso quanto più possibile lo sgabuzzino e a tirar fuori un discorso per volta.
Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni

venerdì 21 gennaio 2011

Colazione al bar.

Stamattina mi sveglio e mi accorgo di essere rimasta senza caffè e di avere in dispensa soltanto quei biscotti che mangio al ritmo di uno a settimana, perché fanno schifo, ho sbagliato a comprarli e non li vuole nessuno, ma di buttarli non se ne parla. Così ho fatto colazione al bar.
C'è che io ho la fortuna di abitare vicino a due bar accoglienti, che fanno colazioni strepitose, e allora, lo ammetto, ogni tanto faccio apposta a rimanere senza questo e senza quello, così ho la scusa giusta per uscire presto presto, farmi svegliare dal freddo ed entrare al caldo del profumo di arancia e caffè.
E poi al bar ci sono i cornetti, le brioches o croissant che dir si voglia, alla crema, alla marmellata, al miele, alla nutella e oggi c'erano anche le castagnole, anche se Carnevale è ancora lontano; c'è il cappuccio, il caffè espresso (quello vero), e un viavai di gente che si siede, si sbriciola e chiacchiera, e risveglia il giorno. C'è chi litiga per leggere a scrocco il giornale, e chi va a comprarselo all'edicola di fronte. E anche se il tutto dura in genere una ventina di minuti, quando esci ti sembra di essere in piedi da un pezzo, guardi l'orologio e ti accorgi di non avere avuto mai così tanto tempo.

lunedì 10 gennaio 2011

Legami.

Perché, imparai in seguito, se c'è qualcosa che dà un senso alla vita, è senz'altro il fatto di non essere soggetto ad alcuna legge, di non avere mani e piedi legati. E non importa il tipo di fune o chi ha stretto il nodo. È la corda stessa il male. È con quella che prima o poi si finisce per legarsi da soli o per essere appesi a una forca.
Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver.

domenica 9 gennaio 2011

Dialogo nel buio.

Bruegel Parabola dei ciechi

Alla fine disse che nei primi anni di tenebre i suoi sogni erano stati vivi al di là di ogni aspettativa e che era arrivato al punto di desiderarli fortissimamente, ma che sogni e ricordi si erano dissolti uno a uno, fino a scomparire. Non rimaneva alcuna traccia di ciò che era stato, di come era fatto il mondo, dei volti delle persone amate. Alla fine non gli rimase neppure un'immagine della sua stessa persona. Tutto ciò che era stato, non era più. Disse che come per chiunque arrivi alla fine di qualcosa, non poteva fare altro che ricominciare da capo. No puedo recordar el mundo de luz, disse. Hace mucho años. Ese mundo es un mundo frágil. Ultimamente lo que vine a ver era más durable. Más verdadero.
Parlò dei primi anni dopo la perdita degli occhi, nei quali gli sembrava che il mondo che gli stava intorno fosse in attesa dei suoi movimenti. Disse che gli uomini con gli occhi possono scegliere ciò che desiderano vedere ma che per i ciechi il mondo sceglie lui come apparire. Disse che per i ciechi ogni cosa si presenta bruscamente, che nulla viene mai preannunciato. Origine e destinazione si riducono a mere dicerie. Muoversi significa scontrarsi con il mondo: ti fermi a riposare ed esso svanisce.
Cormac McCarthy, Oltre il confine

lunedì 3 gennaio 2011

Su un giglio colto quasi appassito.

Leggo Shakespeare appena finito di scrivere. Quando ho la mente spalancata e arroventata. Allora è sorprendente. Non sapevo quanto fosse prodigiosa la sua tensione, la sua velocità, la sua padronanza delle parole finché non le ho sentite superare e battere in modo schiacciante le mie; sembra che partiamo alla pari e poi lo vedo scattare in avanti e fare cose che io non potrei mai immaginare neppure nella più folle esaltazione e tensione mentale. Perfino i drammi meno conosciuti sono scritti a un ritmo che supera la velocità massima di chiunque altro; e le parole piovono così rapide che non si arriva a raccoglierle. Sentite questa: «Upon a gather'd lily almost wither'd». (Mi è capitata sotto gli occhi per puro caso.) Evidentemente la scioltezza e l'agilità del suo spirito erano tali che egli poteva far rifulgere qualunque idea gli venisse in mente e lasciar cadere sbadatamente una pioggia di fiori inavvertiti come questo. Perché allora altri dovrebbero tentare di scrivere? Questo non è neppure «scrivere». In realtà potrei dire che Shakespeare è addirittura al di là della letteratura, se sapessi cosa intendo dire.
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice. Domenica 13 aprile 1930.

domenica 2 gennaio 2011

Le macerie di un racconto.

Un racconto interrotto sembra una città straniera che è stata bombardata, come quelle che si vedono sempre più spesso nei telegiornali. I collegamenti non funzionano più, i ponti sono saltati, le stazioni sono andate distrutte, le piste di atterraggio sono polvere e fumo. Noi, nel mondo per ora al sicuro, ci stavamo preparando ad andare in quella città per lavoro o per turismo. Ne stavamo studiando la topografia, la storia, la vita densa di ogni giorno. Avevamo riempito un quaderno con informazioni, indirizzi, appuntamenti per affari da sbrigare. Se ci avessero dato il tempo di visitarla, casomai di abitarla, avremmo scoperto come entrarci e come uscirne, per quali strade e stradine spostarci dalla periferia verso il centro e viceversa. Ma non è andata così e ora, se proprio vogliamo partire, se ne abbiamo il coraggio, bisogna accontentarsi di ciò che è rimasto: alcuni quartieri sono agevolmente percorribili, lindi; altri hanno edifici intatti accanto a grandi mucchi di macerie, lamiere contorte, tubature tranciate; altri sono nere voragini. La memoria, tuttavia, è zeppa di dati accumulati. Abbiamo visto foto e filmati. Conosciamo nomi di strade e cognomi di conoscenti, anche di parenti. Sappiamo quali sono i migliori ristoranti, gli alberghi più comodi. Per un po' ci siamo allenati persino a parlare la lingua dei suoi abitanti. Perciò proviamo a tenere insieme in un'unica mappa della memoria ciò che della città è rimasto in piedi; ciò che di lei ci siamo immaginati; i sentimenti che abbiamo provato quando le bombe hanno messo a soqquadro, insieme agli edifici, anche i nostri progetti di lavoro, di permanenza; e le macerie.
Domenico Starnone, Spavento.

venerdì 31 dicembre 2010

La felicità.

Scrivere non c'entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.
Stephen King, On writing

lunedì 29 novembre 2010

E poi?

«Cosa credi?» mi fa, indicandomi un libro con la copertina macchiata di caffè posato sul divano, L'adolescente. «Che quel monsù Dostoevskij lì i suoi genitori l'hanno spedito a studiare da scrittore? È diventato uno scrittore perché voleva diventarlo. Più di ogni altra cosa al mondo. E perché il bel Feodor si divertiva, oltre che a giocare alla roulette, altresì a scrivere. Tu effettivamente alla roulette non giochi. Ma ti diverti quando suoni con le matite sul tuo fustino di Dash rovesciato?»
«Sempre.»
«Vedi? Non hai bisogno di andare alla scuola di fallimento al conservatorio. Tavanate ne farai, non ci piove. E certi giorni ti sembrerà che non vale la pena di continuare. Crederai di aver buttato via un badò di tempo.»
«E poi?»
«E poi continuerai lo stesso.»
«E poi poi?»
«E poi poi un po' alla volta migliorerai.»
«E poi poi poi?»
«E poi poi poi, un giorno, quando tuo nonno probabilmente ormai sarà bell'e che morto e defunto, cose che mi rincresce giusto perché a me quel momento piacerebbe vederlo ma che in fondo non importa, scoprirai di essere diventato un signor batterista, addirittura un innovatore. E allora diubunsì che comincerà la parte davvero tremenda, perché da lì in avanti dovrai proprio dare l'anima. Ma finché continuerai a divertirti, non importa.»
Giuseppe Culicchia, Il paese delle meraviglie.

venerdì 26 novembre 2010

Il compleanno secondo Emma


La mia nipotina compie un anno e siamo già tutti pronti a fare festa: mamma, papà, nonni, zii, amici e cugini. Ci sarà persino il bisnonno. Chissà se dopo settimane di allenamento riuscirà a soffiare la candelina, o se la spegnerà con la mano (c'è chi dice che dovremmo lasciarla fare così imparerebbe subito il detto "non scherzare con il fuoco"). Adesso vi svelo come lei ha pensato di festeggiare. L'ha chiamato "il party dei calzini". Ci troviamo tutti a casa sua (in quella nuova) e andiamo nella sua cameretta a tirare fuori tutti i calzini di tutti i colori, e poi giochiamo a portarli in giro per la casa. Qualcuno potrebbe mettersi in testa la calzamaglia. Poi togliamo tutti i libri dalla libreria e giochiamo al bubu-settete e a rincorrerci gattonando.Balliamo tutti sulla musica di The lion sleeps tonight, il coccodrillo come fa, I due liocorni e La vecchia fattoria. Prima di mangiare ci laviamo tutti le mani nel bidet, naturalmente. Come dolce ha preparato del buonissimo pane saliva, annaffiato da bava di prima qualità (si vede che suo papà è un grande cuoco) e un kinder gigante. E come regalo? Come regalo lei vorrebbe un cellulare, o un telefono, o un videocitofono, ma vanno bene anche un computer o una chitarra. O un libro. Meno male. Buon compleanno!

mercoledì 24 novembre 2010

Le lacrime di Primo.

foto di Mauspray

Stamattina a scuola Primo, un bambino magro e sdentato, si è messo a piangere perché non voleva lavorare al computer con Ultimo, robusto e prepotente. Ultimo ha visto le lacrime di Primo e non ha detto niente, del resto se uno piange, avrà le sue ragioni. Che c'è, che succede? ho chiesto. A quanto pare, Ultimo è un bambino difficile. «Si butta sempre per terra, ci picchia, e non fa mai quello che dice la maestra» mi ha sussurrato una bambina, come a volermi spiegare perché Primo piangeva. Ma la maestra non ha voluto sentire ragioni: «devono lavorare insieme» ha sentenziato, e poi se n'è andata. Nessuno ha chiesto a Ultimo se aveva voglia, lui, di lavorare con Primo. E poi come se niente fosse, si sono lasciati accompagnare al computer, che per loro era una cosa nuova. E il computer ha fatto quello che fa sempre, con tutti: li ha distratti. Primo dalle lacrime, Ultimo dalle prepotenze. Li ho lasciati fare, osservandoli a distanza di sicurezza, concentrati sui tasti, su come fare un apostrofo, lo spazio tra le parole e le virgolette, il terribile punto di domanda. Sembravano quasi amici. Chissà se fuori dall'aula di informatica è nata un'amicizia, o se Ultimo ha aspettato Primo in bagno per vendicarsi delle lacrime.

sabato 6 novembre 2010

La cimice rossa.

L'altro giorno ho visto una cimice rossa. Era rossa, perché l'ho trovata nascosta sotto la tovaglia rossa del tavolo sul balcone. Ma quello che non ho capito è se era rossa, perché le cimici si mimetizzano, o solo perché aveva assorbito la tinta della tovaglia. L'ho fatta volare via. Forse era un segno di resistenza, o di ribellione, certo non avrà vita facile in un mondo di cimici verdi.

lunedì 1 novembre 2010

La mia biblioteca personale.


Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti, - dice quando la suoneria del telefono si è placata. - Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa - sì, io immagino che sia nella testa - ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi. Un po' come le sale della biblioteca, con tanti scaffali. E per poterci orientare con sicurezza nel nostro spirito, dobbiamo tenere in ordine l'archivio di quella stanza: continuare a redigere schede, fare pulizie, rinfrescare l'aria, cambiare l'acqua ai fiori. In altre parole, tu vivrai per sempre nella tua biblioteca personale.
Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia

martedì 19 ottobre 2010

Chiacchierarono un po'.

Chukie non aveva mai capito che senso avesse. Quando era piccolo, come la maggior parte dei bambini, aveva osservato con insofferenza la vita degli adulti. Gli sembrava che non facessero altro che chiacchierare: non si rincorrevano mai, non giocavano, non si divertivano. Non c'era dinamismo nella loro vita, bensì una sorta di vuoto esistenziale. Per molto tempo aveva pensato alle prospettive di una vita adulta con grande sconforto. A cosa servivano tutte quelle parole? Avrebbe dovuto parlare tanto anche lui? Perché? E avrebbe dovuto anche stare ad ascoltare gli altri?
McLiam Wilson, Eureka street

domenica 17 ottobre 2010

È vero.

foto di nandowalter

Be', le tartarughine acquatiche le devi lasciar perdere. Sono animali tosti. A sangue freddo. Non muoiono mai. Bestie tropicali, abituate a vivere nell'acqua calda ma stanno benissimo anche nell'acqua fredda, dove diventano grandi come padelle. E in natura esistono pochi animali più voraci e aggressivi delle tartarughe acquatiche. Peggio dei coccodrilli, che sono voraci pure loro, ma dopo che sono sazi si abbattono sulla riva e li puoi prendere a calci che nemmeno ti filano. Invece le tartarughe hanno sempre fame.
Niccolò Ammaniti, Come dio comanda

sabato 16 ottobre 2010

Il desiderio.

Non possiamo smettere di desiderare, e questo ci esalta e uccide al contempo. Il desiderio! Ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un'altra giornata, ci sembra nuovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora; ci infonde l'energia di volere sempre quello che non possiamo possedere e ci getta all'alba sull'erba disseminata di cadaveri, affidandoci fino alla morte progetti che appena compiuti subito rinascono. Ma è così estenuante desiderare incessantemente...
Muriel Barbery, L'eleganza del riccio

martedì 7 settembre 2010

Migrar

Ma se qualche cosa poteva far sorridere, lo spettacolo, tutt'insieme, stringeva l'anima. Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non contentarsi; ad anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l'ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria. (...) Tutti costoro non emigravano per spirito d'avventura. Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v'erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d'aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia. (...) E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne, e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all'arrivo da altri truffatori, e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo mal nutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d'una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo. E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, "ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti", all'impoverimento progressivo del suolo, all'agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini. Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l'egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d'umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d'impresari e di trafficanti, che vogliono far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli latrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent'anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare. E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c'è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.
Edmondo De Amicis, Sull'oceano

lunedì 6 settembre 2010

Argentinos y tanos.

opera di Dante Silva

Ma fra il loro orgoglio nazionale e quello degli europei mi parve corresse una differenza notevole, che mentre noi lo fondiamo sul passato, e sempre su questo ripicchiamo vantandoci, essi del passato non discorrevan quasi mai, e in ogni frase accennavano all'avvenire, col ritornello dell'infanzia: - Quando saremo grandi. - E in tutti loro appariva profonda, salda, lucidissima non la speranza, ma la certezza di riuscire col tempo un popolo enorme, gli Stati Uniti dell'America latina, brulicanti dalla vallata delle Amazzoni agli estremi confini della Patagonia. E la loro coscienza di esser chiamati a questo primato, si poteva anche riconoscere nello studio che ponevano in ogni occasione a dimostrare l'originalità del loro popolo, non solo rispetto ai vecchi padri spagnuoli, dei quali parlavano con una leggera intonazione di canzonatura, come di gente da cui per fortuna avessero sotto ogni aspetto dirazzato, non risentendo più da loro alcun influsso di nessuna specie; ma anche rispetto agli altri popoli latini dell'America, Chileno, Peruviano, Boliviano, Brasiliano (...) Per loro il viaggio dall'America all'Europa era come per noi una gita da Genova a Livorno: l'avevan già fatto più volte: poiché, sia qual si voglia il sentimento che hanno di sé e il concetto che hanno di noi, l'Europa è sempre per loro l'antica madre, la grande patria del loro intelletto, e li attira. (...)- Voi altri, - diceva, - affollati in un campo ristretto, e sopraccarichi di storia, di leggi e di tradizioni, dovete camminare adagio, e condotti dai vecchi: ma noi giovani di trecent'anni, che abbiamo per patria una terza parte del Sud America, e che dobbiamo riguadagnare in fretta il tempo perduto nella lotta coi selvaggi e nella guerra di trasformazione sociale da cui siamo appena usciti, bisogna che andiamo innanzi di carriera, e guidati dall'età dell'impazienza e dell'audacia. - E scherzava sull'"abuso" della vecchiaia che si fa in Europa. - Pare che la canizie, tra voi, sia il titolo necessario per certe cariche. Avete delle malattie che danno il diritto a certi onori. Che so io? la podagra fa tutto. La vostra gioventù si stanca in un'aspettazione interminabile, e vi ritrovate negli uffici che richiedono più vigore di mente e di nervi appunto nell'età in cui il vigore viene meno. Sciupate tutte le vostre forze a salire, e quando siete sulla cima suona l'ora della morte.
Edmondo De Amicis, Sull'oceano, 1884