mercoledì 25 aprile 2012

Una ricetta facile facile ma buona buona: torta allo yogurt.

Mia mamma faceva questa torta quando aveva in casa qualche yogurt scaduto (da poco) che non voleva buttare via. In questa ricetta facile facile e veloce veloce l'unità di misura è, infatti, il "vasetto di yogurt".

Ecco gli ingredienti:
1 vasetto di yogurt (bianco, ma anche no, io l'ultima volta ho usato lo yogurt alla mela e banana)
3 vasetti di farina bianca 00
2 vasetti di zucchero
3 uova
mezzo vasetto di olio di semi
1 bustina di lievito

Mescolate gli ingredienti come sono elencati, e aggiungete alla fine, se lo desiderate (desideratelo!), una mela e mezza tagliata a tocchetti, dando poi all'impasto la forma di torta o di ciambella (come nella foto). Infornate a 180° per 35-40 minuti.
Se poi vi venisse in mente di infornarne due insieme... ricordatevi di alzare la temperatura a 200° e di invertire a metà cottura la disposizione delle tortiere (sopra-sotto). Può darsi che dobbiate prolungare il tempo di cottura... il risultato non è garantito, quindi: meglio una per volta!

sabato 14 aprile 2012

Fa un freddo tucano.

C'è un tucano che svolazza nei miei sogni. L'ultima volta che ho visto un tucano, e fotografato il suo grande occhio blu e il suo gigante becco di seta, è stato all'oasi di Sant'Alessio, vicino a Pavia. Ma il primo tucano della mia vita l'ho incontrato al Parque de las Aves, a Iguazu, al confine tra Argentina e Brasile.
Ho pensato che se un uccello così viene a visitarmi nei sogni, be', dev'esserci qualche messaggio nascosto. Forse un invito a volare via, verso dove non è difficile immaginarlo. Il problema è che nel sogno cerco di afferrare il tucano, ma non ci riesco, mi sfugge.
Non ricordo di aver mai visto tucani volare, li ho sempre visti appollaiati sui rami, a farsi ammirare. Perché non puoi che provare ammirazione per un becco così grande, così bello, così arancione, quasi un prezioso accessorio attaccato a un corpo piccolo e tozzo, indossato per attirare l'attenzione (l'accostamento cromatico dell'arancio luminoso e variegato del becco all'azzurroblu dell'occhio a me sembra discutibile, ma certo di grande impatto). Sembrerebbe l'opera di un pittore (potrei fare un nome) che alla fine, non contento, ha aggiunto una pennellata di nero sulla punta e intorno al becco. Un piccolo capolavoro.
Un gruppo di ricercatori canadesi e brasiliani ha scoperto qual è il segreto del lungo becco del tucano (notizia ansa). Pare che serva a regolare la temperatura corporea. Quando fa molto caldo, il tucano spinge il calore del corpo nel becco e rimane al fresco. Quando, invece, comincia a far freddo, il tucano spinge meno calore nel becco, mantenendo così uniforme la temperatura del suo corpo. Come fa? In pratica, esercita un controllo sui flussi di sangue.
Ecco, in questi giorni freddi, di pioggia e vento, forse il mio sogno voleva soltanto dirmi questo: «non hai bisogno di papere di semi di ciliegio scaldate nel forno a microonde, ma della saggezza termica del becco del tucano». Che significa, in soldoni: va' da un'altra parte a cercare il sole.
Ma non riesco proprio a muovermi. Continuerò a scaldare papere di semi di ciliegio e a rintanarmi sotto strati di coperte.

ps. i tucani non sono gli unici a usare parti del corpo per raffreddarsi e regolare la propria temperatura (elefanti e conigli, per esempio usano le orecchie), ma sono quelli con la più grande "finestra termica", visto che il becco è pari a un terzo della lunghezza del loro corpo.

mercoledì 11 aprile 2012

Torta di mele della mamma (o della nonna Anna, a seconda dei punti di vista).

Questa è una torta buonissima, fatta, si può dire, solo di mele. E infatti sbucciare le mele e tagliarle a pezzettini è la parte più lunga di una ricetta che, per il resto, impegna al massimo dieci minuti. Se non ci fossero le mele da tagliare, appunto. Per questo vi consiglio di accendere la radio o di farvi aiutare, per velocizzare l'operazione.

Dunque, tagliate a pezzetti un chilo di mele, come nella foto qui a lato (non fate la domanda che ho fatto io: devo pesarle prima o dopo averle sbucciate e private del torsolo?, perché la risposta è: vedete voi, io le ho pesate prima, un chilo, mela più mela meno) e mettetelo da parte. Ho scelto mele golden perché ne avevo una cassetta intera, regalo di un amico trentino, ma credo che siano proprio quelle giuste, anche se nella ricetta non è specificato.
A parte, mescolate un uovo intero e un tuorlo d'uovo con un etto di zucchero. Aggiungete 2 etti di farina 00, mezzo bicchiere di latte (il mezzo è relativo perché dipende dalle dimensioni del vostro bicchiere... fate voi, a occhio) e un cucchiaino di lievito, e trasferite il tutto in una tortiera che avrete precedentemente imburrato e infarinato. Aggiungete le mele e sparpagliate qua e là riccioli di burro. Infornate per un'ora a 180°. Ecco il risultato finale.

Quanto all'origine di questa ricetta, non la conosco. Non so se a mia mamma l'ha data mia nonna o una sua amica, se l'ha letta in un libro o in una rivista di cucina. Non so se è una variante di una ricetta esistente, codificata e tramandata (io propendo per l'ipotesi dell'amica). Potrei chiederle di intervenire qui sotto con un commento, ma non vorrei metterla in imbarazzo.
In fondo ha poca importanza sapere da dove viene una torta. Io l'ho conosciuta così, è legata a certi ricordi e saperne l'origine non cambia la sostanza.
E poi, si sa, ogni torta è unica. Anche solo per il modo in cui tagli le fettine di mele.

sabato 7 aprile 2012

Pulizie di primavera.

Ho passato il pomeriggio tra gli scaffali di casa a pulire e riordinare libri (per ora ho sistemato solo i libri per bambini); ho trovato libri che non ricordavo di avere e cercato disperatamente libri che credevo di avere e che invece non sono da nessuna parte, come un paio di libri di Munari, vaiasapere se li ho prestati o se li ho solo sognati. Tra tutti, ho trovato questa vecchia edizione di Piccole donne, che non fa parte della mia infanzia e che davvero non so da dove sbuchi fuori. L'ho forse rubata a qualcuno? A chi? Fatevi avanti, ma dovete dimostrarmelo, che è vostra, perché io mi ci sono già affezionata. Ho ritrovato manuali di giochi di strada, qualche fotografia, una cartolina d'amore con un cuore peloso, un caleidoscopio, delle palline da giocoliere, due ventagli spagnoli, un libro di Richard Scarry, delle biglie colorate e un uovo nero di alabastro (comprato a Volterra, che è conosciuta ormai più per i vampiri che per l'alabastro). Ho sfogliato svariati libri di Roald Dahl, di fate, gnomi, dei barbapapà, della Pimpa e di Harry Potter. Ho letto la storia di Pollicino e ho pensato che sarebbe proprio bello tradurla in simboli PCS. Ho scoperto di avere due libri di Silvana Gandolfi, che non ho ancora letto, e di avere pochi, pochissimi libri di Bianca Pitzorno (devo rimediare). Ho soffiato via tanta polvere. Ho vestito due Barbie e centrifugato un po' di peluches.  E infine, ho messo ad altezzadiemma tutti i libri che potrebbero interessarle. Domani, se avrò le forze, tocca ai latinoamericani. Buonanotte.

giovedì 29 marzo 2012

È quel che è.


Ecco un'altra poesia che ho amato molto. 

Was es ist

Es ist Unsinn
sagt die Vernunft
Es ist was es ist
sagt die Liebe

Es ist Unglück
sagt die Berechnung
Es ist nichts als Schmerz
sagt die Angst
Es ist aussichtslos
sagt die Einsicht
Es ist was es ist
sagt die Liebe

Es ist lächerlich
sagt der Stolz
Es ist leichtsinnig
sagt die Vorsicht
Es ist unmöglich
sagt die Erfahrung
Es ist was es ist
sagt die Liebe.


È quel che è

È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l'amore

È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l'amore

È ridicolo
dice l'orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l'esperienza
È quel che è
dice l'amore

Erich Fried, È quel che è. Poesie d'amore di paura di collera, Einaudi

mercoledì 28 marzo 2012

Blog occupato dalla poesia.

Oggi sono passata in bicicletta davanti alla mia vecchia scuola, e ho visto, appeso lì fuori, uno striscione colorato con scritto "scuola occupata dalla poesia". Mi è sembrata una cosa molto bella, e ho pensato che mi ero proprio dimenticata, della giornata della poesia (che è il 21 marzo). Ecco, vorrei festeggiare con due poesie. Una, di Jorge Luis Borges, la poesia che amo di più in assoluto. Non riporto la traduzione perché secondo me non è fatta bene. E una poesia della mia amica Anna, poetessa ligure, donna sensibile e angelo custode. Ho anche pensato, che per qualche giorno, questo blog sarà "occupato" dalle poesie e dai poeti che ho amato, che a volte ho avuto la fortuna di conoscere.

El Sur

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de
la sombra haber mirado
esas luces dispersas
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
- esas cosas, acaso, son el poema.

Jorge Luis Borges, Fervor de Buenos Aires, 1923


Il posto che vorrei

Qualche volta si sogna un posto
dove restare per sempre
e si traccia con le mani o lo sguardo
una rotta immaginaria che ci porti
nella quiete di una collina
oppure nella vastità dell'oceano
o ancora in qualche prateria sconfinata,
una steppa, l'altezza di una montagna
o la vita illuminata e brulicante di una città.

Il posto che vorrei io,
il luogo dove vorrei veramente abitare per sempre
è quel piccolo pezzo del tuo cuore
dove corre felice, come un soldato, finalmente perduto,
l'amore senza guerra.

Anna Spissu, L'amore imperfettibile, Gammarò 2010

mercoledì 29 febbraio 2012

Scrivere e dormire.


Quando scrivete, volete pur liberarvi del mondo, non è vero? E' ovvio. Quando state scrivendo, state creando i vostri mondi.
(...) Nello scrivere e nel dormire impariamo a interrompere le attività fisiche mentre al contempo incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine intellettuale del nostro vivere quotidiano. E come la mente si abituano a un certo quantitativo di sonno, diciamo sei, sette, forse le otto ore raccomandate per ogni notte, così da svegli si può addestrare la mente a dormire in modo creativo e a sviluppare quei sogni a occhi aperti le cui vivide immagini sono ottime opere di fiction.
Ma avete bisogno della stanza, avete bisogno della porta e avete bisogno della risolutezza a tenerla chiusa. E avete bisogno anche di un obiettivo concreto.
Stephen King, On writing

sabato 18 febbraio 2012

Uno scrittore deve essere un critico.

immagine tratta dal bellissimo sito http://bookshelfporn.com/
Uno scrittore, più di ogni altro artista, deve essere un critico, perché le parole sono così volgari, così familiari, che egli per forza deve setacciarle e sceglierle con cura, se vuole che esse possano durare. Scrivete tutti i giorni, scrivete liberamente; ma dobbiamo sempre confrontare ciò che abbiamo scritto con ciò che hanno scritto i nostri maestri, i grandi scrittori. E' un'umiliazione, ma è essenziale. Se vogliamo conservare e creare, non c'è altra via. E lo faremo. (...) Possiamo cominciare subito (...) leggendo continuamente, simultaneamente, poesia, commedie, romanzi, storia, biografia, il vecchio e il nuovo. Dobbiamo conoscere prima di poter scegliere. Non serve avere un palato delicato: ognuno di noi ha il suo appetito, e deve trovare l'alimento che gli si confà.
Virginia Woolf in La torre pendente, Folios of New Writing, autunno 1940 (tratto da Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello)

martedì 14 febbraio 2012

La complessità dell'amore.

Robert Fry, Ritratto di Virginia Woolf
Perché, si disse, mentre l'occhio le cadeva sulla saliera nel mezzo del disegno, lei non doveva sposarsi, grazie al cielo; non doveva subire quella degradazione. Sarebbe scampata a quella diluizione. Avrebbe spostato l'albero un po' più al centro.
Tale era la complessità delle cose. Ciò che le accadeva, in particolare quando stava dai Ramsay, era di provare insieme due sentimenti violentemente opposti; questo è quello che sentite voi, era uno; questo lo sento io, era l'altro; e i due insieme battagliavano nella sua testa, come adesso. È così bello, così eccitante, l'amore, che al suo orlo io tremo, e mi offro, contro le mie abitudini, di andare a cercare la spilla sulla spiaggia; ma è anche la più stupida, la più barbara delle passioni umane e trasforma un bravo giovane dal profilo di cammeo (era delicatissimo il profilo di Paul) in un bruto, armato di mazza (eccolo lì che faceva il gradasso, l'insolente), che si agita su e giù per Miles End Road. Eppure, si disse, dall'alba dei tempi si sono cantate odi all'amore, l'hanno coperto di rose e ghirlande, e nove persone su dieci, se richieste, avrebbero risposto che non volevano altro; mentre le donne, a giudicare dalla sua esperienza, da parte loro, sentivano piuttosto che no, non è questo che volevano, non c'è niente di più noioso, puerile e disumano dell'amore. Eppure è anche meraviglioso e necessario. E allora, e allora?
Virginia Woolf, Al faro

sabato 4 febbraio 2012

Torta gialla e marrone della nonna Franca.

Fino a qualche anno fa (fino a quando le forze gliel'hanno consentito) mia nonna aveva il compito di sfornare torte per tutta la famiglia, per i compleanni ma a volte anche per gli onomastici e gli anniversari di matrimonio. Si poteva richiedere la crostata burrosa di amarene o, in alternativa, la torta gialla e marrone, anche se ormai lei conosceva le nostre preferenze e non chiedeva più. Per il compleanno di mia sorella (che non è mai riuscita a mangiare la marmellata  e che, della crostata, mangiava solo gli ambitissimi bordi) eravamo sicuri, ad esempio, che sarebbe stata sfornata una torta gialla e marrone.
La torta gialla e marrone della nonna Franca (conosciuta altrove anche come "torta marmorizzata") sembra una torta banale ma non lo è affatto. Quella di mia nonna era soffice, alta, consistente. Raramente l'ho sentita lamentarsi che non le fosse venuta bene, e in quelle occasioni provvedeva subito a sfornare un altro esemplare. Ed era così buona questa torta, e semplice al tempo stesso, che un anno mia zia partecipò a un concorso di cucina spacciandola per sua e si classificò al terzo posto. Ma la torta era stata fatta dalla nonna.

Gli ingredienti: duecento grammi di zucchero, centocinquanta grammi di burro, tre uova, duecento grammi di farina 00, scorza di limone grattugiata, una bustina di lievito, trenta/cinquanta grammi di cacao (a scelta). Il procedimento è piuttosto semplice e basta rispettare l'ordine in cui ho elencato qui sopra gli ingredienti: mescolare lo zucchero con il burro precedentemente sciolto, aggiungere le uova e poi la farina, la scorza di limone e la bustina di lievito. Infine, separare in due metà (una un po' più abbondante dell'altra) l'impasto ottenuto e a quella più scarsa aggiungere e mescolare il cacao. Imburrare e infarinare una tortiera, e versare un cucchiaio giallo e uno marrone uno giallo e uno marrone etc. etc. fino a riempirla. Infornare per quaranta minuti a centottanta gradi.


Nella fotografia potete vedere l'esemplare prodotto il giorno del mio compleanno, il primo di una serie di cinque (non il migliore), alla ricerca del tempo perduto, gli ultimi due dei quali realizzati dopo lunghe riflessioni insieme allo chef Giulio di Monreale. Perché mia nonna questa ricetta la conosceva così bene, che nel suo sgangherato e lacero ricettario, spiega a stento "come fare": c'è solo un elenco di ingredienti appuntati storti e frettolosi.
Ma ecco i consigli per riuscire a produrre un esemplare che si avvicina al novantacinque per cento ai sapori della mia infanzia.
Primo, la tortiera non deve essere troppo larga, ventiquattro-ventisei centimetri.
Secondo, il burro possibilmente va sciolto a bagnomaria.
Terzo, è bene mescolare il più possibile, fino a ottenere un impasto cremoso; se non si ha sufficiente forza, ricorrere allo sbattitore elettrico.
Quarto, il cacao non va sciolto nel latte (come sosteneva mia mamma): va mescolato all'impasto così com'è, in polvere.
Quinto, cercate di evitare che un orso affamato vi raschi via gli avanzi dell'impasto e cercate di mettere tutto, ma proprio tutto dentro la tortiera: per questo, ho scoperto che esistono strumenti che servono per raschiare i residui delle ciotole: a voi la scelta tra una torta ben riuscita e la felicità leccatoria di un bambino (o di un bambino cresciuto).
Infine lo chef Giulio sostiene che durante la cottura bisogna parlare a bassa voce, non sbattere le porte e non fare rumori.
Se lo desiderate potete anche ricoprirla con lo zucchero a velo.
E poi c'è quel cinque per cento che nessun esperimento riporterà indietro, e che era l'amore che mia nonna metteva nella torta, che confezionava e incartava come un regalo. E naturalmente il suo forno di altri tempi, che oggi sarebbe dichiarato fuorilegge.


domenica 29 gennaio 2012

Bianca come il gelato?

La nipotina numero due si chiamerà Bianca. Sono riusciti a convincere persino Emma, che fino all'altroieri ripeteva che la fratellina si sarebbe chiamata Silvia, Silvia, Silvia. Ha ceduto soltanto quando alla sua domanda, Bianca come il gelato?, le è stato risposto, Sì, bianca come il gelato alla panna. E il gelato alla panna è l'unica cosa che Emma mangerebbe in qualsiasi stagione, in qualsiasi momento della giornata, prima o dopo pranzo, a colazione e anche prima di andare a letto. Alla faccia delle similitudini cliché. Aggiornatevi. Bianca non come la luna o la neve: bianca come il gelato. Perché esiste solo il gelato bianco, nel vocabolario di Emma. Gli altri non sono veri gelati. E speriamo, che oltre che bianca, sia anche dolce come il gelato. O dolce come la neve.

venerdì 27 gennaio 2012

Il mio giorno della memoria.

Questa è una memoria che nel giorno della memoria forse non interessa a nessuno, ma se non ci fosse questa memoria, adesso non sarei qui a scrivere queste righe. Questa memoria ha inizio quarant'anni fa, proprio oggi. Il giorno in cui mio papà ha portato all'altare mia mamma (o forse, mia mamma ha portato all'altare mio papà). Non mi hanno raccontato molto di quel giorno. Durante la notte la neve aveva imbiancato tutto. Provo a immaginare la sorpresa, la mattina, dalle finestre della casa di Torretta, quando ancora intorno c'erano le cascine e i campi. La neve era scesa, io penso, per essere in sintonia con l'abito da sposa di mia madre. Io mi sarei emozionata, il giorno del mio matrimonio, a svegliarmi con la neve, ma forse qualcuno ha pensato ai problemi pratici, forse mio nonno. Forse. Ma non me l'hanno raccontato. E anche se di quel giorno non so quasi nulla, mi basta guardare le foto per sentire le emozioni. E adesso vado, che sennò mi commuovo.

venerdì 20 gennaio 2012

La donna che sognava il tango.

foto (bellissima) di Lucia Baldini
In un quartiere di questa piccola città esiste una ballerina di tango che non riesce più a ballare. Questa donna è condannata tutte le notti a sognare di ballare tango nelle situazioni più strane, sul treno, in bagno, in metropolitana, nuda, in pigiama, vestita di fronzoli, o con la tuta della palestra, e sempre balla divinamente con sconosciuti o amici, lei che nella realtà era una ballerina mediocre. E quando si sveglia, e cerca di organizzare serate con i vecchi amici della milonga, c'è sempre un imprevisto che ostacola la sua decisione, la nebbia, l'influenza, i bambini degli amici che si ammalano, lo sciopero dei mezzi. Così, di giorno in giorno, di sogno in sogno, sono ormai dieci anni che la nostra ballerina non mette più piede in una milonga reale. Nessuno sa il perché di questa che sembra a tutti gli effetti una vera maledizione. Forse il destino vuole preservarla da strani incontri. O forse, più semplicemente, si è così abituata a ballare con i migliori ballerini al mondo, leggera come una farfalla, che non potrebbe più sopportare le imperfezioni del mondo reale con i suoi inciampi e le sue esitazioni. E in fondo, preferisce così.

lunedì 16 gennaio 2012

L'Angelo del focolare

Che cosa ci potrebbe essere di più facile che scrivere articoli e acquistare gatti persiani con i proventi? Ma aspettate un istante. Gli articoli vanno scritti su qualche argomento. Il mio, se ben ricordo, riguardava il romanzo di un uomo famoso. E mentre lo scrivevo, mi accorsi che se volevo recensire dei libri, dovevo combattere contro un certo fantasma. E il fantasma era una donna, e quando imparai a conoscerla meglio la chiamai l'Angelo del focolare. Era lei che quando scrivevo una recensione si metteva in mezzo tra me e il mio foglio. Era lei che mi angustiava e mi faceva perdere tempo e mi tormentava a tal punto che alla fine la uccisi. Voi che appartenete a una generazione più giovane e più felice forse non capite che cosa intendo per Angelo del focolare. Proverò a descrivervela il più brevemente possibile. Era infinitamente comprensiva. Era estremamente accattivante. Era assolutamente altruista. Eccelleva nelle difficili arti del vivere familiare. Si sacrificava quotidianamente. Se c'era il pollo, lei prendeva l'ala; se c'era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri. E soprattutto (non occorre dirlo) era pudica. Il pudore era ritenuto la sua bellezza più grande, i suoi rossori il suo più bell'ornamento. A quei tempi (gli ultimi della regina Vittoria) ogni focolare aveva il suo Angelo. E quando cominciai a scrivere me la trovai davanti alle prime parole. L'ombra delle sue ali cadeva sulla mia pagina; sentivo nella stanza il fruscio delle sue gonne. Non appena presi in mano la penna per recensire il romanzo di quell'uomo famoso, insomma, lei mi scivolò alle spalle sussurrandomi: «Mia cara, sei una ragazza giovane. Stai scrivendo di un libro che è stato scritto da un uomo. Sii comprensiva; sii tenera, lusinga, inganna, usa tutte le arti e le astuzie del nostro sesso. Non far mai capire che sai pensare con la tua testa. E soprattutto, sii pudica.» E fece come per guidare la mia penna. Ora voglio registrare l'unico gesto per cui mi assumo qualche credito, anche se di diritto il credito va dato a certi miei ottimi antenati che mi lasciarono una certa somma di denaro (facciamo cinquecento sterline l'anno?), sicché non mi trovavo nella necessità di dipendere esclusivamente dalle mie grazie per sopravvivere. Mi voltai e l'afferrai per la gola. Feci del mio meglio per ucciderla. La mia giustificazione, se mi avesse trascinata in tribunale, sarebbe stata che avevo agito per legittima difesa. Non l'avessi uccisa, lei avrebbe ucciso me. Avrebbe succhiato la vita dei miei scritti. (...) Perciò, ogni volta che avvertivo l'ombra della sua ala sulla pagina, o la luce della sua aureola, afferravo il calamaio e glielo scagliavo contro. Ce ne volle per farla morire. La sua natura fantastica le dava un vantaggio. È molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà. Credevo di averla liquidata e invece eccola lì di nuovo. (...) Fu una lotta durissima (...) ma fu una vera esperienza; una esperienza che doveva toccare a tutte le donne scrittrici a quell'epoca. Uccidere l'Angelo del focolare faceva parte del mestiere di scrittrice.
Virginia Woolf, "Professioni per le donne", in Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello. Il volume verrà presentato martedì 24 gennaio alle ore 21.00 presso la Sala Rivolta in via Cavour 66 a Lodi.

venerdì 13 gennaio 2012

Uccidere un bambino

Pubblico questo breve racconto dello scrittore e giornalista svedese Stig Dagerman, morto suicida a soli 31 anni, perché è l'unica cosa che mi è venuta in mente l'altro giorno, quando un bambino di cinque anni, in un paese vicino al mio, è stato investito da un SUV, fuori da scuola. È un racconto geniale.
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È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. È domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchi appoggiati sui tavoli da cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè e i bambini si abbottonano le camicette. È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l'uomo che si sta radendo dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.
Non vi sono ombre nella cucina e l'uomo che ucciderà un bambino si trova ancora vicino a una pompa rossa della benzina nel primo villaggio. È un uomo felice, che guarda dentro una macchina fotografica e nell'obbiettivo vede una piccola automobile blu e accanto all'automobile una ragazza che ride. Mentre la ragazza ride e l'uomo scatta la bella fotografia, il benzinaio stringe il tappo del serbatoio e annuncia che avranno una bella giornata. La ragazza si siede nell'auto, l'uomo che ucciderà un bambino estrae il portafoglio dalla tasca e spiega che arriveranno al mare e al mare affitteranno una barca e poi andranno a remare al largo, molto al largo. Attraverso i finestrini abbassati la ragazza sul sedile anteriore sente quello che dice e chiude gli occhi e ad occhi chiusi vede il mare e l'uomo accanto a lei nella barca. Non è certo un uomo cattivo, è felice e contento e prima di salire in macchina si sofferma un attimo davanti al radiatore che splende al sole a godere di quel luccichio e dell'odore di benzina e di biancospino. Nessuna ombra si proietta sull'auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue.
Ma nello stesso momento in cui nel primo villaggio l'uomo dell'auto richiude la portiera di sinistra e tira verso di sé il pomello dell'avviamento, nel terzo villaggio la donna nella cucina apre la dispensa e si accorge che non c'è più zucchero. Il bambino, che ha finito di abbottonarsi la camicia e si è allacciato le scarpe, è in ginocchio sul divano e guarda il fiume che serpeggia tra gli ontani e la barca nera tirata in secco sull'erba. L'uomo che perderà il suo bambino ha finito di radersi e piega lo specchio. Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche. Manca soltanto lo zucchero e la madre dice al suo bambino di correre dai Larsson a chiederne in prestito qualche zolletta. E quando il bambino apre la porta, l'uomo gli grida di far presto, che la barca è sulla spiaggia che aspetta e che devono remare più lontano di quanto non abbiano mai remato. E mentre corre attraverso il giardino il bambino non fa che pensare al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e che la barca rimarrà dov'è per tutto quel giorno e per molti altri giorni ancora.
I Larsson non abitano lontano, appena dall'altra parte della strada e mentre il bambino l'attraversa correndo, la piccola automobile blu entra nel secondo villaggio. È un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina con la tazza del caffè in mano, e vede l'auto che sfreccia al di là della siepe sollevando dietro di sé un'alta nuvola di polvere. Viaggia a gran velocità e l'uomo al volante vede i meli e i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie. L'aria dell'estate soffia attraverso il parabrezza mentre escono sfrecciando dal paese e procedono veloci e sicuri al centro della carreggiata, sono soli sulla strada - per ora. È meraviglioso viaggiare così soli su una strada ondulata e larga e in pianura è ancora più bello. L'uomo è felice e forte e col gomito destro sente il corpo della sua donna. Non è certo un uomo cattivo. Ha fretta di arrivare al mare. Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino. Mentre sfrecciano verso il terzo villaggio la ragazza chiude di nuovo gli occhi e, per gioco, dice che non li riaprirà fino a che non si vedrà il mare e sogna, al ritmo del dondolìo dell'auto, quanto le apparirà splendente.
Perché la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare dal terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell'ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in una cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e avviarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest' ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.
Dopo è troppo tardi. Dopo c'è una macchina blu di traverso sulla strada e una donna che urla si leva una mano dalla bocca e la mano sanguina. Dopo un uomo apre la portiera di un'automobile e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l'abisso di orrore che ha dentro di sé. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto brutalmente schiacciato contro la strada.
Dopo accorrono due persone pallide che non sono ancora riuscite a bere il loro caffè e si precipitano attraverso un cancello e ciò che vedono sulla strada non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite. Il tempo non guarisce le ferite di un bambino ucciso ed è molto difficile che guarisca il dolore di una madre che ha dimenticato di comperare lo zucchero e manda suo figlio dall'altra parte della strada a chiederlo in prestito; ed è altrettanto difficile che guarisca l'angoscia di un uomo un tempo felice che ora l'ha ucciso.
Perché chi ha ucciso un bambino non va più al mare. Chi ha ucciso un bambino guida lentamente verso casa, in silenzio, e accanto a sé ha una donna muta con una mano fasciata e in tutti i villaggi che attraversano non vedono più un solo uomo felice. Tutte le ombre sono cupe e quando i due si separano sono ancora in silenzio e l'uomo che ha ucciso un bambino capisce che quel silenzio è il suo nemico e che gli ci vorranno anni della sua vita per sconfiggerlo gridando che non è stata colpa sua. Ma sa anche che questa è una menzogna e la notte nei suoi sogni si struggerà invece di poter avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che quest'unico minuto possa essere diverso.
Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.

Stig Dagerman

domenica 8 gennaio 2012

Un anno tangò.

Nel 1913 la moda, sulla scia della passione francese per tutto quello che era tangò, lancia il colore tangò e la gonna tangò, con uno spacco sul retro, dal ginocchio in giù.
Il colore pantone dell'anno 2012 è il tangerine tango. È un segno.
Voglio pensare che sarà un anno danzante, un anno di estremi sentimenti, di passioni e tenerezza, di nostalgie, di ricordi. Un anno in cui far volteggiare le gambe, svolazzare le gonne, di luccichii tra i capelli, un anno colorato ma anche un anno di luci soffuse e parole sussurrate sulle note struggenti di un bandonéon.


venerdì 6 gennaio 2012

Accendi il buio!



Siamo entrate nella casetta di cartone. La casetta di cartone è dentro una stanza, che è dentro un appartamento, che è dentro una cascina. E' piccola, ma ha una porta e delle finestre, sennò che casetta sarebbe, ed è grande abbastanza: ci stanno tre bambini (anche quattro, se non si muovono) o un adulto accovacciato e un bambino, come noi due l'altra sera. L'adulto, che sarei io, ha dovuto fare delle acrobazie da gambero per entrare, ma alla fine ce l'ho fatta e mi sono sistemata nella posizione yoga dell'orso che medita, che prevede solo piccoli movimenti da orso in letargo. Volevamo leggere delle storie, storie vecchie di trent'anni, ma sempre belle, storie di topi e animali. Volevamo disegnare sulle pareti della casetta, perché fuori qualcuno ci ha appiccicato degli stickers di fiori dai gambi lunghissimi ma dentro sono tutte color cartone e basta. Bisogna abbellirle. Avevamo dei pennarelli, per disegnare, e una torcia, per leggere. Emma ha cominciato a tracciare dei ghirigori degni del miglior Picasso. Io ho acceso la torcia. La luce era bianca, fredda. Sarebbe stato meglio avere una candela, ma visto le mie esperienze passate, ho pensato che non era il caso. Ho provato a dirigere il fascio luminoso sulla parete su cui stava disegnando, in piedi, per darle una mano a vedere meglio, ma lei, spazientita, mi ha guardato e mi ha detto: "Accendi il buio!". Ho spento la torcia e siamo tornate a vedere, nel buio, quel che volevamo vedere e a leggere quel che volevamo immaginare.

mercoledì 4 gennaio 2012

Pão de queijo dello Siu Belu.

Il pão de queijo è una deliziosa pallina di formaggio cotta al forno che ha la consistenza del pane ma che non contiene farina di grano e per questo è privo di glutine. La ricetta del pão de queijo è originaria del Minas Gerais e del Goiás (due stati brasiliani) ma il suo consumo si è diffuso in tutto il Brasile.
Il pão de queijo è buono consumato in qualsiasi modo, da solo o con del miele o della marmellata, ma anche con salumi.

Ingredienti per fare palline in abbondanza (e avere scorte nel freezer):
1 kg di polvilho ovvero di farina di tapioca (fine, meglio se 1/2 kg di farina di tapioca dulce e 1/2 kg di farina di tapioca agra)
8 uova intere
200 ml di olio
200 ml di latte
1 cucchiaio scarso di sale
6 patate medie
(200 ml di acqua se occorre)
700/800 gr di mix di formaggi (grana grattugiato e quartirolo sbriciolato). Il  queijo minas che viene usato nella ricetta originale da noi è introvabile.

Come fare:
Prendere una ciotola piuttosto grande e metterci dentro la farina (come quella della foto).
ciotola Ikea Blanda Blank inox
Bollire le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate.
Bollire olio+latte+sale e, una volta caldi, unirli alla farina e mescolare con un cucchiaio di legno.
Aggiungere le patate schiacciate e le uova e impastare il tutto con le mani, raggiungendo la consistenza desiderata. Può essere utile aggiungere dell'acqua q.b.
Infine, unire i formaggi e continuare a impastare il tutto. Bisogna avere molta pazienza e molta forza nel fare questa operazione: l'impasto diventerà pesantissimo! Quindi può essere utile avere un orso che impasti.
Quando l'impasto sarà pronto e ben amalgamato sarà anche un poco appiccicoso. Lasciarlo riposare in frigo per mezz'ora.
Nel frattempo, accendere il forno portandolo alla massima temperatura (200 gradi).
Tirare fuori dal frigo l'impasto e formare delle piccole palline ungendosi le mani. Disporre le palline in una teglia o direttamente nel forno su un supporto antiaderente (carta forno, ad esempio). Farle cuocere per due minuti a 200 gradi, poi diminuire la temperatura e lasciarle cuocere fino a doratura.
Ci si accorge che sono pronte quando per tutta la casa si diffonde profumo di formaggio.
Le palline che avanzano metterle in freezer su dei piatti e quando sono congelate, staccarle dai piatti e metterle dentro dei sacchettini (se le si congelano direttamente nei sacchettini rischiano di attaccarsi l'una all'altra, sperimentato dalla sottoscritta). Ecco come deve essere più o meno il risultato finale:
ricetta dello Siu Belu (cioè di Guido Boletti)

lunedì 2 gennaio 2012

Farro con verdure croccanti alla crivelli.


Prendere sedano, carote, zucchine, peperoni (uno giallo e uno rosso), trevigiana in quantità desiderata e tagliare tutto a dadini "piccoli piccoli piccoli" (questa è la parte più lunga e faticosa).
Preparare un soffritto con cipolla e far saltare i dadini di verdure per bene fino a farli diventare "croccanti" anzi, come dice Enza, "belli croccantini". 
Aggiungere alle verdure il farro precedentemente scottato (si dice così? o era messo a mollo? non ricordo più! comunque credo scottato, cioè messo in acqua bollente per circa venti minuti, a seconda del tipo di farro che si compra). Mescolare e cucinare tutto insieme. Aggiungere sale e peperoncino e… ricordarsi di assaggiare mentre si cucina! Quando è buono è pronto.
Condire con olio crudo e una grattata di peperoncina (peperoncina? mah. forse ho capito male.)

ricetta di Enza Crivelli
ps. Enza, se vuoi correggere, fai pure.

Ecco il risultato: