giovedì 11 giugno 2009

Cinquantacinque. Balene di terracotta.

Oggi sono andata a trovare il topo Antonino detto Toni.
Toni lavora in campagna in mezzo alle zanzare ma con tanto verde intorno. Prima lavorava in città, ma la città lo distraeva e lui per il suo lavoro ha bisogno di concentrazione. 
Il topo Toni di lavoro fa lo scultore di balene di terracotta. Le sue balene sono lisce e panciute e se ci soffi dentro cantano, mandano un richiamo alle loro sorelle del Sudamerica, megattere danzanti nelle acque di Salvador de Bahia o della Patagonia. Chissà cosa si dicono.
E’ affezionato il topo Toni, al Sudamerica. Ci andava sempre con suo cugino a pescare. Dei barracuda grossi così. Ma adesso, anche là è tutto cambiato. Hanno tagliato, spianato, segato, e sono arrivate frotte di turisti.
Sospira il topo Toni, chissà quale ricordo sta adesso ondeggiando nella sua mente.
Poi bussa alla finestra il cavallo Sciampo reclamando la sua carota quotidiana.
Il topo Toni porge la carota e torna al lavoro.
Nella tranquilla e soleggiata calma padana.

lunedì 27 aprile 2009

27 aprile 1945. Tedeschi in ritirata.


Un rumore assordante fracassò la porta di casa.
Entrarono in quattro, i fucili puntati contro mio padre e urlarono qualcosa, facendogli segno di uscire. Dovevano pareggiare i conti, perché uno di loro era stato ucciso in una sparatoria, e uno di loro valeva come dieci dei nostri.
Le mie sorelle cominciarono a piagnucolare, e la loro litania di singhiozzi accompagnò il rassegnato incedere del morto che cammina.
Mia madre cercò di trattenere mio padre, perché sapeva che con gente che non capisce la tua lingua non puoi metterti a discutere, implorare o supplicare. Lei pregava mio padre, di non uscire, di non seguirli, come se servisse a qualcosa, e in tutto questo pregare e agitarsi e strattonare, mio fratello, che aveva solo due mesi, le cadde di mano, e si sfracellò la testa. Ma lei non lo vide, lei vedeva soltanto mio padre che usciva dal portone, insieme ai quattro tedeschi, insieme a me che lo seguivo pietrificato dal terrore.
E fuori dal portone mio padre con le mani alzate rivolto verso il muro, mio padre che era un funzionario di banca, mio padre che non aveva mai impugnato un’arma, mio padre che fino a due ore prima aveva ancora un futuro, mio padre. Si voltò verso di me e mi sorrise.

sabato 18 aprile 2009

Tempi di crisi.

"Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. La convenienza delle persone e delle nazioni è di trovare soluzioni e vie d'uscita. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E' nella crisi che emerge il meglio di ciascuno, perchè senza crisi ogni vento è una carezza. Parlare della crisi significa incrementarla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla".
Albert Einstein
ringrazio Mattia per la citazione

martedì 10 febbraio 2009

... Dove le voci risuonano come nei corridoi d'una casa

"Chissà perché fu proprio in quella occasione che più che mai mi colpì la strana aria di socievole contiguità e di vita domestica, che rappresenta buona parte del fascino di Venezia. Senza strade e veicoli, senza il frastuono delle ruote e la brutalità dei cavalli, con le sue stradine tortuose dove la gente si raccoglie insieme, dove le voci risuonano come nei corridoi di una casa, dove il passo umano si muove quasi a scansare gli spigoli dei mobili e le scarpe non si consumano mai, il luogo ha il carattere di un immenso appartamento collettivo, con Piazza San Marco che fa da salotto buono, e gli altri palazzi e le chiese che fungono da grandi divani per riposare, da tavole per intrattenersi, da superfici decorative. E in qualche modo lo splendido domicilio comune, familiare, domestico, sonoro, assomiglia anche a un teatro con gli attori che scalpicciano sui ponti e, in disordinato corteo, saltellano lungo le fondamenta. Mentre si è seduti in gondola, i marciapiedi che in certi punti costeggiano i canali assumono per lo sguardo l'importanza di un palcoscenico, con la stessa angolatura, e le figure veneziane, nel loro andirivieni contro lo scenario delle sbilenche casette da commedia, danno l'impressione di essere i membri di una infinita compagnia drammatica."
Henry James, Il carteggio Aspern


Immagine
Federica Galli, Campo de l’Abazia

Acquaforte su zinco, 1984
cm 49.1 x 24.3

www.galleriazerootto.it

giovedì 5 febbraio 2009

Il timore di differire dalla specie.

Ma l'idea che quanto è normale sia meritorio credo sia un'idea comune... Andrew Lang diceva che siamo tutti geniali fino ai sette o otto anni. Cioè, che tutti i bambini sono geniali. Ma da quando il bambino cerca di assomigliare agli altri, va in cerca della mediocrità, e nella maggior parte dei casi ci riesce. Questo credo sia vero.
Jorge Luis Borges, Conversazioni

martedì 3 febbraio 2009

Cosmo e caos.

Si potrebbe dire che io sono tanto caotico che non è possibile che mi disordini gran che. Comincio a essere un disordine, un caos. Curioso, la parola "cosmetica" ha la sua origine in "cosmo". Il cosmo è il grande ordine del mondo, la cosmetica il piccolo ordine che una persona impone al suo viso. La radice è la stessa: cosmo, ordine.
Jorge Luis Borges, Conversazioni

giovedì 22 gennaio 2009

Pamela.

Pamela è un’isola in mezzo a un mare ghiacciato. Per questo ha freddo. Per questo se ne sta in classe con quattro maglioni sopra il grembiulino bianco, e sembra che non le basti. Pamela sulla sua isola sta seduta e aspetta. Aspetta che passi il tempo e che un giorno una nave, non sa ancora quale, la salvi dalla sua infanzia triste e vuota. Non pensa a niente, perché le hanno detto che non deve pensare. Deve stare zitta, muta. Non può raccontare niente. Niente del suo passato e niente del suo presente. Lei non è nessuno. Lo so, la mia barca è lontano dalla sua isola, ma provo a sventolare un fazzoletto colorato. Magari mi vede e le scappa un sorriso.

mercoledì 7 gennaio 2009

lunedì 5 gennaio 2009

Dedicato a tutti quelli che se ne sono andati.

"Però, per ritrovare in questo modo il viso di Naoko, ci vuole un po' di tempo. E col passare degli anni, il tempo si allunga sempre di più. E' triste ma è così. Mentre prima per ricordarla mi bastavano cinque secondi, i cinque secondi sono diventati dieci, poi trenta, poi un minuto. Il tempo si è allungato pian piano, come le ombre al tramonto. E mi chiedo se di questo passo alla fine il suo viso non sarà inghiottito dall'oscurità. Non c'è dubbio che la mia memoria si stia allontanando da Naoko. Proprio come io mi sto allontanando dal ragazzo che ero allora. Così solo quel paesaggio, il paesaggio di quel prato in ottobre, come la scena chiave di un film, mi ritorna senza fine alla mente. E quell'immagine continua insistente, in qualche parte di me, a tirarmi dei calci e a gridare: ehi, svegliati! Non vedi che sono ancora qui? Svegliati e sforzati di capire. Di capire cosa ci sto ancora a fare qui.
Non è che mi faccia male. Non provoca nessun dolore. Ogni volta che tira dei calci si sente solo un rumore sordo, un rumore che forse finirà prima o poi anch'esso per scomparire come è scomparso tutto il resto. Ma in quell'aereo della Lufthansa nell'aeroporto di Amburgo, tutte queste immagini hanno continuato a sferrarmi dei calci, più a lungo delle altre volte e con più forza che mai. Svegliati, sforzati di capire! E' per questo che sto scrivendo. Sono uno di quelli che per capire le cose ha asssolutamente bisogno di scriverle".
Haruki Murakami,
Tokyo blues.

domenica 4 gennaio 2009

La magica medicina.

illustrazione di Vanessa Erica Zorn

Mi serve una magica medicina. Forse potrei chiamare il mio amico Giorgino, che è così bravo con le pozioni, ma poi lui ci metterebbe dentro il lucido per le scarpe che non ha un buon sapore. Questa magica medicina dovrebbe riuscire a storcigliarmi le budella, a farmi passare la fame e il sonno di questi giorni indolenti, a rendermi scattante e pronta per l'anno nuovo. Io ci metterei: corno di rinoceronte per infilzare le difficoltà, pelo di lupo per trovare i momenti per pensare e stare un po' da sola, occhi d'aquila per vedere lontano, ali di gabbiano e coda di balena per viaggiare per mare e per terra. E anche carne tenera di agnello. Però poi dovrebbero morire un sacco di animali, per fare questa medicina, e mi sentirei in colpa per tutto l'anno. Mi accontento di una tisana e mi metto al lavoro.

venerdì 2 gennaio 2009

Cinquantaquattro. Santa Lucia di miele e di sale.

E’ arrivata Santa Lucia. Con quasi un mese di ritardo, ma è ovvio: doveva prima passare dai bambini di tutta Lodi e Bergamo e Svezia e altri che non so. Ha suonato a casa nostra la notte dell’ultimo, cercava un riparo perché l’asino era spaventato a morte dai botti. E’ entrata, a tastoni ha raggiunto il divano (si sa, è cieca), ci si è buttata sopra, stravolta, e ha iniziato a russare. Ho sistemato l’asino nel bagno di servizio, anche se Mucomorìs non ha proprio gradito. Poi sono andata a letto anch’io e abbiamo dormito tutti per ventiquattrore filate. Ci ha svegliato il suono della sirena del cantiere, che puntuale ha ripreso a trivellare e mattonellare il 2 gennaio. Ho preparato un’abbondante e tradizionale colazione di biada, mandarini e caffè e poi ho aspettato. Santa Lucia se l’è presa comoda, non ha fretta, adesso dovrà tirare dicembre dell’anno prossimo e di tempo ne ha (mica vorrà installarsi qui a casa mia, ho pensato…) e mi ha chiesto se volevo qualcosa, visto che quest’anno a me non ha portato niente. Io a dir la verità la letterina l’avevo imbucata ma forse non le è arrivata, le poste non sempre funzionano come si deve, comunque sì: c’è qualcosa che vorrei. Un po’ di tempo santa Lucia, un po’ di riposo.
Bene, sdraiati, mi ha detto, e spogliati.
Ha aperto la credenza, ha tirato fuori il barattolo del miele, ha preparato un intruglio con olio e sale grosso e una calda colata dolce, morbida e appiccicosa mi ha sommerso dai capelli ai piedi. E’ una brava massaggiatrice, santa Lucia. Mi sono addormentata e ho sognato di essere un’ape.

giovedì 1 gennaio 2009

Palos de no sé donde.


Se ti scontri contro un palo borracho, sicuramente vince lui. Meglio passarci in mezzo.

lunedì 15 dicembre 2008

The walrus.

illustrazione di Andrea Bianco

Stamattina mi sono svegliata, e ho provato a non pensare. Mi sono vestita, sono uscita come al solito in ritardo, ma era un lunedì storto, e tutti erano in ritardo e, sballottata dalle raffiche di vento e pioggia, ho dovuto aspettare la corrierina venti minuti insieme a quattro pensionate infreddolite. Se non fosse stato per il vento, avremmo aspettato tutte con piacere, chiacchierando di come gli autisti prima di mettersi alla guida si facciano un bianchino al bar di Torretta. La sciura Maria doveva andare al cimitero, la sciura Pina all’ospedale, la sciura Daniela a fare le infiltrazioni, io in un luogo un po’ diverso ma sempre un luogo del terrore: dal dentista. Anche la sciura Emilia, che doveva andare a fare la spesa, non se la passava bene, con la crisi che c’è. Insomma nessuna di noi aveva voglia di prenderla quella corrierina, e abbiamo mandato onde negative, e l’autista ha fatto un incidente, ma alla fine è arrivato e ha consegnato ognuna di noi al proprio destino. Io pensavo questo, sdraiata sulla poltrona reclinabile, quando è entrato il tricheco vestito di verde, con i guanti in lattice e la mascherina, e ha iniziato a punzecchiarmi qua e là le gengive anestetizzando tutto l’anestetizzabile. E infatti non ho sentito più dolore, avevo la bocca aperta ma era come se esistessero solo i miei occhi e le mie orecchie e ascoltavo il tricheco e la leonessa parlare come se io non fossi lì, come se fossi un manichino o un cadavere. Parlavano di un torneo di tennis e ridevano, dietro le mascherine, mentre tagliavano e cucivano e trapanavano. Forse il tricheco si è fatto prendere un po’ la mano perché alla fine mi ha cucito anche la bocca, col filo nero, e adesso non posso più parlare. Devo stare zitta, muta. Come la pesciolina dell’acquario.

lunedì 1 dicembre 2008

Io so.

"Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: "È falso" all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità."
Roberto Saviano, Gomorra

sabato 29 novembre 2008

La principessa delle nevi.

Illustrazione di Patricia Lopez Latour

La Principessa delle Nevi era tutta bianca e gelida ed era sempre bella, perché il freddo non la faceva mai invecchiare, ma nessuno sapeva che dentro aveva un cuore caldissimo che la teneva viva. Ogni giorno, con la slitta, percorreva le lande desolate del suo regno in cerca di vita e ogni giorno vedeva che nonostante il freddo la vita resisteva: c’erano gli orsi, i pinguini e le foche, c’erano muschi e licheni, c’erano renne e cani.
La Principessa era buona e dava sempre giusti consigli, ma siccome era fredda tutti pensavano fosse malvagia. In fondo era meglio così, perché soltanto in questo modo le cose funzionavano.
Mari Lo e Guido Boletti, Lo specchio della luna

venerdì 28 novembre 2008

Tutta colpa del bianco.

Illustrazione di Lara Dombret

E venne l’inverno e la neve coprì tutto di bianco: la villa, il pozzo, la foresta, il tamburo invisibile, la rosa, anche la luna. Si vedeva solo bianco e non si sentivano rumori. Bruno era contento, il primo giorno. Il secondo giorno cominciò a guardarsi intorno: non poteva lavorare, non aveva nessuno con cui parlare perché quasi tutti gli animali erano andati in letargo, e la luna era scomparsa sotto una coltre pesante di nuvoloni grigi e neri che scaricavano tempeste e quintali di neve. Non poteva nemmeno passeggiare nel bosco perché faceva troppo freddo. Dopo una settimana, cominciò ad annoiarsi. Tutta colpa del bianco, pensò. Cosa avrebbe dato per un tenue giallino raggio di sole, per una gigante marrone cacca di cane, per un filo (uno solo!) di erba verde o un fiorellino rosa... insomma, in mezzo a tutto quel bianco, gli mancavano i colori, gli mancava la vita. E cominciò a meditare di andarsene dalla villa.
Mari Lo e Guido Boletti, Lo specchio della luna

domenica 23 novembre 2008

Just a perfect day.


Oggi è una meravigliosa giornata di sole. Non una giornata di sole qualsiasi: è una di quelle giornate che capitano un paio di volte l’anno, col cielo terso e azzurro, una lucente giornata d’inverno, col vento gelido, e l’aria limpida.
Una giornata in cui gli alberi, le persone, le strade e i monumenti sembrano avere più colori, come se Dio volesse scattare una foto del mondo prima della sua fine e avesse deciso di soffiare un po’ sull’obiettivo e applicare qualche filtro.
Perché oggi è una di quelle giornate che ti spazzano via il malumore.
Confesso che se potessi scegliere, vorrei morire o rinascere in un giorno come questo.
Perché questo è un giorno che ti riconcilia con la vita e camminando per strada, nel silenzio della domenica a pranzo, ti sembra che il mondo sia bello, davvero bello e ti sembra veramente impossibile che da qualche altra parte, sul pianeta, con una giornata così, ci sia qualcuno che possa avere pensieri brutti, ci sia qualcuno che ammazzi qualcun altro e qualche bambino che muoia, innocente.
Oggi è una giornata in cui le armi andrebbero seppellite.
Dovremmo metterci tutti in cerchio a fare un grande girotondo.
E poi, ridere. Tutti giù per terra.

martedì 18 novembre 2008

Cinquantatre. Le bottiglie del Commissario.


Il commissario Vincent Aquarius è venuto a vivere con me. Insomma, dopo quella storia dell'elefante (leggi qui), per lui le cose si sono messe molto male. Chi volete che gli abbia creduto quando ha cominciato a raccontare di elefanti che volano? Solo io sapevo che stava dicendo la verità, ma io non sono niente. Io a malapena esisto, forse sono solo il sogno di me stessa tra vent'anni. Comunque, Vincent ha cominciato a bere, ed era normale che finisse così. Ma non si è messo a bere vino o birra, no: calvados e assenzio. A volte melanzando le due cose. Ha cominciato a vedere i topi volare, i delfini camminare a braccetto per strada e quando ha detto di aver visto un cane guidato da un cieco l'hanno licenziato. Era troppo.
E allora, che potevo fare? Io in casa mia ho intere riserve di calvados ma soprattutto di assenzio: l'ho invitato a vivere qui.
Così può sbronzarsi dalla mattina alla sera, e mi libera la cantina.
Gli ho dato l'altra stanza, quella libera (che poi è piena di cose) ma lui si è infilato nel mio letto. Non ho capito se è stato il gatto a cacciarlo o se voleva provarci. Glielo chiederò domattina. Adesso dorme. Meglio se mi giro dall'altra parte.

domenica 2 novembre 2008

Ogni cosa è illuminata.

Io e l'eroe a cena abbiamo parlato molto, specialmente dell'America. "Dimmi le cose che avete voi in America" ho detto. "Cosa vuoi sapere?" "Il mio amico Gregory informa che in America ci sono tante buone scuole per i commercialisti. E' vero?" "Forse. Non so. Quando ritorno, potrei informarmi." "Grazie" ho detto perché adesso avevo un contatto in America e non ero solo e basta. "Cosa vuoi fare?" "Cosa voglio fare?" "Sì. Cosa vuoi diventare?" "Non lo so." "Certo che lo sai." "Varie cose." "E che cosa vuol dire varie cose?" "Non sono ancora sicuro." "Il Babbo mi informa che stai scrivendo un libro su questo viaggio." "Mi piace scrivere." Ho dato un pugno sulla sua schiena. "Tu sei uno scrittore!" "Ssst!" "Ma è una buona carriera, giusto?" "Che cosa?" "Lo scrittore è molto nobiliare." "Nobiliare? Non so." "Hai già pubblicato dei libri?" "No, ma sono ancora molto giovane." "E racconti li hai pubblicati?" "No. Be', sì... un paio." "Come sono intitolati?" "Lascia perdere." "Questo è un titolo di prima classe." "No. Volevo dire proprio lascia perdere." "Io avrei molta felicità di leggere i tuoi racconti." "Probabilmente non ti piacerebbero." "Perché lo dici?" "Non piacciono neanche a me." "Oh." "Sono esperimenti." "Cosa vuol dire esperimenti?" "Che non sono veri racconti. Stavo soltanto imparando a scrivere." "Lo spero." "E' come diventare commercialista." "Forse." "Perché vuoi scrivere?" "Non so. Una volta pensavo che fosse la mia vocazione. No, non l'ho mai pensato invece. E' solo una frase fatta." "No, non è vero. Io sento veramente che sono nato per fare il commercialista." "Beato te." "Forse tu hai la vocazione di scrivere?" "Non so. Magari. E' un modo di dire orribile. Volgare." "Non sembra orribile, e nemmeno volgare." "E' così difficile esprimersi." "Capisco questo." "Io mi voglio esprimere." "Lo stesso è vero anche per me." "Sto cercando la mia voce." "E' dentro la tua bocca." "Voglio fare qualcosa di cui non avere vergogna." "Qualcosa di cui essere orgoglioso, giusto?" "Neanche. E' solo che non voglio vergognarmene." "Ci sono tanti scrittori russi pregiati, giusto?" "Oh, certo. In quantità." "Tolstoj, giusto? Lui ha scritto Guerra e anche Pace che sono libri pregiati e ha anche vinto il Premio Nobel della Pace per la Letteratura, se non mi sbaglio." "Tolstoj, Belyj, Turgenev." "Una domanda." "Sì?" "Tu scrivi perché hai qualcosa da dire?" "No." "E se posso traslocare a un altro argomento: quanta moneta guadagna un commercialista in America?".
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata