
C’era una volta la cascina. Abitata da tante persone, una piccola comunità autosufficiente, sorvegliata dal padrone fitavul che nella struttura a corte chiusa aveva la casa più grande e più bella, sempre di fronte o di lato all'entrata, per sorvegliare lo spazio interno.
Nella cascina si allevavano animali, e le vacche erano fondamentali nell’economia contadina, carne e latte. La stalla delle vacche da latte, lo stallon, era a nord, le stalle dei cavalli a est o a ovest. i tre locali necessari alla lavorazione del latte, la casiróla per la conservazione del latte, il casón con fornello e caldaia per la trasformazione del latte in formaggio e la casèrä per la conservazione e stagionatura del formaggio.
C’erano poi, vicino alla casa del fittavolo la cantina, il locale per il torchio delle uve, la lavanderia e il forno per il pane.
I barchi (portici) venivano spesso adibiti a stalla estiva.
Dall’altro lato della corte vivevano le famiglie dei contadini che passavano due terzi dell’anno a lavorare nella cascina, case modeste, con solo due stanze: una sotto con camino e una sopra senza camino, dove dormivano tutti i membri della famiglia. A volte i contadini decidevano di cedere la stanza ai bachi da seta, e questa diventava bigattera. C’erano anche l'arsenàl, ovvero i locali per il fabbro e il falegname ricavati in un porticato. E visto che il frigorifero non era ancora stato inventato era indispensabile la giascèra, un buco profondo circa 4-5 metri in cui, con un'asse (lo sgurón), si faceva scivolare il ghiaccio sul fondo dove si conservava fino ad agosto. Il ghiaccio era ricavato allagando un campo in pieno inverno e tagliando la crosta ghiacciata in grossi cubi.
E fuori la concimaia, e poi i prati, le risaie, i filari di gelsi, oggi praticamente scomparsi e sostituiti da pioppi. Gli alberi posti sul bordo di canali e fossati servivano all'allevamento dei bachi e proteggevano i raccolti dai venti.
Ogni tanto camminando per strada, in piena città, si incontra ancora qualche cascina. Lo si capisce subito dai fori a croce della parte superiore che di solito rimangono, anche quando vengono ristrutturate. Ce n’è almeno una per ogni quartiere. Da alcune hanno ricavato appartamenti, villette o abitazioni a più piani. Altre non sono più abitate, vengono usate come circoli o luoghi di incontro. Quando mi imbatto in qualche cascina mi dico: un tempo qui intorno erano tutti campi, se qui c’è una cascina vuol dire che questa parte della città era disabitata, coltivata, che c’erano grandi spazi per vivere e respirare. Oggi sono soltanto reperti incastonati in mezzo a case e palazzine, circondate da strade grigie, alberi stranieri e rumori di clacson, da cui non si riesce più a vedere neanche un tramonto.
(per le informazioni sulle cascine: MUVI – Museo virtuale della storia collettiva di una regione)

















Mucomorìs, te ne devi andare. Non puoi restare qui, sono allergica ai gatti. Sono allergica anche ai maiali alle mucche ai cavalli alla polvere al polline alle graminacee ai semi. Sono allergica anche alle rane. Dai Mucomorìs, gatto di marmo, spostati almeno dal tappeto che me lo riempi di peli. Va’ giù in giardino. Come, come? Sei un gatto, hai nove vite: scendi dal balcone.