martedì 21 febbraio 2006

Mi manchi, Buenos Aires



Buenos Aires è molti mondi; il centro è un mondo, di lotte e proteste e di storia e di allontamenti; la periferia è un mondo, che si nutre di terra, che oggi è qui e domani sarà più in là; Palermo è un mondo, di alberi e boschi, e laghi e passeggiatori di cani; la Recoleta è un mondo, di lussi e shopping e ricordi di antichi ricchi esiliati, di palazzi alti e lussuosi, di libri e cultura; San Telmo è un mondo, di colori e antichità e vecchie vestigia e rovine e sotterranei e musiche e spartiti di tango, il tango è un mondo, che sorvola altri mondi, con musiche strazianti e passi di danza, e nostalgia e ricordi di qualcosa che già non esiste più; la Boca è un mondo, che profuma di mare e di focaccia genovese, di urla di calcio; Belgrano è un mondo, di cortili nascosti e alberi intrecciati nel centro delle strade, di fiorai aperti fino a tarda notte, l’Ippodromo è un mondo; il Tigre è un mondo, di canne e canali e ristagni e treni lenti e lontani; le villas vicino a Retiro sono un mondo, di povertà e gente disperata, dove i miserabili espiano i delitti dei corrotti delle alte sfere, dove la polizia non ha il coraggio di entrare; le donne argentine sono un mondo, di gambe lunghe e occhi grandi, e movimenti delicati, di resistenza e sopportazione; la noche argentina è un mondo, di bar e musica elettronica, e incontri fugaci, e pizza e champagne; il subterraneo è un mondo, che scivola sotto i passi e le vite delle persone; gli autobus – i coletivos – sono un mondo, di pericolosi sorpassi e tragitti infiniti, le grandi strade - le avenidas - sono un mondo, dove gli anziani non possono mettere piede e i pedoni trovano rifugio sui marciapiedi, grigie isole separate dalla strada dal fossato dell’acqua piovana mista a sporcizia che si accumula ai bordi, in cui a volte, soprapensiero, si sprofonda con una bestemmia.

Gli abitanti di Buenos Aires – i porteños – sono quadri dipinti a più mani e nelle loro vene si mescola il sangue di tutte le generazioni di tutto il mondo di tutti i tempi.
E in questi molti mondi a volte qualcuno impazzisce, e crede di vivere in un altro mondo, perché nessuno ascolta la sua voce.

venerdì 27 gennaio 2006

Silenzi/7. Non è un sogno


E' nevicato. E sta nevicando ancora. E continuerà finché non abbandoneremo le nostre stupide abitudini, finché non impareremo a camminare, finché le auto non saranno che bianche soffici collinette che evocheranno sogni infantili di hanselegretel, scenari williwonkesi, seni di fate nordiche. Continuerà finché non ci abitueremo al silenzio dei fiocchi che cadono. E non ne potremo più fare a meno.

sabato 21 gennaio 2006

Diciotto. Pedalare nella nebbia.



Se non ci fosse io la inventerei. Dico, la nebbia. Che è l’unica cosa genuina che ci è rimasta a noi. Perché pedalare nella nebbia è come pedalare nella neve, nel bianco lattore del tuttointorno, delle cose lontane e indefinite, dei suoni attutiti, degli incontri immaginati, degli improvvisi ritrovamenti, delle sagome indovinate.

sabato 10 dicembre 2005

Silenzi/6


Il silenzio si nasconde nei cortili delle case, tra i rami degli alberi secolari, dentro un pozzo, nelle lanterne, scavalca i balconi di ferro battuto e riposa nelle stanze delle antiche dimore.

venerdì 9 dicembre 2005

Silenzi/5


Ho trovato silenzio dove il mare e la terra si confondono nella loro immensità, dove il vento ruba i suoni per portarli lontano, dove le linee rette proseguono il loro viaggio all'infinito. Guardavo l'orizzonte e mi facevano male gli occhi.

giovedì 29 settembre 2005

Diciassette. Per fare le strade, muoiono le cascine e gli alberi.


Eppure Mucomorìs un po’ mi manca. Mi manca la sua presenza-assenza, il fatto che c’era ma non c’era, come il mio uomo ideale. Sono stata stupida a dirgli di andarsene. Ma so dov’è, è lì fermo che mi aspetta, fermo sulla soglia di una cascina diroccata, che tra poco transenneranno e trasformeranno in un complesso di case residenziali. Oppure che butteranno giù, insieme agli alberi secolari che accolgono i visitatori, per tirare una bella strada dritta di cemento. Mucomorìs resiste. I suoi occhi non dimenticano.

martedì 20 settembre 2005

Silenzi/4

foto

Il bosco era fresco, umido e silenzioso
di quel silenzio pieno di rumori
di scricchiolii
di versi di animali
di vento tra le fronde
di battiti di ali

sabato 3 settembre 2005

Silenzi/3

foto di mister D. o di miss L.


Zzz ... zitta zitta
in silenzio
vado a zonzo sui monti
come una zingara
attenta a non far rumore

il silenzio è fatto di laghetti limpidi
e aquile che volano in alto
di vette irraggiungibili e aria rarefatta

il silenzio è fatto di sudore

il silenzio è fatto di zeta
come il mio nome
perché nel silenzio tutto finisce

ma ci sono un sacco di cose
animali e persone
che iniziano con la zeta
e che fanno molto rumore

per esempio
la zanzara
lo zufolo
la zampogna
lo zigare del coniglio
gli zoccoli del cavallo

il tordo che zirla
il nonno che zoppica
il contadino che zappa
il vicino che zurla
lo zampillo della fontana

e se vogliamo proprio vedere
anche lo zefiro fa un po’ di rumore
per chi riesce a sentirlo

e la zebra?
vogliamo parlare dei versi che fa la zebra?
o lo zafolo?

venerdì 2 settembre 2005

Sedici. Nuovi mercati.


Ogni tanto parlo con i bambini. I bambini di oggi sono convinti che il pane si compri al supermercato, anzi no: alla Bennet.
Ripenso ai panettieri, svegli alle quattro di mattina a impastare i pochi ingredienti – acqua, farina, lievito, sale – che servono a creare con fantasia pagnotte piccole e grandi bianche e nere molli e dure e focacce e pizze e pasticcini. Alle vecchine, ai ragazzini e alle famiglie che li prendevano d’assalto per fare scorta per il fine settimana.
O al pane nero, che loro non conosceranno mai.
Oggi il pane si compra al supermercato. Già pronto insacchettato. Oppure dietro al bancone del pane, di fianco a quello dei salumi. In uno stesso posto si compra tutto. Si chiama super o iper mercato, ma non l’hanno inventato adesso. I primi supermercati sono lo sviluppo della bottega, della drogheria, ma a differenza del droghiere il supermercato vende tutto, e quando dico tutto è tutto, dai vestiti ai generi alimentari, dagli elettrodomestici ai libri, ai fiori. In realtà il supermercato è uno sviluppo misto tra il concetto di mercato e quello di bottega, solo che è più simile a quest’ultima, per due motivi: è al chiuso e, mentre l’idea di mercato suggerisce la possibilità di contrattare il prezzo degli oggetti, al supermercato tutto è deciso e non si discute. Ed è anche conveniente.
Il discorso è troppo lungo e probabilmente dove si risparmia su una cosa, ci si perde su un’altra, un po’ come le tariffe dei telefonini. Ma nel dubbio, l’italiano medio preferisce andare alla Bennet e trascorrere in questo modo parte del fine settimana, di solito il sabato. Il centro commerciale, del resto, è attrezzato per accoglierlo nel modo più divertente possibile: si risparmia tempo perché non c’è solo il supermercato dove già ci si può sbizzarrire a comprare tutto (anche quello che non serve), ci sono anche negozi veri e propri di vestiti, libri, videogiochi, giornali, gioielli, articoli per la casa, per gli animali, intimo, computer, occhiali, orologi, tappeti, c’è tutto il pensabile, l’immaginabile, il prevedibile. C’è anche lo spazio bambini con le palline colorate di plastica, l’animatore che gonfia il palloncino, la musica, i polli arrosto, la pizza, la coca e le patatine. E molte volte, si esce e c’è anche il cinema. Sempre tutto con la stessa luce artificiale.
Come il minatore, il frequentatore di centri commerciali non vede mai la luce del sole.
Così i cinema e i piccoli negozi di città chiudono e falliscono e sono sempre più incazzati e quando si organizzano le domeniche a piedi per l’inquinamento si incazzano ancora di più e dicono no, la domenica no, che è l’unico giorno in cui la gente fa il giretto in centro, facciamo il lunedì, ma tanto normalmente la città di lunedì è deserta e il blocco del traffico non serve a nulla. Il sindaco piega la testa e dice: va bene, poveri commercianti, facciamo il lunedì.
I piccoli negozi chiudono e al loro posto in centro mettono radici le banche, i negozi di scarpe e abbigliamento, abbigliamento e scarpe, come se la gente non avesse più bisogno di mangiare, o mangiassero soltanto i ricchi, che comprano nelle rosticcerie.

giovedì 1 settembre 2005

Quindici.Grigiore.


Esco. Voglio osservare il mondo di persona. In bicicletta.
Non c’è discontinuità tra il vialetto del giardino di casa mia e quello che trovo fuori dal cancelletto. Tutto duro, di sassi cementati o d’asfalto.
Le strade sono dure e sono grigie: grigio chiaro, grigio scuro, grigio pezzato, grigio leopardato di sassolini, grigio ricoperto di ghiaietto a velo, grigio nuovo fumante. Le strade bianche si contano.
Da qualche parte leggo che l'asfalto (che servirebbe a rendere “stabile, regolare e impermeabile” la superficie destinata al traffico, anche se poi sappiamo tutti che non è così) è prodotto industrialmente grazie a una miscela di materiali inerti e bitumi ottenuti durante il processo di raffinazione del petrolio grezzo.
Il petrolio: l’alfa e l’omega, l’inizio, il mentre e la fine. La causa e la conseguenza, il mezzo, lo scopo, la necessità.
Credevo fossimo una vasca sporca di viola, ma siamo tutti neri e grigi come gli omini di Momo
.

martedì 30 agosto 2005

Quattordici. Addii.


Mucomorìs se ne è andato. Del resto glielo avevo chiesto io. Io sono allergica al pelo dei gatti, dei gatti bianchi, Mucomorìs, tra noi non avrebbe potuto funzionare, cerco di convincermi. E poi, per un motivo o per l’altro, ogni rapporto include in sé la sua fine. Per questo ti ho chiesto di andartene, sennò me ne sarei andata io. Per anticipare la fine del nostro rapporto. Non mi piace la fine che arriva improvvisa, voglio arrivare preparata al dolore della frattura, non voglio che il destino mi colga di sorpresa. La verità è che mentre ti dicevo addio, Mucomorìs, avrei voluto che tu restassi.

mercoledì 27 luglio 2005

Silenzi/2



Il silenzio è fatto di persiane socchiuse, di palpebre abbassate, di ombre e tenebra e sudore, di pensieri che entrano e escono, di acqua e limone.

lunedì 25 luglio 2005

Silenzi/1

foto di capitan D.


Il silenzio è fatto di onde del mare e fruscio d'oleandri e sassi sulla sabbia e parole pensate e vento di maestrale e ghiaia e sole che arroventa.

martedì 10 maggio 2005

Tredici. Gatti affumicati.


Mi hai ingannato Mucomorìs. Mi hai fatto credere che eri un gatto nero, e invece sei bianco. L’ho visto, sai oggi, quando pioveva, la pioggia ha sciolto il catrame che avevi addosso, chissà se te ne rendevi conto, chissà se l’hai fatto apposta, un rivolo di sangue nero colava dal mio balcone sui fiori della vicina, tu sei diventato a macchie, sembravi un dalmata della carica dei centouno e poi di colpo, bianco, candido, come neve. Avrei dovuto immaginarlo, tu sei una creatura dell’inverno, ma accidenti! Adesso cambierà tutto tra di noi: io sono allergica soprattutto ai gatti bianchi. Chiedilo ad Andrea, se non è vero.

martedì 12 aprile 2005

Dodici. Il viola è un colore tipico della campagna lombarda.


Quando sono nata era domenica e già c’erano le targhe alterne. Era il 1974 e la popolazione era stata invitata all’austerity, rigore morale della saggia parsimonia domestica. In poche parole, i governi si erano improvvisamente accorti che l’oro nero poteva anche finire. E tutti a tirare la cinghia, a usare i piedi e la testa. Sparagnare, si deve, italiani spreconi!
Ora il problema petrolio non fa più paura. Ora c’è il problema inquinamento. E il fatto che noi lombardi viviamo in una delle zone più inquinate del mondo. L’ha detto il satellite, che da lassù ha sotto controllo tutta la situazione.
Quando il 14 ottobre 2004 il Corriere della Sera ha pubblicato l’ormai famosa foto a colori tutti hanno preso in mano la lente di ingrandimento, per guardare meglio: ma no, ma dai! Ma non è possibile! Più inquinati noi dei cinesi? Più dei tedeschi o degli americani? Più di Città del Messico? Con le esalazioni di quintalate di rifiuti, del carbone e di cadaveri intossicanti abbandonati ovunque!?!?
E invece sì.
Noi viviamo nella zona viola. Non violetto, viola scuro. E viola scuro uguale inquinatissimo.
Ecco perché respiro così male.

Per vedere qualche foto non troppo rassicurante:
clicca qui.

sabato 26 marzo 2005

Le biglie sono scomparse dalle strade.


Io comunque preferisco le biglie. Non quelle di plastica, che assomigliano ai ciclotappi (o almeno erano così in origine). A me piacciono le biglie di vetro, quelle che se ce le hai in tasca te ne accorgi, anche perché le biglie vanno quasi sempre in coppia, anzi amano il gruppo perché se ti capita così, per strada, di incontrare un amico e di decidere di fare una partita, mica puoi giocare con una biglia sola. A che ti serve?
Sulle biglie, comunque, se volete sapere tutto ma proprio tutto, lascio la parola a Alejandro Dolina, di cui vi propongo un testo (
Il declino della biglia, scarica in .pdf)

venerdì 25 marzo 2005

Il ciclotappo.

Non è detto che tutte le gare ciclistiche si disputino su strada.
C’era una volta il ciclotappo (www.ciclotappo.it).
Avete presente i tappi a corona delle bibite delle bottigliette di vetro? Il ciclotappo si gioca con quelli. Si fa una pista (come nel gioco delle biglie... più o meno), si infilano nei tappi le immagini dei ciclisti e si fa una gara. Il tappo non rotola via, come la biglia, lasciando nella traiettoria quel margine di incertezza che non dipende dall’abilità del tiratore. Il tappo striscia fin dove vogliamo noi. E si ferma.

mercoledì 23 marzo 2005

Undici. Gatti e fortuna.

Mucomorìs, te ne devi andare. Non puoi restare qui, sono allergica ai gatti. Sono allergica anche ai maiali alle mucche ai cavalli alla polvere al polline alle graminacee ai semi. Sono allergica anche alle rane. Dai Mucomorìs, gatto di marmo, spostati almeno dal tappeto che me lo riempi di peli. Va’ giù in giardino. Come, come? Sei un gatto, hai nove vite: scendi dal balcone.
Mucomorìs, io vorrei tanto tenerti ma proprio non posso. Lo so che in giardino ci sono i cani della vicina che scagazzano liberamente, l’amministratore l’ha già richiamata un sacco di volte. Ma ci sono anche i quadrifogli. Ogni anno ne spuntano almeno venti: e in primavera faccio le scorte di fortuna per tutto l’anno. Ti prometto che quest’anno il primo quadrifoglio è tuo.
E sai che ti dico? Ti regalo anche una bella nutriona. Tanto qui da noi ce ne sono a migliaia. Hanno scavato una città sotterranea, lo sapevi? Meglio di un topo, no? Se vuoi ti mostro l’entrata.

martedì 22 marzo 2005

Dieci. La luce è finita.

La colpa, in fondo, è del black-out. E’ da lì che tutto si è rimesso in moto. Se il 28 settembre 2003 l’Italia non fosse piombata di colpo nell’oscurità totale, oggi qualcosa sarebbe diverso. Ma il black-out ha fatto credere a tutti che l’emergenza energia fosse vera e reale. Vogliamo tornare a scaldarci e illuminarci solo con il fuoco delle candele, delle torce e dei camini?
Che ti viene anche da pensare che l’abbiano provocato apposta, il black-out.
Io il 28 settembre mi sono svegliata alle cinque di mattina per andare in bagno e ho pensato: ma li ho aperti oppure no, gli occhi? Poi ho pensato, non ci vedo. Poi ho premuto l’interruttore e la luce non è arrivata, a tentoni sono andata in bagno, ho fatto la pipì e sono tornata a letto, sempre pensando: che buio. Perché io un buio così non l’avevo mai visto.

Scarica il rapporto sul Black Out