lunedì 11 aprile 2011

Questa non è una città per pattinatori.

orso pattinatore, inserito originariamente da Maddalena Gerli.

In questa città non ci sono percorsi per i pattinatori. Non per chi pratica lo sport del pattinaggio, per quello credo che gli spazi esistano, ma proprio per chi vuole usare i pattini come mezzo alternativo di trasporto, per andare a far la spesa o per lavoro. Il pattinatore è un ibrido tra il pedone e il ciclista, è in poche parole un uomo con le ruote. Ma non è un pedone e non è un ciclista: e deve rassegnarsi all'idea di venire guardato in cagnesco in ogni situazione. È costretto infatti a usare un po' le strade, un po' le piste ciclabili, un po' i marciapiedi, a seconda di quale sia il terreno più praticabile, degli ostacoli e degli scossoni, ma a suo rischio e pericolo, perché in ogni percorso trova un "concorrente legittimo", e lui in fondo è sempre un po' abusivo.
Ieri sera, intorno all'ora di cena, un po' di persone hanno visto una grande ombra veloce sfrecciare per le vie della città: «una specie di orso pattinatore», hanno dichiarato in molti. Qualcuno ha addirittura sostenuto di essere stato derubato. «Di cosa?» ho chiesto io. «Delle parole. Mi è passato di fianco così veloce che sono rimasto senza parole». In realtà l'orso era appena uscito dal letargo ed era a caccia di gelati. Ne ha mangiato uno al caffè e al pistacchio, e poi è tornato nella sua tana.

domenica 10 aprile 2011

Perdere tempo.

Il mestiere di scrittore è un mestiere dove si perde anche tempo. Anzi, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive. Questo concetto, che sembra antitetico alla fatica creativa, è invece il suo naturale accompagnamento: uno scrittore deve saper perdere tempo, perché è necessario per la ricarica di energia, è necessario per pensare, o per non pensare più a un passaggio ossessivo. Scrivere è faticoso perché bisogna pensare molto, e se uno è sempre indaffarato non può farlo. Bisogna avere il coraggio di oziare. Di solito siamo soddisfatti quando abbiamo la giornata impegnata, dalla mattina alla sera. Lo scrittore dovrebbe fare il contrario, cioè svuotare la vita da impegni e lasciare spazio alternativamente alla scrittura e all'ozio.
Proust diceva che il lavoro e l'ozio sono due momenti della creazione.
(...) Flaubert (...) confessava che per ottenere da se stesso tre ore ragionevoli di lavoro doveva stare seduto dieci ore. Scriveva e pensava, lavorava e perdeva tempo.
Così risponde Raffaele La Capria a chi gli chiede come trascorre la sua giornata:
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic

lunedì 4 aprile 2011

Benvenuto, addio!

Una volta da bambini ci insegnavano la grammatica (dico 'una volta' perché non so se nelle scuole viene ancora insegnata la grammatica in quanto tale).
La grammatica - ci dicevano - è una di quelle cose che è importante studiare, anche se poi nella vita le regole si possono infrangere. Io pensavo alla grammatica come a un grande vaso di vetro, pieno di letterine e parole, di farlo cadere a terra e romperlo in mille pezzi. Ma quando la grammatica è dentro di te, è difficile liberartene.
La grammatica dice che ci sono i nomi, i verbi, gli aggettivi, i pronomi etc. E che i nomi si dividono in propri e comuni. Giovanni è un nome proprio, maschile, cane pure è maschile ma è un nome comune. Anche sasso è un nome comune: sarebbe bello che ci fosse qualcosa che lo distinguesse dal cane, perché è inanimato, ma in italiano il neutro non esiste e quindi tutte le cose sono maschio o femmina in base a una logica che non è proprio legata al significato del nome.
In mezzo a tutte le stravaganze della lingua ce n’è una che oggi, passando davanti agli annunci funebri, mi ha colpito: ci sono moltissimi nomi propri che in realtà sono aggettivi, avverbi o verbi (anche coniugati), località o addirittura espressioni. Felice, Donata, Allegra, Chiara, Massimo, Bruno, Serena. In tutti i nomi c’è in realtà un significato, ma in questi nomi il significato è messo a nudo. Questi nomi bisognerebbe cercare di darli dopo aver guardato in faccia un bambino… un po’ come faceva la famiglia Malaussène nei romanzi di Pennac. Se Verdun si chiama Verdun c’è un motivo.
Oggi è morto un signore che si chiamava Benvenuto. Ho provato a immaginare perché i suoi genitori abbiano deciso di chiamarlo così: forse era molto atteso, o è nato in un momento triste o forse era solo un augurio, un modo di accogliere chi arriva da lontano.
E allora penso che certi nomi dovrebbero cambiare quando cambiano le situazioni, e al signor Benvenuto avrebbero dovuto scrivere, sul suo annuncio funebre, “Addio” o “Alla prossima” o semplicemente “Siamo contenti di averti conosciuto”.

martedì 15 febbraio 2011

Dedicato a Giulio Cavalli.

C'era una volta un giullare che teneva allegra una corte.
Faceva capriole, andava sui trampoli, mangiava il fuoco, e tutti applaudivano e ridevano.
Raccontava anche di paesi lontani e di storie vicine, ma nessuno lo prendeva sul serio.
In verità, non lo capivano, perché lui parlava così veloce che nessuno riusciva ad afferrare le parole che diceva. Del resto, era un giullare speciale: diceva mille parole al secondo.
Lui parlava parlava, diceva quello che voleva, li ubriacava tutti, li confondeva.
Finché un giorno capitò a corte uno zingaro che portava con sé un aggeggio magico: un registratore che faceva ascoltare le parole al rallentatore e tutti poterono finalmente sentire cosa diceva il giullare, e si accorsero che parlava di loro... con parole non proprio lusinghiere.
E tutti pensarono questo è inaccettabile ma nessuno aveva il coraggio di dirlo perché in fondo le cose che lui diceva erano vere e poi loro non erano bravi con le parole. Allora decisero di farglielo capire in altri modi, che doveva smettere.
Gli fecero dei disegni, ma non erano bravi neanche a disegnare, e il giullare continuò come se niente fosse. Gli portarono via i mezzi di trasporto, gli mandarono dei segnali di fumo, ma niente, il giullare continuava a dire quello che voleva dire.
Finché gli fecero trovare proprio sotto il letto delle pallottole. Lui le prese e le spinse su per il buco del culo dei signorotti, come delle supposte. E finalmente quelli esplosero, e riempirono di fiori colorati l'intera regione.

lunedì 7 febbraio 2011

Ricordi di scuola

La nostra era una classe in cui si piangeva molto.
In prima eravamo in ventisette, diciotto in seconda. Ai tempi i professori non andavano tanto per il sottile. Più che bocciare, decimavano.
Si piangeva molto per latino e per storia, per i temi, per Ettore e Achille, ma anche per inglese, chimica, tedesco, matematica e filosofia. E per francese. Insomma, si piangeva per qualsiasi cosa. Si scoppiava in un pianto dirotto, così, di colpo e si correva fuori dalla classe a rifugiarsi nei bagni che puzzavano di fumo. Del resto eravamo tutte ragazze. Era ancora una scuola in cui gli unici rappresentanti del sesso maschile erano soltanto bidelli e professori.
Dietro i banchi si soffriva, si scriveva, si incollavano fotografie sui diari, si ascoltava musica, ci si passavano i bigliettini, c'era chi mangiava lo yogurt, e capitava anche che un aroma d'arancia si diffondesse sull'interrogazione. C'era persino chi si truccava e si dava una passatina ai capelli con lo spray prima della fine delle lezioni, non si sa mai chi puoi incontrare. Dietro i banchi, ci si innamorava: in mancanza d’altro, dei professori.
La scuola, l'edificio, allora, era poca cosa: c'erano la palestrona, quella dove anche mia nonna, ai tempi del Fascismo, si era allenata con la Ginnastica Fanfulla, e la palestrina, quella dove ci hanno messo alla Maturità a fare lo scritto di italiano. Allora si diceva ancora Maturità e per molte di noi lo era stata davvero. C'era l'aula di informatica, con la stampante ad aghi, ma l'abbiamo usata solo in quinta, per fare la tesina.
C'erano le classi, grandi, buie, con la pedana per la cattedra e i tendoni bianchi macchiati di giallo e marrone (cosa fossero quelle macchie non lo volevamo sapere), appesi davanti a finestroni che davano su via delle Orfane, dove una vecchia strega ci osservava dalle finestre di un edificio diroccato.
E c'erano i professori, e so che alcuni ci sono ancora. Forse a loro cinque anni saranno volati, a noi sono sembrati interminabili. Abbiamo riso alle spalle di molti di loro: eravamo sempre all'erta, pronte a catturare tutti i loro errori; in quarta tenevamo persino una cronaca in cui trascrivevamo con scrupolo tutte le loro gaffes. Ci divertivamo con poco.
La prof di inglese ci faceva studiare a memoria tutte le frasi della grammatica: ricordo pomeriggi domenicali passati su libri e dizionari. Si studiava a volte per il terrore. Alcuni professori riuscivano con un solo sguardo a procurarti un brivido lungo la colonna vertebrale che faceva tremare le gambe.
Di cose da imparare ce n'erano tante, troppe: e come vivevano i greci e come vivevano i romani, e tutta la letteratura, con alcuni libri che sembravano medicine cattive, non riuscivi a mandarli giù, ma che poi ci hanno fatto bene.
Anche alla fine abbiamo pianto tantissimo, davanti a una pizza e al nostro futuro.
Sentivamo, noi del Linguistico, che eravamo soltanto all'inizio di un percorso, che altri hanno continuato negli anni.
Tutto quello che ho vissuto è rimasto nel mio cuore e nel mio essere, le cose belle insieme a quelle brutte.
E come scrisse un giovane professore con la barba, nelle nostre vite (e sono passati ormai vent'anni) sta continuando a fiorire il seme di quegli anni indimenticabili.

giovedì 3 febbraio 2011

Il drenaggio.

Intanto devo imparare a fare il drenaggio. Un buon drenaggio è tutto.
Inutile piantare chissà che alberi. Inutile spendere tanti soldi per il concime migliore, il vaso più bello, i sistemi di irrigazione più evoluti.
Il drenaggio è l'importante! Se tu sbagli drenaggio tutto ti svanisce sotto gli occhi e tu te ne resti lì, schiacciato dalla sorte. Ma quale sorte? Smettiamola, prendiamoci le nostre responsabilità. Quindi mi compro un libro sul drenaggio e comincio a studiare.
Se non si fa un buon drenaggio, la pianta comincia a impallidire. Diventa gialla. Per noi il giallo è un bel colore, ma per la pianta no: è il colore della morte. Ognuno muore con i suoi colori. Noi ad esempio diventiamo bianchi.
Se poi andiamo a vedere le radici, scopriamo che anche loro soffrono, non si espandono più. Nessuno ci pensa mai alla sofferenza delle radici, solo perché le radici sono una cosa che non si vede.
Troppa acqua nel terreno. Noi sbagliamo tutto, pensiamo che a una pianta serva l'acqua e allora giù a bagnare. È vero, le serve, ma con misura. Leggo sul libro che l'eccesso di acqua toglie ossigeno, e fa anche un pericoloso accumulo di anidride carbonica.
La soluzione non è dunque dare più acqua alle piante, bensì incanalarla. Mi piacerebbe imparare come si fa un buon drenaggio. Bisogna scavare sotto, tanto per cominciare. Fare una bella buca di circa un metro cubo e poi riempirla metà di frammenti di laterizi, e metà di terra mista a ciottoli. Lì dentro inserire i tubi per incanalare l'acqua in eccesso.
Anch'io avrei avuto bisogno di un buon drenaggio.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco.

mercoledì 2 febbraio 2011

Il giorno della marmotta.

Questo è Punxsutawney Phil, una marmotta veggente. Oggi, come accade da 125 anni, ha "espresso" la sua previsione meteo: la primavera è alle porte (incrociamo le dita e tocchiamo legno, come fanno i francesi). Il 2 febbraio, infatti, a Punxsutawney in Pennsylvania si celebra il "Groundhog Day", il Giorno della Marmotta. All'alba, Phil la marmotta viene collocata sulla spalla del suo "interprete" umano, che stabilisce se, al salire del sole, l'animale vede o meno la propria ombra. La tradizione dice che se Phil non riesce a vedere la propria ombra, la primavera è imminente, altrimenti l'inverno è destinato a durare altre sei settimane. Questa strana e buffa tradizione era anche al centro di un divertente film con Bill Murray, in cui il protagonista, per una tempesta di neve, si ritrovava intrappolato a Punxsutawney a vivere per mesi e mesi il giorno della marmotta.

martedì 1 febbraio 2011

Nebiun.

fotografia di Giovanni Orlando

Oggi. Mi sveglio. Sollevo le tapparelle e non vedo niente. Il mondo è svanito dentro una nuvola. Riabbasso le tapparelle. Torno a dormire. Forse non mi sono svegliata nel modo giusto, e sto ancora sognando.

lunedì 31 gennaio 2011

Il futuro.

Il fatto è che quando pianti un albero devi pensare a come diventerà: devi vedere il suo futuro, prevederlo. Fargli posto per quando sarà grande. Se no, troppo comodo: tu ti metti attorno tutti gli alberi che vuoi e poi quando sono cresciuti che non ti stanno più in casa, cosa ne fai, li butti?
Bisogna farcene carico, del futuro di chi ci sta intorno. Bisogna pensarci a quel che sarà di loro.
Paola Mastrocola,
Una barca nel bosco

domenica 30 gennaio 2011

Tutto comincia dalle radici.

illustrazione di Serena Giorgi

Tutto comincia dalle radici. La vera crescita è verso il basso, ma nessuno lo pensa mai. Pensiamo sempre che si cresca verso l'alto. Che idiozia! Le madri, ad esempio, tu guarda come sono fiere che i loro pargoli crescano in altezza. Mia madre faceva le tacche sui muri, più o meno sei centimetri ogni anno. E invece... Invece bisognerebbe scavare sotto i piedi dei figli e vedere lì, nella terra, quanto sono cresciuti. Se no poi, da grandi, cadono. Cadono a faccia in giù, come pali mal piantati nel terreno, senza radici.
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco

sabato 29 gennaio 2011

La mia casa.

illustrazione di Serena Giorgi

La mia casa

Certi giorni la mia casa è fatta d'aria
per questo la porto con me facilmente.
La casa di una donna è una specie di tempio illuminato
questo è un tipico pensiero maschile
ma ho perso così tante cose nella vita
che so con certezza
di non possedere più nulla.
Potrei essere niente altro che un animale selvatico
e come tale mi basterebbe pochissimo,
un buco in un albero, una tana nella terra
per le volte che ho freddo, che faccio l'amore
o partorisco dei figli.
Quando apro la porta della mia casa
ci sono volte che la vedo volare e svanire
pezzo per pezzo, fogli, tappeti, ninnoli
cose necessarie e cose inutili
tutte per aria, in un mulinello di vento
e nuvole chiare
in quell'ora del mattino
che sveglia gli uccelli e spalanca le rose.
Però quando vieni tu possiedi un fiato magico
o forse sono io che respiro
e l'aria ritorna e il cielo si piega
e allora apparecchio il tempio.

venerdì 28 gennaio 2011

Quella gonna grigia.

Quella gonna grigia è la disperazione di mia madre. Ogni volta che me la vede addosso, le viene da piangere. Cosa ho fatto di male?, si chiede. Non le ho dato abbastanza? Non le ho spiegato che i vestiti brutti e vecchi si buttano via? E mi propone sessioni di shopping a sue spese, che io a volte accetto a volte rifiuto. Sessioni che non risolvono affatto il problema della gonna grigia. Non ricordo da quanti anni ho quella gonna grigia; da tanti; a parte il fatto che non è rovinata, non ci penso proprio a buttarla: serve a risollevarmi il morale. Con quella gonna grigia addosso mi sento io. ps. la gonna della foto è indicativa, la mia è molto più bella :-)

domenica 23 gennaio 2011

A lume di candela.

Dovete sapere che la mia casa ha il difetto di essere molto buia. Le persone in visita non se ne accorgono mai, dicono sempre "che bello, quanti colori". Sì, quanti colori se accendi le luci. Io tutti i giorni vivo nella penombra. E quando vivi nella penombra la luce elettrica diventa la tua àncora di salvezza. Anche solo per rovistare nell'armadio, scegliere che vestito indossare, guardarsi allo specchio, prendere le scarpe nello sgabuzzino, mettersi la crema sulle mani. Tante piccole operazioni così, e non è che puoi continuamente accendere-spegnere-accendere-spegnere. Lo confesso, le luci in casa mia sono sempre accese. E il risparmio energetico? Il senso di colpa è ormai acqua passata: l'ho riversato su chi ha progettato la casa.
Quindi per me avere le luci accese è fon-da-men-ta-le.
L'altra sera, le luci sono saltate nel posto più buio della casa: la cucina.
Visto che l'uomo fai-da-te non era ancora rientrato e qualcosa dovevo pur cucinare, ho acceso tutte le candele che avevo e mi sono messa ai fornelli.
E ho scoperto che a lume di candela diventi più creativo, perché non vedi bene quello che metti in pentola, vai un po' a intuito, a memoria, più che guardare annusi, e il risultato è una sorpresa.
Lui ha pensato che volessi fare una cenetta romantica.
Gliel'ho lasciato credere, ma il giorno dopo gli ho fatto sostituire la lampadina.

sabato 22 gennaio 2011

Il limbo delle fantasticazioni.

L'uomo non è un angelo, e ha molta confusione in testa; si è inventato il linguaggio algebrico per avvicinarsi alla lingua degli angeli ma normalmente quando parla (e anche quando sta zitto) è traversato da molte fantasticazioni, anche in contemporanea, che gli vengono dal fatto che ha un corpo con tutte le sue impellenze, il fatto che ha fame, ha sete, è impaziente di andare a mangiare, ha magari un ascesso a un dente che lo fa sacramentare, o il raffreddore che lo ottunde e non capisce più niente; e poi ha tutti gli umori, che gli variano anche ogni cinque minuti, è nervoso, poi è pacifico, ha sonno, è rincoglionito, amareggiato, disperato, poi ci sono gli altri, i discorsi degli altri, le loro coglionerie, che magari diventano un'ossessione, diventano odi e rancori da cui non si può districare, e quindi un uomo è mediamente un accavallarsi di idee, frasi sentite, rimuginamenti, antipatie, pezzi di maliconia per una fidanzata che non c'è più, ahimè (...) L'uomo è un gran guazzabuglio, e la Bibbia avrebbe dovuto dire che è stato fatto a immagine e somiglianza di un ripostiglio, dove ci finisce di tutto; e quando parla, nel suo discorso tutto questo si insinua, tutto questo ciarpame, nel senso che ogni frase è un accumulo e ci si può trovare sempre traccia di tante cose. Poi l'uomo impara a tenere chiuso quanto più possibile lo sgabuzzino e a tirar fuori un discorso per volta.
Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni

venerdì 21 gennaio 2011

Colazione al bar.

Stamattina mi sveglio e mi accorgo di essere rimasta senza caffè e di avere in dispensa soltanto quei biscotti che mangio al ritmo di uno a settimana, perché fanno schifo, ho sbagliato a comprarli e non li vuole nessuno, ma di buttarli non se ne parla. Così ho fatto colazione al bar.
C'è che io ho la fortuna di abitare vicino a due bar accoglienti, che fanno colazioni strepitose, e allora, lo ammetto, ogni tanto faccio apposta a rimanere senza questo e senza quello, così ho la scusa giusta per uscire presto presto, farmi svegliare dal freddo ed entrare al caldo del profumo di arancia e caffè.
E poi al bar ci sono i cornetti, le brioches o croissant che dir si voglia, alla crema, alla marmellata, al miele, alla nutella e oggi c'erano anche le castagnole, anche se Carnevale è ancora lontano; c'è il cappuccio, il caffè espresso (quello vero), e un viavai di gente che si siede, si sbriciola e chiacchiera, e risveglia il giorno. C'è chi litiga per leggere a scrocco il giornale, e chi va a comprarselo all'edicola di fronte. E anche se il tutto dura in genere una ventina di minuti, quando esci ti sembra di essere in piedi da un pezzo, guardi l'orologio e ti accorgi di non avere avuto mai così tanto tempo.

lunedì 10 gennaio 2011

Legami.

Perché, imparai in seguito, se c'è qualcosa che dà un senso alla vita, è senz'altro il fatto di non essere soggetto ad alcuna legge, di non avere mani e piedi legati. E non importa il tipo di fune o chi ha stretto il nodo. È la corda stessa il male. È con quella che prima o poi si finisce per legarsi da soli o per essere appesi a una forca.
Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver.

domenica 9 gennaio 2011

Dialogo nel buio.

Bruegel Parabola dei ciechi

Alla fine disse che nei primi anni di tenebre i suoi sogni erano stati vivi al di là di ogni aspettativa e che era arrivato al punto di desiderarli fortissimamente, ma che sogni e ricordi si erano dissolti uno a uno, fino a scomparire. Non rimaneva alcuna traccia di ciò che era stato, di come era fatto il mondo, dei volti delle persone amate. Alla fine non gli rimase neppure un'immagine della sua stessa persona. Tutto ciò che era stato, non era più. Disse che come per chiunque arrivi alla fine di qualcosa, non poteva fare altro che ricominciare da capo. No puedo recordar el mundo de luz, disse. Hace mucho años. Ese mundo es un mundo frágil. Ultimamente lo que vine a ver era más durable. Más verdadero.
Parlò dei primi anni dopo la perdita degli occhi, nei quali gli sembrava che il mondo che gli stava intorno fosse in attesa dei suoi movimenti. Disse che gli uomini con gli occhi possono scegliere ciò che desiderano vedere ma che per i ciechi il mondo sceglie lui come apparire. Disse che per i ciechi ogni cosa si presenta bruscamente, che nulla viene mai preannunciato. Origine e destinazione si riducono a mere dicerie. Muoversi significa scontrarsi con il mondo: ti fermi a riposare ed esso svanisce.
Cormac McCarthy, Oltre il confine