lunedì 23 agosto 2010

Los ojos de la luna / The eyes of the moon


Los ojos de la luna nos miran desde lejos. Cada uno de un color, como los ojos del rey de los duendes, porque es la princesa de los duendes. Pero el laberinto de la vida nos impide llegar hasta ella y sólo nos queda soñar y mirar al cielo en las noches claras...

martedì 10 agosto 2010

Lo sparpetuo

Il verbo - ho trascritto diligentemente stamattina - è sparpetià o sparpetejà. Deriva da palpitare, a cui è stato applicato il prefisso s per togliergli il pulsare ritmico delle viscere e immetterci lo scombino degli organismi morenti, i colpi a vanvera degli artigli, l'aria percossa con le ali, la testa che si dimena, il becco che annaspa, le ultime scosse. Si passa così a spalpitare e in seguito, grazie al rotacismo e all'inserimento del suffisso iterativo, a sparpetià. Ma perché - ho ricopiato, - dopo decenni di lontananza da Napoli sparpetuo mi è tornato in mente non per dire, mettiamo, di una gallina sgozzata, ma per assegnare una parola alla follia del corpo dell'ingegnere? Non ho una risposta sicura. Però, azzardo, nel pronunciare le parole, nel pensarle, nello scriverle, assorbiamo ogni loro strato, anche se non ce ne rendiamo conto. Se sparpetuo, dunque, mi evoca l'agonia del morente, palpitare, che è dentro sparpetuo, mi sospinge verso i palpiti d'amore e mi butta in un vortice di senso. Così, da palpiti, salta fuori palpare, e da palpare pàlpere, e da pàlpere palpebra, e da palpebra le ciglia palpitanti e, subito dopo, gli occhi spalpitanti che si chiudono dopo lo sparpetuo. Tuttavia non basta, la catena non si esaurisce qui. In sparpetuo c'è sì palpitare, spalpitare, ma anche perpetuo. Io, per esempio, il lampo dell'energia verbale di perpetuo sono assolutamente sicuro di averlo percepito sempre, sia da ragazzino, quando sentivo sparpetuo in bocca a mia nonna, sia da uomo maturo, quando ero sulla soglia del bagno e vedevo l'ingegnere dimenarsi e torcersi. Lo sparpetuo non è infatti una cosa di pochi secondi a fine vita, ma ci incalza in continuazione. La vita, esclusi pochi momenti di serenità, è tutta uno sparpetuo, uno spalpitio, un tremore, un digrignar di denti con occhi smerzati per l'ansia, fin dalla nascita. Lo sparpetuo, cioè, è perpetuo. E perpetuo mi ha spinto con naturalezza verso un vocabolo toscano, sperpetua. Mai sentito, prima di questa ricerca. La sperpetua è la scalogna, Niccolò Tommaseo ne dà questa definizione: un lamentìo che piange uggiosamente il male passato e presente e che piangendo quasi chiama il male avvenire. Però la cosa più interessante, per me - nel taccuino era sottolineata con l'evidenziatore verde, - è stata apprendere che la sperpetua, all'origine, era nientemeno la lux perpetua del Requiem. Vale a dire: la lux perpetua menzionata nell'uffizio dei morti è diventata in toscano, viaggiando di bocca in bocca, la (luc) sperpetua, la cattiva ventura di dover morire. Facile, a quel punto, immaginarmi che la stessa lux perpetua, vagabondando in napoletano, era diventata lu(c) sparpetuo, gli spasmi dell'agonizzante a un passo dalla morte.
Domenico Starnone, Spavento
nell'immagine: l'orixà Omolu nell'interpretazione di Guido Boletti

domenica 8 agosto 2010

Campare.

illustrazione di Gabriel Ippoliti

Mi piaceva tutto, lo studio, la politica, i godimenti, l'amore. Campare per me coincideva con quella smania.
Campare, sottolineai, e le parlai a lungo della densità del vocabolo nel mio dialetto. In quella parola la fatica di stare al mondo conviveva col godimento. La doppiezza si sentiva molto bene nel sostantivo campata. La campata era il denaro che un uomo deve guadagnare nel corso di una giornata per nutrire la sua famiglia e se stesso, la materiale sussistenza, un tetto sulla testa, lo stomaco da riempire. Ma era anche, con una segretissima torsione, un gioioso rapporto sessuale: farsi una campata. Tant'è vero, le dissi, che chi si dedicava alle campate con passione, si meritava un appellativo da professionista del godimento, era un campatore, vale a dire un viveur.
Domenico Starnone, Spavento

giovedì 29 luglio 2010

Le aste.

mio papà

Di tanto in tanto mi fermavo dietro qualche alacre scribacchino, mi chinavo e leggevo qualche riga. A vedere le loro terribili grafie, ho esclamato una o due volte: "Vi rimanderei a fare le aste." Ma, dalle facce perplesse che hanno fatto, ho scoperto che non sapevano cosa fossero. Allora ho raccontato: "La scrittura ai miei tempi era una cosa importante." E, mentre loro si disponevano a fingere di ascoltarmi e intanto pensavano "vecchio bacucco", ho seguitato: "In prima elementare, prima di passare alle lettere dell'alfabeto, ci allenavano la mano facendoci tracciare per qualche mese segmenti tremolanti: obliqui, in diagonale, verticali. Quelle erano le aste. Poi, una volta addestrati i muscoli e i polpastrelli alla giusta tensione, a un'adeguata pressione, a un'equilibrata fermezza, a una duttilità controllata, ci concedevano, per pagine e pagine, la lettera a, prima minuscola poi maiuscola. Infine, col contagocce, tutte le altre lettere dell'alfabeto."
"Ah" si sono ipocritamente interessati i miei allievi.
"Un piacere, un godimento" mi sono esaltato.
Ma mentivo. Ho provato, piuttosto, per un attimo, tutta l'ansia di allora e ho rivisto il banco nero, un catafalco da funerale, col ripiano obliquo che si sollevava come il coperchio di una bara per infilarci sotto la cartella.
Con tono mento entusiastico ho riprovato a raccontare: "Avevo una penna che era composta di un'asta tricolore e di un pennino. Il pennino per la scrittura di pregio si chiamava cavallotti." Sul banco - ho seguitato - erano incastrati un contenitore di metallo dentro cui i bidelli mettevano ogni mattina l'inchiostro. Il pennino si intingeva lì. Ma noi ci mettevamo a bagno anche le dita. O ci annegavamo le mosche. O ci ficcavamo la carta assorbente. E mi sono lasciato scappare: "Avevo paura di tutto. Avevo paura soprattutto di quel foro dell'inchiostro."
C'erano altre cose da dire, ma ho percepito sguardi ironici, risatine e Deborah che mi rifaceva il verso a bassa voce: "Aveva paura dell'inchiostro." Inoltre Ernesto - l'unico che contrariamente al solito stava già scrivendo fitto fitto - mi ha interrotto con fastidio dicendo: "Dopo ti debbo parlare."
Ho gridato: "Basta, non perdete tempo." E me ne sono andato in un angolo del cervello a estrarre in solitudine l'alfabeto di tanti anni fa.
Domenico Starnone, Il salto con le aste

martedì 27 luglio 2010

Come si cacciano i tordi in Provenza.

inserito originariamente da fvaldes

"Sai come si cacciano i tordi in Provenza?" gli chiese Olga sfregandosi pensosamente il naso rosso per il freddo.
"No" rispose Michele.
"Se ne prende uno" seguitò lei, "non gli si fa del male, lo si mette in una gabbia, e durante l'inverno si attacca la gabbia al più alto ramo dell'albero."
"E con questo?" la interruppe lui, imbarazzato da quel bell'uso della lingua orale, dall'accento curato, dalla voce profonda.
"Il tordo è in pieno cielo e canta liberamente" lei gli illustrò. "Il risultato? Tutti i tordi che passano nel cielo riposano sull'albero."
Michele vedeva alberi e tordi. Ne percepivo l'incantamento, forse anche Anna. Era sedotto da quella capacità di parola non puramente comunicativa.
"Non capisco" disse.
Ma era chiaro che non gli importava di capire. Gli importava la scoperta che una donna potesse tirare fuori dalla bocca tordi così, con fantasia, con eleganza e insieme con sprezzatura. Lo disorientava che questo gli piacesse.
"Il cacciatore li vede e li uccide" ha concluso Olga: "il cacciatore non uccide il tordo che canta. Uccide gli altri."
Domenico Starnone, Il salto con le aste

venerdì 9 luglio 2010

No al bavaglio, no alla censura


No al bavaglio, no alla censura, inserito originariamente da a n n a*.

lunedì 3 maggio 2010

Una tempesta di sabbia.


foto di Annalisa Mamoli

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l'andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell'alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E' qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l'unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l'altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.
Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia

lunedì 12 aprile 2010

Frankie goes to Hollywood


A volte penso che la tartaruga Frankie sia stupida a volte troppo intelligente. Quando entro in casa, la trovo abbarbicata sulle rocce dell'acquario ma non appena sente i miei passi si tuffa in acqua e corre a nascondersi sotto le foglie della pianta artificiale o si aggrappa alla lampada riscaldante. Come se non la vedessi. Ogni tanto la trovo che agita le zampe attaccata al vetro, sempre nella stessa posizione: è il suo modo per dirmi che ha fame. Ma lei ha sempre fame; per questo ogni tanto la ignoro. I microcroccantini di cui si nutre le piace prenderli dal mio dito, a cui si aggrappa con tutta la forza delle sue piccole fauci, ma prima di ingoiarli li inzuppa nell'acqua, per ammorbidirli un po'. Chissà da dove viene Frankie, e dove vuole andare. Un giorno le farò conoscere Tarzan, la tartaruga di mia sorella, che in confronto a lei è un dinosauro. O magari la daremo a Polliciotta per giocarci un po' insieme. Così non si sentirà più sola.

sabato 9 gennaio 2010

Sogni, e favole.

Sogni, e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole, e sogni orno, e disegno
in lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,
più saggio io sono? E' l'agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l'amor, lo sdegno?
Ah che non sol quelle, ch'io canto, o scrivo,
favole son; ma quanto temo, o spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!
Sogno della mia vita è il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa ch'io trovi riposo in sen del Vero.
Metastasio

sabato 19 dicembre 2009

Una sera, un amico.


illustrazione di Josè Sanabria
La neve di una sera di dicembre si depositava sulla nostra camminata soffice e lenta sotto il grigio e grazioso ombrellino della mia bisnonna, le strade del centro di Lodi sembravano più deserte e al tempo stesso più familiari, i miei tasti ora colorano di nero questo riquadro bianco come i nostri passi allora la neve.Parlammo del tempo che passa, dello spazio che si riempie, dei rimpianti e dei ricordi, delle scelte coraggiose, della morte e del valore di ogni singolo istante. Un'ora sola, rubata al tempo nell'attesa di un treno, sempre lo stesso ma in qualche modo diverso, i ricordi riaffioravano sciolti dal riscaldamento dell'auto messa in moto, un po' a fatica.E il foglio si riempie, la vita va avanti, i passi segnano una strada, l'auto è carica di neve, del peso degli anni, per un momento ce lo scrolliamo di dosso ed è come se il tempo non esistesse, fosse annullato dai fiocchi che cadono che non sappiamo se scendono dall'alto o se sono lì immobili nel cono di luce giallastra dei lampioni, che esiste da sempre come buenos aires, eterna come l'acqua e l'aria, diceva Borges, esiste da sempre e sempre esisterà, almeno fino a quando dureremo noi. >Lascio un po' di spazio bianco qui in fondo, la neve torna a depositarsi e noi torneremo a calpestarla.

martedì 27 ottobre 2009

Un mattino.

Rubinetto, inserito originariamente da sciroff.

Il rubinetto del lavandino rantolò sputacchiò sbuffò e alla signora Paola rimase in mano la pentola per far bollire le patate, riempita solo a metà.
Federico si pulì coscienziosamente il didietro, gettò nel w.c. la carta igienica immonda, tirò lo sciacquone e non scese nulla. Tirò ancora più volte, e alla fine decise di lasciare tutto così, avendo però almeno l’accortezza di abbassare l’asse del water, cosa che peraltro non impedì allo sgradevole odore di diffondersi nella stanza.
Il signor Antonio aveva ancora la bocca indentifriciata, Giada la faccia insaponata, ma entrambi dovettero ricorrere all’acqua gasata del frigorifero per completare le operazioni di igiene personale, come anche l’ingegner Balduini e la signora Garofano, sposati da trent’anni. Soltanto ventiquattr’ore dopo se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto questo avvenne contemporaneamente nel condominio Petunia (dal nome dei fiori che era consentito esporre sui balconi) alle ore otto e zerocinque del giorno lunedì 15 luglio 2015.
Fu uno squillare reciproco di campanelli, un “anche a lei?” e venne subito chiamato in causa il signor Moroni, caposcala.
“Perché non ha avvisato che ci avrebbero tolto l’acqua?” chiese Federico ancora in pigiama.
“Ma, veramente, io non sapevo – provò a ribattere timidamente il signor Moroni – l’amministratore…”
“Non diamo sempre la colpa all’amministratore, che è una brava persona” lo interruppe la signora Paola, che dell’amministratore era l’amante.
“… cioè, volevo dire – continuò il signor Moroni, che di nome faceva Aldo – l’amministratore non avendomi avvisato, non ci sono lavori in corso… comunque proverò a sentirlo” concluse.
“Sarebbe meglio” risposero in coro i condomini.

La cosa strana fu che anche all’amministratore era venuta a mancare l’acqua, e viveva in un condominio dall’altra parte della città.
Staranno facendo dei lavori comunali, pensò il signor Moroni, ma quando rincasò a mezzogiorno, dopo aver passato la mattinata in giro per la città in cerca di spiegazioni (e non avendone trovate) si accorse che la situazione non era migliorata, anzi.
Era una sorta di catastrofe nazionale.
Dal tiggì dell’una infatti apprese che l’acqua era venuta a mancare dappertutto.
“Come dappertutto?” chiese la moglie.
“Dappertutto” rispose lui, incredulo sull’utilizzo della parola.
Gli esperti stavano ancora indagando le singolari cause del fenomeno, alcuni parlavano di responsabilità svizzere, altri di corresponsabilità svizzero-austriaco-francesi, chi incolpava gli arabi, chi gli americani, gli ambientalisti gli industriali, gli industriali il governo, il governo i governi precedenti. Gli
anchor men invitavano alla calma e al sangue freddo, che nel giro di pochi giorni la situazione sarebbe tornata alla normalità.
Sangue freddo? pensò il signor Moroni. Con questa temperatura?

sabato 24 ottobre 2009

Spuntano margherite


Margherite, inserito originariamente da kerobe!

Un giorno la piccola Viola uscì di casa e si accorse che era cresciuta una margheritina proprio nel mezzo della strada asfaltata di fronte a casa sua.
Le margherite possono crescere sull’asfalto? chiese alla mamma.
Certo che no, rispose lei, le margherite crescono soltanto nella terra.
Viola sospettava che sotto l’asfalto ci fosse la terra, ma non ne era sicura, era solo una supposizione.
Andò a vedere da vicino, guardò bene, ma vide che l’asfalto non era smosso o rovinato: c’era solo un buchino e dal buchino spuntava la margherita.
Rimase col suo dubbio.
Nei giorni seguenti le margherite aumentarono.
E alla fine della settimana tutta la strada era coperta di margherite. Cento, mille margherite spuntate da altrettanti buchini nell’asfalto.
I dubbi aumentarono: sono forse margherite geneticamente modificate? si chiese Viola. O forse è un asfalto geneticamente modificato, asfalto di tufo o di pietra saponaria, così tenero che si può bucare con un grissino? Fece la prova grissino ma non funzionò.
Forse è asfalto cucinato da nonna Aurelia.
Nonna Aurelia faceva biscotti duri come il marmo ma pur sempre biodegradabili se immersi sei mesi nell’acqua. Era asfalto di biscotto!
E se fossero stati i marziani a fare i buchi con laser potentissimi e perforanti?
E poi, perché margherite e non viole? si chiese un po’ risentita.

mercoledì 21 ottobre 2009

Cinquantasei. Il meteorologo.

credit photo: Greg Williams


Ieri notte ho fatto un sogno.

Ero davanti alla televisione quando all'improvviso il film che stavo guardando si interrompeva e compariva in 3D Michael Stipe che mi diceva: "Don't worry! It's going to rain tomorrow and the minimum temperature will raise."

Un augurio? Una minaccia? Una previsione meteo?

Questa mattina volevo tornare al mare ma ormai mi ero rannuvolata, così alla fine sono rimasta a casa.

A pranzo qualcuno ha suonato il campanello, io ho pensato, ma come suona bene, e infatti era sempre lui, il cantante dei REM. Con latte e vin brulé, per scaldarmi.

L'ho fatto entrare, ma più lo guardavo, più mi sembrava di notare piccoli particolari, dettagli, un naso allungato, una testa sottile. Forse è solo un impostore, un sosia di Michael Stipe, ho pensato.

Sta per piovere, ha detto lui (sempre in inglese).

Hai ragione, gli ho detto, ecco qua: ho preso il latte, e gliel'ho versato addosso.

Michael Stipe è evaporato, e al suo posto è rimasto Alberto, l'ingegnere che si intrufola da meteorologo nei sogni altrui.

Per fortuna la meteorologia non è una scienza esatta: domani ci sarà il sole e io andrò al mare.

mercoledì 14 ottobre 2009

Lo chiamavano Saetta.

Di mio nonno ricordo che era vecchio, fumava e faceva i solitari. Era quasi sordo, e quindi parlava poco.
Ogni tanto usciva, andava in centro, forse, noi non lo sapevamo. Era già abbastanza strano, per noi bambine, il fatto che alla sua età uscisse di casa.
Tornava per pranzo e mangiavamo tutti insieme.
Quello che cucinava mia nonna non andava quasi mai bene. Era troppo salato o troppo poco salato, troppo cotto o troppo scotto, e spesso discutevano per il risotto, le cotolette, gli gnocchi o il polpettone, che a noi piacevano tantissimo.
Dopo pranzo si appisolava sulla poltrona, con il plaid sulle gambe. L’ultima volta che l’ho salutato, vent’anni fa, era così, col plaid sulle gambe, e aveva uno sguardo triste, o almeno a me sembra di ricordare che fosse triste, ma forse solo perché dopo qualche giorno è morto.
Una volta all’anno, per il suo compleanno, gli piaceva andare al ristorante a mangiare la frittura di pesce.
Quando è morta anche mia nonna, un paio di anni fa, ho ritrovato delle vecchie foto in bianco e nero, che mi hanno parlato di un uomo diverso, allegro e dinamico, che io non conoscevo se non per sentito dire. Il contrasto tra il mio ricordo e le fotografie era davvero buffo: eppure era la stessa persona.
Non so se ho il rimpianto di aver conosciuto soltanto una parte della vita di mio nonno e di non aver afferrato bene quello che lui realmente era, o se in fondo lui era anche quello, era anche i suoi solitari, le sue sigarette e il suo apparecchio amplifon.
Quando una persona muore, restano soltanto le parole degli altri, restano solo le fotografie, dietro le quali dobbiamo inventarci un mondo e immaginare il fuoriscena e chissà, chissà se è davvero onesto parlare di qualcuno che non c’è più e che si conosceva così poco.

martedì 1 settembre 2009

Jaca

Jaca Poser. >:0), inserito originariamente da JucaFii

Jaca! Jaca! I bambini si arrampicavano sugli alberi come tante scimmiette. La jaca cadeva - patapum - e loro si avventavano. Dopo poco rimaneva la buccia e le scorie che i maiali divoravano con piacere.I piedi larghi erano come quelli degli adulti, la pancia gonfia, enorme per la jaca e la terra che mangiavano. La faccia giallastra, di un pallore spettrale, denunciava spaventose malattie ereditarie. Poveri bambini gialli che correvano nell'oro del cacao, vestiti di stracci, gli occhi vitrei, mezzi scemi. La maggior parte di loro cominciava a lavorare a cinque anni. Restavano piccoli e rachitici fino ai dieci, dodici anni. All'improvviso diventavano uomini robusti e abbronzati. Smettevano di mangiare la terra ma continuavano a mangiare la jaca.
Scuola, un nome mai sentito. A che serve la scuola? A niente. Non insegna a lavorare nella piantagione e con le vasche. Qualcuno, una volta cresciuto, imparava a leggere. Facevano i conti sulle dita. Scuola di libertinaggio, quella sì, erano i campi con le pecore e le vacche. Il sesso si sviluppava presto. Quei bambini rachitici e gonfi avevano tre cose fuori dal comune: i piedi, la pancia e il sesso.
Conoscevano l'atto sessuale dalla nascita. I genitori si amavano sotto i loro occhi e molti di loro vedevano la madre cambiare molti mariti.
Fumavano grosse sigarette di tabacco trinciato e buttavano giù sorsate di acquavite fin dalla più tenera età. Imparavano a temere il coronel e il fattore, assimilavano l'amore-odio dei genitori per il cacao.
Ruzzavano nel fango con i maiali e chiedevano la benedizione a tutti. Avevano una vaga idea di Dio, un essere un po' come il coronel, che premiava i ricchi e castigava i poveri. Crescevano pieni di superstizioni e di ferite. Privi di religione, ritenevano il prete un nemico. L'odiavano spontaneamente, come odiavano i serpenti velenosi e i figli piccoli dei fazendeiros. Quando compivano dodici anni i braccianti li portavano a Pirangi, nei postriboli. Si prendevano lo scolo e diventavano uomini. Il loro salario passava da cinquecento a millecinquecento réis.
Jorge Amado, Cacao

venerdì 14 agosto 2009

Astratti furori.

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.
Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia