martedì 25 ottobre 2011

Il letargo degli umani


«Satanasso si ritroverà una bella tana», gongolò Jari Mäkelä fiero del suo lavoro. «Non sarebbe un'idea malvagia, se anche l'essere umano potesse andarsene in letargo tutto l'inverno. Per lo meno noi agricoltori il tempo ce l'avremmo. Per esempio, non ci toccherebbe pagare l'abbonamento alla televisione se non per l'estate, dato che nessuno la guarderebbe durante il sonno. E anche per i giornali, ci abboneremmo soltanto per il periodo estivo», filosofeggiò il lanciatore.
E il pastore aggiunse di rincalzo che si sarebbero potute chiudere anche le chiese per l'inverno, durante il letargo dei preti.
«I morti si potrebbe inumarli tutti a maggio, mentre le cresime si festeggerebbero tutte insieme. E non ci sarebbe più la messa di Natale.»
L'ingegnere, mentre trascinava sul cantiere un rotolo di cartone incatramato, esclamò: «Nell'edilizia una pausa invernale sarebbe solo un vantaggio, con il nostro clima. Soprattutto le colate di cemento e la posa delle condotte sarebbero indubbiamente più agevoli quando il terreno non è gelato.»
Anche a parere di Saimi Rehkoila il letargo degli umani sarebbe una buona cosa: «Non ci sarebbe più da lavorare per i pasticcini di Natale né per spalare la neve, anche se pi una povera vedova tutta sola può comunque fare a meno di festeggiare il Natale. Ma d'autunno bisognerebbe fare le grandi pulizie e lavare lenzuola e tappeti, perché poi non ti tocchi di metterti subito a lustrare tutto non appena ti svegli in primavera.»
«Su un piano più generale, ritengo che l'intera economia nazionale trarrebbe benefici dal riposo invernale», meditò l'ingegnere Soininen. «Per esempio si potrebbero sospendere tutti i servizi per il periodo invernale, mentre continuerebbero ad operare soltanto le industrie della trasformazione grazie alla mano d'opera straniera che resterebbe sveglia, e le esportazioni continuerebbero così a fruttare d'estate e d'inverno allo stesso modo. Al momento i disoccupati si girano i pollici tutto l'anno, ma se il letargo invernale venisse adottato ufficialmente, anche il periodo di disoccupazione si accorcerebbe altrettanto riducendosi alla sola estate. Un risparmio non da poco per il bilancio nazionale, in tempi duri come questi».
Arto Paasilinna, Il migliore amico dell'orso

sabato 24 settembre 2011

Resistere, resistere, resistere.

Riallacciandomi all'articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 31 agosto sulla nuova disciplina sul prezzo dei libri (disponibile qui), pubblico una lunga riflessione sull'argomento di un'amica. E vi invito a visitare il blog dei Mulini a vento per restare aggiornati sull'argomento.
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Ho letto, con interesse, la lunga serie di interventi fatti a proposito della nuova legge sul libro; sono una "piccola libraria", specie in via di estinzione, e vorrei poter dire la mia, da diretta interessata, partendo dall'affermazione: "lo sconto del libro dovrebbe essere deciso da chi lo vende". Teoricamente non fa una piega e si può credere nelle qualità taumaturgiche del mercato come il miglior regolatore (del mondo) possibile, così come, teoricamente si può anche continuare a credere che il prezzo del libro (prezzo di costo al quale le librerie acquistano ciò che vendono) sia uguale per tutti e che quindi, chi non è disposto a fare sconti al pubblico, sia semplicemente più "avido" degli altri. Peccato che nulla si dica e molto poco si sappia di ciò che sta, davvero, uccidendo i "piccoli" perché, mentre i "grandi" moriranno a causa della forte concorrenza di Amazon se non sapranno adeguarsi, a causa della crisi economica che fa, giustamente, sacrificare un libro al pane e al latte nel "paniere" del comune cittadino e per effetto - quando sarà, anche da noi - del primato dell'E-book sul libro tradizionale, per i "piccoli" la questione è diversa, molto diversa: noi morirermo per tutte queste ragioni, ma non solo, permettete che vi racconti come stanno le cose?
La vulgata ufficiale dice che bisogna difendere le piccole librerie, non tanto e non solo in quanto presidi culturali o luoghi di incontro e di confronto, ma soprattutto perché uniche realtà in grado di garantire quella che, in "gergo", si definisce "bibliodiversità" e un intervento di orientamento, di supporto, di servizio al lettore. Non certo a tutti i lettori, ci mancherebbe altro: non agli studenti che leggono ciò che devono senza che possano esercitare alcuna possibilità di scelta, non agli esperti di alcuni settori - di qualunque settore si tratti - che sanno perfettamente di cosa hanno bisogno e che forse un libro in tema potrebbero scriverlo addirittura loro, non i lettori "forti" dai gusti spiccati che non si lasciano conquistare (o irretire) da una chiacchiera con un libraio o da una copertina ma che sanno esattamente cosa vogliono ma gli altri, perché no?
E non avete pensato che questi lettori autonomi, autonomi non siano nati ma siano diventati e che, alla loro autonomia, abbiano contribuito una libreria e un libraio anziché uno scaffale di supermercato o una prenotazione on line?
E allora, cerchiamo, davvero, di non sterminare le librerie indipendenti, lasciamo loro la possibilità di sopravvivere se sapranno attrezzarsi per i tempi che corrono, modificarsi senza perdere l'anima, attualizzare la propria proposta e le modalità tramite le quali la si rende fruibile, ma senza ipocrisia e, soprattutto, senza imporre - nel silenzio assordante di tutti - una "partenza a handicap" che rende la vita quasi impossibile.
E qui si arriva al cuore del problema: alle concentrazioni che contraddistinguono tutta la filiera del libro e che con il libero mercato hanno nulla a che fare. Il prezzo di vendita è imposto – all'acquirente finale - ma le condizioni che gli editori praticano alle librerie, genericamente intese, è tutt'altro che uniforme. Gli editori praticano alle proprie librerie di catena – perché ormai tutti i principali gruppi editoriali sono divenuti proprietari di catene di librerie: Giunti, Mondadori, Feltrinelli, Messaggerie – e alle librerie degli editori concorrenti condizioni di acquisto ben diverse da quelle offerte alle librerie indipendenti: fino al 50% per le prime, intorno al 30/35% al massimo alle seconde. E quando gli editori lamentano che il prezzo dei libri non si può ridurre perché gli autori costano e pure la carta, per non parlare dell'intermediazione nella distribuzione, dimenticano di dire che pure la distribuzione è in mano loro, concentrata essa stessa. E' stata forse manovra di poco conto, strategicamente parlando, tanto per citarne una, l'acquisto da parte di Feltrinelli di PDE (Promozione Distribuzione Editoriale, uno dei pochi “distributori” non ancora di proprietà di editori fino a un paio di anni fa) allo scopo di distribuire se stessa e altri? E che dire dell'operazione – presentata come un vantaggio per tutti gli “utilizzatori finali” - della saldatura tra Gruppo Giunti e Gruppo Touring? E l'acquisto di Fastbook, un grossista/colosso, da parte di Messaggerie Libri? Niente di male, certo, grandi strategie industriali per grandi gruppi che tentano il miglior posizionamento possibile all'interno del (mai troppo prospero) mercato editoriale italiano.
Il resto, quello che rimane, siamo noi: librerie non di catena che acquistano i libri senza la forza di poter contrattare condizioni e scontistica e che di conseguenza niente o quasi possono concedere ai lettori di quel margine del 30% che rimane, al netto delle spese di trasporto a nostro carico.
L'attuale legge sul libro, appena entrata in vigore, che io non condivido e che ritengo non rappresenti una chiara presa di posizione a favore del riconoscimento del libro come articolo diverso da ogni altro e da tutelare, in sè e per sè, più delle collant o della birra, assume una posizione ambigua senza fare una precisa scelta di campo: si aboliscono gli sconti liberi, calmierandoli nella misura massima del 20% ma fermandoli al 15% nella vendita diretta al pubblico, sostanzialmente perché i “grandi” (editori, distributori e proprietari di librerie di catena) temono l'avanzata di Amazon che, sul loro stesso terreno, li avrebbe seppelliti quanto prima ma non si spiega il perché di quanto fatto e soprattutto, quanto fatto, condanna comunque, prima o poi, chi grande non è alla capitolazione.
Parlo da libraia che faticosamente cerca di andare al di là di ciò che è più immediatamente disponibile e reperibile, perché i libri sono, da un certo punto di vista, come un piccolo tesoro: per trovarli si deve cercare, allestire uno scenario nel quale entrino in gioco competenze, fantasia, varietà, passione e libertà. I libri in Italia hanno un prezzo spesso proibitivo? Credo di sì, anche se non sempre: discutiamo. Il numero di nuove proposte è esagerato? Certamente sì e di questo si è cominciato a parlare quest'estate con interventi eterogenei da parte degli editori. Il catalogo ne esce penalizzato? Non sempre, credo, fin quando esisteranno luoghi in cui non ci si dimentica del "vecchio" per inseguire le novità che durano il tempo di un mattino.
E quei luoghi sono le librerie.
Piccole librerie e piccole case editrici saranno tagliati fuori da questo mercato in cui le posizione dominanti stritolano e conquistano sempre più spazio e tutti quanti, lettori di best seller e di "nicchia", non avranno più librai e librerie cui rivolgersi per trovare ciò che i "grandi" non hanno interesse (economico) a proporre sugli scaffali o a pubblicare.
Saremo tutti un po' più poveri, da qualunque lato si voglia guardare il problema e con questa legge scopriremo che per cercare di accontentare tutti non si è accontentato nessuno: non i lettori che si sentono defraudati della possibilità di acquistare libri con sconti mirabolanti, non gli editori che non potranno fare leva sulla rincorsa allo sconto più elevato e per il maggior tempo possibile per aumentare la propria quota di mercato, non le biblioteche e i centri culturali che dovendo acquistare con minori sconti avranno a disposizione (e noi, tramite loro) meno patrimonio librario, non le librerie indipendenti che, anche stavolta, si vedono negato il riconoscimento della propria originalità, l'importanza della loro funzione, la densità delle proprie competenze.
E' un peccato, davvero, per tutti e forse, in questo caso, sarebbe bastato dare un'occhiata a cosa Francia, Germania e pure la Svizzera hanno deciso di fare senza limitarci ad essere “europeisti” quando ci conviene e provinciali quando non sappiamo che pesci pigliare.
Cerchiamo di resistere, resistere, resistere, ma chissà fino a quando ci riusciremo.

Michela Sfondrini
Libreria Sommaruga - Lodi

martedì 20 settembre 2011

Il grembiule.

Però lo zio Baldassarre , ogni volta che la nonna si lamentava per il colore del grembiule, interveniva a prendere le difese di quella spartana divisa scolastica. - Col grembiule nero bambini e bambine appaiono e si sentono tutti uguali. Non c'è differenza tra i ricchi dai begli abiti nuovi, puliti e alla mosa, e i poveri tutti stracciati. Il grembiule copre ogni differenza e non possono nascere invidie o rivalità. Abbiamo lottato tanto per avere l'istruzione gratuita e obbligatoria; una scuola elementare unica, uguale per tutti... Il grembiule nero è il simbolo di questa uguaglianza e dobbiamo esserne fieri!
Lo zio Baldassarre era proprio ingenuo, pensò quel giorno Elisa, guardando le due nuove arrivate. Lei e le sue amiche erano in grado di riconoscere a prima vista una bambina povera da altri mille dettagli.
E poi, tanto per cominciare, non era vero che i grembiuli fossero tutti uguali. Ce n'erano che sembravano vestine da ballo, come quelli di Sveva o di Ester Panaro, di stoffa lucida, con la gonna arricciata, piegoline e volant, il colletto da pizzo inamidato e un fazzoletto sempre pulito nel taschino. E ce n'erano di logori, rattoppati, con gli angoli delle tasche penzoloni e il colletto freddo e duro di celluloide, che non c'era bisogno di lavare perché si poteva pulire in qualsiasi momento con la gomma delle matite. Inoltre le bambine povere avevano solo e sempre lo stesso grembiule, mentre le altre ne avevano due per il cambio, e qualcuna anche tre, magari di modello diverso.
Bianca Pitzorno, Ascolta il mio cuore

sabato 17 settembre 2011

E venne un colpo di vento.

Eccolo, il colpo di vento.
È arrivato oggi mentre ero seduta a scrivere sul divano.
Si preannuncia tempesta: le tende hanno svolazzato e le candele accese sul davanzale hanno tremolato, forse arriverà quel temporale di cui parlano da giorni i meteorologi.
Io amo riempire la casa di candele profumate. Le mie preferite sono quelle dell'Ikea, piccoli lumini protetti da un involucro di alluminio. Profumano di mela, di vaniglia, di agrumi e di frutti di bosco.
Purtroppo a volte mi è capitato di uscire di casa dimenticandone qualcuna accesa. So che non dovrei, che è pericoloso, che non si scherza con il fuoco. Non faccio mica apposta. Una volta mi sono addormentata e svegliata appena in tempo per spegnere un principio di incendio sul tavolo della cucina… ma era una candela circondata da piccole canne di bambù. Da allora cerco sempre di accendere i miei lumini solo in una posizione sicura, protetti dall'alluminio, dalla sabbia, da un portacandele. Ne accendo sempre una fila sul davanzale, sotto la finestra della sala.
«E se viene un colpo di vento?», mi ha chiesto un giorno il piccolo principe.
Ho cercato di immaginare cosa volesse dire e come potesse un colpo di vento sollevare una candela, farla cadere sul tappeto, lanciarla addosso alle tende. Ho pensato: il vento spegne la candela. E mi sono tranquillizzata. E, inoltre, quante probabilità ci sono che venga un colpo di vento? E che generi quella catena di eventi sfortunati per cui la mia casa vada a fuoco?
E oggi eccolo, il colpo di vento. All'improvviso. Ha sollevato le tende, non la candela. Era questo allora che intendeva il piccolo principe: il vento non solleva la candela, ma può sollevare la tenda. Prima di spegnere la candela.
Per fortuna ero in casa. Mi sono alzata, ho chiuso tutte le finestre e tirato giù le tapparelle. Le candele le ho lasciate accese.

giovedì 4 agosto 2011

Chi ha paura dell'uomo bianco?

Mia nipote ha paura dell'uomo bianco. Gliel'ho fatto ripetere ed è proprio vero: non l'uomo nero, l'uomo bianco, quello che si aggira di giorno per le strade delle città e si finge una statua di gesso o di sale e che poi all'improvviso, senza una ragione, si muove. Ha ragione lei, l'uomo bianco fa paura perché è imprevedibile, si muove solo per soldi e per tutto il resto del tempo finge di essere quello che non è. L'uomo nero invece si confonde con la notte, è un'ombra, un sogno forse, che la luce del mattino porta via. Basta aprire gli occhi.

martedì 2 agosto 2011

Bellezze allegre e bellezze tristi.

Ci sono bellezze tristi e bellezze allegre.
Bellezze tristi sono il lago circondato dalle montagne e le pinete vicino al mare. Le bellezze tristi lasciano addosso un po' di malinconia, come di qualcosa che deve finire, sono riposanti e fanno pensare.
Bellezze allegre sono i campi di girasole e l'acqua cristallina, il sole e il mare, la spiaggia bianca e un cappello di paglia. Le bellezze allegre muovono i corpi, danzano e illuminano.
E poi ci sono le allegre bellezze tristi, come il Brasile e i brasiliani. E mi è venuta in mente una vecchia canzone di David Riondino, Alegria do Brasil: http://www.youtube.com/watch?v=jM5W8xMR4Z8

domenica 31 luglio 2011

Castelli di rabbia.

Oggi in spiaggia ho visto una bambina con le occhiaie. Era appena uscita dall'acqua, indossava ancora i braccioli per nuotare. Era pallida, pallidissima, non di quel pallore cittadino, da inverno passato in mezzo alla nebbia. Era pallida di un pallore di malattia e sofferenza, di tormento interiore. Avrà avuto sei anni, e aveva le occhiaie, scure, nere. Assomigliava un po' a Mercoledì Addams, ma era molto più cupa e agitata. Si è messa a pasticciare la sabbia prendendo una formina, e riempiendola con foga, come se bastasse solo quel gesto - riempire - a placare un qualche demone interiore. Il risultato era poco importante. Dopo pochi secondi ha scagliato lontano da sé sabbia e formina, e si è messa a canticchiare qualcosa in una lingua a me sconosciuta, come se improvvisamente cantare fosse il rimedio per tenere lontani i fantasmi. Mi ha fatto tenerezza, e un po' pena, avrei voluto prenderla in braccio e dirle di stare tranquilla, che il mondo sì, è un brutto posto, ma che lei può renderlo migliore, anche costruendo castelli di sabbia. Ho avuto la sensazione che non le avrebbe fatto piacere essere toccata. Lei non voleva nessuno. Solo non esserci.

mercoledì 20 luglio 2011

Genova dieci anni fa

«Livia, io non mi sento tradito. Io sono stato tradito. Non si tratta di sensazioni. Ho sempre fatto il mio mestiere con onestà. Da galantomo. Se davo la mia parola a un delinquente, la rispettavo. E perciò sono rispettato.È stata la mia forza, lo capisci? Ma ora mi siddrai, m'abbuttai.»
«Non gridare, ti prego» fece Livia con la voce che le tremava.
Montalbano non la sentì. Dintra di lui c'era una rummorata stramma, come se il suo sangue fosse arrivato al punto di bollitura. Continuò.
«Manco contro il peggio delinquente ho fabbricato una prova! Mai! Se lo avessi fatto mi sarei messo al suo livello. Allora sì che il mio mestiere di sbirro sarebbe diventato una cosa lorda. Ma ti rendi conto Livia? Ad assaltare quella scuola e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c'erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella!»
Salvo Montalbano in Il giro di boa di Andrea Camilleri

domenica 17 luglio 2011

L'amaca.

martignano 2, inserito originariamente da valium83.

Oggi mi sono sdraiata sull'amaca, ero stanca dopo la notte bianca terminata alle quattro di mattina. Ho chiuso gli occhi, pensando, che bel silenzio, finalmente, dopo i botti dei fuochi d'artificio e la musica che per parlare dovevi metterti a urlare. Ma non era un vero silenzio. Ho teso l'orecchio e ho sentito il cinguettio degli uccelli, l'abbaiare di un cane, la tartaruga che si arrampicava sulla sua roccia, il gocciolare dell'acqua nell'acquario, il vento che muoveva le foglie degli alberi. E il rumore di un treno, di un aereo e delle auto. Lo sbattere di una portiera. Due uomini che parlavano, l'ascensore che saliva. Ma era tutto lontano. Mi sono addormentata. Mi piace il silenzio. È fatto di tanti piccoli rumori. È pieno di vita.

venerdì 15 luglio 2011

Ciuf ciuf!

Mi ero dimenticata che da casa mia si vedono i treni passare. Si sente, in lontananza, un rumore di ferraglie che si avvicina, e dopo qualche secondo tra gli alberi, oltre le case, si intravvedono le carrozze del treno sfilare. Come il lampo e il tuono, solo che in questo caso prima si sente e poi si vede.
Ieri Emma è passata da casa mia con i suoi 50 centimetri di altezza e il suo incedere pericolante. È entrata e uscita dal terrazzo almeno dieci volte, salita sulla "paca" (trad. amaca) tre volte, «ia giù!» (trad. zia giù!), con i chicchi di "siotto" (trad. risotto) giallo sul tovagliolo che le avevo legato a mo' di bavaglino. Ha tentato di bagnare i fiori con lo spruzzino, ma non aveva abbastanza forza. E a un certo punto ha sentito quel rumore: «teno!» (: treno), ha gridato e ha voluto essere presa in "baccio" (: braccio). Siamo rimaste così, per circa mezz'ora, affacciate al balcone, ad aspettare che i treni passassero, e intanto si è fatto buio, e c'era solo la luna piena ad illuminare quell'angolo di paesaggio scuro fatto di fronde degli alberi e di tetti di case. E passavano treni merci che erano solo ombre e treni con le finestrelle illuminate, e ogni volta lei mi chiedeva «coa» (trad. ancora) come se fossi io a farli apparire. Ho provato a chiamarli, ma i treni non fanno più ciuf ciuf.

mercoledì 13 luglio 2011

Da vent'anni mano nella mano.


Ci sono un lui e una lei che io osservo da vent'anni. Li ho incontrati la prima volta all'ospedale, ventun'anni fa, quando è nata mia cugina. Lei aveva partorito il primo figlio da poco. Per qualche strana ragione ho continuato a rivederli in tutti questi anni, per le strade della mia piccola città. Loro non sanno chi sono io, non ci siamo mai conosciuti. Ma io mi sono ormai affezionata a questa famiglia a distanza. La mamma sembra non essere mai invecchiata, non saprei darle un'età, è giovane ma non più giovanissima, cura molto il suo aspetto ed è sempre bellissima. So come si chiama, ma è meglio se non lo scrivo. Il papà è un po' invecchiato, dimagrito. Dopo il primo figlio, ne hanno fatto un altro, che ho conosciuto quando era alla scuola primaria (gli ho insegnato a usare il computer). Quello che continua a stupirmi è che da vent'anni almeno, loro vanno in giro per le strade della mia piccola città sempre mano nella mano. Non si stancano mai.

domenica 22 maggio 2011

Pulce non c'è. Un libro bellissimo.

L'autismo, mi spiegava mamma, che l'aveva letto nei suoi libri, funzionava più o meno così: gli autistici, come tutti, guardavano, vedevano, osservavano ogni cosa. Se tu stai guardando un film poliziesco, per esempio, loro lo guardano insieme a te, e dimostrano interesse, e non distolgono neanche per un momento gli occhi dallo schermo. Se, poniamo, c'è una vecchia signora con un berretto col pennacchio che all'improvviso tira fuori un coltellaccio e assassina la sua vecchia vicina proprio mentre stava comodamente seduta in poltrona, loro seguono lo schermo con grande attenzione insieme a te. Ma se dopo un minuto, un minuto soltanto, mi diceva mamma, provassi a chiedergli per scherzo: «Chi è l'assassino?», quasi vergognandoti di aver fatto una domanda così scontata, loro ti guarderebbero come fossi pazza, come se gli stessi chiedendo se dio esiste davvero oppure no, e qual è il senso dell'universo. Ma se dopo un minuto, un minuto soltanto dopo aver guardato insieme quella scena, proprio mentre i rivoli di sangue cominciano a colare sulle mani della vecchina esanime, loro potessero farti una domanda per vedere se hai capito davvero il senso del film, ti chiederebbero: «Quante perle aveva quella collana?» E tu li guarderesti come se ti stessero prendendo in giro, e non sapresti mai rispondere che la parte visibile della collana della vittima contava ventisei perline color ambra, tre marroni (di cui una era leggermente coperta dal colletto della camicia) e una lievemente scrostata, che era comunque ancora riconducibile al gruppo del color ambra. E così nessuno saprebbe mai riconoscere la Verità dell'altro. Ma questo non vorrebbe dire, mi spiegava il signor Kafka, che nessuna delle due verità esiste, o che una sia più vera dell'altra: semplicemente vorrebbe dire che ci si dovrebbe mettere d'accordo per capire qual è la verità che si sta cercando, ma questo potrebbe essere difficilissimo, o quasi impossibile.
Gaia Rayneri, Pulce non c'è

giovedì 19 maggio 2011

Un due tre... stella!

Buone notizie. I bambini giocano ancora per strada.
Oggi ero in casa a lavorare quando qualcuno ha chiamato Un due tre... stella!
Sono ringiovanita di trent'anni, e ho pensato: adesso finisco i compiti e scendo anch'io in cortile a giocare. E ho pensato anche a quello strano fenomeno per cui i bambini si tramandano di generazione in generazione giochi di strada, in una lunghissima catena orale di varianti personali, un po' come le fiabe. Qualcuno ha tentato di metterli in un libro, ma era un adulto, e i bambini preferiscono fare a modo loro.
Mi sono affacciata al balcone, erano in tre più un cane: meglio di niente. Una piccola resistenza a tutti quei giochi tecnologici che saranno pure fantasmagorici, ma che non ti fanno respirare aria pulita, sentire il calore del sole sulla pelle, il profumo del gelsomino, sbucciare le ginocchia e vedere il treno che passa a poca distanza da casa tua.

venerdì 6 maggio 2011

Il piccione.


L'altra sera ero in casa da sola e stavo lavorando al computer, quando ho sentito un rumore in sala. Sono andata a vedere, ma non ho notato niente di strano: ho pensato al vento, ho chiuso le finestre e sono tornata a lavorare. Ma ecco che un altro rumore mi ha interrotta, e non ho avuto più dubbi: era un battito d'ali. La prima cosa che ho pensato è stata: mio dio un piccione. Perché io dei piccioni ho una paura boia. Non li posso proprio sopportare, io e un piccione nella stessa stanza: non esiste. Anche perché il piccione dalla stanza in qualche modo va fatto uscire. Ora, si dà il caso che stia leggendo in questi giorni proprio un libro che si intitola Il piccione, di Patrick Süskind, l'autore de Il profumo. In questo libro, il protagonista, un signore che vive in una casa popolare all'ultimo piano e che ha il bagno in comune con altri inquilini, conduce un'esistenza tranquilla e priva di sorprese fino a quando si ritrova sul pianerottolo un piccione. La sua vita cambia radicalmente (non so ancora dirvi come, non ho finito il libro). Ecco, la mia prima reazione è stata identica a quella del protagonista del libro: ho pensato solo a scappare, a rifugiarmi da qualche parte. Dove? Sul balcone della cucina, in mutande ho cercato aiuto al telefono. Poi sono scappata in bagno in punta di piedi, per non spaventare il presunto piccione, anche se sentivo solo rumori, battiti d'ali, carte arruffate, e che fosse un piccione non ero affatto sicura. Non sarà mica un pipistrello, mi sono detta, ed era anche peggio del piccione perché il pipistrello è difficilissimo da buttare fuori di casa. Sono stata in bagno un tempo interminabile a pensare a una strategia di attacco. E l'avevo anche trovata (prendo un telo del bagno e glielo butto addosso, avevo pensato), ma per fortuna sono arrivati i rinforzi. Cerca di qua cerca di là abbiamo trovato in un angolo, nascosto dietro i libri, uno spaventatissimo uccellino. Mi sono rivista chiusa in bagno a nascondermi da quel piccolo arruffato uccello che si stava nascondendo da me. Mi è venuto da ridere. Lui, invece, sembrava non cogliere l'aspetto comico della situazione. Forse si è visto in padella: in un attimo ha preso coraggio, è saltato sul divano ed è volato fuori dalla porta finestra, che nel frattempo avevamo aperto. Si è posato sul ramo dell'oleandro della mia fioriera, mi ha fatto maramao ed è volato via. Libero. Confesso che un po' l'ho invidiato.

domenica 1 maggio 2011

Mon trésor…

Attenzione! questo post contiene pubblicità inevitabile.

Oggi sono passata al supermercato e ho scoperto che mi hanno rubato un pezzo di infanzia. I trésor della Pavesi, quei pavesini ricoperti di strisce di cioccolato e granella di zucchero, non esistono più. Sono spariti. Me ne era venuta voglia dopo che mi era caduto l'occhio sui biscotti Zalet Galbusera (che ho comprato), altro pezzo immancabile nella dispensa di mia nonna. Ho pensato fosse un problema del mio supermercato, spesso poco fornito, ma non è così. I trésor sono scomparsi da diversi anni: in internet più di una persona ne piange la perdita. Chissà se si può fare una raccolta firme, o un referendum, visto che quello sul nucleare è stato abolito…
Per la disperazione mi sono consolata con un pacchetto di bigbabol.
nella foto, un biscotto Zalet. Foto decenti dei Trésor non se ne trovano.

lunedì 11 aprile 2011

Questa non è una città per pattinatori.

orso pattinatore, inserito originariamente da Maddalena Gerli.

In questa città non ci sono percorsi per i pattinatori. Non per chi pratica lo sport del pattinaggio, per quello credo che gli spazi esistano, ma proprio per chi vuole usare i pattini come mezzo alternativo di trasporto, per andare a far la spesa o per lavoro. Il pattinatore è un ibrido tra il pedone e il ciclista, è in poche parole un uomo con le ruote. Ma non è un pedone e non è un ciclista: e deve rassegnarsi all'idea di venire guardato in cagnesco in ogni situazione. È costretto infatti a usare un po' le strade, un po' le piste ciclabili, un po' i marciapiedi, a seconda di quale sia il terreno più praticabile, degli ostacoli e degli scossoni, ma a suo rischio e pericolo, perché in ogni percorso trova un "concorrente legittimo", e lui in fondo è sempre un po' abusivo.
Ieri sera, intorno all'ora di cena, un po' di persone hanno visto una grande ombra veloce sfrecciare per le vie della città: «una specie di orso pattinatore», hanno dichiarato in molti. Qualcuno ha addirittura sostenuto di essere stato derubato. «Di cosa?» ho chiesto io. «Delle parole. Mi è passato di fianco così veloce che sono rimasto senza parole». In realtà l'orso era appena uscito dal letargo ed era a caccia di gelati. Ne ha mangiato uno al caffè e al pistacchio, e poi è tornato nella sua tana.

domenica 10 aprile 2011

Perdere tempo.

Il mestiere di scrittore è un mestiere dove si perde anche tempo. Anzi, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive. Questo concetto, che sembra antitetico alla fatica creativa, è invece il suo naturale accompagnamento: uno scrittore deve saper perdere tempo, perché è necessario per la ricarica di energia, è necessario per pensare, o per non pensare più a un passaggio ossessivo. Scrivere è faticoso perché bisogna pensare molto, e se uno è sempre indaffarato non può farlo. Bisogna avere il coraggio di oziare. Di solito siamo soddisfatti quando abbiamo la giornata impegnata, dalla mattina alla sera. Lo scrittore dovrebbe fare il contrario, cioè svuotare la vita da impegni e lasciare spazio alternativamente alla scrittura e all'ozio.
Proust diceva che il lavoro e l'ozio sono due momenti della creazione.
(...) Flaubert (...) confessava che per ottenere da se stesso tre ore ragionevoli di lavoro doveva stare seduto dieci ore. Scriveva e pensava, lavorava e perdeva tempo.
Così risponde Raffaele La Capria a chi gli chiede come trascorre la sua giornata:
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic

lunedì 4 aprile 2011

Benvenuto, addio!

Una volta da bambini ci insegnavano la grammatica (dico 'una volta' perché non so se nelle scuole viene ancora insegnata la grammatica in quanto tale).
La grammatica - ci dicevano - è una di quelle cose che è importante studiare, anche se poi nella vita le regole si possono infrangere. Io pensavo alla grammatica come a un grande vaso di vetro, pieno di letterine e parole, di farlo cadere a terra e romperlo in mille pezzi. Ma quando la grammatica è dentro di te, è difficile liberartene.
La grammatica dice che ci sono i nomi, i verbi, gli aggettivi, i pronomi etc. E che i nomi si dividono in propri e comuni. Giovanni è un nome proprio, maschile, cane pure è maschile ma è un nome comune. Anche sasso è un nome comune: sarebbe bello che ci fosse qualcosa che lo distinguesse dal cane, perché è inanimato, ma in italiano il neutro non esiste e quindi tutte le cose sono maschio o femmina in base a una logica che non è proprio legata al significato del nome.
In mezzo a tutte le stravaganze della lingua ce n’è una che oggi, passando davanti agli annunci funebri, mi ha colpito: ci sono moltissimi nomi propri che in realtà sono aggettivi, avverbi o verbi (anche coniugati), località o addirittura espressioni. Felice, Donata, Allegra, Chiara, Massimo, Bruno, Serena. In tutti i nomi c’è in realtà un significato, ma in questi nomi il significato è messo a nudo. Questi nomi bisognerebbe cercare di darli dopo aver guardato in faccia un bambino… un po’ come faceva la famiglia Malaussène nei romanzi di Pennac. Se Verdun si chiama Verdun c’è un motivo.
Oggi è morto un signore che si chiamava Benvenuto. Ho provato a immaginare perché i suoi genitori abbiano deciso di chiamarlo così: forse era molto atteso, o è nato in un momento triste o forse era solo un augurio, un modo di accogliere chi arriva da lontano.
E allora penso che certi nomi dovrebbero cambiare quando cambiano le situazioni, e al signor Benvenuto avrebbero dovuto scrivere, sul suo annuncio funebre, “Addio” o “Alla prossima” o semplicemente “Siamo contenti di averti conosciuto”.